Festival della letteratura a Budrio

III EDIZIONE FESTIVAL DELLA LETTERATURA DI BUDRIO
– Venerdì 26 aprile, ore 18 .Piazza Antonio di Budrio (in caso dimaltempo Galleria S. Agata)
Inaugurazione. Saluti istituzionali del Sindaco di Budrio: Maurizio Mazzanti. Conduce Giorgia Loi . Presentazione dei libri:
Stefano Antonini, Torna. Lettera di un padre a un figlio omosessuale, Astro Edizoni
Nicola Arcangeli, Rimini graffiti (il valzer dei cani), Clown Bianco Edizioni
Letture Chiara Frate e Tiziano Casella
Sabato 27 aprile, ore 18: Momenti poetici Piazza Antonio di Budrio (in caso di maltempo Galleria S. Agata) Conduce Mirella Cristaldi
Presentazione dei poeti Paola Mattioli e Roberto Dall’Olio
Premiazione vincitori “Certame Coronario Budriese”
sezione: poesia scuola superiore, premia Ermanno Bacca
– Domenica 28 aprile, ore 17 Libreria La Camera dei Segreti:Un romanzo sulla Brigata Garibaldi. Leggi Tutto

Tra poesia e dialetto al MAF

Al MAF di San Bartolomeo in bosco (FE) Via Imperiale, 263
Domenica 24 marzo, ore 15.30
INCONTRARSI AL MAF
TRA POESIA E DIALETTO
ESEMPI DI ESPRESSIVITÀ COLTA E POPOLARE
– Canti d’amore per San Martino
presentazione dell’omonima raccolta di versi di Carla Baroni
(Panda Edizioni) Ne parla con l’Artista Gianni Cerioli
A seguire:
Favole popolari drammatizzate tratte dal volume
Ai ȇra una vôlta (Pendragon edizioni e Regione Emilia-Romagna)
COMPAGNIA TEATRALE IL CAMPANILE DEI RAGAZZI”
(Marzabotto, Bologna)
* In conclusione buffet riservato a tutti gli intervenuti
MAF – Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese
Via Imperiale, 263 – 44100 San Bartolomeo in Bosco (Ferrara)
www.mondoagricoloferrarese.it           -info@mondoagricoloferrarese.it

Bisana, il mistero di un antico toponimo

Bisana
toponimo antico di un’area della bassa pianura presso il Reno, di cui
tanti vorrebbero conoscere l’origine e il significato. Ma una
risposta certa finora non è mai stata trovata. Ragion per cui si
possono solo fare ipotesi, partendo però da alcuni riferimenti
storici documentati.
Cominciamo da
Castello d’Argile,
nel cui territorio si trovano i riferimenti storici più antichi e
dove il toponimo  è tuttora presente nella denominazione di una
strada: v
ia Bisana Inferiore.
Attualmente porta questa denominazione
solo un tratto di strada nella parte ovest del territorio, che parte
dal bivio in fondo a via Croce, nel punto in cui termina la via
Minganti; prosegue verso nord e poi svolta verso ovest fino a
raggiungere il Reno. Il tratto di strada, che continua in direzione
nord, porta le denominazioni di Martinetti e poi di Rottazzi.
In passato e per secoli fu attribuito  il nome di Bisana a tutta la zona di campagna
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Ipotesi sull’origine del nome di Galliera. Franco Ardizzoni

IPOTESI SULL’ORIGINE DEL NOME DI GALLIERA
L’origine del nome di Galliera non è ben chiaro poichè esistono diverse ipotesi. Ipotesi espresse da studiosi seri e documentati come Alfonso Rubbiani ed Edmondo Cavicchi, ma anche da studiosi poco informati come Ovidio Montalbani.
Alfonso Rubbiani teorizzava che il nome potesse derivare dai Galli Boi , che avevano abitato le zone marginali dell’agro bolognese dopo l’arrivo dei Romani. Cioè come era avvenuto per altre località che ancora oggi conosciamo: come Gallo ferrarese (comune di Poggio Renatico), un altro Gallo (nei pressi di Castel S. Pietro), Forum Gallorum (oggi Castelfranco Emilia), Campus Gallianus (Campogalliano, oggi in provincia di Modena). Ma mentre per le suddette località la radice è sempre “Gall”, per Galliera non è¨ la stessa cosa in quanto nella latinità , in pieno Medioevo, il suo nome era “Galeria”, come risulta da alcuni documenti, di cui il più antico risale all’anno 997. Pertanto l’ipotesi di Rubbiani non avrebbe più senso poichèmille anni fa il nome era Galeria e soltanto successivamente, probabilmente per effetto del dialetto, divenne Galira e poi Galiera, con una sola  L . Infine Galliera.

– Un’altra ipotesi, proprio dovuta al nome Galeria, è avanzata nel 1868 dal prof. Francesco Rocchi, docente di archeologia all’Università di Bologna. Il Rocchi sosteneva che il nome Galeria derivasse dal nome della moglie dell’imperatore Antonino Pio, Annia Galeria Faustina, per via delle opere benefiche create e sostenute dall’imperatore a nome della moglie, donna di semplici costumi e di animo nobile, a favore delle fanciulle orfane e povere. Ma le opere benefiche dell’imperatrice erano dette “Istituzioni delle puellae Faustiniane”, e non delle “puellae Galeriane” , come
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Rileggendo “Le parole della memoria” di Giovanni Sola. Testo di Galileo Dallolio

E’ un piacere e una fortuna avere a disposizione
Le parole della memoria. Vocabolario, locuzioni e proverbi del dialetto finalese
di Giovanni Sola per la rivista finalese “La Fuglàra”.
Un piacere perchè la sua consultazione
permette di avere a disposizione rievocazioni di atmosfere e di
persone di molti decenni fa. Una fortuna perchè se non fosse stata
per la sua pazienza, dedizione e competenza , questo patrimonio non
ci sarebbe stato.
Dice bene il professor Lepschy nella presentazione:
Un ultimo motivo per cui lavori
come questo sono benvenuti, riguarda il loro valore civile. Ci
aiutano a non dimenticare il nostro passato, e a non lasciare morire
la cultura che si manifesta nei nostri idiomi locali, e la cui
ricchezza umana e sociale non è certo inferiore a quella legata alla
lingua nazionale che è venuta gradualmente a sostituirsi, invece che
ad affiancarsi ad essi come avrebbero voluto alcuni fra gli
intellettuali progressisti nel periodo postunitario, primo fra tutti
il fondatore della dialettologia italiana scientifica, G.I.Ascoli.

Con Giovanni ci si vedeva “sota Nadal , par Pasqua , pri Mort”
e la conversazione entrava subito
sul dialetto e sulle sue ricerche più recenti.
Ricordo una volta che si parlava sulla
possibile origine dell’espressione ‘l’è ad fata..’ e
sulle ragioni della rapida intesa che questa formula permetteva ‘mo
l’è ad fata..’. Interessante la ragione per l’ immediato
accordo tra parlanti ‘quand’ un l’è ad fata, a gh’è poc
da far..’.Si poteva essere corpulenti, magri, grassi …ma
essar ad fata , cioè avere certe ‘fattezze’, chiudeva
ogni altro discorso.
Per ricordare Giovanni, propongo
integrazioni e commenti ad alcune parole del suo vocabolario
attraverso citazioni a libri che parlano di dialetti e di parole, e
aggiungo un paio di ricordi.


Nella serata di presentazione delle
‘Parole della memoria’ un finalese, emigrato in Sud
America molti decenni prima , fece una domanda in un italiano
affaticato, poi scusandosi, chiese di potere parlare in dialetto e
la platea si emozionò per la perfezione della pronuncia.
Ricordo poi una telefonata con il prof.
Giulio Lepschy, autore della presentazione del libro. Suo padre,
dirigente a Venezia della Olivetti , azienda nella quale ho lavorato
per 31 anni , mi dette il suo numero di telefono.
Era estate , nella conversazione venne
fuori il tema del caldo. Rimasi colpito dai ricordi molto vivi
sulle parole del dialetto caldana, stòfag e sbuiúzz. Mi
disse che essendo sua madre, Sara Castelfranchi , finalese, lui
aveva trascorse diverse estati a Finale presso i parenti e che
ricordava con simpatia i ‘gir dal cundut’ con suo fratello
Antonio. Oggi è docente a Cambridge ed è uno dei massimi studiosi
di linguistica e di dialettologia.
NB – Segue la prima parte della raccolta
di vocaboli e modi di dire in dialetto finalese
Albi
1-abbeveratoio della stalla, 2- trogolo nel quale si versa la brodaglia per il maiale,
G.Sola)
Da “alveus”cavità in forma di ventre oblunga,
recipiente in forma di tinozza, catinella in forma allungata, letto
di un fiume’
. L’albi di Secatoi, l’indimenticabile ca’
ad campagna
, dove abitavano i Cursón,
Sandro, Cleante e i
me’ cusin
Tiglio, Cesarino e Lina, una volta riempita d’acqua, con una
pompa da lungo manico spinta
avanti e
indrè
, arrivavano lentamente il besti,
mucche che si chiamavano Mosca , Bianchina e altri nomi che ora non
ricordo.

Argiulì   (ristabilito, ringalluzzito G.Sola)
‘A l’ho vist tut argiulì. A sved c’al starÃ
ben
.’ Dietro a questa espressione a volte pareva di cogliere una nota di lieve
disappunto. Poter dire ‘
mo at sintù..a par che a csia gnù un tarabacìn..!’era
tutta un’altra cosa. C’era animazione, sorpresa e una sottintesa
considerazione mai dichiarata (‘
mei a lùche a mì’).
Quando ‘cal tal’ riappariva‘giulivo’, chi si
apprestava a commentarne la decadenza, si doveva ricredere.
‘Mo
a l’ho vist tut argiulì, as ved c’al n’era brisa mis maladal
tutt.Mei acsì.
.. (argiulì
potrebbe derivare dall’espressione ‘t
ornare giulivo’)

Arlià (1-irato, arrabiato, 2-
innervosito,
G.Sola) a) sfortuna, disdetta; b)
ripicco, dispetto; bonaria provocazione. –
Avèr
‘gh adré l’arlìa:
esser perseguitato dalla
sfortuna. –
Andär d’arlìa:
andar di ripicco, sfidarsi.  (Chiara Ricchi, Bruno
Ricchi Dizionario Palaganese-Italiano, Italiano-Palaganese)

Arloi  ‘Un orloio da solle Leggi Tutto

“Dialetto e cultura contadina”. Corso di aggiornamento al Museo della Civiltà contadina.

Dal 6 ottobre al 24 novembre 2005, tutti i giovedì alle 15, presso Villa Smeraldi a S. Marino di Bentivoglio, con il patrocinio di
Provincia di Bologna /Assessorato alla cultura
Regione Emilia Romagna/Istituto per i beni culturalil’ ISTITUZIONE VILLA SMERALDI – MUSEO DELLA CIVILTA’ CONTADINA
con la consulenza del
DIPARTIMENTO DI ITALIANISTICA DELL’UNIVERSITA’ DI BOLOGNA

e la collaborazione del “GRUPPO DI STUDI DELLA PIANURA DEL RENO
  ha  organizzato un Corso di aggiornamento per insegnanti e altri interessati sul tema
“DIALETTO E CULTURA CONTADINA”
Finalità : il corso, riconosciuto dal Centro Servizi Amministrativi di Bologna/ Ministero dell’Istruzione, si propone di fornire a un gruppo di insegnanti le conoscenze linguistiche ed etnostoriche idonee alla conduzione in ambito scolastico di esperienze di uso didattico del dialetto e a un approccio alla conoscenza di uno dei nuclei della cultura popolare del passato, la cultura contadina.
 – Destinatari: insegnanti delle scuole elementari e medie, inferiori e superiori, della provincia di Bologna, ma anche altri interessati.

– Periodo e sede: ottobre-novembre 2005; Villa Smeraldi, Via Sammarina, 35, S. Marino di Bentivoglio (Bo)

– Durata: 24 ore, suddivise in 8 incontri – uno alla settimana – della durata di tre ore ciascuno. In ogni incontro, sono previste due lezioni della durata di 1.30 ciascuna.

Partecipazione: gratuita e aperta sino alla concorrenza di circa 30 domande di iscrizione da effettuarsi via fax presso la Segreteria del museo – 051 89 83 77 – entro venerdì 16 settembre 2005

Calendario-programma del corso di aggiornamento Dialetto e cultura contadina

  •  – giovedì 6 ottobre ore 15.00
    Werther Romani (Dipartimento di Italianistica Bologna), “Lingua e dialetto nella scuola: ieri e oggi”
     ore 16.30 Elide Casali (Dipartimento di Italianistica Bologna),” Rappresentazioni della cultura contadina”
  • giovedì 13 ottobre ore 15.00 Bruna Badini (Dipartimento di Italianistica Bologna),” Profilo del dialetto bolognese: storia e caratteri” ore 16.30 Claudia Giacometti e Silvio Fronzoni (Istituzione Villa Smeraldi), ” Le piante e i lavori dei campi tra storia e dialetto”
  •  giovedì 20 ottobre  ore 15.00  Bruna Badini (Dipartimento di Italianistica),” Parole di un dialetto che cambia”
    ore 16.30  Claudia Giacometti e Silvio Fronzoni (Istituzione Villa Smeraldi),” Le piante dell’orto tra storia e dialetto”.
  •  
  • giovedì 27 ottobre ore 15.00  Bruna Badini (Dipartimento di Italianistica) “Scrivere e leggere il dialetto in classe”
     ore 16,30
    Claudia Giacometti (Istituzione Villa Smeraldi), Tiziano Casella (Scuola del dialetto di Budrio),” Approcci all’uso didattico del dialetto”
  • giovedì 3 novembre ore 15.00 Elide Casali (Dipartimento di Italianistica Bologna), “La religiosità  contadina”- Magda Barbieri (Gruppo di Studi della pianura del Reno) “Testimonianze di preghiere dialettali bolognesi”-

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La canzone dialettale bolognese. Fausto Carpani

Il dialetto in musica Appunti per una piccola storia. Sintesi dell’ intervento di Fausto Carpani de “La famàja bulgnàisa”

ConvegnoAl dialàtt e la scòla“ 27/11/2004 Villa Smeraldi-Museo della Civiltà  contadina S. Marino di Bentivoglio

  Nella primavera del 1926, un gruppetto di amici innamorati di Bologna , e alcuni di essi già  noti come autori di poesie, scritti o musiche ispirati alla tradizione bolognese, si fece promotore di un concorso di canzoni originali che, in dialetto o in lingua, esprimessero l’anima popolare petroniana.
Se il teatro bolognese aveva avuto alle sue spalle una lunga tradizione, risalente al XVI secolo con Giulio Cesare Croce (1550-1609), non altrettanto poteva dirsi della canzone , per la quale si trattava di operare non un rilancio ma una vera e propria nascita. Questa impresa poteva dunque apparire forzata, perchè in questo campo Bologna non vantava certo le tradizioni di Napoli o di Roma.

Canzoni aveva scritto e cantato lo stesso Croce (non a caso chiamato “della Lira“, una sorta di violino a cinque corde con cui si accompagnava) , dando l’avvio a quella non trascurabile successione di cantastorie arrivata con Piazza Marino (1909-1993) e Dina Boldrini fino ai giorni nostri.
Benchè si sia trattato di una produzione anonima e per lo più orale, non di meno essa può ritenersi comunque interprete di sentimenti popolari petroniani. Forse non è identificabile del tutto col genere che noi ora chiamiamo “canzone“. Ma in una raccolta pubblicata da Oreste Trebbi (1872-1944) intitolata “Zirudèl, sturièli e narzizàt“, appaiono vari componimenti che vi si avvicinano, specialmente fra le “narcisate”, tipicamente cantate per carnevale o negli intermezzi delle commedie popolari da “Narciso“, maschera sorta nel Settecento in quel di Malalbergo e che ebbe molta fortuna nella prima metà  dell’ ‘800. Narciso di vaglia fu l’arrotino Pietro Bernardi (1830-1869) ed è riconosciuto capolavoro del genere la narcisata di Cesare Bolognini che comincia: “I par mè, sgnàr Libèri”.
Lo stesso Trebbi , nel 1907, recuperò una di quelle musiche, sulle quali scrisse un perfetto esemplare dal titolo “Bulàggna la grassa”.
Ai giorni nostri, la tradizionale maschera di Narciso è stata recuperata da Luciano Manini, attore e profondo conoscitore della realtà  rurale.
Nel 1926, Gigèn Salèina ( il conte Luigi Salina, di buona cultura e distinto musicista), aveva composto e pubblicato una canzone su parole di Alfredo Testoni intitolata “Bòna nòt sunadaur“; un’altra ne aveva musicata alla fine del 1881 per la “Strenna 1882” del periodico “Ehi, ch’al scùsa”: “La Scuffiarenna”. La medesima strenna del 1884 pubblicava una canzone musicata da Guglielmo Zuelli (ancora su parole di Testoni, che firmò con il noto pseudonimo di “Tisento”), dal titolo Funiculì, funiculà che , richiamando così l’omonima canzone napoletana di Luigi Denza, satireggiava la funicolare sperimentata in quegli anni fra il Meloncello e San Luca.

Sono fatti isolati: si è tuttora concordi nel riconoscere che la canzone bolognese nacque con Carlo Musi (1851-1920), attore e creatore di gustosi monologhi che recitava nell’intervallo tra la commedia e la farsa. Per puro caso, nel 1882, si improvvisò autore di canzoni, scoprendosi una vena inesauribile che produsse fino al 1917 ben 67 brani di cui la maggior parte sono una cronaca quasi giornalistica della vita cittadina.
Dalla prima, la famosa “L’ èra Fal”, in cui mette alla berlina le entusiastiche intemperanze di tale Faccioli, che andava in estasi dinanzi ai virtuosismi della cantante lirica Antonietta Fricci, Musi descrisse personaggi e fatti di schietto stampo petroniano. Parlò dell’abbattimento delle torri emerse durante gli sventramenti operati per allargare via Rizzoli, dell’allargamento della cinta daziaria, della tassa sui teloni dei negozi, fino alla polemica sulle divise degli impiegati postali , che lo interessava direttamente, essendo egli uno di loro. Musi incarnò il tipo di petroniano allegro e amante del bel vivere, illudendosi per lungo tempo di poter campare facendo l’attore dialettale, sempre di buon umore nonostante le ristrettezze in cui si dibattè per anni.
Possiamo quindi considerare Musi l’iniziatore della canzone bolognese.

 FAUSTO CARPANI

Religiosità  popolare. Una preghiera non “canonica” in dialetto. Magda Barbieri

Articolo-testimonianza personale per il Corso di Aggiornamento su “Dialetto e cultura contadina“. Museo della Civiltà  contadina. S.Marino di Bentivoglio (ott./nov. 2005)
  
       Sgnour a m’ trag zò ,

        liverm a n’ al sò.

        Casomai ch’a nu’ m ‘ livàss ,

        l’alma mi a Dio a la làss,

        ch’al la lìva,

         ch’al la pàisa,

       ch’al la métta in dù» ag’sovv .

Per chi non conosce il dialetto bolognese possiamo farne una libera traduzione in italiano:
“Signore mi corico, /se mi alzerò non lo so /. Casomai non mi alzassi, / l’anima mia a Dio la lascio, / che la sollevi, / che la pesi/ che la metta dove gli sovviene.”/

 

Si tratta di una breve preghiera che mia nonna recitava ogni sera come introduzione, o talvolta a chiusura, di una serie di orazioni, ovvero di preghiere canoniche , recitate a memoria in un latino un po’ deformato, tipico di chi non conosceva nè il latino nè l’italiano .
Questa breve preghiera, pur nella sua semplicità , è una piccola poesia, e al tempo stesso l’ espressione spontanea di un sentimento religioso forse più chiaro ed efficace di tante enunciazioni teologiche ufficiali .
E’ anche l’espressione di una fede di impronta fatalistica, umile e rassegnata all’eventualità  , sempre incombente e quasi attesa, della morte. Ed esprime la fiducia nella giustizia di un Dio che raccoglierà  le anime dopo la morte del corpo, e le saprà pesare e valutare, e metterle dove meritano, secondo il suo saggio giudizio.
La si potrebbe intitolare Testamento della sera, di autore ignoto, nato tra i contadini di un’ area bolognese/ferrarese chissà  quando, e tramandato oralmente in ambito famigliare da nonne a madri e figlie o nuore per generazioni. Famiglie che si spostavano di frequente, da un fondo all’altro, da un Comune all’altro, in ambito provinciale o di aree confinanti , a causa degli sfratti ( cumbié, o commiati) che dovevano subire quando il numero dei componenti della famiglia non corrispondeva alle esigenze di braccia del fondo lavorato, e in rapporto alle bocche da sfamare, secondo gli interessi del padrone della terra. Famiglie che per secoli avevano conosciuto bene e di frequente la morte di loro componenti, neonati, bambini , giovani o adulti, per malattie improvvise, non curabili allora.

Mia nonna ( 1888-1979), si chiamava Rosa Guernelli in Barbieri, e aveva vissuto in parte a Corporeno e a Renazzo di Cento (Ferrara) , a Decima di Persiceto, e poi a Castello d’Argile, nel bolognese. Le mie bisnonne portavano i cognomi di Lanzoni e Risi, tipici di quelle zone.
Nella sua sequenza di orazioni serali a voce alta, dopo una giornata di fatiche, nonna Rosa non mancava mai di ricordare uno per uno tutti i suoi parenti defunti, genitori, fratelli o sorelle, il marito e la figlia morta in giovane età  ( quante rechia meterna donis domine… ho sentito…).
Forse questo non è un modello linguistico significativo, anzi , presenta qualche carattere anomalo o contaminato, rispetto al tipico bolognese e al ferrarese; ma è un esempio significativo di religiosità  popolare delle classi più umili, diffusa fino al secolo appena trascorso.
 
PREGHIERE E DIALETTI A CONFRONTO

Per chi volesse studiare e confrontare le espressioni religiose popolari dal punto di vista linguistico e di contenuto, in relazione alla loro collocazione geografica , faccio rilevare che alcune frasi ( o strofe) della stessa preghiera recitata da nonna Rosa, le ho trovate inserite, separatamente, in altre due preghiere che sono state rilevate da ricercatori in passato , rispettivamente, una a Bologna e l’altra a Castenaso.
Le due preghiere sono state trascritte nel bel libro “Costumanze e tradizioni del popolo bolognese”, pubblicato nel 1932 a cura di Oreste Trebbi e Gaspare Ungarelli , ristampato dall’editore Arnaldo Forni nel 1995.
La prima, rilevata nel territorio di Bologna , così recitava:

A lèt a lèt a vojj andèr
Tott i sant a vojj ciamèr
Tri da cò´ e trì da pì,
tott i sant j en mi fradii.
Al Sgnaur l’è al mi bòn pèder,
La Madona la mi bòna mèder,
San Zvàn al mi bòn paraint,
A spèr d’andèr a lèt sicuramaint,
Sicuramaint a j andarò
Gnent ed brott a m’insugnarò.
Se par dsgràzia an me livàss (*),
L’anma mi a Dio a la làss,

E a pregh l’Anzel Michel
Ch’am la lìva, ch’al la paisa,
Ch’al la metta a salvazian:
Sia benedatta st’urazian
E chi m’l’insgnè.

(*) La sottolineatura è per le tre espressioni quasi identiche a quelle della preghiera recitata da mia nonna, con la variante che qui a pesare l’anima è l’angelo Michele e l’orante si raccomanda di salvargliela.

Ma gli spunti per confronti non sono finiti, perchè abbiamo notato che una parte della preghiera bolognese sopra citata era nota e recitata anche in una versione ferrarese più breve; infatti, su uno di quei calendari che raccolgono proverbi, zirudelle, aneddoti e notizie varie di cultura popolare in dialetto ( al bòn ‘an fràrès / e la Fràra d’na vòlta -1993) era riportata la seguente Preghiera

â let a let a voi andar
Tutt i sant a voi ciamar
Trì da cò e trì da pìè
Tutt i sant ie mi fradii
Al Sgnor al mie bon padar
La Madona la mie bòna madar
San Zvan al mie bon parent
A sper d’ andar a let sicurament
Sicurament ag andarò

Non possiamo ovviamente garantire sull’esattezza della trascrizione, che potrebbe essere gravata da qualche refuso tipografico. Certo possiamo dire che la suddetta preghierina ha viaggiato, sulla bocca delle nostre ave, di nuovo nel bolognese, in questa formulazione:

       Urazian dla sira.
          A lèt a lèt a vlan andèr
          tott i sant avlan ciamèr.
          Tri da co e tri da pi
          tott i sant ien mi fradi.
          La Madona l’è mi mèder
          al Sgnaur l’è mi pèder
          san Lurenz l’è mi parant.
          Ca posa durmir stanott
          tranquillamant

Fatta salva la stessa riserva sulla trascrizione, vediamo che l’orante si preoccupa solo della tranquillità  del suo sonno e si appoggia alla protezione della Madonna , del Signore e di tutti i santi, citando però san Lorenzo invece di san Giovanni. Evidentemente c’era una predilezione personale o locale prevalente.
La versione di cui sopra l’abbiamo ripresa da un recente articolo, intitolato A tu per tu con Dio ma solo in dialetto (di Martina Spaggiari, su il Resto del Carlino, 29 luglio 2005) che riferiva di una ricerca in corso, di orazioni, poesie devozionali e sermoni natalizi, raccolti recentemente dal Teatro degli Alemanni e dal Club Il Diapason, per confluire in un libro di prossima pubblicazione a cura degli studiosi Gioia e Ferdinando Lanzi.

Da un’altra fonte popolare (Agenda de Al biasadè 1987), abbiamo rilevato un’altra versione della stessa orazione, tradotta in italiano , ed evidentemente di generazione più recente, attribuita alla zona collinare di Camugnano. E qui, il montanaro e la massaia, già  più acculturati, recitano così

A letto a letto me ne andai
E quattro angeli scontrai:
Due dai piedi, due da capo,
Gesù¹ Cristo dal mi lato,
Dal mi lato che mi disse
Che posassi e che dormissi
Che paura non avessi
nè di giorno nè di notte, nè nel punto della morte

Tralasciando una ulteriore variante, notiamo che qui torna il pensiero della morte. e su questa incombente eventualità  si incentra la seconda preghierina a cui avevamo accennato , rilevata a Castenaso, e che ingloba all’inizio un’altra frase simile a quella della preghiera di nonna Rosa, ma con l’aggiunta dell’ invocazione di Sacramenti canonici, di chiara influenza ecclesiastica.

Sgnaur am met zò,
Chi sa gnanch s’am livarò so;

Quater grazi av dmand a vo:
Cunfsian, Cumunian, Oli Santi
E la grazia dal Spirito Sant.

Come si può notare, dall’analisi-confronto di una semplice orazione in dialetto nelle sue diverse versioni , si può trovare materia per tante osservazioni sulle peregrinazioni della gente di campagna, sulle connessioni e contaminazioni dei linguaggi, su tanti aspetti umani e sociali del vivere la religiosità. Ci si può davvero scrivere un libro.

 Magda Barbieri

 PS Chiediamo scusa per la insufficiente presenza di una giusta accentazione e di qualche  segno diacritico, ma la tastiera del nostro computer non ci  consente di fare meglio

 

Dalla toponomastica popolare alla toponomastica “ufficiale”. Magda Barbieri

Nei secoli passati  solo le antiche grandi strade consolari romane avevano una denominazione  che derivava , appunto, dal nome del console  che le aveva fatte costruire : via Emilia, Aurelia, Cassia, Appia, ecc…; ma nelle campagne, e anche nelle città  , non esistevano denominazioni ufficiali per le  strade, nè  i numeri civici per le case, nè  indirizzi precisi come li abbiamo noi oggi. Nei documenti pubblici o atti notarili dove fosse necessario indicare una abitazione o un podere oggetto di compravendita, si usava scrivere il nome del proprietario   dell’edificio o del terreno venduto e i nomi dei proprietari dei terreni confinanti, “a levante“, “a ponente” , “a mezzogiorno” e “a tramontana“; se c’era, si citava la presenza di un fossato, o di un fiume confinante, o di uno ”  stradello pubblico” o di una “via che va a…”, seguita dal nome della località   verso cui la strada era diretta.

Per orientarsi e distinguere i luoghi e  le strade rurali e urbane,  nel parlare quotidiano, gli abitanti  si abituarono ad inventare  e usare denominazioni spontanee o popolari che, se  ben motivate e facilmente riconoscibili  e memorizzabili, diventavano di uso corrente nel tempo e per secoli.

 Nelle città  la denominazione poteva derivare dalla presenza prevalente di botteghe o artigiani di una determinata categoria ( fabbri, orefici, lanaioli, pescherie…), o anche dalle più  svariate e fantasiose motivazioni , che tramandavano la memoria di un episodio importante o curioso, la presenza di un edificio o di un’insegna  particolare.

  Nelle zone rurali le denominazioni popolari traevano origine spesso da caratteristiche naturali o ambientali, come la presenza di un grande albero o di più  alberi della stessa specie lungo il percorso (pioppi e roveri in particolare), di un bosco, di paludi o “lame” d’acqua; a volte poteva essere la denominazione di un oratorio all’inizio della via; altre volte, anzi spesso , era il cognome della famiglia dei possidenti dei terreni adiacenti e dell’immancabile palazzotto o villa signorile, presenti per secoli, che dava identità  e denominazione ad una via o a un borgo.

Capitava spesso anche che tali denominazioni popolari, nel corso del tempo, venissero storpiate o alterate per errata trasmissione orale consolidata successivamente, o per errata trascrizione su documenti ufficiali di parroci o di periti agrimensori, su relazioni e mappe  in atti di compravendita tra il 1500 e il 1700.

 Molte delle denominazioni spontanee e popolari antiche, originali o storpiate , trovarono una prima codificazione pubblica ufficiale nel bolognese, nel “Campione delle strade” eseguito dal perito Gian Giacomo Dotti nel 1774, su commissione della Legazione , e per tutti i “comuni” (ovvero comunità  parrocchiali e “massarie“) della provincia di Bologna (v. sotto uno stralcio della mappa di Argile).  Ma molte strade erano ancora senza nome e, comunque si trattava di una toponomastica  non ben definita e di uso  parziale.

 Forse pochi sanno che nella città  di Bologna, la prima numerazione delle case, distinta per “quartiere“, fu istituita dal Senato bolognese solo nel 1794 ( poco prima dell’arrivo di Napoleone), e il primo intervento generale della civica amministrazione in campo toponomastico fu fatto nel 1801, nel periodo di dominazione francese, con l’applicazione delle prime  targhe (o “lapidette”) col nome relativo , all’inizio di ogni via .

 Molte delle denominazioni popolari antiche sono poi diventate “ufficiali” nel corso del 1800 e registrate in appositi atti pubblici dello Stato Pontificio ( Restaurazione)  prima, e del Regno d’Italia poi; e sono tuttora in uso,  accanto alle denominazioni  nuove, scelte dalle autorità  comunali nel corso degli ultimi due secoli  per le vie più  recenti (o talvolta anche per quelle antiche , con nuove intitolazioni ).

 In Argile risulta una prima numerazione civica nel 1811, quando era temporaneamente compreso nella Municipalità  di Pieve di Cento, nel periodo di amministrazione napoleonica; ma si riferiva al solo “quartiere Castello” ( cioè  il piccolo centro urbano compreso tra le due Porte),  ed era attribuita  a 21 edifici in cui abitavano 57 famiglie; la numerazione partiva da 2 ( la canonica) e arrivava a 23.

 Dal  1815 risulta una numerazione civica anche per le strade di campagna,  annotata negli “Stati d’anime” parrocchiali e distinta non per vie ma per “quartieri” parrocchiali; la sequenza dei numeri  procedeva però con un ordine (o un disordine) di cui non siamo riusciti a capire il senso. Il numero più alto era il 199 e comprendeva anche le case di quella parte di Volta Reno che era sotto la giurisdizione della parrocchia di Argile, pur trovandosi in comune di Argelato.

 Essendo il Comune di Castello d’Argile nato nel 1828 come entità  amministrativa unica e autonoma con l’unione definitiva delle due  comunità parrocchiali  di Argile e Venezzano, risulta avere il primo elenco pubblico di strade comunali solo nel 1830, compilato dal primo segretario comunale, Paolo Baraldi e sottoscritto dal  primo Priore, Giuseppe Schiavina.

 In quell’elenco le strade erano distinte in 3 classi: principale, secondaria e consorziale;  per le denominazioni si riprendevano i toponimi più  consolidati e noti, tratti in buona parte anche dal “Campione” del Dotti, lasciando però molti spazi in bianco soprattutto nella frazione Venezzano,  poiché  evidentemente si ignorava o si era incerti sulla denominazione .

 Gli elenchi delle strade comunali si fecero via via più  completi dopo l’ istituzione del Regno d’Italia unita (1861) e con la promulgazione delle leggi del 1865, 1868 e seguenti, che dettavano le norme per la classificazione  delle strade, distinguendole tra provinciali, comunali, obbligatorie e vicinali, per attribuire le competenze e gli obblighi di manutenzione relativi.

 Ma molte denominazioni furono ancora imprecise fino alla fine del 1800, forse per mancanza di informazioni esatte da parte dei segretari comunali che si susseguirono .

 La numerazione civica distinta solo tra ” Castello” e “campagna” rimase a lungo e per tutto quel secolo , o quasi, subendo per lo più diverse variazioni , nel 1859 e nel 1883

 In particolare, in seguito all’aumento delle abitazioni e ad alcuni spostamenti nelle definizioni dei quartieri. Nel 1883  la numerazione in Castello arrivava a 107 e in campagna al 286 (compresa la parte di Volta Reno); furono attribuite anche numerazioni con sottomultipli, ad esempio 73a,73b, 73c ecc.. Venezzano aveva una sua numerazione parrocchiale a parte.

 L’attribuzione a tutte le case del territorio comunale di un indirizzo preciso con via e numero civico stabiliti dal Comune risulta in atto solo nel 1889, poco dopo l’attivazione  del primo servizio di “collettoria postale” comunale a Castello d’Argile e in coincidenza con l’attivazione della Tramvia Bologna- Pieve di Cento, e con un primo piccolo ufficio di Posta e Telegrafo.

                                                Magda Barbieri 

Estratto dalla “Guida al territorio di Castello d’Argile” con “Stradario storico”, in preparazione quando è stato scritto l’articolo . Libro pubblicato nel 2008 col titolo “Le strade di Castello d’Argile”
In foto in alto: la via Rottazzi, in  comune di Castello d’Argile, che trae il nome  dagli antichi “rottazzi”, laghetti che si erano formati dopo il 1460  in seguito alle ripetute rotte degli argini del vicino fiume Reno.

Un messaggio d’amore alla mamma da un poeta ferrarese

Miè màdarUna candela ad zzìra banadéta
brusà tuta par nu.
– Parché…
Parché aver préssia

ssé tant prèst l’è sìra,
par mi,
par ti,
par tuti?
Anche se è abbastanza facile da capire, per i non ferraresi traduciamo:
Mia madreUna candela di cera benedetta
bruciata tutta per noi
Perchè
Perchè aver

fretta
se tanto presto
è sera
per me,
per te,
per tutti?

Si tratta di due brevi poesie di Alfonso Ferraguti, nato e vissuto a Marrara (FE), esperto in agraria, per laurea e professione, uscito allo scoperto come poeta in età matura, con la raccolta ’Na manèla

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