“Dialetto e cultura contadina”. Corso di aggiornamento al Museo della Civiltà  contadina.

Dal 6 ottobre al 24 novembre 2005, tutti i giovedì alle 15, presso Villa Smeraldi a S. Marino di Bentivoglio, con il patrocinio di Provincia di Bologna /Assessorato alla cultura Regione Emilia Romagna/Istituto per i beni culturalil’ ISTITUZIONE VILLA SMERALDI – MUSEO DELLA CIVILTA’ CONTADINA con la consulenza del DIPARTIMENTO DI ITALIANISTICA DELL’UNIVERSITA’ DI BOLOGNA

e la collaborazione del “GRUPPO DI STUDI DELLA PIANURA DEL RENO
  ha  organizzato un Corso di aggiornamento per insegnanti e altri interessati sul tema
“DIALETTO E CULTURA CONTADINA”
Finalità : il corso, riconosciuto dal Centro Servizi Amministrativi di Bologna/ Ministero dell’Istruzione, si propone di fornire a un gruppo di insegnanti le conoscenze linguistiche ed etnostoriche idonee alla conduzione in ambito scolastico di esperienze di uso didattico del dialetto e a un approccio alla conoscenza di uno dei nuclei della cultura popolare del passato, la cultura contadina.
 – Destinatari: insegnanti delle scuole elementari e medie, inferiori e superiori, della provincia di Bologna, ma anche altri interessati.

– Periodo e sede: ottobre-novembre 2005; Villa Smeraldi, Via Sammarina, 35, S. Marino di Bentivoglio (Bo)

– Durata: 24 ore, suddivise in 8 incontri – uno alla settimana – della durata di tre ore ciascuno. In ogni incontro, sono previste due lezioni della durata di 1.30 ciascuna.

Partecipazione: gratuita e aperta sino alla concorrenza di circa 30 domande di iscrizione da effettuarsi via fax presso la Segreteria del museo – 051 89 83 77 – entro venerdì 16 settembre 2005

Calendario-programma del corso di aggiornamento Dialetto e cultura contadina

  •  – giovedì 6 ottobre ore 15.00
    Werther Romani (Dipartimento di Italianistica Bologna),
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La canzone dialettale bolognese. Fausto Carpani

Il dialetto in musica Appunti per una piccola storia. Sintesi dell’ intervento di Fausto Carpani de “La famàja bulgnàisa”

ConvegnoAl dialàtt e la scòla 27/11/2004 Villa Smeraldi-Museo della Civiltà  contadina S. Marino di Bentivoglio

  Nella primavera del 1926, un gruppetto di amici innamorati di Bologna , e alcuni di essi già  noti come autori di poesie, scritti o musiche ispirati alla tradizione bolognese, si fece promotore di un concorso di canzoni originali che, in dialetto o in lingua, esprimessero l’anima popolare petroniana.
Se il teatro bolognese aveva avuto alle sue spalle una lunga tradizione, risalente al XVI secolo con Giulio Cesare Croce (1550-1609), non altrettanto poteva dirsi della canzone , per la quale si trattava di operare non un rilancio ma una vera e propria nascita. Questa impresa poteva dunque apparire forzata, perchè in questo campo Bologna non vantava certo le tradizioni di Napoli o di Roma.

Canzoni aveva scritto e cantato lo stesso Croce (non a caso chiamato “della Lira“, una sorta di violino a cinque corde con cui si accompagnava) , dando l’avvio a quella non trascurabile successione di cantastorie arrivata con Piazza Marino (1909-1993) e Dina Boldrini fino ai giorni nostri.
Benchè si sia trattato di una produzione anonima e per lo più orale, non di meno essa può ritenersi comunque interprete di sentimenti Leggi Tutto

Religiosità  popolare. Una preghiera non “canonica” in dialetto. Magda Barbieri

Articolo-testimonianza personale per il Corso di Aggiornamento su “Dialetto e cultura contadina“. Museo della Civiltà  contadina. S.Marino di Bentivoglio (ott./nov. 2005)
  
       Sgnour a m’ trag zò ,

        liverm a n’ al sò.

        Casomai ch’a nu’ m ‘ livàss ,

        l’alma mi a Dio a la làss,

        ch’al la lìva,

         ch’al la pàisa,

       ch’al la métta in dù» ag’sovv .

Per chi non conosce il dialetto bolognese possiamo farne una libera traduzione in italiano:
“Signore mi corico, /se mi alzerò non lo so /. Casomai non mi alzassi, / l’anima mia a Dio la lascio, / che la sollevi, / che la pesi/ che la metta dove gli sovviene.”/

Si tratta di una breve preghiera che mia nonna recitava ogni sera come introduzione, o talvolta a chiusura, di una serie di orazioni, ovvero di preghiere canoniche , recitate a memoria in un latino un po’ deformato, tipico di chi non conosceva nè il latino nè l’italiano .
Questa breve preghiera, pur nella sua semplicità , è una piccola poesia, e al tempo stesso l’ espressione spontanea di un sentimento religioso forse più chiaro ed Leggi Tutto

Dalla toponomastica popolare alla toponomastica “ufficiale”. Magda Barbieri

Nei secoli passati  solo le antiche grandi strade consolari romane avevano una denominazione  che derivava , appunto, dal nome del console  che le aveva fatte costruire : via Emilia, Aurelia, Cassia, Appia, ecc…; ma nelle campagne, e anche nelle città  , non esistevano denominazioni ufficiali per le  strade, nè  i numeri civici per le case, nè  indirizzi precisi come li abbiamo noi oggi. Nei documenti pubblici o atti notarili dove fosse necessario indicare una abitazione o un podere oggetto di compravendita, si usava scrivere il nome del proprietario   dell’edificio o del terreno venduto e i nomi dei proprietari dei terreni confinanti, “a levante“, “a ponente” , “a mezzogiorno” e “a tramontana“; se c’era, si citava la presenza di un fossato, o di un fiume confinante, o di uno ”  stradello pubblico” o di una “via che va a…”, seguita dal nome della località   verso cui la strada era diretta.

Per orientarsi e distinguere i luoghi e  le strade rurali e urbane,  nel parlare quotidiano, gli abitanti  si abituarono ad inventare  e usare denominazioni spontanee o popolari che, se  ben motivate e facilmente riconoscibili  e memorizzabili, diventavano di uso corrente nel tempo e per secoli.

 Nelle città   la denominazione poteva derivare dalla presenza prevalente di botteghe o artigiani di una determinata categoria ( fabbri, orefici, lanaioli, pescherie…), o anche dalle più  svariate e fantasiose motivazioni , che tramandavano la memoria di un episodio importante o curioso, la presenza di un edificio o di un’insegna  particolare.

  Nelle zone rurali le denominazioni popolari traevano origine spesso da caratteristiche naturali o ambientali, come la presenza di un grande albero o di più  alberi della stessa specie lungo il percorso (pioppi e roveri in particolare), di un bosco, di paludi o “lame” d’acqua; a volte poteva essere la denominazione di un oratorio all’inizio della via; altre volte, anzi spesso , era il cognome della famiglia dei possidenti dei terreni adiacenti e dell’immancabile palazzotto o villa signorile, presenti per secoli, che dava identità   e denominazione ad una via o a un borgo.

Capitava spesso anche che tali denominazioni popolari, nel corso del tempo, venissero storpiate o alterate per errata trasmissione orale consolidata successivamente, Leggi Tutto

Un messaggio d’amore alla mamma da un poeta ferrarese

Miè mà dar
Una candela ad zzìra banadéta
brusà  tuta par nu.
– Parché…
Parché aver préssia

ssé tant prèst l'è sìra,
par mi,
par ti,
par tuti?
Anche se è abbastanza facile da capire, per i non ferraresi traduciamo:
Mia madre
Una candela di cera benedetta
bruciata tutta per noi
Perchè
Perchè aver

fretta
se tanto presto
è sera
per me,
per te,
per tutti?

Si tratta di due brevi poesie di Alfonso Ferraguti, nato e vissuto a Marrara (FE), esperto in agraria, per laurea e professione, uscito allo scoperto come poeta in età  matura, con la raccolta 'Na manèla

, nel 1960, Leggi Tutto

Note di toponomastica di Molinella. Tullio Calori

  Come si sa, dai tempi più¹ antichi la maggioranza dei centri urbani, delle piazze e delle strade acquisiva, con la mirabile continuità  della tradizione orale, appellativi motivati dai costumi, dalle caratteristiche naturali, da episodi storici o di modesta cronaca, da persone illustri o dalla parlata del luogo. Una toponomastica spontanea dunque che costituisce un patrimonio di storia locale che è necessario conoscere e gestire con attenzione. Fu la Rivoluzione Francese a diffondere la moda di intitolare vie e piazze a personaggi o avvenimenti che travalicavano l’ambito paesano, e così nell’odonomastica ( che ¨ una sezione della toponomastica dal greco odos= strada) le testimonianze epigrafiche ed onomastiche del passato divennero una sorta di sacrario o di elenchi celebrativi di patrioti, di glorie, nazionali o internazionali, nelle attività  umane.

Anche in Italia leggiamo nomi legati soprattutto alla storia, dall’Unità  in poi e ad avvenimenti degli ultimi decenni.. Tutto bene quando si rimane entro certi limiti ma molti luoghi si sono trasformati in un gigantesco pantheon o musei a cielo aperto.

Nel territorio di Molinella dove da sempre scorrono fiumi come il Reno e l'Idice e tanti canali regolati dall'uomo nonché zone depresse con acque stagnanti, la toponomastica spontanea conta un numero straordinario di idronimi che si riferiscono all'acqua in modo diretto ma spesso anche mediato: Marmorta, Miravalle, via Idice Abbandonato, via del Cavedone, Riviera Argentana, via Fiumevecchio, via Lungoreno, Passo dell'Argine del Quaderna, ma anche Traghetto, via dei Ponti, Rotta del Giardino, via Tagliamenazzo ed il nome della Molinella stessa. Nel 1950, su 198 toponimi, 93 erano tipici idronimi e 49 con allusione indiretta ma chiara ai corsi d'acqua. Anche la canalizzazione superficiale delle estese risaie contribuiva ad aumentare tali caratteristiche.

Questa toponomastica di Molinella cominciò ad essere ufficializzata solo negli ultimi anni del secolo XIX. In precedenza l'esigenza di un ordinamento era poco sentita perché capoluogo e frazioni furono soggetti nel periodo napoleonico a frequenti variazioni di confini con scompaginamento dell' onomastica stradale.

La numerazione civica, regolarizzata nel 1904, è stata aggiornata Leggi Tutto

Religiosità  e linguaggio popolare. Dalla preghiera all’imprecazione. Magda Barbieri

La bestemmia e il turpiloquio

Quando si parla di religiosità  popolare dei secoli scorsi, e in particolare del 1900, si riferisce sempre delle manifestazioni della fede, di riti e culti ufficiali e pubblici, tradizioni e costumi personali e famigliari, edifici religiosi, immagini sacre, preghiere e gesti di pietà  per chiedere benevolenza e grazie a Dio, alla Madonna, ai Santi.
Ma nel mondo contadino, e bracciantile, era presente anche un altro aspetto, che quasi sempre viene ignorato o deliberatamente evitato da studiosi e raccoglitori di memorie linguistiche e sociali: la pratica della bestemmia e del turpiloquio. Certo questo appare come un aspetto sgradevole, che agli occhi, e agli orecchi, di molti può generare un giudizio negativo nei confronti delle persone e delle classi sociali che lo praticavano più o meno diffusamente; e non bisogna dimenticare che la bestemmia, oltre ad essere considerata peccato mortale dalla Chiesa, se pronunciata pubblicamente, di fronte a due testimoni, era un reato da codice penale ( e lo è rimasto fino al 1999; ora è ancora punibile con sanzione amministrativa).

Ma non si può prendere dalla storia solo quello che ci piace o corrisponde alle nostre teorie o desideri. E non si può giudicare o valutare, o semplicemente riferire di una espressione linguistica, senza conoscere e cercare di capire il contesto sociale e umano e il sentimento da cui scaturisce.

Dunque, Leggi Tutto

“Il dialetto e la scuola”. Cronaca del convegno a Villa Smeraldi

E’ stata una giornata intensa e ricca di interventi e contributi, sicuramente molto significativi e indicativi di punti di vista diversi e di una varietà   di iniziative espresse dal territorio bolognese, sul tema del rapporto tra dialetto e scuola, davanti ad un pubblico numeroso e attento, presente dal mattino alla sera. Parliamo del Convegno intitolato Al dialatt e la scola. Per un uso didattico del dialetto nelle scuole bolognesi”, svoltosi il 27 novembre scorso

a Villa Smeraldi , S. Marino di Bentivoglio, per iniziativa dell’Istituzione-Museo della Civiltà  contadina, dell’Assessorato alla cultura della Provincia di Bologna, dell’Istituto per i Beni Culturali della regione Emilia-Romagna, con la consulenza del Dipartimento di Italianistica dell’Università  di Bologna, con il patrocinio del Centro Servizi Amministrativi di Bologna del Ministero dell’Istruzione, e , infine,  con la collaborazione del nostro Gruppo di Studi della Pianura del Reno.

Tanti enti e istituzioni, dunque, mobilitati per valutare le possibilità  di recuperare e ridare vitalità  e  senso ad una lingua popolare antica, da molti ormai ritenuta ” morta”, ma che conserva ancora molte potenzialità  come strumento didattico in campo linguistico e storico, e come mezzo espressivo di una cultura materiale ricca  anche di valori spirituali.

Le valutazioni dei relatori sono state tutte sostanzialmente Leggi Tutto

Una poesia in dialetto ferrarese per la salama da sugo

Per celebrare i 10 anni di attività , l’AR.PA.DIA , Archivio Padano dei Dialetti, ha diffuso una poesia  dedicata a “La salama da sugh frarésa”, un testo lirico di Alberto  Goldoni quanto mai ad hoc in questo periodo di feste legato alle prelibatezze ferraresi che vanno gustate in famiglia. E' un pezzo davvero da non dimenticare legato ad una tradizione alimentare che ormai è…patrimonio
dell'umanità . Alberto Goldoni fu un  pioniere nel suo genere nella  città  di Ferrara, tra i migliori poeti e scrittori ferraresi in lingua italiana e dialettale, mancato al ‘suo’ pubblico nel settembre del 1990.
La poesia è tratta da “La poesia dialettale ferrarese“, antologia di opere tra Città  e Provincia, a cura di Maria Cristina Nascosi, Ferrara, Comune di Ferrara, 1998, primo volume, anzi Numero Zero di Cà³m a dzcurévan / Come parlavamo, la collana, che giungerà  a breve al dodicesimo volume, di AR.PA.DIA., l’Archivio Padano dei Dialetti, nato ormai 10 anni fa e curato dalla stessa Nascosi per il Centro Etnografico / Centro di Documentazione Storica dell’Assessorato alle Politiche ed Istituzioni Culturali del Comune di Ferrara.
Ecco dunque il testo poetico-gastronomico, delizia dei ferraresi (*):

LA SALAMA DA SUGH FRARÉSA
Prima ad védrat int al piat,  o bèla salamina,
at sént
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Dialetto ed educazione linguistica tra passato e presente di un rapporto difficile. Werther Romani

Traccia della relazione di Werther Romani Università  di Bologna Convegno al dialà tt e la scola“,  27 /11/ 2004 

Villa Smeraldi S. Marino di Bentivoglio

  N B Si precisa che il seguente testo è una semplice “traccia”, che riassume per sommi capi l’ intervento che il prof. Romani, docente dell’Università  di Bologna, Dipartimento di Italianistica, ha svolto in modo più argomentato e completo al Convegno. Questo è  testo distribuito ai presenti.

SCUOLA E DIALETTO: STORIA DI UN RAPPORTO DIFFICILE

1) La situazione pre-unitaria

I dialetti sono usati normalmente -sia dagli analfabeti, sia dalle persone colte- nella comunicazione orale (ma c’è anche una, sia pur limitata, letteratura dialettale). L’italiano (sostanzialmente quello dei “classici” codificati dalla “Crusca”) è usato nella scrittura (ma, in certe situazioni, e da una ristrettissima minoranza, anche oralmente).
Nelle scuole ( tenute quasi sempre da religiosi) – ma i primi rudimenti tecnici della lettura e della scrittura vengono dati privatamente in casa o dal parroco- si insegna soprattutto il latino; poco l’italiano , meno che mai il dialetto, che per quasi tutti era la lingua materna. Quindi, in sostanza, il problema di un rapporto conflittuale scuola-dialetto non si poneva.

2) L’ Unità  d’ Italia e la questione della lingua.

La spinta risorgimentale verso l’unificazione pèolitica condizione Leggi Tutto