Castello d’Argile nella Grande Guerra

La Prima Guerra Mondiale (detta poi “Grande Guerra”) ebbe inizio in Europa il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell’Impero Austro-ungarico contro il Regno di Serbia, in seguito all’attentato di Serajevo, in cui fu ucciso l’erede al trono imperiale Arciduca Ferdinando. L’Austria ebbe subito l’appoggio dell’alleato Impero di Germania, mentre l’Impero russo dello Zar si schierava in difesa della Serbia, cui si unirono Francia e Regno Unito con le rispettive colonie. Successivamente intervennero altri Stati europei ed extraeuropei, come l’Impero Ottomano e l’Impero giapponese (con Austria e Germania), e infine, nel 1917, gli Stati Uniti d’America a fianco dell’Intesa franco-inglese, dopo la rivoluzione e il ritiro della Russia.
Il Regno sabaudo d’Italia, dopo un anno di neutralità, tentennamenti diplomatici e accordi segreti, nel maggio 1915 ruppe l’antica Triplice Alleanza con gli Imperi centrali e dichiarò guerra all’Austria. Scelta controversa e osteggiata da tanta parte del mondo politico socialista e cattolico; tanto che il papa Benedetto XV definì quella guerra in atto una “inutile strage”. E infatti fu uno dei conflitti più sanguinosi e devastanti che l’umanità abbia vissuto.
Come quasi sempre avviene anche la situazione di Castello d’Argile ricalca quella nazionale: un paese smarrito e diviso.
Nel 1915 il Comune contava poco meno di 4000 abitanti, di cui circa 2580 nel capoluogo. Il Comune era amministrato da una Giunta e da un Consiglio formato tutto da esponenti socialisti o comunque di estrazione popolare locale (senza più proprietari esterni come in precedenza, fino al 1911). Ma nell’ambito del Consiglio c’erano contrasti e posizioni personali e ideologiche diverse, soprattutto riguardo alla possibile partecipazione dell’Italia alla guerra già in atto fra le potenze europee (ed extraeuropee) dal 1914.
Il 16 maggio il sindaco Massimo Accorsi presentò per la seconda volta le sue dimissioni e stavolta fu deciso a mantenerle “per ragioni di famiglia” disse. Si aspettavano ormai a giorni le “cartoline di precetto” per tutti i giovani e gli uomini di mezza età.
E infatti , dopo il 24 maggio 1915 , molti furono gli uomini di Castello d’Argile chiamati sotto le armi, anche l’Arciprete Don Vincenzo Gandolfi e i suoi 3 fratelli residenti a Cento. Dopo qualche mese di supplenza del pro-sindaco Timoteo Gnudi, in luglio 1915 fu eletto sindaco Gabriele Gandolfi , artigiano e possidente locale che però mesi dopo, nel 1916, fu chiamato alle armi, insieme ad altri 6 consiglieri comunali, al medico condotto dott. Fabbri, e al segretario comunale Ercole Nardi, al cappellano Don Giuseppe Rambaldi, e a tanti altri argilesi.
E Timoteo Gnudi tornò a svolgere le funzioni di pro-sindaco, poiché il sindaco Gandolfi aveva chiesto le dimissioni, che non furono accettate.

E cominciarono le restrizioni imposte dallo stato di guerra. Fu messa da parte la proposta di costruire una nuova scuola elementare, il terreno ad essa destinato dato in affitto; furono aumentati del 25% gli affitti degli alloggi comunali, e fu deliberato l’aumento della tassa bestiami. La Congregazione di Carità propose di non concedere più sussidi e medicinali gratuiti ai “miserabili dediti a bevande alcooliche… piaga della società tanto combattuta da moralisti e igienisti….” La Giunta fu d’accordo. La distribuzione gratuita dell’olio di merluzzo fu concessa solo su prescrizione del medico , a causa del rincaro del prezzo. Anche la carne era aumentata nel prezzo e diminuita nel consumo; il macellaio Pizzoli chiese una riduzione della sua quota di dazio. In dicembre scarseggiava il latte e i bottegai dovevano andare a prenderlo a Bologna o all’ospedale di Pieve, diventato “militare”, a maggior prezzo.

I dipendenti comunali chiesero ed ottennero un aumento del 10% (gli impiegati) e del 15% (i salariati) per il “caro viveri”.

Appena dichiarata la guerra , la giunta di Argile, come quelle di Bologna e di Cento e tanti altri Comuni, finì per mettere da parte le polemiche contro l’intervento in guerra, ormai superate dagli eventi, per impegnarsi in opere di solidarietà per le famiglie dei richiamati , o comunque dei poveri (vedi a Bologna Francesco Zanardi, sindaco del pane…).

I prezzi continuavano ad aumentare e, per porre un freno, la Giunta di Argile d’intesa con la Prefettura fissò i prezzi di alcuni generi alimentari di prima necessità: pane, zucchero, riso, pasta latte e uova. Ma il calmiere non veniva rispettato.
Fu modificata l’imposta di “Ricchezza mobile” , diminuita per alcuni bottegai che vendevano poco, ma aumentata per altri, per gli affittuari e per i 2 “ministri del culto” (i parroci di Argile e Mascarino).
Fu costituito un Comitato Civile per soccorsi da elargire alle famiglie bisognose di militari richiamati”.
Si raccoglieva la carta inservibile del Comune e si contribuiva alla lavorazione dello “scalda-rancio” per i “nostri valorosi soldati”. Le donne preparavano indumenti di lana e maschere antigas ed erano impegnate in qualsiasi lavoro per sostituire gli uomini in guerra.

In canonica il parroco si interessava di comunicazioni e informazioni tra i militari al fronte e le famiglie (cosa difficilissima)
Al fronte, tra maggio e dicembre 1915 , la guerra si rivelava più dura del previsto. Tra i 250.000 italiani che morirono nelle prime 4 battaglie dell’Isonzo, 6 erano di Argile. Anche i fautori dell’intervento cominciarono a rendersi conto che la guerra sarebbe stata lunga e difficilissima.
Nel 1916 cresceva il numero degli argilesi richiamati alle armi. L’andamento della guerra fu terribile e vi persero la vita altri 16 uomini di Argile.
Pur in questa angosciosa situazione non venne meno la volontà di migliorare i servizi pubblici del paese : fu completato e imbiancato il nuovo ambulatorio comunale nei pressi del Municipio e fu costruito il macello pubblico coprendo le spese con un mutuo.
Il parroco abbellì la chiesa con due nuovi altari laterali di marmo, e fondò il “Circolo della gioventù maschile”.

Nel 1917, anno della Rivoluzione russa e delle disastrose battaglie della Somme e di Verdun, e della disastrosa sconfitta italiana di Caporetto, la fame incombeva anche ad Argile.

L’attività amministrativa era ridotta ai minimi termini. I problemi più grossi da risolvere venivano dalla necessità e dalle difficoltà di approvvigionamento del grano e della legna.
Carbone coke non se ne trovava più, occorreva molta legna per fare un po’ di caldo nelle scuole e nel municipio. Compilare l’elenco delle famiglie dei bisognosi cui assegnare il grano era un’ impresa ardua.
Domenico Mignani, proprietario dell’unico mulino attivo in Argile era stato costretto a chiudere per mancanza di combustibile per far funzionare la macchina a vapore. Chi voleva macinare quel po’ di grano che era riuscito a procurarsi doveva recarsi a Pieve o a Bentivoglio, con aggravio di spesa. Un tentativo del Mignani di collegarsi alla cabina elettrica per il mulino non andò in porto perché anche l’energia elettrica era razionata.
Per sfamare la popolazione si cercò di procurare pasta e furono presi accordi con una fabbrica di Corticella, ma poi si fece avanti un bottegaio locale, Enrico Cavicchi, che si offrì di fabbricarla con torchio proprio, a 6 lire al quintale; e il Comune la acquistò da lui per distribuire poi la pasta alla popolazione.
Crescevano ovunque stanchezza, risentimento, proteste contro la guerra e chi l’aveva voluta.
Bestemmie e imprecazioni evidentemente abbondavano se la Chiesa promosse un “Crociata contro la bestemmia e il turpiloquio vera barbarie del XX secolo”, nella settimana tra il 25 marzo e il 1 aprile.

Non esattamente calcolabile il numero degli argilesi che combatterono al fronte. Risulta che nel 1917 erano sotto le armi 289 uomini, dei quali 122 di famiglie coloniche, su un totale di 407 famiglia, di cui 110 coloniche, nella sola parrocchia di Argile.
Tra il 1917 e il 1918 furono arruolati 365 uomini, nati tra il 1892 e il 1900, residenti in Argile.
Le polemiche tra cattolici e socialisti si rinfocolarono nel 1918.
Scrisse Don Gandolfi nel suo “Cronicon”: “I socialisti fanno propaganda demoralizzante fra i cittadini, contro il prolungamento delle ostilità e incitano il popolo contro il Papa e i sacerdoti che accusano di volere la guerra, mentre all’inizio li avevano additati all’ira dei governanti come contrari”.
Intanto l’arciprete si dava da fare, insieme ad un Comitato di benemeriti per far funzionare un Asilo parrocchiale per bimbi dai 3 ai 6 anni, in particolare per figli di richiamati in guerra.
E intanto si riprese a litigare anche fra consiglieri e assessori. Fu contestata la posizione di Timoteo Gnudi, accusato dai colleghi di aver assunto impropriamente le funzioni di prosindaco senza averne ricevuto delega. Delega che fu poi assegnata a Domenico Mignani il 6 aprile 1918. In maggio fu organizzato il razionamento , distribuendo tessere apposite per tutti i generi alimentari che scarseggiavano; il 10 giugno furono distribuiti cereali a coloni e mezzadri rimasti sprovvisti; erano previsti kg. 10 di “miscela” a testa (14 per il capofamiglia) In luglio fu distribuito riso alle famiglie dei prigionieri di guerra, kg.5 di grano ai braccianti mietitori, sussidi alle famiglie dei richiamati.

Il 4 agosto lo stato di debilitazione nella popolazione era tale che si decise di allestire un “locale di isolamento” in previsione di malattie infettive (che si verificarono in ottobre).

Infatti, mentre le sorti della guerra si volgevano faticosamente a favore delle truppe italiane fino allattacco finale vittorioso del 4 novembre 1918, scoppiò (in varie parti d’Italia) una grave epidemia di influenza detta allora “spagnola”, che provocò la morte di ben 28 persone nella parrocchia di Argile e 12 in Venezzano, tra ottobre e novembre. Morirono soprattutto giovani, ragazzi, bambini; a volte 2 o 3 per famiglia; nell’ospedale di Bentivoglio, da poco costruito per volontà del marchese Pizzardi, vi morirono 80 persone in parte qui trasportate da Bologna o altri comuni.

Il 1o dicembre il sindaco Gabriele Gandolfi, ritornato a casa e in carica, d’intesa con la Giunta, decise di aprire uno”spaccio comunale” in una delle botteghe di Palazzo Artieri, per vendere carne suina e generi di prima necessità a prezzi economici e controllati. Dispose anche per una distribuzione gratuita di grassi di maiale (300 grammi a testa) per chi non aveva suino di sua proprietà.

Se la guerra era finita al fronte, non era finita quella per la sopravvivenza a casa, mentre tanti uomini erano ancora in prigionia lontano o in ospedale o comunque tenuti in servizio sotto le armi. Mano a mano che tornarono si potè cominciare a fare il conto di morti e dispersi.

Risultarono 41 gli argilesi morti in combattimento, altri 9 dichiarati “dispersi” e 29 morirono tra il 1917 e il 1924 per causa di malattie o ferite contratte al fronte.
Le scuole di Venezzano in dicembre furono requisite per sistemarvi prigionieri di guerra italiani rimpatriati e in attesa di smistamento, per ordine del Comando militare insediato a Cento. Il sindaco e la Giunta protestarono per quella occupazione definita illegale.
Ma eravamo ancora in zona a suo tempo definita “di guerra” e bisognava adeguarsi e obbedire.
Il parroco di Argile fece apporre una lapide con i nomi dei parrocchiani Caduti in guerra , sul lato destro della Cappella del Crocefisso. Lapide inaugurata il 21 dicembre con la partecipazione di tutte le associazioni cattoliche , maschili e femminili, cresciute nel frattempo. Altra lapide fu apposta nella Chiesa di Mascarino.

Nel1924, a regime fascista instaurato, nella piazza del capoluogo fu eretto un apposito Monumento ai Caduti, su progetto dello scultore Armando Minguzzi (padre del contemporaneo Luciano).
Vi sono incisi i nomi dei Caduti e dispersi residenti nel territorio comunale nel corso della Grande Guerra.
Successivamente, vennero aggiunti su altri lati del basamento del monumento i nomi dei caduti nella guerra coloniale del 1935 e della Seconda Guerra mondiale (1940-45).

 

 

 

Magda Barbieri

DIDASCALIE FOTO

1 – Il Resto del Carlino annuncia l’entrata in guerra dell’Italia

2 – La via principale di Argile in cartolina di inizio ‘900

3 – Pompieri di Bologna in servizio di trasporto feriti (foto Romagnoli)

4 – Il Resto del Carlino annuncia l’ armistizio e crollo Imperi.

5 – Foto-ricordo collettivo di caduti argilesi  realizzata in periodo fascista , con relativi simboli , Duce e Re

6 – Bozzetto del Monumento ai caduti argilesi, disegnato dallo scultore Armando Minguzzi

7 – Il Monumento ai caduti nella piazza di Argile, davanti al Municipio

FONTE:

  • Sintesi  dalle pagine del  volume di Magda Barbieri “La terra e la gente di Castello d’Argile e Venezzano ossia Mascarino” vol. II. 1997.
  • Relazione  preparata per la conferenza sul tema “La Grande Guerra in casa nostra” tenuta il 28 -10-2018 ad Argelato, promossa da Emilbanca e Gruppo di studi Pianura del Reno in occasione del centenario.

***ELENCHI DEI CADUTI ARGILESI IN COMBATTIMENTO E PER FERITE O MALATTIE CONTRATTE  NEL CORSO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE (tratte dal libro sopra citato)