Calamità ed epidemie di ieri e di oggi. Dalla peste del 1348 a Bologna e nel mondo

Le calamità naturali e le epidemie come fattore della storia. L’esempio della peste del 1348 a Bologna.
Articolo di Rolando Dondarini Centro Internazionale di Didattica e del Patrimonio (DiPaSt) del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna
Epidemie, peste, Bologna, crisi del Trecento- Abstract
Le epidemie e le pandemie segnano profondamente la storia umana inducendo oltre alle crisi di mortalità, atteggiamenti e comportamenti che hanno contribuito a far progredire i metodi di profilassi, isolamento e terapia e ad allestire sistemi sanitari sempre più efficaci. Le fonti spesso designano come pesti infezioni di diversa natura che pertanto vanno identificate attraverso notizie sui sintomi e sul decorso. Tra i contagi più letali, quelli della “peste” o “morte nera“. Quello che comparve in Europa nel 1348 ebbe effetti sconvolgenti su tutte le attività umane. Per Bologna fu particolarmente gravido di conseguenze negative a causa della confluenza di fattori avversi. Il nostro pianeta come l’intero universo è soggetto a cambiamenti continui, con sommovimenti e perturbazioni che si alternano ad assestamenti che comunque sono sempre provvisori e precari a causa del susseguirsi di eventi traumatici che si ripercuotono su tutte le sue forme di vita, compresa ovviamente l’esistenza umana. Oltre che dai fenomeni geomorfologici e climatici- come, terremoti, maremoti, eruzioni vulcaniche, impatti di meteoriti, inondazioni, siccità, glaciazioni, surriscaldamenti globali, la storia è condizionata dalle capacità individuali e collettive di difesa igienico-sanitaria ed è scandita dalle manifestazioni epidemiche o pandemiche di alcune malattie infettive che provocano sensibili incrementi di mortalità.

D’altronde molto spesso si possono rilevare strette correlazioni tra calamità ambientali e crisi sanitarie, come quando difficili condizioni climatiche o cataclismi naturali – ma anche artificiali come le guerre -provocano carestie e conseguenti vulnerabilità complessive. L’influsso dei grandi turbamenti ambientali sui fatti storici è stato studiato con fonti e metodi congruenti solo da poco tempo, ma con risultati ma con risultati così interessanti da non poter più essere trascurati. In quest’ottica una ricognizione generale sulla storia ci consente di rilevare delle evidenti corrispondenze tra gli sconvolgimenti naturali di grande portata,comprese le evoluzioni climatiche generali, e alcune delle svolte più significative nelle vicende umane e non solo per le insorgenze e le crisi di grandi imperi, ma anche per gli incrementi e i cali di popolazione legati a corrispondenti andamenti delle produzioni agricole e delle attività economiche e commerciali indotte (1). Si può pertanto rilevare come ad incidere sulle sorti dell’umanità siano molto spesso sia le calamità naturali sia i contagi che inducono conseguenti atteggiamenti e comportamenti di società e popoli, costretti ad emergenze improvvise e a dare precedenza alle questioni legate alla sopravvivenza e alla ripresa (2).

La pandemia del Covid 19 ci ha confermato quanto fosse illusorio e miope supporre che le grandi epidemie incombessero solo sulle generazioni del passato. Anche indipendentemente dal Coronavirus, ancor oggi in molte aree dell’Africa e dell’Asia le carenze igienico-sanitarie sottopongono le popolazioni a contagi che portano ad improvvise impennate di una mortalità già normalmente molto elevata a causa della debolezza dei sistemi agricolo-alimentari e dei presidi assistenziali, troppo soggetti alla precarietà delle produzioni per il sostentamento locale, e soprattutto allo strapotere delle concentrazioni multinazionali che impongono monoculture per lo sfruttamento delle materie prime del posto. Ne sono esempi l‘Ebola e soprattutto l’Aids, frequentemente definito la “nuova peste”, che da decenni stanno falcidiando e compromettendo la sopravvivenza delle popolazioni dei paesi più poveri senza che le contromisure adottate finora si siano rivelate adeguate. Anche la cosiddetta “peste nera” di cui si tratterà in seguito e che viene comunemente associata a tempi lontani, non solo è ancora endemica cioè circoscritta ma potenzialmente epidemica in alcune zone dell’Africa, ma ha imperversato per mezzo secolo a partire dal 1894 ad Hong Kong e in India dal 1898 provocando oltre 12 milioni di vittime.
Anche nell’Occidente avanzato prima della diffusione generalizzata e relativamente recente di strumenti e comportamenti di profilassi e di cura, le malattie e i traumi erano resi spesso letali dall’inadeguatezza dell’igiene personale e pubblica e dalla quasi totale assenza di efficaci forme di prevenzione e di terapia.In effetti erano molte le forme di epidemia definite “pesti” o pestilenze dalle cronache antiche e medievali e siccome di infezioni e contagi se ne verificavano molti – febbri malariche e da raffreddamento, tifo, colera, dissenteria, vaiolo, tisi – in assenza di ulteriori precisazioni è necessario esaminare ciò che eventualmente esse riportano sui sintomi e sui decorsi, per capire di che si trattasse.

È pur vero che durante il millennio medievale, anche in assenza di contromisure adeguate e degli strumenti necessari a scongiurarne i contagi, gli impatti con le grandi epidemie hanno prodotto esiti importanti di cui hanno beneficiato le generazioni successive. Data l’arretratezza delle conoscenze mediche e l’ignoranza quasi assoluta delle cause delle infezioni, le risposte alle grandi epidemie non potevano essere che di tipo empirico, limitandosi all’organizzazione delle forme di isolamento dei contagiati nei lazzaretti e delle quarantene. D’altronde ciò valse ad avviare e a consolidare forme, sedi e modalità di assistenza che, gestite dapprima in modo volontaristico da confraternite religiose e laiche, sarebbero divenute man mano di competenza pubblica. Agli ospitali che erano sorti per assistere i pellegrini presso le tappe dei loro itinerari devozionali si affiancarono nuove sedi urbane di assistenza e cura; gli uni e le altre furono i prototipi degli ospedali moderni. Nel frattempo gli incontri tra culture diverse mettevano a confronto le rispettive conoscenze in materia sanitaria e incentivavano la ripresa di studi che avrebbero costituito le basi della nuova scienza medica.

Le grandi epidemie hanno avuto particolare incidenza sulle società urbane, dato che le concentrazioni di popolazione ne aumentavano l’esposizione ai contagi. Occorrono infatti cospicui gruppi di persone coesistenti perché alcune malattie contagiose riescano a diffondersi. Inoltre i rischi di contagio erano proporzionali ai tassi di mobilità, tanto che si può affermare che una forma inconsapevole di profilassi si avesse in carenza di scambi e di viaggi. Non a caso congiunture particolarmente tragiche si sono avute in occasione di incontri tra componenti di comunità rimaste a lungo lontane e separate e quindi dotate di differenti difese immunitarie genetiche e tra cui alcune non pronte ad affrontare batteri e virus portati da altre popolazioni. Come è stato più volte sottolineato, nella conquista dell’America da parte degli europei fecero di gran lunga più vittime delle armi il morbillo, il vaiolo e diversi virus influenzali (3).

Come accennato, in passato le malattie infettive erano spesso chiamate genericamente “pesti”, benché la loro natura potesse essere del tutto diversa dalla “peste nera”. In alcuni casi si è trattato di epidemie, cioè di infezioni gravi ma localizzate e di durata limitata che ciononostante furono capaci di incidere sulle sorti del periodo per le comunità e i gruppi contagiati, come nel caso di guerre decise da infezioni diffuse nelle truppe e/o nella popolazione. Tra queste si ricorda l’epidemia raccontata da Tucidide che colpì Atene tra il 430 e il 427 a.C., che con ogni probabilità fu un’infezione di vaiolo
Presumibilmente di vaiolo fu anche quella che due secoli dopo colpì gran parte della Cina e quella che si diffuse nell’Impero Romano tra 160 e 184 d. C. e che fu ricordata col nome di “peste Antonina” o “di Galeno” o “di Marco Aurelio”, che fu estremamente letale provocando in trent’anni tra i cinque e i trenta milioni di morti; in questo caso si può parlare di pandemia, cioè di una malattia infettiva ad ampia propagazione che ha interessato molte aree del mondo. Tra le pandemie si può ricordare quella molto più recente detta “influenza spagnola” che ebbe origine nella primavera del 1918 negli Stati Uniti e si diffuse in tutto il mondo portata dalle truppe in guerra, mietendo in due anni oltre 50 milioni di vittime.

Con “peste nera” o “morte nera” si intende una malattia infettiva che induce un’alta mortalità e che si manifesta in tre diverse forme: bubbonica, polmonare e setticemica. Quella “bubbonica” è caratterizzata dalla comparsa di tumefazioni dei cordoni linfatici e di uno o più gonfiori (bubboni) nelle regioni inguinali, ascellari, mandibolari e clavicolari. Il contagio è provocato da un batterio, detto Yersinia o pasteurella pestis -scoperto dal medico svizzero Alexandre Yersin solo nel 1894 durante l’epidemia di Hong Kong – le cui prime vittime sono i topi che ne divengono portatori trasmettendolo all’uomo attraverso le pulci. Il tempo di incubazione è compreso tra 1 e 6 giorni; col manifestarsi della febbre alta e degli altri sintomi il decorso della malattia è rapido e porta la gran parte degli infettati alla morte nel giro di 2-4 giorni. Altrettanto letali sono la variante polmonare, che colpisce l’apparato respiratorio, e quella setticemica, una forma ancor più acuta di quella bubbonica, entrambe trasmissibili da uomo a uomo per via diretta o da altri parassiti.

Durante il millennio medievale la cosiddetta “peste”o “morte nera” sembra essere comparsa in Occidente ed avervi imperversato su ampia scala soprattutto con due grandi pandemie, all’inizio e alla fine del Medioevo. La prima, quella detta “di Giustiniano” e descritta da Procopio di Cesarea, dal 542 sterminò la popolazione di Costantinopoli, quella della nostra penisola e arrivò cinque anni dopo fino alla Gran Bretagna, contribuendo a portare la popolazione europea alla metà di quella della fine del II secolo.
La seconda, registrata da numerosi cronisti e nota anche per essere stata utilizzata dal Boccaccio come cornice al suo Decamerone, fu quella del 1347/48. Importata anch’essa dal Levante, non solo determinò al suo arrivo un eccezionale picco di mortalità in tutt’Europa, ma vi rimase in stato endemico, causando una sorta di sciame epidemico per oltre un secolo, ricomparendo periodicamente a intervalli di qualche anno fino ad oltre la metà del XV secolo. Nel frattempo anche l’impero islamico era stato colpito da almeno cinque pestilenze: la “peste di Shirawayh” (627-628), la “peste di ‘Amwas” (638-639), la “peste violenta” (688-689), la “peste delle vergini” (706) e la “peste dei notabili” (716-717).

Doveroso poi ricordare le altre pandemie che colpirono l’Europa tra la seconda metà del XVI secolo e la fine di quello successivo, compresa la peste del 1630 di manzoniana memoria e inoltre quella già citata che fece oltre 12 milioni di vittime in India e in Cina tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX. Questo tipo di contagiosi è manifestato dunque come un fenomeno sanitario e demografico di eccezionale portata, tanto che a quello che comparve nel 1347-48 e si ripresentò a più riprese per oltre un secolo, molti storici attribuiscono la funzione di vero e proprio spartiacque tra l’età medievale e quella moderna, datele sue ripercussioni in tutti i campi del comportamento umano. Nel repentino decremento demografico di quella crisi di mortalità stimato tra 1/4 e 2/5 della popolazione europea, alcuni hanno voluto vedere un fattore di riequilibrio – tragico, ma necessario – per ridimensionare una popolazione cresciuta troppo oltre le risorse ricavabili da un’economia ancora prevalentemente basata su un’agricoltura arcaica. Altri al contrario vi hanno visto una causa della depressione che colpì l’Europa occidentale nei secoli successivi, ma anche il traumatico passaggio da un’economia di sussistenza alle prime forme di sfruttamento e produzione precapitalistiche.

La peste del 1348 a Bologna

Di certo per Bologna la peste del 1348 assunse contorni particolarmente negativi per alcune particolari circostanze e dinamiche che si dipanarono dalla seconda metà del XIII secolo fino agli anni successivi alla comparsa del contagio.
Alla fine di questo periodo il Petrarca in una nota lettera che inviò nel 1368 all’arcivescovo di Genova (4) evocava con nostalgia gli anni giovanili trascorsi con lui a Bologna e rilevava la straordinaria decadenza da cui la bella città di un tempo era stata colpita, decadenza dalla quale ormai sembrava poter uscire solo menomata e compromessa in almeno alcuni degli aspetti che l’avevano resa famosa agli occhi di tanti forestieri. Erano le pesanti conseguenze locali della cosiddetta “crisi del Trecento” (5), la multiforme recessione che dagli ultimi decenni del Duecento si era manifestata in vaste aree dell’Europa ma che fu particolarmente acuta in alcuni contesti (6).

Perché a Bologna si verificasse questo formidabile declino e perché le sue conseguenze divenissero così gravi rispetto alle vicende delle altre comunità cittadine del tempo, dovettero sussistere fattori locali di peso rilevante e capaci di incidere come aggravanti. Partendo dalle evoluzioni di più ampia portata che ebbero conseguenze anche altrove si può constatare che dalla seconda metà del Duecento un generale peggioramento climatico e le sue ripercussioni su un sistema agricolo ancora precario provocarono ripetute crisi produttive e carestie che ebbero il loro apice nei primi decenni del Trecento.

Tra i fenomeni recessivi locali occorre ricordare le crescenti difficoltà di scambio dovute ai frequenti conflitti che opponevano la coalizione guelfa a quella ghibellina che proprio tra Bologna e Modena avevano una delle più turbolente linee di frizione. L’ubicazione della città l’aveva resa da tempo il più importante crocevia degli itinerari interni, terrestri e fluviali che collegavano centro e nord Italia, ma la sua propensione a convogliare scambi interregionali e a trarre profitto degli incrementi di circolazione di uomini e merci poteva esplicarsi solo nei rari periodi di pace generale. A beneficiarne era stata anche la capacità attrattiva dello Studio la cui vitalità non dipendeva soltanto dalla fama dei suoi dottori, ma anche dall’agio e dalla sicurezza che si era in grado di offrire agli scolari e che, con tutte le attività indotte dalla loro presenza, si traduceva in una risorsa economica che la comunità bolognese cercava sempre più consapevolmente di incentivare e tutelare. È ovvio che la pace e la stabilità sarebbero state essenziali per lo sviluppo di tutte queste attività su cui si reggeva l’economia cittadina.

D’altronde i bolognesi per rendersi autonomi da condizionamenti e monopoli esterni, avvertivano da tempo l’esigenza di affrancarsi dalla sudditanza economico-finanziaria rispetto alle città egemoni dell’area centrosettentrionale e di poter accedere liberamente alle rotte orientali e adriatiche per l’approvvigionamento del sale e dei cereali di importazione. Tra i fattori negativi permanevano anche gravi problemi nel controllo del territorio. Benché nella prima metà del Duecento si fosse pressoché completata la “conquista del contado” e si fosse così ampliato l’ambito di dominio della città grossomodo fino a ricalcare i confini della diocesi e a sottoporre a imposizioni fiscali le relative comunità, la sottomissione di talune porzioni del territorio al governo cittadino rimaneva ancora solo nominale. In alcune valli montane e in qualche area delle zone più basse e paludose della pianura persistevano le capacità di comando dei signori locali, coi quali il comune bolognese doveva cercare di raggiungere forme di compromesso, affidando loro – anche se a proprio nome – quel controllo che essi già esercitavano sulle comunità del posto e che non di rado sconfinava in forme di extraterritorialità e di brigantaggio. In pratica quel territorio su cui la città doveva contare per trarre parte delle risorse necessarie al suo sviluppo, manteneva sacche di ostilità che richiedevano continue attenzioni e ripetuti e dispendiosi interventi. Alle difficoltà di controllo territoriale verso la fine del Duecento si aggiunsero quelle politiche.
Nel 1278 in seguito ad un accordo tra l’imperatore Rodolfo d’Asburgo e papa Niccolò III Bologna fu sottomessa alla Chiesa, perdendo l’autonomia che aveva efficacemente difeso dalle pretese di Federico II, anche se la reale portata dei vincoli imposti da tale sottomissione dipese poi da molteplici circostanze e fattori sia interni sia esterni e dall’affermazione di specifiche volontà politiche.
Tra le aggravanti locali della crisi, ebbero un peso rilevante le lotte interne, perché oltre a trascinare la città in dannosi conflitti e a subordinarne i destini alla volontà della fazione vincente (Geremei), giunsero ad autolesive e ripetute espulsioni delle famiglie dei ghibellini locali (Lambertazzi) con gravi e molteplici ripercussioni per tutta la comunità. Ogni cacciata avviava una spirale di tragiche lacerazioni, suscitando odi insanabili e propositi di vendetta negli esuli accolti nelle città rivali. Le degenerazioni settarie dei conflitti interni di fine Duecento erano tra le conseguenze delle vicende che avevano accompagnato e seguito l’affermazione politica delle forze produttive inquadrate nelle arti.Dopo essersi dotate dell’apparato politico della Pars Populi, avevano assunto sempre più frequentemente il controllo degli organi del comune, giungendo ad emanare restrizioni antimagnatizie.

Furono queste dinamiche unite alla forte concorrenzialità innescata dalle difficoltà economiche e politiche del momento, ad esasperare i toni di un contrasto tra fazioni, che dai decenni finali del XIII secolo divenne l’elemento dominante della scena politica bolognese. Paradossalmente mentre la politica antimagnatizia avviata nella seconda metà del Duecento giungeva alle sue massime espressioni esibendo la crescita di incidenza politica dei ceti produttivi, si stava verificando l’ascesa di una nuova aristocrazia del danaro favorita dalle attività finanziarie, produttive e mercantili. Le sorti dei suoi esponenti si stavano affermando pur nel quadro della recessione generale provocata dalle crescenti difficoltà indotte nell’economia locale dai peggioramenti climatici, dalle sempre più frequenti carestie e dai danni apportati alle produzioni e allo scambio dai conflitti interni ed esterni; emblematica in proposito fu l’ascesa dei Pepoli il cui esponente più in vista fu il cambiatore Romeo che accumulò una cospicua fortuna e giunse a condizionare pesantemente gli organi comunali (7.)

Ad aumentare il disorientamento concorsero le strategie del papato avignonese e dei suoi inviati. Tutta la prima metà del Trecento vide i vertici della la società bolognese impegnati a trovare un assetto politico in grado di garantire spazio alle proprie istanze pur rispettando la sovranità della Chiesa, ricorrentemente richiamata e imposta dai legati pontifici. Alla protezione signorile di uno di costoro la città cercò di affidarsi dopo la grave sconfitta (8) riportata in una delle frequenti e ricorrenti guerre condotte contro Modena. Ma il conferimento a Bertrand du Poujet della signoria di Bologna (1327) si dimostrò fallimentare poiché il cardinale francese finì col privilegiare la sua funzione di legato pontificio anche a discapito di quella di signore della città. La sua successiva cacciata (1334) non solo non poteva ripristinare una piena autonomia cittadina, ma al contrario aprì un contenzioso di cui la Chiesa si sarebbe presto avvalsa per riaffermare la propria sovranità.
Infatti il successivo tentativo degli organi locali di fare di Taddeo Pepoli il signore di Bologna fu bruscamente interrotto da Avignone, finché gli inviati pontifici non intervennero a suggellare solo nel nome del pontefice la sua posizione eminente e gli concessero un vicariato che comunque era condizionato dalla politica dei rappresentanti ecclesiastici in Italia. Col nuovo assetto politico raggiunto con l’attribuzione del vicariato, Taddeo Pepoli ebbe modo di condurre una politica volta ad arginare le crescenti difficoltà, ma solo per alcuni anni, dato che nel 1347 la sua improvvisa morte e il successivo arrivo della peste provocarono una convergenza di molteplici e incombenti fattori di crisi. L’inattesa comparsa del flagello fu traumatico: si è valutato che nel primo contagio la popolazione cittadina sia diminuita di una quota compresa tra 1/3 e i 2/5 (9).

Secondo le stime più accurate la popolazione cittadina sarebbe diminuita del 35%, passando all’incirca da 35.000 a 25.000 abitanti. Tutte le normali attività ne furono sconvolte per la scomparsa repentina di una parte cospicua dei componenti degli organi pubblici. Nell’ampia gamma delle reazioni all’incombenza della morte nera, qui come altrove si registrarono differenze di percezione e di comportamento. A coloro che esorcizzavano la paura cercando di trarre dalla vita piaceri immediati, si contrapponeva chi proiettava le sue speranze nella vita ultraterrena e intanto si impegnava nell’assistenza di malati e moribondi. Le necessità di creare e gestire i lazzaretti, le aree e gli edifici per l’isolamento dei contagiati, e quelle di prendere le misure precauzionali che potessero scongiurare o limitare i danni del contagio, sollecitarono la nascita di nuove organizzazioni ospedaliere e lo sviluppo di quelle già sorte su iniziativa di confraternite.
Nella devozione popolare il culto di alcuni santi protettori (San Rocco e San Lazzaro) e la venerazione della Madonna di San Luca divennero abituali forme di ricerca della loro intercessione. Molte altre furono le conseguenze dei picchi di mortalità e del calo complessivo di popolazione. L’improvvisa carenza di manodopera determinò sia in città che in campagna un immediato rialzo dei salari, che però fu poi compensato da una più attenta ricerca di economicità da parte dei detentori delle risorse – gli imprenditori, i mercanti, i proprietari fondiari – che ben presto riassunsero pienamente le leve del potere economico.
Nel contado, dopo una prima fase di sconcerto e di difficoltà provocata dallo spopolamento, nuovi orientamenti si fecero strada. La minore pressione demografica favorì l’abbandono all’incolto delle terre marginali, gli accorpamenti poderali, l’estensione delle colture promiscue a scapito di quelle specializzate e una maggiore integrazione tra agricoltura e allevamento favorendo l’incremento delle rese unitarie. Il contagio ebbe quindi dapprima un effetto dirompente sugli equilibri precedentemente raggiunti, ma poi al disordine iniziale subentrò una progressiva stabilizzazione indotta dagli adattamenti e da nuovi assetti demografici e produttivi. In questa situazione i figli di Taddeo Pepoli avrebbero voluto continuare la su politica di non belligeranza coi ghibellini di Romagna, essenziale per garantirsi l’accesso ai porti adriatici e ai rifornimenti annonari, ma tale politica non fu più tollerata dagli inviati pontifici.

Fu per questo che Giacomo e Giovanni Pepoli dovettero sottostare al ricatto di Astorgio di Durfort, il Capitano Generale dell’esercito pontificio che nel 1350 tentò di disfarsi della loro scomoda presenza prendendo in ostaggio parte dell’esercito bolognese. Impossibilitati a soddisfare l’esosa richiesta del riscatto, i due Pepoli si videro costretti a trovare in segreto una soluzione cedendo il dominio sulla città all’arcivescovo di Milano, Giovanni Visconti, che in cambio si assunse l’onere del pagamento del riscatto. La città dovette così affrontare gli anni più difficili successivi alla prima tragica epidemia sotto una dominazione esterna. L’arcivescovo volle subito far valere la sua sovranità: già alla fine del 1350 decise di far recintare e militarizzare la Piazza Maggiore, espropriando la comunità cittadina del simbolo della sua autonomia. Fece bruciare i libri d’estimo e le liste dei confinati e dei banditi, espulse i funzionari ecclesiastici e rifornì la città di grano per alleviare le conseguenze della carestia in atto. Dopo il baratto coi Pepoli, Giovanni Visconti riuscì a farsi riconoscere per 12 anni dal papa suo vicario nel dominio su Bologna versando un censo annuo di 12.000 ducati.

Ciò sembrava se non altro condurre ad una tregua salutare per la città, non più tenuta ad un impegno diretto nella coalizione guelfa; ma mentre l’arcivescovo milanese cercò di dimostrare una certa sollecitudine nei confronti dei suoi nuovi sudditi, la nomina come suo luogotenente di Giovanni da Oleggio -uno dei suoi capitani, che alcuni ritenevano fosse un suo figlio naturale (10) li sottrasse ai benefici della transitoria stasi bellica. Proprio quando i traumi inferti da guerre, carestie e pestilenze avrebbero richiesto ben altra guida politica, iniziò con l’Oleggio il periodo più oscuro del Trecento bolognese. Nell’ambizione di fare del suo incarico a Bologna la base di un’ascesa signorile, l‘Oleggio instaurò un regime di terrore.La diffidenza che l‘Oleggio nutriva nei confronti dei suoi sudditi si espresse anche nelle opere di militarizzazione dei punti strategici della città. A tutto ciò si aggiunse la ripresa della guerra che sottopose di nuovo gran parte del territorio alle occupazioni e alle scorrerie di mercenari al servizio dei nemici dei Visconti.

Una breve tregua si ebbe solo dopo la morte dell’arcivescovo Giovanni (1354) e il passaggio delle sue dominazioni ai nipoti Bernabò, Galeazzo e Matteo. Fu allora che l‘Oleggio, temendo di essere rimosso dalle sue funzione di luogotenente visconteo, riuscì ad attuare un colpo di mano. Facendo leva sul malcontento suscitato tra i bolognesi dalla sua stessa condotta e dall’esosità delle imposizioni fiscali richieste da Milano riuscì a farsi conferire la signoria della città. Per consolidare il consenso ricorse ad una larga amnistia, ridusse la tassa sul macinato e ripristinò o rese vigenti diversi organismi locali, tra cui il collegio degli Anziani, pur mantenendo saldamente le leve del potere (11).

Dopo vani tentativi di accordo, ruppe definitivamente coi Visconti e si unì ai loro avversari. Questa sua scelta di campo per il fronte antivisconteo trascinò in nuovi conflitti sia la comunità cittadina sia quelle del territorio, ancora una volta sottoposte a incursioni e saccheggi. Già da qualche anno il cardinale Egidio Albornoz, legato pontificio per le terre della Chiesa in Italia, stava svolgendo un’efficace politica per il recupero delle spettanze territoriali del papato. Alternando forme di compromesso coi signori locali ed energiche offensive militari, aveva ottenuto notevoli successi. Aveva inoltre elaborato e appena promulgato con le sue Constitutiones i modelli normativi di sottomissione delle comunità soggette, cercando di far convivere sovranità pontificia e istanze locali.

Impegnato nella difficile impresa di recuperare alla Chiesa con le terre della Romagna anche il dominio su Bologna (12), cercò di far leva sulle crescenti difficoltà dell’Oleggio, che tra il 1359 e il 1360 si trovò a dover fronteggiare l’offensiva dei Visconti mentre ancora una volta infrastrutture esterne essenziali per vita della città, come le chiuse e i canali di derivazione dal Reno e dal Savena, cadevano in mano nemica. L’impotenza a far fronte ad una situazione tanto drammatica suggerì allora all’Oleggio di cercare una via d’uscita, contrattando con l’Albornoz la restituzione alla Chiesa del possesso di Bologna in cambio della signoria su Fermo. Raggiunto l’accordo, nei primi mesi del 1360, i funzionari e i comandanti pontifici subentrarono nelle cariche agli ufficiali dell’Oleggio. Nonostante il suo stato di prostrazione, questa volta la città accolse con fondate speranze l’avvicendamento alla sua guida. I funzionari, a cui l‘Albornoz affidò il governo, provvidero a consentire il rientro delle famiglie espulse e a far fronte alla carestia con rifornimenti e controlli tariffari dei generi di prima necessità.

Tuttavia le truppe viscontee continuavano ad occupare gran parte del territorio e dei centri minori e a insidiare con ricorrenti incursioni la città e i suoi residui possessi. Solo sul finire dell’estate la situazione cominciò a mutare, quando, all’arrivo dei rinforzi di truppe ungare inviate dall’Albornoz, il fronte degli scontri si spostò verso il Modenese. Finalmente il 28 ottobre 1360 il legato pontificio fece il suo ingresso a Bologna, abbellita e addobbata come da tempo non si vedeva. In quei mesi egli tentò di trarre il massimo vantaggio dalla ripresa delle sorti della Chiesa. Ma soprattutto seppe occuparsi efficacemente del ripristino e dell’incentivazione delle attività produttive della città. Allontanata poi la minaccia dell’esercito visconteo, si apriva un periodo di pace e si potevano prendere provvedimenti per il ripopolamento delle campagne e per il ripristino delle attività cittadine. Era l’inizio di quella ripresa che il Petrarca avrebbe rilevato solo qualche anno più tardi e che avrebbe portato alla rinascita dell’ultimo quarto del Trecento, ma dal tunnel della peste Bologna era uscita fortemente ridimensionata nelle sue ambizioni proprio a causa della convergenza di fattori negativi che avevano accompagnato la comparsa dell’epidemia.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

1- Behringer Wolfgang (2013), Storia culturale del clima, Torino, Bollati Boringhieri

2 – Le Goff Jacques – Sournia Jean Charles (1996), Storia delle malattie e della medicina, Bari, Edizioni Dedalo.

3- Diamond Jared (2006), Armi acciaio e malattie, Torino, Einaudi.

4 – Petrarca Francesco (1869-70), Senili, vol. II, lib. X, epist. 2, traduzione a cura di G. Fracassetti, Successori Le Monnier, Firenze.

5 – Dondarini Rolando (1997) Da una crisi all’altra (secoli XIV XVII), Atlante Storico delle città italiane, Bologna, vol. III, Bologna; Idem (2007), La crisi del XIV secolo, in Storia di Bologna, diretta da Renato Zangheri, vol. II, Bologna nel Medioevo, a cura di Capitani Ovidio, Bononia University Press, Bologna 2, pp. 867-897; Trombetti Budriesi Anna Laura (2007), Bologna 1334-1376, ibidem, pp. 761-866.6Sulle vicende bolognesi tra Duecento e Trecento vedi Dondarini Rolando (2000), Bologna medievale nella storia delle città, Patron, Bologna e i contributi nel citato volume Storia di Bologna, (2007) diretta da Renato Zangheri, vol. II, Bologna nel Medioevo, a cura di Capitani Ovidio, Bononia University Press, Bologna 2; inoltre Sarah Rubin Blanshei (2016), Politica e giustizia a Bologna nel tardo medioevo, traduzione a cura di Giansante Massimo, Viella, Roma

6- Sulle vicende bolognesi tra Duecento e Trecento vedi Dondarini Rolando (2000), Bologna medievale nella storia delle città, Patron, Bologna e i contributi nel citato volume Storia di Bologna, (2007) diretta da Renato Zangheri, vol. II, Bologna nel Medioevo, a cura di Capitani Ovidio, Bononia University Press, Bologna 2; inoltre Sarah Rubin Blanshei (2016), Politica e giustizia a Bologna nel tardo medioevo, traduzione a cura di Giansante Massimo, Viella, Roma.

7- Giansante Massimo (1991), Patrimonio familiare e potere nel periodo tardo-comunale. Il progetto signorile di Romeo Pepoli banchiere bolognese (1250-1322), la Fotocromo Emiliana, Bologna.

8 – Le disastrose conseguenze della rotta di Zappolino (1325) e del successivo assedio avevano prostrato la comunità bolognese che dovette far appello alle sue residue risorse per ritornare alla normalità, fronteggiando oltretutto nuove offensive dei ribelli della montagna.

9 –Pini Antonio Ivan -Greci Roberto (1976), Una fonte per la demografia storica medievale: le “venticinquine” bolognesi (1247-1404), “Rassegna degli Archivi di Stato”, XXXVI (1976), pp. 337-417; Del Panta Luigi (1995), La ricomparsa della peste e la depressione demografica del tardo Medioevo, in Morire di Peste: testimonianze antiche e interpretazioni moderne della “peste nera” del 1348, a cura di Capitani Ovidio, Bologna 1995, pp. 67-97; Dondarini Rolando (2004),La popolazione del territorio bolognese tra XIII e XIV secolo. Stato e prospettive delle ricerche, inDemografia e società nell’Italia medievale. Secoli IX-XIV, Atti del Convegno (Cuneo, 28/30 aprile 1994), a cura diComba Rinaldo e Naso Irma, Cuneo 1994, pp. 203-230; Idem, (1997) La popolazione di Bologna tra XIV e XVII secolo, in Atlante Storico delle città italiane Bologna, vol. III, Da una crisi all’altra (secoli XIV XVII), Bologna, pp. 55-56.Dopo il 1347/50 contagi di peste si ripresentarono a Bologna nel 1360/63, 1371/74, 1381/84, 1388/90, 1399/1400, 1410/13, 1419, 1422/25, 1430, 1439, 1447/50, 1456/57, 1467, 1476/79, 1485, 1499/1506, 1522/1530, 1630/1631. Secondo le cronache particolarmente letali furono le epidemie del 1360/63, del 1447/48 e del 1527. Per il 1449 si registrarono punte di 500/600 decessi giornalieri e complessivamente il contagio avrebbe mietuto tra il 1447 e il 1450, 14000 persone in città e 16000 nel contado (GhirardacciCherubino (1657), Historia di Bologna, III, pp. 130 e 134). Nel 1527 i deceduti a Bologna sarebbero stati 12000.

10 – L.SIGHINOLFI, La signoria di Giovanni da Oleggio in Bologna (1355-1360), Bologna 1905.

11- Ibidem, pp. 46-49.12 Sulle vicende del periodo vedi Vancini Oreste (1906-07),Bologna della Chiesa, AMR, s. III, XXIV (1906), fasc. I-III, pp. 239-320, 508-552 e XXV (1907) pp. 16-108

Rolando Dondarini

https://customer32985.img.musvc2.net/static/32985/documenti/1/ListDocuments/Rolando%20Dondarini,%20Conferenza%20all’Istituto%20De%20Gasperi%20La%20peste%20a%20Bologna%20nel%201348.pdf

FOTO (da wikipedia,  inserite da redazione)

1- Guido Reni «Pallione del Voto» (1630), particolare. Bologna, Pinacoteca Nazionale
https://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/epidemie-nell-arte-in-italia-bologna/133026.html

2- Vie di diffusione dell’epidemia in Europa e nel vicino oriente
Flappiefh – Opera propria from: Natural Earth ; The origin and early spread of the Black Death in Italy: first evidence of plague victims from 14th-century Liguria (northern Italy) maps by O.J. Benedictow. Map showing the spread of the Black Death in Europe between 1346 and 1353.

3 – Malato di peste nera in una miniatura del XV secolo.

4 – Manoscritto miniato con illustrati due pazienti probabilmente sofferenti di peste bubbonica. Autore sconosciuto https://www.docbuzz.fr/2011/10/13/123-le-genome-de-la-bacterie-de-la-peste-noire-ayant-tue-30-millions-deuropeens-entre-1347-et-1351-a-ete-reconstituee/

5 –  Peste nera a Firenze in una edizione del Decameron di Giovanni Boccaccio Anonimo – Decameron http://www.lechaim.ru/ARHIV/115/fleyshman.htm  Decameron. Plague. Paris, Bibliothèque Nationale de France, MS fr. 239, s. xv ¼, f. 1r

6 – Rappresentazione di flagellanti in un manoscritto di Gilles Li Muisis del 1350, conservato nella Biblioteca reale del Belgio, da wikipedia

7 – Stemma del casato Pepoli

8 – Rappresentazione di  guerra tra guelfi e ghibellini

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