APPIANO BUONAFEDE, FILOSOFO E RITRATTISTA “PARLANTE”
Da Comacchio a Bologna, Napoli e Roma la vita di un monaco, Accademico di grande cultura, del Settecento
– Biografia di Stefano Fortini-
«I primi Inventori e i primi Progettisti ragionatori sono i maggiori Filosofi. Le nazioni li hanno adorati. E io so che i buoni conoscitori onoreran sempre più chi immaginò un Alfabeto, chi abbozzò una Lingua, chi ordinò qualche Società, chi ritrovò ragionando l’aratro, il torchio, il molino, il telajo, che tutti i Commentatori di Platone, di Aristotele e di Newton.»
[Appiano Buonafede, Della Istoria della Indole di ogni Filosofia, vol. I, 1787]
Il 4 gennaio del 1716 nasceva a Comacchio, in provincia di Ferrara, il filosofo, poeta e monaco benedettino Appiano Buonafede (al secolo, Tito Benvenuto Buonafede), ricordato per i suoi “Ritratti poetici, storici e critici di varii moderni uomini di lettere” pubblicati nel 1745 con lo pseudonimo di Appio Anneo De Faba, e per le numerose opere di argomento filosofico, letterario e teologico.
Figlio di Fausto e di Nicolina Cinti, entrambi appartenenti ad antiche famiglie patrizie, il giovane Tito mostrò un precoce ingegno ed intraprese i primi studi nella sua città natale, avendo come maestri il cugino avvocato Giovanbattista Zappata e il letterato Niccolò Antonio Guidi. Rimasto orfano di padre, a diciott’anni decise di proseguire i propri studi entrando a far parte della Congregazione dei celestini, prendendo il nome di Appiano (in onore di Sant’Appiano di Comacchio).
Recatosi nel monastero di San Giovanni Battista a Bologna, si dedicò allo studio della filosofia, accogliendo con particolare interesse le dottrine newtoniane. Tre anni dopo si trasferì a Roma per studiare teologia e, una volta conseguita la laurea, fu trasferito a Napoli, dove si dedicò all’insegnamento. Nel capoluogo campano condivise l’esperienza della docenza con Giuseppe Orlandi, monaco celestino pressoché coetaneo, professore di fisica sperimentale e autore di alcuni trattati di matematica e fisica.
Fu proprio a Napoli che Buonafede compose i suoi primi “ritratti poetici” di uomini illustri, grazie ai quali ebbe un notevole successo nei salotti dei nobili che frequentava. La prima edizione, pubblicata nel 1745, conteneva sessanta sonetti, ognuno dei quali dedicato ad un personaggio illustre; questa sarebbe poi stata accresciuta fino al numero di ottantasette sonetti, corredati da numerose note storiche. L’opera, firmata con lo pseudonimo di Appio Anneo De Faba (un anagramma del suo nome), venne inserita nell’Indice dei libri proibiti.
Tra i “Ritratti” di Appiano Buonafede sono presenti anche quelli di numerosi filosofi naturali – oggi li diremmo scienziati –: Ulisse Aldrovandi, Jakob Bernoulli, Hermann Boerhaave, Robert Boyle, Tycho Brahe, Girolamo Cardano, Giandomenico Cassini, Niccolò Copernico, René Descartes, Galileo Galilei, Pierre Gassendi, Domenico Guglielmini, Christiaan Huygens, Gottfried Wilhelm von Leibniz, Eustachio Manfredi, Isaac Newton e Vincenzo Viviani.
Vi propongo il sonetto dedicato a Galileo Galilei.
GALILEI
Ve son quegli occhi di sottil veduta,
che disvelaro in ciel luci novelle,
le nebulose, e le medìcee stelle,
la Luna alpestre, e Venere cornuta?
Che la faccia del Sol vider sparuta,
e maculate le sue chiome belle?
Che con nuov’arti penetraro in quelle
Parti, u’ Natura è più buja e minuta?
Ve son que’ limpid’occhi, che all’ignoto
dier lume, e reser campi culti e aprichi
e le lunghezze, e i pendoli ed il moto?
Oimè! Si fero que’ begli occhi oscuri
che vider più, che tutti gli occhi antichi,
e i lumi fur de’ secoli futuri.
Nel sonetto, l’autore si chiede dove sono quegli occhi che hanno svelato in cielo “luci novelle”, facendo poi riferimento alle osservazioni di Galileo sulle nebulose (le quali sono sono nebbie indistinte ma ammassi di stelle indistinguibili ad occhio nudo), alla scoperta dei quattro maggiori satelliti di Giove (detti satelliti medìcei) e alle osservazioni sulla superficie della Luna (definita “alpestre” per via della presenza di monti e valli); infine, l’appellativo “cornuta” riferito a Venere allude alla scoperta delle fasi del secondo pianeta del sistema solare, simili a quelle lunari, per cui Venere appariva periodicamente come un disco pieno, una “mezzaluna” o una falce (da cui le corna).
La seconda strofa fa invece riferimento all’osservazione delle macchie solari, delle quali Galileo è considerato uno degli scopritori. Le “nuove arti” di cui parla il v. 7 sono il cannocchiale, il quale permette di penetrare la natura nelle sue parti più “buie”, e il microscopio, utilizzato da Galileo per osservare le parti più “minute”. Nelle due terzine le allusioni sono alle misure di lunghezza, al pendolo e al moto, concludendo tristemente che che gli acutissimi occhi di Galileo, che videro più di “tutti gli occhi antichi” e che furono lumi per i “secoli futuri” sono rimasti avvolti nelle tenebre della cecità.
Successivamente Buonafede entrò a far parte dell’Arcadia, un’accademia letteraria che prendeva il nome dalla regione dell’antica Grecia ritenuta patria della cosiddetta poesia pastorale o bucolica. Gli adepti venivano quindi chiamati “pastori” e “pastorelle” e assumevano pseudonimi ispirati ai miti e alla cultura greca. Il monaco assunse il nome di Agatopisto Cromaziano, con cui avrebbe firmato la maggior parte delle sue opere: “agathe” (Ἀγαθὴ) e “pistis” (Πίστις) sono due parole greche che significano “buona fede”, mentre il secondo nome è un riferimento a Cromazio, compagno di Diomede e leggendario fondatore della città di Comacchio.
Il letterato Saverio Mattei, intellettuale di spicco nella Napoli settecentesca, avrebbe definito i “Ritratti” di Appiano Buonafede “pittura parlante”. Nella prefazione alla quinta edizione scrive: «Presentate a Tiziano (mi si permetta un anacronismo), e ad Agatopisto il vecchio Spinoza: fatene fare il ritratto dall’uno, e dall’altro: troverete nel ritratto di Tiziano una poesia muta, e nel ritratto di Agatopisto una pittura parlante».
Il conte Giammaria Mazzuchelli, storico della letteratura bresciano, ha invece definito il monaco celestino «valoroso, franco, e versato nell’antica e moderna erudizione, e nelle Lingue, non meno che nella cognizione delle facoltà scientifiche più profonde, delle belle Lettere, della Storia, della Poesia, e della Critica».
Creato abate del monastero della SS. Trinità a San Severino di Puglia, Buonafede dovette, contro le sue abitudini, trascurare gli studi per occuparsi di problemi concreti di agricoltura: il “pastore” Agatopisto Cromaziano fu costretto così ad occuparsi realmente di condurre il bestiame al pascolo.
Successivamente fu trasferito a Rimini presso la chiesa di San Niccolò al Porto, edificio non più esistente a causa dei bombardamenti avvenuti durante la seconda guerra mondiale.
In Romagna si inserì scherzosamente nella polemica tra i medici Giovanni Bianchi e Antonio Cocchi, quest’ultimo sostenitore del “vitto pitagorico”, ovvero di una dieta vegetariana. In un’epistola satirica in versi, Buonafede consigliò a sua volta – almeno per i poetastri – il “vitto anassimenico”, consistente nel pascersi d’aria (il filosofo Anassimene di Mileto aveva individuato nell’aria l’arché, ovvero il principio fondamentale di tutte le cose).
Successivamente diede alle stampe una commedia in versi dal titolo “I filosofi fanciulli”, in cui personaggi quali Talete, Socrate, Anassagora e Democrito presentano alcune loro affermazioni avulse dal contesto in situazioni atte a suscitare il riso. L’opera, pur apprezzata da numerosi contemporanei, venne fermamente stroncata dal direttore della rivista “La Frusta Letteraria” Giuseppe Baretti, il quale ne negava ogni valore firmandosi con lo pseudonimo di Aristarco Scannabue. Buonafede rispose con la raccolta di novelle “Il Bue padagogo”, nella quale ironizzava sullo pseudonimo di Baretti, suggerendo di mutare il nome “Aristarco”, che significa “principe degli ottimi” in “Cachistarco”, ovvero “principe dei pessimi”, mentre per quanto riguarda “Scannabue”, sosteneva che il critico si presentasse come macellaio ma fosse in realtà un bue sotto mentite spoglie: «Togli via dunque quel superbo e falso nome di Scannabue, e scrivi Bue: e consolati anche di questo cangiamento, perché è maggiore vergogna esser Beccajo che Bue, […] e ogn’uno veridicamente potrà chiamarti Cachistarco Bue».
Nel 1755 Appiano Buonafede venne trasferito a Bologna per ricoprire il ruolo abate del monastero di Santo Stefano e, nel 1758, di quello di San Giovanni Battista, dove aveva studiato e presso il quale sarebbe rimasto molti anni. In Emilia riprese a frequentare i circoli letterari e strinse amicizia con i fratelli Giampietro e Francesco Zanotti, con Eustachio Manfredi, con Ludovico Savioli ed altri studiosi e intellettuali.
Mentre i “Ritratti” venivano più volte ristampati in versioni accresciute sia in numero sia in ampiezza delle note, Buonafede si dedicava alla scrittura delle sue più importanti opere di carattere filosofico. Nel 1761 diede alle stampe l’“Istoria critica e filosofica del suicidio ragionato” (Giuntini, 1761), un’approfondita disamina sulla pratica del suicidio nei popoli antichi e moderni, mentre nel 1763 pubblicò “Delle conquiste celebri esaminate col naturale diritto delle genti” (Riccomini, 1763), nel quale rifiutava di considerare la guerra quale mezzo naturale per la risoluzione dei conflitti tra le nazioni e definiva i doveri dei regnanti come diretti a procurare la pace, la tranquillità sociale e la felicità dei sudditi.
Nel 1766 cominciò a pubblicare la monumentale opera “Della istoria e della indole di ogni filosofia”, alla quale avrebbe lavorato per quindici anni. L’opera in sette volumi, considerata dallo stesso Buonafede la sua maggiore impresa letteraria, è forse la prima completa storia della filosofia pubblicata in Italia. Secondo Girolamo Baruffaldi, «il profondo raziocinio, la vasta erudizione, e la robustezza di stile non lasciano discernere, s’egli fosse più sublime e dotto Filosofo, o più elegante Scrittore», e che «qualunque argomento o in prosa, o in verso da lui preso a trattare, comparve sempre dal franco e robusto suo stile nobilmente maneggiato, svolto, ed illustrato in guisa, ond’essere il Buonafede riputato ed appellato il Voltaire dell’Italia» (Continuazione delle memorie istoriche di letterati ferraresi, Bianchi e Negri, 1811).
Nel 1771 venne eletto procuratore generale della Congregazione dei celestini e si trasferì a Roma, mentre nel 1777 divenne prefetto generale e fu costretto a risiedere per tre anni nell’Abbazia di Santo Spirito al Morrone, presso Sulmona: Buonafede, avvezzo com’era a frequentare alti prelati e salotti letterari, non si trovò a proprio agio nella solitudine di quel monastero isolato. Terminato il triennio abruzzese, il monaco tornò a Roma e, nel 1785, venne nominato da papa Pio VI abate perpetuo della chiesa di Sant’Eusebio all’Esquilino.
Il 7 marzo del 1791, di ritorno da una visita al cardinale Leonardo Antonelli, scrivolò e cadde in piazza Navona, fratturandosi l’anca. Non si riprese mai completamente e, il 17 dicembre del 1793, morì all’età di settantasette anni.
Il comune di Comacchio ha omaggiato il suo illustre cittadino intitolandogli una via: se andate su Google Maps non troverete però una via Appiano Buonafede, bensì una via Agatopisto, pseudonimo con cui il monaco amava firmare le proprie opere.
Stefano Fortini
* Articolo pubblicato il 4 gennaio 2026 su:
https://www.facebook.com/stefanofortini86
Foto: Vincenzo Milione (metà sec. XVIII), ritratto di Appiano Buonafede, olio su tela, 96 × 71 cm, Palazzina della Direzione Generale, Forlì.
Bibliografia:
– Appiano Buonafede, Della Istoria della Indole di ogni Filosofia, vol. I, Napoli, Porcelli, 1787;
– Appiano Buonafede, Ritratti poetici, storici, e critici di varj moderni uomini di lettere, quinta edizione, Napoli, Terres, 1789;
– Appiano Buonafede, Opuscoli di Agatopisto Cromaziano, Tomo I, Napoli, Porcelli, 1789;
Giuseppe Maria Bozoli, Studj biografici di rinomati italiani, vol. 3, Milano, Guglielmini, 1843;
– Giulio Natali, Buonafede, Appiano, Enciclopedia Italiana, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1930
– Giambattista Salinari, Buonafede, Appiano, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 15, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1972;
– Andrea Battistini, Maschere e idoli biografici: i Ritratti politici di Appiano Buonafede Andrea Cristiani (a cura di), Alle origini di una cultura riformatrice : circolazione delle idee e modelli letterari nella Comacchio del Settecento, Clueb, 1998, pp. 221-255.