
La rivoluzione dell’orologio meccanico – di Annalisa Palumbo Coordinatrice editoriale Storica National Geographic. News letter dicembre 2022-
«Cosa c’è di più indegno […] dell’uomo che spreca il tempo, […] che dissipa la sua stessa vita e per questo disonora se stesso?», s’interrogava l’ecclesiastico Giovanni di Salisbury nel XII secolo.
All’epoca la misura del tempo era in gran parte scandita naturalmente: la traiettoria del sole segnava l’inizio e la fine delle giornate lavorative nelle campagne, un ritmo di lavoro preciso e inconfutabile. Ma nei monasteri, dove parte del lavoro non era naturale ma artificiale, il tempo poteva essere regolato diversamente. Se nei campi le ore di luce erano la condizione necessaria per portare a termine le attività quotidiane, negli scriptorium gli occhi vigili dei miniaturisti e dei copisti rimanevano aperti fino a diverse ore dopo il calar del sole. In questo contesto bisognava ideare un tipo di congegno che non aveva motivo di emulare il movimento degli astri. Così nacque in Occidente l’orologio meccanico, che sarebbe divenuto il rappresentante più autentico della filosofia di vita e della filosofia economica di questa parte del mondo, introducendovi valori nuovi come la precisione e l’efficienza.
L’orologio meccanico, perfezionato nelle città e collocato in cima a grandi torri, presto si ridusse








