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Villa Giovannina. Alberto Tampellini


Testo tratto dal libro “Le dimore dei signori Marefosca editore, 2004, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. Foto di Floriano Govoni
Percorrendo la strada che da Persiceto conduce a Ferrara, in prossimità di Cento ci si trova improvvisamente a fiancheggiare un lungo duplice filare di alti pioppi cipressini alla fine del quale, fiabesca e suggestiva, appare la visione di quell’austera mole architettonica chiamataGiovannina, la cui aristocratica presenza da alcuni secoli nobilita le plaghe al confine tra il Persicetano e il Centese.
Eppure, per moltissimo tempo, l’origine di questo castello turrito è stata oggetto di equivoci e fraintendimenti che perdurano tuttora. E’ infatti opinione popolare assai diffusa che il palazzo fortificato prenda il nome da Giovanni II Bentivoglio, che fu signore di Bologna dal 1462 al 1506 e le cui opere di bonifica idraulica e di sviluppo edilizio in queste zone della Bassa Bolognese diedero in effetti nuovo impulso economico e demografico a territori un tempo semipaludosi. Azzardata si dimostra però tale attribuzione, come del resto quella del progetto, per il quale si è fatto il nome del famoso architetto Sebastiano Serlio (1475-1554/5). Si tratta di tesi sostenute probabilmente sulla scorta delle notizie riportate (senza citarne la fonte) dall’erudito centese Gaetano Atti nel sec. XIX (1).
Solamente una decina di anni or sono le attente ricerche effettuate da Fausto Gozzi a seguito di precise analisi documentarie hanno potuto ricondurre alla realtà storica le remote origini di un edificio tanto famoso quanto ancora sconosciuto, attribuendone la costruzione alla famiglia senatoria bolognese degli Aldrovandi. 
  La stirpe d’Ildebrando   

 

 

Anche se gli Aldrovandi costituirono una delle famiglie più nobili e ragguardevoli di Bologna, le origini di questa casata, al pari di altre, sembrano perdersi nella leggenda. Provenienti da Castel de’ Britti (sul crinale appenninico sopra l’Idice), ove conservarono a lungo una serie di beni passati poi ai Fava, furono considerati discendenti di un tal Ildebrando, longobardo, da cui avrebbero preso il nome.

Le prime notizie certe risalgono invece al secolo XII, quando la famiglia, già insediatasi a Bologna, fu detta “dal Vivaro” perché residente in quella contrada. Sappiamo infatti che, a partire da quest’epoca, i suoi membri iniziarono a ricoprire importanti cariche pubbliche e ad avere un peso nelle vicende politiche del Comune. Tra i primi ad essere menzionati dalle fonti è un Pietro Aldrovandi che figura tra i testimoni del solenne giuramento con cui gli abitanti di Oliveto (centro fortificato arroccato su di un picco nell’alta valle del Samoggia) si sottomisero a Bologna nell’anno 1175. Altri, in seguito, furono ammessi nel Collegio dei Savi e, a partire dalla metà del XIV secolo (con Giovanni e Pietro), ricoprirono più volte l’Anzianato. Agli inizi del XV secolo Nicolò Aldrovandi, dottore in legge e membro del Consiglio dei Quattrocento, divenne gonfaloniere di giustizia, espletando importanti incarichi diplomatici per conto del governo cittadino.

Nello stesso periodo, dalla famiglia uscirono anche lettori di diritto presso lo studio bolognese, ambasciatori e magistrati; come quel Giovanni Francesco Aldrovandi che, nel 1494, ospitò in casa propria per oltre un anno il giovane Michelangelo Buonarroti, commissionandogli alcuni lavori in città (2).

Un Leonardo Aldrovandi, già membro degli Anziani, fu inviato nel 1512 dal governo bolognese nel castello di San Giovanni in Persiceto, in qualità di commissario (3), mentre un Annibale Aldrovandi fu nominato Cavaliere.  Grandissimo rilievo in campo culturale ebbe poi  Ulisse Aldrovandi (1522-1605), medico, scienziato e naturalista di grande fama, autore di numerose opere erudite in campo botanico e zoologico e creatore del cosiddetto “Museo Aldrovandiano”, cioè di quella raccolta ragionata di minerali, fossili, campioni botanici, oggetti esotici e stravaganti, reperti archeologici e naturalistici di cui fece poi dono al Comune con atto testamentario. Agli Aldrovandi furono concessi la dignità senatoria nel 1467, per volontà di papa Paolo II, e, in due diverse riprese, dall’imperatore Carlo V nel 1535, ottenendo inoltre di poter inserire l’aquila imperiale nell’arme del casato il titolo comitale: dapprima la contea di Guia (nel Modenese) per un breve periodo (dal 1586 al 1593), poi quella di Viano (nel Reggiano) a partire dal 1598.

Possedettero beni a Castel de’ Britti, San Marino di Bentivoglio, Sant’Antonio di Savena, Santa Maria in Duno e Piumazzo, oltre a numerose abitazioni cittadine (in via del Vivaro e in via Galliera, ove fu iniziato nel 1725 un palazzo signorile per opera del cardinale Pompeo Aldrovandi) e nell’immediato suburbio, ove si trova tuttora la stupenda residenza di Camaldoli nota come Villa Aldrovandi Mazzacorati (4).

Cavamento e terre di bonifica: i Bentivoglio, i Pepoli, gli Aldrovandi

Nel 1487, per volontà di Giovanni II Bentivoglio signore di Bologna, iniziò, nella parte orientale del territorio persicetano, l’escavazione del canale di bonifica detto “Cavamento Foscaglia”, destinato a raccogliere le acque dei vari scoli e canali dei territori di Sant’agata, Crevalcore e San Giovanni in Persiceto facendole poi confluire nel Panaro vicino a Bondeno. Poichè fino a quel momento tutte le fosse si disperdevano nei territori vallivi circostanti causando insalubri ristagni ed esondazioni periodiche nelle terre basse al confine con il Crevalcorese, risulta evidente come Giovanni II, promuovendo questa iniziativa, avesse reso un grande servizio non solo alle comunità rurali, ma anche alle nobili e potenti famiglie dei conti Pepoli e dei marchesi Bevilacqua, alle quali da tempo l’Abbazia di Nonantola aveva concesso il diritto di sfruttamento di grandi superfici di terreno nei distretti del Secco (ove gli stessi Bentivoglio avevano possedimenti) e della Palata, a nord-est di Crevalcore. Benché l’opera venisse portata a compimento solamente nel 1493, dopo sei anni di lavoro, già nel 1488 i Persicetani riconoscenti donarono al signore di Bologna una vasta tenuta comprendente ben otto possessioni e posta nel territorio di “Morafosca e Villa Gotica” (a nord-est dell’attuale frazione di San Matteo della Decima). In precedenza bene enfiteutico vescovile, da allora in poi la tenuta, dal nome del benefattore, si chiamò Zoanina” o “Giovannina” (5).

Dai documenti di cui siamo a conoscenza non risulta però che Giovanni II avesse iniziato la costruzione di un qualsiasi palazzo nel suo nuovo possedimento. Un atto del 15 dicembre 1494 recante il permesso di edificare un mulino sui terreni della “Giovannina” non accenna infatti ad alcun altro edificio particolarmente significativo. E un documento notarile in data 3 dicembre 1506 (protocollo Ippolito Frati), enumerante i beni confiscati a Giovanni II dopo il crollo delle sue fortune politiche e la sua cacciata da Bologna, fa solo riferimento ad una casa con orto per il fattore, a due casette per gli ortolani e ad una casa con mulino (6).

Niente quindi ci autorizza ad attribuire al Bentivoglio la costruzione di un edificio con caratteristiche più rilevanti di quelli citati. Nel 1513, dopo la morte in esilio di Giovanni II, cadde il bando decretato contro la sua famiglia; essa poté così rientrare in possesso di gran parte dei beni perduti compresa la tenuta “Giovannina”, che andò ad Antonio Galeazzo Bentivoglio, figlio di Giovanni II.

Si andavano intanto delineando, tra le nobili famiglie bolognesi insediatesi nel Persicetano, anche gli interessi dell’antico casato degli Aldrovandi. Nel gennaio del 1509 divenne infatti Podestà di San Giovanni in Persiceto Filippo Maria Aldrovandi, al quale, dopo un anno, subentrò il padre Sebastiano (7). Nell’ottobre 1529 fu invece il conte Giovanni Aldrovandi ad essere mandato dal Comune di Bologna, in qualità di Commissario, presso il Castello di San Giovanni in Persiceto con l’ordine di far buona guardia al borgo e alla rocca (allora minacciati dalle turbolenze dei fuorusciti bentivoleschi), di riparare i “terragli” e di “asserragliare” le porte (8).

Era ormai nell’aria la costituzione di una tenuta fondiaria di ragione di questa nobile famiglia bolognese; e infatti, con rogito del 10 maggio 1537, la Comunità Persicetana (dissanguata dai debiti) alienò, tra i vari beni terrieri, anche 287, 5 biolche di terreno presso la “Giovannina”, che andarono all’ex podestà (poi senatore) Filippo Maria (9).

A dimostrazione dell’influenza esercitata dalla famiglia nelle vicende persicetane ricordiamo che, ancora nel 1599, il conte Pompeo Aldrovandi presenziò, in qualità di giudice, all’estrazione novennale dei beni della Partecipanza tenutasi il 24 marzo di quell’anno sotto il portico della Sede Comunale (10).

 

Una tenuta dalle alterne fortune

Nel 1544 la “Giovannina” passò ai Pepoli che, undici anni dopo, la cedettero a loro volta al conte Ercole Aldrovandi (1526-1593), figlio di Filippo Maria scomparso nel 1541. E proprio nel rogito notarile datato 13 dicembre 1555 si trova menzionato, per la prima volta, un edificio chiamato la “Palazzina” (11).

Tale denominazione induce perciò a pensare che solo allora fosse stata costruita sulla tenuta una casa ad uso padronale di considerevoli dimensioni e dalle linee architettoniche finalmente degne di nota. Questa casa costituì probabilmente la struttura originaria sulla quale fu impostata la costruzione dell’attuale palazzo turrito. Sappiamo infatti che il conte Ercole, nel suo testamento del 1565, manifestò la volontà che fossero portati a compimento i lavori di una “fabbrica” da lui stesso iniziata alla “Giovannina” (12). Il definitivo completamento dall’edificio deve però essere avvenuto in più momenti e attraverso svariate ristrutturazioni, se ancora nel 1644 il conte Filippo Aldrovandi, nel suo testamento, raccomandava a sua volta alla moglie Isabella Pepoli di portare a termine i lavori del palazzo che egli pure aveva iniziato (13).

Risulta quindi errata la notizia, spesso riportata (14), secondo la quale il palazzo sarebbe divenuto proprietà della famiglia Aldrovandi nel 1617 a seguito del matrimonio tra Filippo e Isabella Pepoli, che l’avrebbe recato in dote. Esso infatti, come abbiamo visto, apparteneva agli Aldrovandi già da diversi decenni.

Fu il conte Filippo, invece, che commissionò al Guercino gli splendidi affreschi che decorano alcune stanze del palazzo. Possiamo farci un’idea dell’aspetto della palazzina Aldrovandi in questo periodo osservando una bella mappa della seconda metà del XVII secolo (1666/1677 ?), opera del perito agrimensore Alessandro Boati (15). Qui la residenza rustica è già di notevole pregio strutturale, con i suoi due piani di elevato, le tre finestre per piano e i due bei torrioni con basamento a scarpa visibili sulla fronte. Particolare del massimo interesse, la palazzina (collocata strategicamente proprio all’incrocio tra la via per Ferrara, la deviazione per Cento e la strada che collega il territorio crevalcorese con Cento passando attraverso l’ “Arginone”) risulta circondata da una cortina quadrangolare (costituita da una palizzata) e munita di quattro torrioni agli angoli.

E’ questo infatti, come è noto, un modulo costruttivo che, nel Bolognese, è tipico delle strutture fortificate cinquecentesche, ma che in questo caso stupisce per la sua apparente recenziorità.

Un avvenimento di grande importanza per le sorti del casato e della tenuta “Giovannina” si era intanto verificato attraverso il matrimonio del conte Ercole, figlio di Filippo, con Smeralda Marescotti. Da questa unione nacque infatti Filippo Maria, che dopo la prematura scomparsa di entrambi i genitori fu cresciuto dallo zio materno Riniero Marescotti. Morto questi nel 1691 senza discendenti diretti, trasmise al nipote, assieme alla cospicua eredità familiare, anche il proprio cognome. Il conte Filippo Maria (1658-1748) divenne quindi capostipite del ramo Aldrovandi - Marescotti e, soprattutto, poté aggiungere alle vaste proprietà terriere anche la villa bolognese di Camaldoli (oggi Villa Aldrovandi Mazzacorati, fuori porta Santo Stefano) e la grande tenuta persicetana della “Fontana” (in territorio decimino), entrambe già dei Marescotti (16.)

Il possesso congiunto delle due tenute della “Giovannina” (ricca di vigneti) e della “Fontana” (coltivata a cereali) dovette sicuramente costituire una costante ed abbondante fonte di redditi. Fu questo infatti il periodo di maggior floridezza economica e di maggior lustro politico della famiglia. La prospera situazione patrimoniale di cui venne a godere consentì perciò a Filippo Maria di intraprendere una brillante carriera diplomatica che lo portò, tra il 1700 e il 1731, a ricoprire per tre volte la carica di ambasciatore del Governo di Bologna presso la Santa Sede (17). Con l’andar del tempo egli però, per mantenere il suo elevatissimo tenore di vita, contrasse pesanti debiti che alla sua morte, avvenuta nel 1748, furono ereditati assieme ai beni di famiglia dal figlio, conte Riniero (1694-1760).

Questi si dimostrò comunque un buon amministratore e, attuando scrupolosamente una corretta gestione patrimoniale, riuscì a sopperire almeno in parte alle difficoltà economiche in cui era venuto inopinatamente a trovarsi. Fu inoltre un padre premuroso e si interessò sempre personalmente dello stato degli affari di famiglia. Di lui possiamo ricordare un curioso episodio che nel 1719, venticinquenne, lo vide protagonista, assieme alla giovane Anna Colonna (nel frattempo segretamente sposata) di una romantica fuga d’amore alla “Giovannina”. Questo colpo di testa giovanile costò a lui, alla sua novella sposa e al padre Filippo Maria quasi un anno di esilio a Venezia (18).

Riniero morì nel 1760 a Palazzo “Fontana”, lasciando erede dei suoi beni il figlio Gianfrancesco (1728-1780), di indole assai diversa dal padre. Egli fu infatti mondano, galante, assiduo frequentatore di “accademie” artistiche e spettacoli teatrali. Si trovò però ben presto in cattive acque a causa del cronico stato di indebitamento della famiglia (situazione peraltro generalmente diffusa tra la nobiltà dell’epoca) e delle continue ed eccessive spese connesse ai fasti del suo rango sociale e al costoso mantenimento del fratello minore Pietro. Ciononostante, nel 1761 egli decise anche di iniziare una dispendiosa ristrutturazione della villa suburbana di Camaldoli. Nel 1763, in particolare, vi fece costruire il graziosissimo teatrino ornato dalle leggiadre ed eleganti figure di cariatidi e telamoni che sostengono le balconate; nel periodo 1770-72 commissionò poi all’architetto Francesco Tadolini la costruzione di quella grandiosa e solenne facciata neoclassica esastila, sormontata da timpano e affiancata da barchesse laterali porticate, che ancor oggi possiamo ammirare (19).

Scomparso il conte Gianfrancesco nel 1780, il conte Carlo Filippo, suo figlio, dimostrò vasti e diversificati interessi culturali ed artistici (poesia, musica, belle arti, economia e politica), divenne membro e mecenate dell’ “Accademia dei Fervidi” e offrì la sua protezione al giovane pittore Pelagio Palagi. Ma la situazione finanziaria della famiglia non era nel frattempo certo migliorata, tanto che la madre di Carlo Filippo, la modenese Lucrezia Fontanelli, prese la dolorosa e drastica decisione di alienare le tenute “Giovannina” e “Colombara storta” (entrambe nel Persicetano) al conte Carlo Caprara, con rogito Lorenzo Gamberini del 22 dicembre 1787 (20).

Lo stesso Carlo Filippo, dodici anni dopo, si vide costretto a vendere anche la tenuta “Fontana” per ricavarne denaro contante. Si esauriva così, dopo quasi tre secoli, quello slancio verso la campagna, al tempo stesso estetico ed imprenditoriale, che aveva caratterizzato la nobiltà bolognese in cerca, oltre che di sicuri e abbondanti guadagni, anche di nuove connotazioni di prestigio sociale, concretizzatesi poi nell’ideale elitario di una elegante, “sportiva” e salutare villeggiatura agreste, ambita e piacevolissima alternativa alla raffinata e formale vita urbana. E ciò perché nello scorcio del secolo XVIII, sotto la spinta di un’ondata di riflusso, la brillante vita cittadina delle accademie, dei teatri, delle sale da gioco e dei caffè esercitò un’attrazione irresistibile sugli aristocratici alla moda spingendoli a dilapidare le loro ingenti fortune nella celebrazione dei suoi fasti e dei suoi costosi ed esteriori rituali, provocando così una generalizzata perdita di interesse verso la corretta gestione dei patrimoni fondiari alla base delle loro stesse ricchezze e una rapida dissoluzione dei medesimi a tutto vantaggio dell’attiva borghesia emergente.

 

Dal “restauro” del Ceri ai giorni nostri

Otto anni dopo esserne entrato in possesso, il conte Carlo Caprara cedette la “Giovannina” al marchese Federico Cavriani di Mantova (che vi si trasferì, divenendo poi prefetto del Dipartimento del Reno sotto l’occupazione francese) nel luglio del 1795 (21). Verso la metà del secolo scorso il palazzo passò poi alla famiglia centese dei Plattis, per via matrimoniale. Ricordiamo tra l’altro che dal 1884, anno delle sue nozze col marchese Ferdinando Plattis, fino al 1891 abitò e lavorò alla “Giovannina” la scrittrice centese Maria Maiocchi, meglio nota con lo pseudonimo di “Jolanda” (22).

Nel 1892 il palazzo fu acquistato, tramite l’intermediazione della famiglia Carpi di Cento, dal facoltoso Alessandro Calari, esponente di primo piano della solida borghesia bolognese. Con tipico spirito imprenditoriale egli avviò subito generali opere di risistemazione idraulica e di riassetto fondiario della tenuta, valorizzandola e rendendone più proficuo lo sfruttamento agricolo. Incaricò inoltre l’ingegnere bolognese Giuseppe Ceri (1839-1925) di effettuare una radicale ristrutturazione dello storico edificio.

I lavori, che si protrassero dal 1897 al 1902 e conferirono al palazzo il suo aspetto attuale (evidentemente ispirato ad un ideale e stereotipato modello “castellano”), dopo la morte di Alessandro furono portati a termine con grande entusiasmo dal figlio Oreste. Questi infatti, noto sportman bolognese dai gusti raffinati e amante della bella vita, vide sicuramente ancor meglio concretizzate le proprie aspirazioni ad una brillante mondanità eleggendo a residenza il vetusto immobile, nuova cornice atta a proporre l’elegante e studiata immagine del gentiluomo di campagna amante dei cavalli e signorilmente impegnato in nobili attività sportive e altri piacevoli svaghi (23). In seguito allo spregiudicato intervento del Ceri la “Giovannina” ha assunto dunque quell’aspetto turrito un po’ fiabesco che ormai la caratterizza e la rende familiare al nostro sguardo.

Dal 1902, anno in cui furono portati a termine i lavori, la villa è giunta infatti fino ad oggi senza subire interventi significativi. Con decreto del 6 maggio 1950, anzi, essa è divenuta edificio sottoposto alla tutela della Soprintendenza ai Beni Architettonici dell’Emilia Romagna. Tutto il complesso, assai ben curato, si presenta attualmente in ottime condizioni e costituisce probabilmente l’episodio storico – artistico – architettonico più significativo del territorio persicetano. Non resta dunque che auspicarne, per il futuro, una più frequente apertura ai visitatori.

 

Il “Palazzo cinto di muraglie”

La bella costruzione, situata nei pressi dell’abitato di Cento (in provincia di Ferrara) ma ancora all’interno dei confini amministrativi del Comune di San Giovanni in Persiceto, ha pianta quadrilatera ed è munita di quattro poderosi torrioni angolari, attualmente sormontati da un coronamento di merli ghibellini poggiante su finte caditoie, che la sopravanzano nettamente in altezza e le conferiscono un aspetto austero e minaccioso.

L’articolazione degli spazi è su due piani, attraversati, secondo l’uso bolognese, da una doppia loggia passante sovrapposta ai lati della quale si aprono i vari ambienti. La facciata, infine, è movimentata da un’abbozzo di torre passante in corrispondenza del portale d’ingresso. Se però confrontiamo l’aspetto attuale con quello che ci mostrano alcune vecchie fotografie della fine del secolo scorso noteremo subito un notevole cambiamento. A quell’epoca, infatti, le torri angolari apparivano più basse di quasi 5 metri, sopravanzanti quindi di poco il corpo centrale dell’edificio. Ciascuna di esse, inoltre, era coperta da un tetto poggiante sul coronamento di merli ghibellini, anche allora presenti ma con le feritoie murate. Le finte caditoie erano poi appena accennate, e sul torrione di sinistra, tra le due finestre superiori, era posto un orologio (24).

Queste modifiche risalgono, come abbiamo visto, al restauro condotto dall’ing. Ceri tra il 1897 e il 1902, e sembrano risentire fortemente di quel sogno romantico neomedievaleggiante, popolato di cavalieri, dame e castelli turriti, che caratterizzava la sensibilità estetica di quel periodo; si può notare infine come, nel progetto della sommità merlata delle torri angolari, il Ceri si sia chiaramente ispirato alla parte terminale di quelle della Rocca di Cento, distante poco più di un chilometro (25).

Nonostante questi rimaneggiamenti, il palazzo mostra comunque ancora la tipica struttura cinquecentesca delle residenze fortificate di campagna come le “Quattro Torri” a Castagnolo o il “Conte” a Bagno di Piano. E della sua funzione difensiva rimane ancora chiara testimonianza, per il secolo XVII, in un inventario dei beni Aldrovandi datato 30 gennaio 1673:

(...) Alla Giovannina, un Palazzo cinto di muraglie con Ponte levatore, e fosse intorno, con quattro Cantoni a foggia di Baluardi con cortile intorno, una stalla grande con 26 poste da Cavallo, partimento da fattore, e servitori loro con diverse commodità, e cantine da Botte, e tinazzi con suo granari, e stanze da fare acquavita. Mobili nel Palazzo. Nella loggia da basso 6 cavalletti con 6 spingarde corte, et altre 6 longhe con accialini, due rastelli da arme con 18 moschetti sopra, et un accialino da duellare, buffetti di noce con spiedi torliti 13 banzole di noce con poggia (...)” (26).

Poderoso e ben munito doveva quindi risultare l’intero complesso, con la sua cinta di mura rinforzata da quattro baluardi e circondata da un fossato che poteva essere oltrepassato solo tramite un ponte levatoio. Nutrita appare inoltre, per l’epoca, la dotazione di armi da fuoco, a ulteriore dimostrazione di una preventivata possibile funzione anche militare dell’edificio, situato per di più proprio nella zona confinaria tra lo Stato della Chiesa (in cui era allora compreso il territorio bolognese) e il Ducato Estense. Ancora in un documento del 22 dicembre 1710 (rogito Salvatore Paparozzi), il castello viene descritto come un “Palazzo di campagna ad uso di fortezza circondato da muri con sue fosse e ponte levatoio e quattro baluardi (...)” (27).

Il medesimo inventario del 1673 ci informa anche sulle caratteristiche dell’arredamento interno, che appare sobrio e funzionale ad un ambiente rustico: “(...) Nella prima camera à man destra di d(ett)a loggia. Una lettiera di noce senza colonne con suo Paiazzo, tamarazzo, e capezzale, un buffetto di noce, tre careghe di corame vecchio e 4 banzole di noce. Nel Camerino della torre contigua a d(ett)a stanza una lettiera alla Romana con colonne basse con paiazzo, tamarazzo, e Capezale, un armario di fioppa con 4 palle d’ottone vuoto, un scrannino di corame vecchio una scranna bassa di noce legata di Paviera. Nella Salla da basso, una Credenza di noce con sue cassette, e mascarini di bronzo. Un tapedo di corame sopra d(ett)a credenza con arma Aldrovandi Marescotti. 6 careghe di corame alla veneziana con balle d’ottone tonde, due cassoni di fioppa con suoi tapedi di corame con la sud.(ett)a Arma, una portiera di corame due quadri di pittura senza cornice, uno dipintovi il castello di Crespellano, e l’altro una Cacciatrice col falcone. (...)” (28).

Attualmente il palazzo è in parte circondato da un muro di cinta alzato e munito, ad opera del Ceri, di finti bastioni alle estremità del lato sud. Lungo il lato opposto è inoltre affiancato dalla serra, dalle scuderie e da una massiccia torre merlata (la quinta dell’intero complesso), con orologio sul lato est, sormontata da un torricino. Queste costruzioni (anch’esse dovute agli interventi del Ceri) formano un insieme compatto posto ad una certa distanza dall’edificio principale e ritagliano all’interno del muro di cinta lo spazio di un secondo cortile. Il Ceri costruì anche un grande pozzo, sormontato da un arco in mattoni a vista, sul lato nord del cortile, in prossimità della torre anteriore destra. Immediatamente dietro la villa si trova poi l’ampio parco. L’inaugurazione ufficiale dello storico edificio dopo la grande ristrutturazione si svolse il 6 settembre 1902 a cura dell’orgoglioso proprietario, Oreste Calari, che per l’occasione vi aveva fatto apporre esternamente gli stemmi dei Bentivoglio e degli Aldrovandi (torre anteriore sini-stra), nonchè quello dei Calari (al centro della facciata). Sulla torre anteriore destra si trova invece una lapide commemorativa che ricorda il soggiorno della scrittrice “Jolanda”, al secolo Maria Majocchi Plattis (29).

 

Gli affreschi del Guercino

Agli Aldrovandi va anche attribuito il merito di aver commissionato gli affreschi che decorano le sale interne della “Giovannina” al famoso pittore centese Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino (1591-1666). L’intervento dell’artista, in ottimi rapporti di amicizia con il conte Filippo (estensore del testamento in data 1644), pare essersi concretizzato negli anni compresi tra il 1617 e il 1632.

Attualmente risulta però impossibile stabilire sempre con precisione in quale misura la mano del maestro sia intervenuta direttamente sulle mirabili pitture, anche a causa di inopportuni ritocchi ottocenteschi (30).

L’Oretti, accennando alla “Giovannina”, la descrive così: “Villa di Casa Aldrovandi verso la Terra di Cento, vi sono vari dipinti del famoso Gio. Fran.co Barbieri d.to il Guercino tra gli altri una Venere dipinta a fresco che è lavoro ammirabile” (31).

Esaminiamo ora gli affreschi nel dettaglio e capiremo meglio gli ideali di vita e cultura del nobile committente.

Nella prima stanza del piano nobile (lato nord a partire dal fondo) la fascia superiore delle pareti è decorata da quattordici eleganti figure di cavalli, ritratti su ariosi sfondi paesaggistici in diverse pose di incredibile vivezza e naturalezza e racchiusi entro cartigli simulanti elementi architettonici. L’ispirazione per questa serie di immagini sembra vada ricercata nelle analoghe incisioni a stampa di Antonio Tempesti (1555–1630) (32). Le campiture del soffitto sono invece decorate da motivi astratti inseriti in cornici ondulate su fondo verde o arancio.

Sul camino della seconda stanza (lato nord) fu dipinta dal Guercino nel 1632 quella “Venere e Amore” decantata dall’Oretti nel 1770. Come risulta da un inventario databile al 1794-95, sappiamo che l’opera, purtroppo, era già stata asportata per essere collocata nella prestigiosa galleria d’arte di “Palazzo Aldrovandi” (in via Galliera) a Bologna. Il dipinto autentico si trova ora conservato a Roma presso l’“Accademia di San Luca”, alla quale fu donato dalla famiglia Aldrovandi nel 1823, mentre quello che oggi possiamo ammirare nella posizione originale è una copia, eseguita probabilmente nella prima metà del XIX secolo dal riminese Giuseppe Rondelli (33).

La fascia superiore delle pareti è decorata da tredici gradevolissime scene che, racchiuse entro bizzarri cartigli a volute sormontati da volti grotteschi, raffigurano con fresca e ingenua immediatezza la vita e le gesta di Clorinda, l’eroina della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. I vari episodi sono intervallati da eleganti busti a monocromo; in corrispondenza delle travi del soffitto si trovano invece raffigurati puttini in atto di telamoni. Le campiture del soffitto presentano volute, cornici ondulate, ovali e fregi, su fondo verde, rosso e blu, inframmezzati da elementi vegetali e uccelli.

Nella terza stanza (lato nord), la fascia superiore delle pareti è ornata da graziosissime figurine di puttini che ridono, giocano, scherzano e suonano dando luogo a scenette di una grazia e di un’eleganza squisite. La piacevolezza di tutta la rappresentazione è poi ulteriormente accresciuta dal tromp-l’oeil naturalistico ricavato in alcune campiture del soffitto mediante un’ariosa decorazione pittorica costituita da grovigli di flessuosi rami che poggiano su bastoni a mo’ di pergolato e fra i quali troviamo vari uccelli; il tutto su di uno sfondo azzurro simulante il cielo aperto. Si crea così l’illusione di una complessa architettura aerea e quasi immateriale che fa da teatro alle giocose attività degli spensierati puttini.

Nella quarta stanza (lato sud), il fascione superiore ospita, inserite entro riquadri delimitati da cornici, dodici vedute paesaggistiche ove la bellezza dell’ambiente naturale raffigurato è sottolineata dallo studiato inserimento dell’opera architettonica dell’uomo. Emerge qui l’ideale di un’armonica unione tra arte e natura in cui l’esaltazione della centralità dell’uomo nel mondo trova concreta espressione nel privilegio di “perfezionare” e “nobilitare” ulteriormente la Creazione stessa, quasi a completamento della pur ineffabile opera del “Massimo Fattore”.

Particolarmente significativo e interessante, a questo proposito, risulta il riquadro in cui è raffigurato un elegante palazzo dalle linee estremamente geometriche, con torretta centrale e larga scalinata d’accesso, sulle sfondo di un regolare allineamento di alberi inframmezzati da basse siepi e aiuole, e di un lungo padiglione sormontato da cupola, ottenuto con arte sapiente mediante l’impiego a fini architettonici della vegetazione rampicante. E proprio quest’arte sapiente, la stessa che ha geometricamente ordinato anche il simbolico scorcio di giardino alberato che si intravede sulla destra, accordando il tutto alla classica ed essenziale linearità del palazzo, è il segno tangibile di una più alta e perfetta razionalità celeste che ci trascende e che, tramite la mediazione dell’uomo, di sé tutto infonde.

Bellissimo poi appare anche il riquadro raffigurante un insolito e fiabesco castello turrito, parzialmente circondato dall’acqua e le cui linee, più fantasiose e vagamente goticheggianti, sul modello del castelli della Loira, ben si accordano in queste caso col carattere spontaneo e quasi selvaggio della vegetazione in cui si trova immerso, mitigato soltanto dallo studiato arco vegetale in primo piano sulla destra. Qui la mirabile interazione fra arte e natura è già presentata con sensibilità diversa e più libera rispetto a quella di tradizione rinascimentale che caratterizza la raffigurazione del pannello precedente.

Le campiture del soffitto di questo ambiente hanno decorazioni costituite da astratti motivi geometrici a cornice su diverse tinte di fondo.

Nella quinta stanza (lato nord), la fascia superiore delle pareti è decorata da quattordici riquadri raffiguranti altrettanti episodi dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, incorniciati e separati tra loro da finti elementi architettonici. Le squisite e piacevolissime pitture rendono la storia epica del grandioso poema in modo immediato e suggestivo trasferendo nelle immagini l’originalissima ispirazione letteraria della sbrigliata fantasia ariostesca. Particolarmente bella, e improntata ad una smaliziata e compiaciuta ironia del topos letterario, risulta la scena in cui l’eroico Ruggero, a cavallo dell’Ippogrifo, salva la bella Angelica minacciata da un terribile mostro marino.

E una certa divertita ironia pervade anche la rappresentazione dell’impeto passionale del focoso Medoro, che, sulla riva di un fiume, stringe con foga una scomposta e traballante Angelica.

Nelle campiture del soffitto troviamo estrosi motivi geometrici a cornice inframmezzati da elementi floreali, festoni e volute su fondo policromo. Stilizzati fregi intrecciati ornano anche le travi portanti del soffitto.

Da questa sala si accede ad una piccola stanza da bagno decorata da sei scene di carattere fantastico o mitologico, fra cui la delicata raffigurazione di Diana al bagno sorpresa da Atteone.

Nella sesta stanza (lato sud), la fascia superiore delle pareti presenta sedici riquadri ispirati al Pastor Fido di Giovanni Battista Guarini, incorniciati da finti elementi architettonici e inframmezzati da festoni. Sopra il camino è dipinta una bella raffigurazione allegorica dell’Abbondanza probabilmente opera di Lorenzo Gennari (1595-1665/72), valido collaboratore del Guercino.

Le campiture del soffitto sono abbellite da cornici, volute ed elementi floreali su fondo policromo.

La presenza alla “Giovannina” di questi cicli pittorici ispirati a poemi di argomento epico o bucolico denota da parte dell’aristocratico committente, in accordo con le tendenze dell’epoca, una particolare attitudine mentale che, per motivi di prestigio e in grazia di una ormai consolidata sensibilità, non può prescindere da riferimenti letterari ad un passato irreale e idealizzato fatto di nobili dame, valorosi cavalieri e agresti amori e assolutamente e convenzionalmente fissato nella sua mitica essenza di perduta Età dell’Oro. E proprio dai luoghi di signorile villeggiatura invitanti a serene meditazioni, di cui la “Giovannina” a quei tempi doveva essere uno splendido esempio, un tale compiaciuto e aristocratico atteggiamento intellettuale poteva massimamente trarre il suo nutrimento spirituale.

Di più ci avvicinano invece a quella che doveva essere la concezione corrente delle piacevolezze della vita quotidiana in villa le già citate raffigurazioni di nobili architetture in splendidi contesti paesaggistici, di bellissimi esemplari di destrieri e di putti impegnati in attività ludiche, come la musica, il canto e i giochi, che certamente allietavano le gioiose comitive di illustri ospiti in un’incantevole cornice di giardini, viridari e ariosi pergolati.

Le pitture liberty

L’altra grande - ed inaspettata - sorpresa artistica che riserva la “Giovannina” ai privilegiati visitatori è costituita dalla pittura in stile liberty che decorano le sale del pianterreno e i quattro ambienti ricavati nei torrioni angolari all’altezza del piano nobile. Queste nuove eleganti decorazioni pittoriche furono volute da Oreste Calari in occasione della ristrutturazione dell’edificio.

Da notizie dell’epoca sappiamo che lavorarono a questi dipinti Aristide Zanasi, che curò le figure della “Sala da Pranzo”, e Alessandro Scorzoni (1858-1933), tra i maggiori rappresentanti del naturalismo emiliano di fine Ottocento, al quale si devono invece le deliziose figurette femminili (34). Quest’ultimo non era nuovo all’esecuzione di lavori artistici in grandi dimore nobiliari; eseguì infatti anche arazzi per il Palazzo Corni di Modena, affreschi per il castello Manzoni, 18 lunette nel Palazzo Malvezzi-Campeggi con motivi di frutta, affreschi in stile quattrocentesco nella Cappella del Collegio di Spagna e molte altre opere minori (35).

Tre dei soffitti all’interno dei torrioni sono ornati da pitture raffiguranti complessi intrecci di cornici e di squisiti motivi floreali, geometrici e astratti evidenziati da gradevoli contrasti cromatici. Il soffitto del quarto ambiente è splendidamente abbellito da una sfarzosa decorazione costituita da ricche dorature a motivi vegetali simmetricamente disposte tra loro, da fregi compositi e figurette a mò di grottesche e da tondi contenenti piccole vedute paesistiche. Il tutto su di uno sfondo solenne di un elegante blu notte inframmezzato da bordature di un azzurro intenso, sulle quali risaltano magnificamente le raffinate e preziose dorature. Nella fascia superiore delle pareti, su fondo blu chiaro, spiccano poi elegantissime figure di bianchi cigni dal collo flessuoso e di fantastici cavalli alati di un colore lievemente rosato e con la parte po-steriore del corpo serpentiforme. L’effetto sul visitatore ignaro è mozzafiato.

Al piano terreno troviamo la stanza di “Amore con i motti”, sul soffitto della quale, entro cornici oblunghe e bombate, sono contenute deliziose e briose raffigurazioni di delicati puttini, che rappresentano il pargoletto Amore impegnato con la sua piccola corte in attività giocose e allusive alle sue qualità spirituali.

Segue la sala delle “Fanciulle”, ove, entro cornici floreali, si possono ammirare graziosissime figure di leggiadre fanciulle (opera dello Scorzoni) sullo sfondo di ambienti paesistici appena accennati.

La sala con “Vedute fantastiche” presenta un soffitto azzurro, istoriato da decorazioni a volute color sabbia, agli angoli del quale, entro ondulate cornici rosse con i bordi dorati, si trovano appunto dipinti suggestivi paesaggi fantastici dai colori tenui e delicati.

Il soffitto della Sala con “Putti e festoni di frutta” (sala da pranzo) è decorato nella parte centrale da un grande riquadro monocromo movimentato da rosoni, volute e motivi floreali disposti geometricamente. Ai suoi lati si dispongono, inframmezzati da finti elementi architettonici e inseriti in cartigli a volute, altri riquadri più piccoli con bordatura dorata e contenenti raffigurazioni di puttini, seduti o distesi su prati, frutta e altre cibarie.

La sala delle “Arti” presenta un soffitto color sabbia ornato da motivi vegetali, vedute e finti elementi architettonici; agli angoli, quattro riquadri monocromi irregolari raffigurano altrettante Muse accompagnate da attributi allusivi al loro specifico campo d’azione.

Va infine menzionata una minuscola stanza da bagno, sempre al piano terreno, il cui soffitto è decorato da semplici motivi floreali e le cui pareti sono abbellite da immagini di cigni sull’acqua e uccelli in volo sullo sfondo di grandi onde increspate rese in modo efficacemente stilizzato.

Concludiamo con un cenno alle due logge passanti del palazzo, anch’esse ridecorate all’epoca della ristrutturazione del Ceri.

Le pareti della loggia al piano nobile sono impreziosite da pitture dello Zanasi che, in ossequio al distinto proprietario del palazzo, rappresentano le attività che scandiscono la giornata del gentiluomo (36.) Il soffitto della loggia, color sabbia, è austeramente ornato da finti elementi architettonici. Più ricca è invece la decorazione del soffitto nella loggia al pianterreno. Vi campeggiano infatti in gran numero policromi emblemi araldici inseriti in cartigli a volute e simmetricamente disposti ai lati di riquadri monocromi istoriati.

Le lunette nella fascia superiore delle pareti contengono ritratti di uomini illustri. Sembra che in precedenza la loggia fosse ornata da un ciclo di pitture del centese Alessandro Candi (1780-1866) ispirate al noto poema eroicomico La secchia rapita, di Alessandro Tassoni. Si ricorda inoltre, all’interno del palazzo, la presenza di un altro ciclo di affreschi ispirati all’Eneide di Virgilio ed eseguiti da Giuseppe Rondelli nella prima metà dell’Ottocento (37). Le due logge sono collegate da una scala a due rampe lungo la volta della quale si snoda una sequenza di riquadri pittorici monocromi celebranti la vita e i fasti di Giovanni II Bentivoglio (38).

L’oratorio di S. Donnino

Immediatamente alla sinistra del palazzo, all’incrocio tra via Mulinazzo e la strada per Cento, si trova il grazioso oratorio di S. Donnino, del quale non siamo attualmente in grado di precisare l’epoca di costruzione. Sappiamo soltanto che il conte Ercole Aldrovandi, col suo testamento del 1565, aveva disposto che sulla tenuta fosse edificata una chiesetta dedicata alla Santissima Trinità. Ma di questo non abbiamo altre notizie, mentre risulta invece tradizionale per l’oratorio della “Giovannina” la dedicazione a S. Donnino (39).

Nel 1600 l’oratorio doveva essere già da tempo consacrato al suo attuale titolare e officiato con una certa regolarità. Nella visita pastorale effettuata il 17 ottobre di quello stesso anno, infatti, il cardinale Alfonso Paleotti, terminato il sopralluogo alla chiesa parrocchiale di S. Matteo della Decima, visitò “l’oratorio di S. Donino degli Aldrovandi”. Dalla relazione della visita apprendiamo che, in quel tempo, vi si celebrava la Messa nei giorni festivi per opera di “maestro Bonifacio dell’Ordine degli Eremitani di S. Agostino”, il quale tra l’altro riceveva indebitamente parte delle decime dovute al rettore della chiesa di S. Matteo.

L’oratorio, regolarmente dotato di altare e confessionale, aveva “delle pitture di-pinte nella parete” dell’altare stesso, e tra gli arredi sacri (conservati entro una cassetta di legno) si annoveravano “un calice, un’unica pianeta di colore celeste, un messale, un’alba (= veste bianca) e altre cose per la celebrazione della Messa (...)”. In quell’occasione il cardinale “Ordinò infine che le pareti dell’oratorio fossero imbiancate all’interno e dato il rosso di fuori” (40.)

Il più antico sacello di cui conosciamo le forme architettoniche dovrebbe risalire invece alla metà del XVIII secolo, secondo un disegno progettuale fatto redigere dal conte Filippo. Si tratta del “(...) disegno della faccia e pianta della Chiesa di S.Donino da farsi di nuovo da Sua Eccellenza il sig.r Conte Filippo e Sennatore Aldrovandi nella di lui villa detta la Giovannina”, purtroppo senza data né firma (41.)

Secondo tale progetto la pianta era a croce latina, con campata centrale (chiesa), due coretti laterali ai fianchi dell’altare e un piccolo ambiente adibito a sagristia. La fronte era dotata di un porticato su quattro pilastri reggenti una volta ad arco e sul quale si impostava il timpano. Sopra l’ampio portale, ai lati del quale erano due basse finestrelle con grata, campeggiava lo scudo con lo stemma di famiglia.

Oggi l’oratorio risulta a pianta rettangolare, con abside semicircolare. La semplice facciata è sormontata da un timpano e riparata da un piccolo loggiato circondato da una cancellata in ferro. Sul portale si trova l’iscrizione latina S. DOMNINO DICATVM. Due lapidi sono poste invece ai lati di esso, la prima delle quali (a sinistra), recante la data 1937, ricorda i restauri effettuati a più riprese sul tempietto da Alessandro Calari e dal figlio Oreste; la seconda commemora invece i coltivatori delle tenute “Giovannina” e “Morando” caduti per la Patria nella guerra 1915-18.

Due finestre, una sul lato destro e una sul lato sinistro, e quattro occhielli nell’abside danno luce all’interno del piccolo edificio. Le pareti laterali e l’abside sono scandite da arcatelle cieche (cinque per ogni parete e quattro più piccole per l’abside). Il tetto è a due spioventi.

Un piccolo slanciato campanile cuspidato, con cella campanaria dotata di quattro aperture, sorge direttamente dallo spiovente sinistro poggiando sull’angolo sud-est del tempietto.

L’aspetto attuale di questo oratorio è dovuto anch’esso agli interventi effettuati dal Ceri nel corso dei “restauri” di inizio secolo (42). Una vecchia foto scattata prima della ristrutturazione ci mostra infatti la più rustica chiesetta di allora, dissimile in vari particolari da quella che oggi possiamo vedere. Le differenze più notevoli sono costituite dalla mancanza del portichetto (previsto comunque nel vecchio progetto seicentesco) e dell’armonioso campanile, al posto del quale vi era un semplice campaniletto a vela (43).

 

Il Palazzone

L’imponente complesso della “Giovannina” trova un ideale pendant nel curioso edificio neomedievale che sorge a San Matteo della Decima nel punto in cui dalla strada statale Ferrarese si distacca via San Cristoforo. La parte principale dell’edificio è costituita da uno squadrato corpo di fabbrica a pianta rettangolare e articolato su tre piani. La successione regolare delle bifore all’altezza del primo piano e un coronamento di beccatelli alla sommità conferiscono poi all’insolita costruzione quell’indefinito e convenzionale aspetto medievale che, alla vista di chi percorre la statale verso Cento, le assegna la funzione di prologo architettonico nei confronti di quel poema epico – cavalleresco di pietra chiamato “La Giovannina”. Addossato alla struttura appena descritta si trova poi un altro corpo di fabbrica, sempre a pianta rettangolare ma più basso, privo di elementi architettonici di spicco. Dietro ad esso infine, un po’ discosto, vi è un originale fienile costituito da due torrette appaiate.

L’intero complesso testé descritto fu costruito nel 1910, sempre su progetto dell’ing. Giuseppe Ceri, all’estremo limite meridionale della tenuta di proprietà del signor Oreste Calari (il cui emblema policromo spicca ancora oggi sulla facciata) per ospitare due laboratori artigianali: uno da fabbro e uno da falegname. Notiamo quindi ancora una volta l’evidente volontà, in accordo alle concezioni estetiche dell’epoca, di rivestire di un fantasioso alone pseudomedievale anche le attività più concrete della vita, al fine di poter nobilitare ed inserire in un ideale romantico ed elitario di ritorno ad un fascinoso quanto improbabile “buon tempo antico” anche momenti dell’esistenza che, come la quotidiana ed ingrata fatica per il lavoro, sembrano difficilmente armonizzabili con i vagheggiamenti di un ricco committente borghese che amava condurre una brillante vita di società e dare di sé l’immagine dell’elegante e sportivo uomo di campagna. Tutte le strutture architettoniche si presentano ora in ottimo stato dopo il restauro effettuato agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso e la loro inaspettata apparizione continua ad incuriosire il viaggiatore meno distratto grazie all’aspetto evocatore di un passato che, come si è detto, trova a poca distanza la sua più alta celebrazione nella superba “Giovannina” rivisitata dal Ceri che noi oggi conosciamo (44).

 

La polemica fra il Ceri ed il Rubbiani

Negli anni in cui l’ingegner Giuseppe Ceri pose mano alla ristrutturazione della “Giovannina”, lo scenario artistico-culturale bolognese era ancora dominato da Alfonso Rubbiani, notevole figura di architetto e teorico del restauro che, grazie alla sua forte personalità e all’originalità delle sue concezioni e dei suoi interventi, dal 1880 al 1910 riuscì a radunare attorno a sé una nutrita cerchia di validi artisti e artigiani che condividevano la sua passione per il revival neogotico e neorinascimentale.

Ciò che oggi rende perplessi noi contemporanei, ormai convinti della necessità di un estremo rigore filologico nei restauri, quando ci soffermiamo a considerare l’opera del Rubbiani in questo campo, nel periodo 1880 – 1913 esplicatasi su tutti i principali edifici monumentali di Bologna e su alcuni del territorio (chiesa di San Francesco, palazzi del Comune, dei Notai, del Podestà, della Mercanzia, di Re Enzo e castelli di Bentivoglio e di San Martino in Soverzano), è la disinvolta libertà con cui egli agiva. Praticamente, infatti, i suoi interventi si concludevano con una parziale riprogettazione dell’edificio ottenuta mediante una ricostruzione ampiamente soggettiva di parti mancanti o, addirittura, l’aggiunta di elementi inizialmente non presenti nella struttura architettonica originaria. Il tutto sulla base di una personalissima e generica reinterpretazione stilistica derivata da una rielaborazione ideale dei temi e delle forme dell’arte medievale e rinascimentale.

Questo spregiudicato modo di agire del Rubbiani, bollato dai moderni critici con la non infondata accusa di aver prodotto dei falsi storici, fu già polemicamente censurato proprio dal Ceri, progettista attivissimo e astioso protagonista delle dispute artistico – culturali cittadine dal 1870 fino quasi agli anni ’20 del secolo scorso. Soprattutto dalle pagine de La striglia, un periodico satirico da lui fondato, il Ceri riversò le sue invettive e la sua caustica ironia contro i fantasiosi restauri e l’ispirazione neomedievale del Rubbiani e dei suoi collaboratori (la “setta rubbianica”), arrivando perfino a coniare l’espressione “Rubbianesimo torrificante” e a comporre un poemucolo intitolato Merlerie rubbianiche per stigmatizzare particolarmente la tendenza di quest’ultimo ad un superfluo ed arbitrario inserimento di po-sticci elementi genericamente medievali e fin troppo scontati come torri e merlature; salvo poi indulgere anch’egli, in modo incomprensibile e contraddittorio, a manipolazioni architettoniche di questo tipo con l’ingiustificato innalzamento delle torri angolari della “Giovannina” e il fantasioso aspetto neomedievale del “Palazzone” di Decima e non facendosi inoltre scrupolo di reclamare a gran voce la demolizione dei mozziconi autenticamente medievali delle torri bolognesi Artemisi e Riccadonna, da lui evidentemente considerati deturpanti.

Ricordiamo infine che, nella pianura occidentale bolognese, su progetto dell’ing. Ceri furono costruiti anche i cimiteri di Crevalcore e di Sant’Agata Bolognese e il palazzo comunale di Crevalcore.


Note

1) BESEGHI 19643, p. 392; CUPPINI - MATTEUCCI 1969, p. 342; ATTI 1861.

2) ALDROVANDI 1929.

3) FORNI 1921, p. 284.

4) DOLFI 1670, pp.40-44; GUIDICINI 1869, pp. 177-81; 1872, pp. 238-40; CORATO 1994, p. 53.

5) FORNI 1921, pp. 268-70; GOZZI 1982, pp. 3-4; TOFFANETTI 1989, pp. 96-98.

6) GOZZI 1983, p. 3.

7) FORNI 1921, p. 279.

8) FORNI 1921, pp. 314-315.

9) FORNI 1921, p. 319.

10) POLUZZI 1986, p. 33

11) GOZZI 1982, p. 4; 1983, p. 3.

12) GOZZI 1982, p. 4; 1983, p. 3.

13) GOZZI 1982 , p. 5; 1983 p. 3.

14) GUIDICINI 1869, p. 179; BESEGHI 1957, p.392; CUPPINI - MATTEUCCI 1969, p.342.

15) BOATI, vol. 9, p. 26.

16) CALORE 1994, p. 5.

17) CALORE 1994, pp. 5-6.

18) CALORE 1994, pp. 6-8.

19) CALORE 1994, pp. 8-12; FRABETTI 1994, p. 40; FRABETTI-LENZI 1994, pp. 34-46.

20) GOZZI 1982, p. 5.

21) GOZZI 1982, p. 5.

22) CUPPINI-MATTEUCCI 1969, p. 342; GOZZI 1983, pp. 4-8.

23) CUPPINI - MATTEUCCI 1969, p. 342; GOZZI 1983, pp. 5-6; NICOLI 1983, p.134.

24) RENZI-GANDINI 1981, pp. 29-31.

25) NICOLI 1983, p. 134.

26) ASB, Fondo Aldrovandi, Libri di conti e carte di amministrazione, b.555.

27) GOZZI 1982, p. 5.

28) ASB, Fondo Aldrovandi, Libri di conti e carte di amministrazione, b.555.

29) GOZZI 1983, pp. 5-6.

30) CUPPINI-MATTEUCCI 1969, pp. 114, 342-43; GOZZI 1983, pp. 3-8.

31) ORETTI 1770, p. 8.

32) CUPPINI-MATTEUCCI 1969, pp. 114, 227.

33) GOZZI 1983; p. 5; VECCHI 1994, p. 99.

34) CHERUBONI 1902; Liberty in Emilia 1988, schede 24 -24a.

35) Dizionario 1990, p. 462.

36) CHERUBONI 1902, p. 13.

37) ORSINI 1923, p. 14 e nota 2 p. 47; BERTARELLI 19353, p. 151.

38) CHERUBONI 1902, p. 13.

39) GOZZI 1982, pp. 4-5.

40) GOVONI 1994, p. 63.

41) ASB, Fondo Aldrovandi, Carteggio, atti vari, b.361: atti diversi.

42) GOZZI 1983, p. 6.

43) RENZI-GANDINI 1981, foto di p. 31.

44) NICOLI 1983, pp. 131 – 141.

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Alberto Tampellini

 

 

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Inserito da redazione il Mar, 2010-06-08 08:53