Note di toponomastica di Molinella. Tullio Calori

  Come si sa, dai tempi più¹ antichi la maggioranza dei centri urbani, delle piazze e delle strade acquisiva, con la mirabile continuità  della tradizione orale, appellativi motivati dai costumi, dalle caratteristiche naturali, da episodi storici o di modesta cronaca, da persone illustri o dalla parlata del luogo. Una toponomastica spontanea dunque che costituisce un patrimonio di storia locale che è necessario conoscere e gestire con attenzione. Fu la Rivoluzione Francese a diffondere la moda di intitolare vie e piazze a personaggi o avvenimenti che travalicavano l’ambito paesano, e così nell’odonomastica ( che ¨ una sezione della toponomastica dal greco odos= strada) le testimonianze epigrafiche ed onomastiche del passato divennero una sorta di sacrario o di elenchi celebrativi di patrioti, di glorie, nazionali o internazionali, nelle attività  umane.

Anche in Italia leggiamo nomi legati soprattutto alla storia, dall’Unità  in poi e ad avvenimenti degli ultimi decenni.. Tutto bene quando si rimane entro certi limiti ma molti luoghi si sono trasformati in un gigantesco pantheon o musei a cielo aperto.

Nel territorio di Molinella dove da sempre scorrono fiumi come il Reno e l’Idice e tanti canali regolati dall’uomo nonché zone depresse con acque stagnanti, la toponomastica spontanea conta un numero straordinario di idronimi che si riferiscono all’acqua in modo diretto ma spesso anche mediato: Marmorta, Miravalle, via Idice Abbandonato, via del Cavedone, Riviera Argentana, via Fiumevecchio, via Lungoreno, Passo dell’Argine del Quaderna, ma anche Traghetto, via dei Ponti, Rotta del Giardino, via Tagliamenazzo ed il nome della Molinella stessa. Nel 1950, su 198 toponimi, 93 erano tipici idronimi e 49 con allusione indiretta ma chiara ai corsi d’acqua. Anche la canalizzazione superficiale delle estese risaie contribuiva ad aumentare tali caratteristiche.

Questa toponomastica di Molinella cominciò ad essere ufficializzata solo negli ultimi anni del secolo XIX. In precedenza l’esigenza di un ordinamento era poco sentita perché capoluogo e frazioni furono soggetti nel periodo napoleonico a frequenti variazioni di confini con scompaginamento dell’ onomastica stradale.

La numerazione civica, regolarizzata nel 1904, è stata aggiornata Leggi Tutto

Religiosità  e linguaggio popolare. Dalla preghiera all’imprecazione. Magda Barbieri

 

La bestemmia e il turpiloquio

Quando si parla di religiosità popolare dei secoli scorsi, e in particolare del 1900, si riferisce sempre delle manifestazioni della fede, di riti e culti ufficiali e pubblici, tradizioni e costumi personali e famigliari, edifici religiosi, immagini sacre, preghiere e gesti di pietà per chiedere benevolenza e grazie a Dio, alla Madonna, ai Santi.
Ma nel mondo contadino, e bracciantile, era presente anche un altro aspetto, che quasi sempre viene ignorato o deliberatamente evitato da studiosi e raccoglitori di memorie linguistiche e sociali: la pratica della bestemmia e del turpiloquio. Certo questo appare come un aspetto sgradevole, che agli occhi, e agli orecchi, di molti può generare un giudizio negativo nei confronti delle persone e delle classi sociali che lo praticavano più o meno diffusamente; e non bisogna dimenticare che la bestemmia, oltre ad essere considerata peccato mortale dalla Chiesa, se pronunciata pubblicamente, di fronte a due testimoni, era un reato da codice penale ( e lo è rimasto fino al 1999; ora è ancora punibile con sanzione amministrativa).

Ma non si può prendere dalla storia solo quello che ci piace o corrisponde alle nostre teorie o desideri. E non si può giudicare o valutare, o semplicemente riferire di una espressione linguistica, senza conoscere e cercare di capire il contesto sociale e umano e il sentimento da cui scaturisce.

Dunque, Leggi Tutto

“Il dialetto e la scuola”. Cronaca del convegno a Villa Smeraldi

E’ stata una giornata intensa e ricca di interventi e contributi, sicuramente molto significativi e indicativi di punti di vista diversi e di una varietà  di iniziative espresse dal territorio bolognese, sul tema del rapporto tra dialetto e scuola, davanti ad un pubblico numeroso e attento, presente dal mattino alla sera. Parliamo del Convegno intitolato Al dialatt e la scola. Per un uso didattico del dialetto nelle scuole bolognesi”, svoltosi il 27 novembre scorso

a Villa Smeraldi , S. Marino di Bentivoglio, per iniziativa dell’Istituzione-Museo della Civiltà contadina, dell’Assessorato alla cultura della Provincia di Bologna, dell’Istituto per i Beni Culturali della regione Emilia-Romagna, con la consulenza del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna, con il patrocinio del Centro Servizi Amministrativi di Bologna del Ministero dell’Istruzione, e , infine,  con la collaborazione del nostro Gruppo di Studi della Pianura del Reno.

Tanti enti e istituzioni, dunque, mobilitati per valutare le possibilità di recuperare e ridare vitalità e  senso ad una lingua popolare antica, da molti ormai ritenuta ” morta”, ma che conserva ancora molte potenzialità come strumento didattico in campo linguistico e storico, e come mezzo espressivo di una cultura materiale ricca  anche di valori spirituali.

Le valutazioni dei relatori sono state tutte sostanzialmente Leggi Tutto

Una poesia in dialetto ferrarese per la salama da sugo

Per celebrare i 10 anni di attività, l’AR.PA.DIA , Archivio Padano dei Dialetti, ha diffuso una poesia  dedicata a “La salama da sugh frarésa”, un testo lirico di Alberto  Goldoni quanto mai ad hoc in questo periodo di feste legato alle prelibatezze ferraresi che vanno gustate in famiglia. E’ un pezzo davvero da non dimenticare legato ad una tradizione alimentare che ormai è…patrimonio
dell’umanità . Alberto Goldoni fu un  pioniere nel suo genere nella  città di Ferrara, tra i migliori poeti e scrittori ferraresi in lingua italiana e dialettale, mancato al ‘suo’ pubblico nel settembre del 1990.
La poesia è tratta da “La poesia dialettale ferrarese“, antologia di opere tra Città e Provincia, a cura di Maria Cristina Nascosi, Ferrara, Comune di Ferrara, 1998, primo volume, anzi Numero Zero di Cóm a dzcurévan / Come parlavamo, la collana, che giungerà a breve al dodicesimo volume, di AR.PA.DIA., l’Archivio Padano dei Dialetti, nato ormai 10 anni fa e curato dalla stessa Nascosi per il Centro Etnografico / Centro di Documentazione Storica dell’Assessorato alle Politiche ed Istituzioni Culturali del Comune di Ferrara.
Ecco dunque il testo poetico-gastronomico, delizia dei ferraresi (*):

LA SALAMA DA SUGH FRARÉSA
Prima ad védrat int al piat,  o bèla salamina,
at sént
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Dialetto ed educazione linguistica tra passato e presente di un rapporto difficile. Werther Romani

Traccia della relazione di Werther Romani Università di Bologna Convegno al dialàtt e la scola“,  27 /11/ 2004 

Villa Smeraldi S. Marino di Bentivoglio

  N B Si precisa che il seguente testo è una semplice “traccia”, che riassume per sommi capi l’ intervento che il prof. Romani, docente dell’Università di Bologna, Dipartimento di Italianistica, ha svolto in modo più argomentato e completo al Convegno. Questo è  testo distribuito ai presenti.

SCUOLA E DIALETTO: STORIA DI UN RAPPORTO DIFFICILE

1) La situazione pre-unitaria

I dialetti sono usati normalmente -sia dagli analfabeti, sia dalle persone colte- nella comunicazione orale (ma c’è anche una, sia pur limitata, letteratura dialettale). L’italiano (sostanzialmente quello dei “classici” codificati dalla “Crusca”) è usato nella scrittura (ma, in certe situazioni, e da una ristrettissima minoranza, anche oralmente).
Nelle scuole ( tenute quasi sempre da religiosi) – ma i primi rudimenti tecnici della lettura e della scrittura vengono dati privatamente in casa o dal parroco- si insegna soprattutto il latino; poco l’italiano , meno che mai il dialetto, che per quasi tutti era la lingua materna. Quindi, in sostanza, il problema di un rapporto conflittuale scuola-dialetto non si poneva.

2) L’ Unità d’ Italia e la questione della lingua.

La spinta risorgimentale verso l’unificazione pèolitica condizione Leggi Tutto

L’Amore in dialetto ferrarese

Per un San Valentino quasi classico,  AR.PA.DIA., l’Archivio Padano dei Dialetti, curato da Maria Cristina Nascosi per il Centro Etnografico Ferrarese / Centro di Documentazione Storica del Comune di  Ferrara ,  propone una bella lirica di Beniamino Biolcati, maestro, poeta, un benemerito  nomen omen – pioniere, uno dei padri fondatori delle regole grammaticali e sintattiche della nostra lingua e cultura dialettale, avendo scritto decenni fa un testo in merito che ancora fa scuola. Da: “La poesia dialettale ferrarese” Antologia di opere tra Città  e Provincia, a cura di Maria Cristina Nascosi, Ferrara, Comune di Ferrara, 1998, riportiamo:
L’Amór còs’èl
Amór l’è vlérass bén
con anma e cuór, l’è desidèri ’d
stars’avsìn, ciapars par man
par aiutars’int il dificultà ch’li j’è sémpar tanti.

Amór a vòl dir capirs, scambiars’i sentimént,
sia bèi che brut, e santir che insiém
a sa sta purassà bén.

Un bas, una carézza, un cumplimént
j’a da far bà tar fòrt al cuór
e far cambiar culór.
Int un abrazz bén strich
ass dév pruvà r in tut al còrp
un frèmit, una scòssa ach dà piasér ad vìvar
e al desidèri’d
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“Vogliamo parlare di dialetto?…” Luciano Manini

Bene, parliamo il dialetto! ma  che cosa è il dialetto?, e secondo chi? dove abita?  a cosa serve?  domande amletiche!
Proviamo a rispondere; cominciamo dalla seconda e rispondiamo anche alla prima: la risposta per gli scolarizzati e su fino a intellettuali, accademici e rettori, vedere la vocabolaristica. Per coloro che sono sempre stati considerati esseri inferiori, perchè analfabeti o quasi, è stata l’unica lingua conosciuta e il principale, se non unico, modo di comunicare; in quella lingua si esprimeva tutto il loro mondo del quale essa lingua era la figlia; definita, spesso spregiativamente, dialetto.

A questo punto abbiamo stabilito che il dialetto è stato, nei secoli passati, il linguaggio di coloro che non sono mai stati nessuno nei confronti di chi era, quanto meno scolarizzato; anche se è vero che nei secoli passati esisteva un dialetto colto ma in città , con altri contenuti, anche per il popolo. Oggi, il dialetto della bassa bolognese e i dialetti della regione Emilia-Romagna in generale, rimangono la chiave, il mezzo che ci permette di entrare nel mondo del lavoro, dell’esistenza, della vita delle classi subalterne.

 Terza domanda: dove abita? è semplice, fra coloro che lo parlano, che ne sono anche i depositari, nonchè padroni della cultura che l’ha prodotto e lo produce. Meno attendibile è la risposta Intelletual-Accademica, la quale a quanto se ne sa, si limita a fare campionature ma in quanto ad entrare Leggi Tutto

Poesie in dialetto premiate a Pieve di Cento

Concorso Letterario Nazionale Le quattro porte , organizzato dal Laboratorio di Ricerca culturale
di Pieve di Cento. 10.a edizione . 2007

Sezione poesia dialettale
-1.a classificata, di Bruno Zannoni – Ferrara in Dialetto romagnolo (cervese)
“Garbèn”
Al dóndla e al sbatt, al cânn
sò l’ónda de garbèn
e al sbatòcia insèn
sò l’ós de mi capânn.

‘Ste vënt bulènt ad lói
tra i rém e’ fróla e e’ fés-cia
e sénza pês l’armés-cia
la pólvar cun al fój;
e’ strésa sò la strèna,
tót quel ch’e’ tóca
e’ brusa;
pù, sénza dmandê scusa
e’ córr vérs a marèna
e là e’ mócia e e’ spà za
spinzénd l’ónda luntân
e u s’gôd a quëlch gabiân
ad arvinê la càza.
E’ pàsa e u’n fÃ
tént dscurs

‘ste vënt che l’asarméja
a l’ânma ch’ la s’apéja
brusêda da i rimùrs.

“Garbìno” (Libeccio)
Dondolano e sbattono le canne
sotto l’onda del garbino
e insieme picchiano
sulla porta del mio capanno.
Questo vento bollente di luglio
tra i rami
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Ricordo di un poeta della “ferraresità“

Ricordo di Bruno PASINI, da AR.PA.DIA., nel decennale della morte
Esattamente dieci anni fa, in questi primi giorni del mese di gennaio 2009 , moriva Bruno Pasini, il poeta per antonomasia della “Ferraresità” e, forse ancor più, del suo splendido territorio d’Acqua. Di lui ci si è sempre ricordati negli anni, molto s’è scritto: aggiungere qualcosa sarebbe vanamente pleonastico. Ma non è mai inutile ricordare che nessuno come Bruno – così legato al suo luogo d’origine ed ai suoi dintorni, Massafiscaglia – ha mai ‘cantato’ come lui del Delta, delle sue peculiarità , della sua intrinsecalirica, terragna e viscerale. Non a caso Giuseppe Gabriele Sacchi sul periodico da lui allora diretto, Nuova Civiltà, nel 1999, aveva scritto, tra l’altro: “…La scomparsa di Bruno Eugenio Pasini, avvenuta nella sua Ferrara che tanto amava, lascia un grande vuoto nella cultura ferrarese (…) Era nato da famiglia di agricoltori, a Massa Fiscaglia, dove si apre quel territorio che egli amava chiamare “Al mié Delta”, ove il Grande Fiume incontra l’Adriatico e del quale ha cantato in versi stupendi ogni forma di vita e di lavoro…”.
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L’Italia dei dialetti: da studiare, ma non per dividersi. Magda Barbieri. 2009

Non so se convenga a qualcuno riportare l ‘Italia allo stato in cui si trovava nel basso medioevo o, più o meno nel 1200 (cartina a lato), con marchesati, ducati, contee, principati vescovili, qualche repubblica marinara, o, comunque città -stato più o meno estese, l’una contro l’altra armate, talvolta alleate contro, o pro, l’Imperatore germanico, o contro, o pro, il Papa di Roma. A sentire certe proposte che rimbalzano sulla stampa in questi giorni, per imporre esami di dialetto ai professori, bandiere e inni regionali da fissare nella Costituzione, bandiere padane e confusi federalismi, sembra proprio che si voglia rimettere all’Italia il folkloristico e infausto vestito di Arlecchino (dismesso nel 1860 con l’Unità ) e riportarla indietro nella storia, senza peraltro conoscere la storia, sia politica che linguistica del nostro Paese. Certamente conoscere la storia è un impegno gravoso, che richiede uno studio approfondito al quale i politici (e molti dei loro elettori) forse fanno troppa fatica a sottoporsi. Ma una infarinatura almeno potrebbero darsela.
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