Biocombustibili. Rovina o salvezza? Dilemma dei nostri giorni

Sul tema dei biocombustibili, da sempre oggetto di interesse dei nostri soci, riportiamo qui, perchè meritevole di attenzione e riflessione, un  articolo di Carla Reschia pubblicato ieri sul sito www.lastampa.it  nella rubrica “Danni collaterali”. Si rimanda allo stesso sito per chi vuol leggere i commenti in proposito.
Presentati come l’alternativa vincente al petrolio ora sembrano responsabili della crisi alimentare
La verità , vi prego, sui biocombustibili. Sono una risorsa? Sono un danno? Salveranno il pianeta? Gli daranno il colpo di grazia? Premesso che, personalmente, non riesco a formarmi un’idea sensata in proposito, pongo il problema e la domanda a chi mi sappia chiarire le idee. All’inizio da alcuni, tra cui in prima linea le associazioni agricole, i biocarburanti – ovvero (traggo la definizione da qui), “i combustibili vegetali, rinnovabili e puliti dal punto di vista ambientale, che sostituiscono i combustibili derivati dal petrolio, non influiscono sull’effetto-serra e possono essere ottenuti grazie all’energia solare per mezzo della fotosintesi delle piante”, sembravano essere proposti come il
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Lo sapevate che queste specie di flora spontanea sono protette?

Lo sapevate che secondo la legge Regionale n. 2 del 1977, art. 4, è vietata a chiunque (ivi compreso il proprietario del fondo, salvo si tratti di terreno messo a coltura) la raccolta delle seguenti specie di piante spontanee, da considerarsi rare, e di parte di esse, tranne il frutto ? Ebbene per informare chi non lo sa ne riproduciamo qui l’elenco, tratto dal sito www.guardiecologiche.it (**) :
Prodotti del sottobosco
– Fragole (Fragaria vesca )- 
More di rovo (Rubus s.p.)-  Mirtilli (Vaccinium s.p.)-  Lamponi (Rubus idaes)-  Bacche di ginepro (Juniperus communis)-  Muschio
Flora Spontanea Protetta
* Lingua cervina (Scolopendrium vulgare)
* Tasso (Taxus baccata)
* Cerro-Sughera (Quercus pseudosuber)
* Garofanini (Dianthus s.p.)
* Ninfea bianca (Nymphaea alba)
* Botton d’oro (Trollius europaeus)
* Aconito (Aconitum variegatum)
* Anemone a fiori di narciso (Anemone narcissiflora)
* Anemone alpino (Pulsatilla alpina)
* Aquilegia alpina (Aquilegia alpina)
* Saxifraga/Sempervivum
* Geranio argenteo (Geranium argenteum)

* Dittamo (Dictamus albus)
* Agrifoglio (Ilex aquifolium)
* Alaterno (Rhamnus alaternus)
* Borsolo (Staphylea pinnata)
* Cisto (Cistus incanus)
* Corbezzolo (Arbustus unedo)
* Rododendro (Rhododendron ferrugineum)
* Orecchia d’orso (primula
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Oasi “La Rizza” di Bentivoglio

E’ stato inaugurato nell’ottobre del 2003 ed è uno dei pochi esempi di parco naturale di recupero e valorizzazione delle zone  umide che in un passato non lontano caratterizzavano molte aree della nostra pianura.

E’ stato denominato “Oasi La Rizza”  da un antico toponimo attribuito al podere con edificio rurale che si trova al centro dell’area; edificio che è stato ristrutturato per ospitare il Centro Multifunzionale per i visitatori. Il Parco si estende su 1.500 ettari, accessibili partendo dalla via Vietta (che si dirama dalla strada provinciale S.Giorgio-Bentivoglio e conduce anche all’ex discarica),  attraversati  dal Canale Navile e dallo scolo Calcarata.

La mappa dell’oasi comprende zone umide permanenti, prati umidi, canneti, boschetti e siepi: inoltre, il centro per la reintroduzione della cicogna bianca, vasche per la fitodepurazione, laghetti per la pesca sportiva e l’allevamento dei pesci rossi e due capanni di osservazione situati nella cassa di espansione del Navile, accessibili a piedi o in bicicletta

  Le zone umide permanenti si trovano vicino al “Ponte della morte“, nella parte più a nord, oltre “La   Rizza” , dove il canale Navile  e il Calcarata disegnano un’ansa,  chiusa tra la via Olmo e l’ex podere “la Bianchina“. Sono ambienti caratterizzati da ampi specchi d’acqua, liberi da vegetazione emergente ma ricchi di vegetazione sommersa; nell’intrico di radici, fusti e foglie trovano riparo dai predatori numerosi organismi acquatici (invertebrati, larve di anfibi, avannotti e pesci adulti). Talvolta in superficie crescono piante “natanti” , come le “lenticchie d’acqua” , oppure radicate al fondo e con foglie e fiori galleggianti, come le ninfee o i ranuncoli d’acqua.   La profondità dell’acqua deve essere di almeno mezzo metro per permettere l’alimentazione delle anatre tuffatrici, di folaghe e di uccelli che si nutrono di pesci , come il cormorano, il tuffetto e lo svasso maggiore. Il falco di palude  e la biscia dal collare sono i predatori di questo ambiente.   Le anatre tuffatrici nuotano anche sott’acqua; per alzarsi in volo devono correre sull’acqua prima di raggiungere la velocità sufficiente ; la posizione arretrata delle loro zampe rispetto al corpo  facilita il nuoto  ma rende difficile spiccare il volo.  

I prati umidi dell’Oasi si possono osservare percorrendo la via Olmo. Questi ambienti , ora rari nella nostra pianura, un tempo erano frequenti ai margini delle zone umide e venivano utilizzati  per il pascolo estivo. Ambienti ideali per la rana verde e il rospo smeraldinopittima, il chiurlo, la pantana e il beccaccino. Vi sostano pure anatre di superficie, come il germano reale.

Il cavaliere d’italia e la pavoncella vi nidificano . E’ possibile vedere anche oche, spatole, cicogne e aironi.   I boschetti del parco hanno origini diverse. All’interno dell’impianto di fitodepurazione si può osservare un boschetto di salici cresciuto spontaneamente quando le vasche furono lasciate incolte, mentre il pioppeto presso “la Rizza” è un residuo di coltivazioni praticate nei decenni passati. in varie zone del Parco Agricolo sono state effettuate delle piantumazioni di piante e arbusti autoctoni , tra i quali il salice bianco, il pioppo nero e bianco, il frassino, l’olmo ,il carpino, il biancospino e il pruno.    TRACCE DEL PASSATO    Nell’0asi sono ancora osservabili alcuni edifici diroccati che restano a testimonianza dell’uso agricolo di questo territorio in passato. Ad esempio, gli essicatoi per il riso, qui a lungo coltivato e fino a circa 40 anni fa; gli essicatoi per il tabacco , coltura praticata in via sperimentale agli inizi del 1900 e poi abbandonata; filari di gelsi coltivati quando fu fiorente l’allevamento dei bachi da seta, che si nutrivano delle loro foglie. 

La mancanza di habitat idonei è una delle cause principali della riduzione o della scomparsa delle specie animali legate agli ambienti umidi; per questo motivo una Leggi Tutto

GEV Guardie Ecologiche Volontarie. Chi sono.

A DIFESA DEL TERRITORIO E DI AIUTO AI CITTADINI
Le Guardie Ecologiche Giurate Volontarie sono costituite in associazioni provinciali. In base alla Legge Regionale 23/89, è operativo nella nostra provincia un’associazione di nome CP GEV con sede a Bologna in via Selva di Pescarola 26, telefono e fax 051/6347464(sito web www.guardiecologiche.it) con sedi periferiche a S. Giovanni in Persiceto, Casalecchio di Reno, S. Lazzaro di Savena, Camugnano ed  Imola.
Alle GEV è affidato in particolare il compito di vigilare sull’osservanza delle norme Statali e Regionali per la conservazione del patrimonio naturale e dell’assetto ambientale riportate dalle Leggi Regionali istitutive del Servizio di Vigilanza Ecologica Volontaria.
Ne fanno parte 261 Agenti che, superato un apposito esame al termine di un corso, sono stati  nominati Guardie Particolari Giurate (con Decreto Prefettizio, in base all’art.138 del T.U.L.P.S.-Testo
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I boschi di pianura tra passato e futuro. Fabrizio Govoni

Fino
agli inizi del secolo scorso , il territorio compreso tra la Bassa
Pianura Modenese, Ferrarese e Bolognese
è sempre stato
caratterizzato da un paesaggio che vedeva l’alternarsi di ampie
paludi e di estese aree boschive.
Molti
documenti d’archivio testimoniano che nel medioevo erano presenti
nel Centopievese
numerosi boschi: il
Bosco di Ramedello ( 1263 )
situato tra Corporeno e Dosso, il Bosco di Boccacanale ( 1263 )
situato a nord di Penzale, il Bosco di Malaffitto ( 1279 ) dove si
trovano ora i terreni delle Partecipanze di Cento e di Pieve, il
Bosco di Casumaro
(1334 ) e il Bosco del Monte tra Sant’Agostino e
Buonacompra.

Si
trattava di vere e proprie selve costituite presumibilmente da querce
( farnie ), frassini, olmi, aceri, salici e carpini
, collegate tra
loro da piccoli corsi d’acqua sulle cui sponde dominavano ontani e
pioppi.
Luoghi, questi, dove cinghiali, daini , cervi e persino lupi
( 1387 ) non erano poi così tanto rari.


Di queste aree boschive ormai non è rimasto più nulla, se non alcuni relitti di formazione più recente: il Boschetto
della Bisana
nei Comuni di Pieve di Cento e di Galliera, il Bosco
della Panfilia
nel Comune di sant’Agostino e il Boscone della
Mesola
hanno resistito, nel tempo, alle attività dell’uomo , tanto da essere ora soggetti a particolari norme di tutela e di salvaguardia.

Capita
spesso di incontrarvi Guardie Forestali, Guardie Provinciali e
Guardie Ecologiche Volontarie
impegnate ad assolvere al ruolo che
anticamente era ricoperto dai silvani che, in maniera un po’
più specifica, avevano compiti di controllo sul legname,
quello vivo dei boschi e quello tagliato sulle aree pubbliche del
territorio.

A
questi relitti vegetali vengono ancor oggi
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