{"id":12842,"date":"2024-01-17T08:36:09","date_gmt":"2024-01-17T07:36:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/?p=12842"},"modified":"2024-01-17T09:23:33","modified_gmt":"2024-01-17T08:23:33","slug":"relativismo-linguistico-tra-schwa-e-etica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/2024\/01\/17\/relativismo-linguistico-tra-schwa-e-etica\/","title":{"rendered":"Relativismo linguistico, tra schwa e etica"},"content":{"rendered":"\n<p><b><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-12843 alignleft\" src=\"https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/Libri-antichi-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/Libri-antichi-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/Libri-antichi.jpg 369w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/>Il relativismo linguistico, lo schwa e l\u2019etica.<br><\/b><b>&#8211; Riflessioni di <\/b><b>Roberto Luigi Pagani <\/b>su un tema oggi molto attuale e controverso<b> &#8211;<br><\/b>Mi piace usare questo spazio non soltanto per condividere informazioni sull\u2019Islanda, ma anche per suscitare riflessioni. Come docente universitario diplomato anche in didattica universitaria, <strong>sono grande sostenitore del \u201cdiscussion-based teaching\u201d,<\/strong> e nelle mie lezioni ho sempre usato modalit\u00e0 interattive, dando informazioni volte a permettere agli studenti di arrivare alle conclusioni da soli tramite ragionamento autonomo sviluppato come dialogo tra loro e con me. Trovo che sia il modo migliore per il progresso personale e sociale, per questo cerco di riproporlo anche su questa pagina, anche se qui ho meno facolt\u00e0 di tenere le redini del discorso e questo porta alcuni a partire per tangenti e scatenare liti che degenerano (in classe posso pretendere da uno studente che dimostri di aver fatto un ragionamento coerente, e se non ci riesce \u00e8 obbligato a ritirare le sue conclusioni sbagliate e riprovare, senza potermi dire \u201cnon accetti le opinioni altrui\u201d, \u201csei arrogante!\u201d, \u201climitati a parlare di Islanda!\u201d come alcuni fanno qui su Facebook.<\/p>\n<p>Sono forse un\u2019idealista, per cui continuo a provarci nonostante la frustrazione. Del resto dobbiamo tutti scegliere battaglie da combattere, c\u2019\u00e8 chi sceglie i diritti degli animali, chi quelli dei palestinesi, chi qualche credo religioso, chi diritti civili\u2026 io voglio battermi per diffondere la capacit\u00e0 di ragionare basandosi sui dati, sapendo selezionare le fonti, e al fine di capire meglio tramite il dialogo, non al fine di spazzare via l\u2019avversario attraverso la retorica, anche se lui ha in realt\u00e0 ragione, ma non si sa spiegare altrettanto bene.<\/p>\n<p>&#8211; Mi sono gi\u00e0 dilungato, ma dovevo fare questa premessa per introdurre il senso del discorso che volevo fare:<br><b>Da linguista storico, mi trovo sempre contrario a iniziative dall\u2019alto volte a intervenire sull\u2019assetto di una lingua. Non mi piace perch\u00e9 lo trovo antidemocratico anche quando il fine \u00e8 nobile. <\/b>Questo non significa che io sia contrario a qualsiasi iniziativa volta a incoraggiare certe forme linguistiche: per esempio, sono favorevolissimo a declinare al femminile i maschili in -o delle professioni (ministra, avvocata e sindaca), perch\u00e9 questa \u00e8 iniziativa che rinforza e fa rispettare una norma grammaticale (quella per cui i maschili italiani in -o escono in -a quando si riferiscono a entit\u00e0 di sesso femminile). Chi si rifiuta di dire \u201cministra\u201d sta esercitando una libert\u00e0 che per\u00f2 \u00e8 anche errore grammaticale, dal punto di vista delle regole attuali dell\u2019italiano. Nulla vieta che se la maggioranza si metta a mascolinizzare tutto, l\u2019italiano del futuro perda il femminile e abbia solo sostantivi senza genere grammaticale, come l\u2019inglese, ma non ci siamo ancora, e ad oggi \u201cla ministro o il ministro Meloni\u201d sono sgrammaticati.<\/p>\n<p><b><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-12845 alignleft\" src=\"https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/schwa-300x143.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"143\" srcset=\"https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/schwa-300x143.jpg 300w, https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/schwa-768x367.jpg 768w, https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/schwa.jpg 800w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/>D\u2019altro canto, sono fermamente contrario a una rivoluzione grammaticale come quella che vuole introdurre un genere diverso attraverso un\u2019inserimento di un fonema non proprio del sistema italiano, lo sc[e]v\u00e0 (si pronuncia cos\u00ec, schwa, non \u201csciu\u00e0\u201d. Oltre a non conformarsi con la grammatica storica e l\u2019evoluzione naturale della lingua, la trovo un\u2019iniziativa pericola dal punto di vista etico.<\/b><\/p>\n<p>Essa prende le mosse da un assunto scientificamente non ben assodato nei suoi limiti e nelle sue implicazioni: che la lingua plasmi il modo di pensare. In linguistica lo si definisce relativismo linguistico, spesso chiamato anche ipotesi di Sapir-Whorf, dal nome di due studiosi americani (professore e allievo), che per\u00f2 in realt\u00e0 non erano proprio persuasi da questa ipotesi, ma il loro nome vi \u00e8 associato perch\u00e9 un altro allievo di Sapir, l\u2019antropologo Hoijer, ha associato la teoria ai due, dopo che Whorf aveva pubblicato osservazioni dove sospettava che differenze linguistiche potessero avere conseguenze cognitive, senza per\u00f2 sostenere che fosse proprio cos\u00ec. \u00c8 un\u2019idea che era stata formulata gi\u00e0 nell\u2019Ottocento, e che, nella sua forma pi\u00f9 estrema (il determinismo linguistico), sostiene che la lingua determini il modo di pensare e che le categorie linguistiche limitano quelle cognitive. In altre parole, l\u2019individuo sarebbe in grado di percepire la realt\u00e0 solo attraverso le categorie ereditate dalla sua lingua. Questa forma estrema della teoria \u00e8 ormai ampiamente screditata, e non gode pi\u00f9 di alcun credito in ambito scientifico, essendo stata negata da numerosi esperimenti.<\/p>\n<p><strong>Gli studi indicano che, se proprio c\u2019\u00e8 un tipo di influenza, questa \u00e8 comunque davvero marginale e non ostacola l\u2019elaborazione di una visione diversa della realt\u00e0 (altrimenti noi italiani avremmo tutti la stessa visione del mondo\u2026 e mi pare sia ovvio che non \u00e8 cos\u00ec!).<\/strong> Senza contare la questione dell\u2019uovo e della gallina: se la lingua influenza il pensiero\u2026 cosa influenza la lingua? Il pensiero stesso? Non avrebbe senso. Oppure la lingua si crea dal nulla e prende a influenzare il pensiero? Altrettanto assurdo.<\/p>\n<p>Le differenze linguistiche che rispecchiano una visione particolare della realt\u00e0 non limita la capacit\u00e0 di chiunque di apprendere distinzioni fatte da altre lingue: quando ero studente di linguistica a Edimburgo, vidi il video che mostrava un esperimento interessantissimo, ispirato ad uno studio condotto inizialmente su una popolazione centroamericana, gli Zuni, nel 1953 (Lenneberg e Roberts), ma stavolta condotto tra gli Himba della Namibia. Questa trib\u00f9 parla una lingua in cui i colori sono suddivisi in categorie diverse dai nostri.<br>I termini per i colori in himba e le tonalit\u00e0 che descrivono. Notate come alcune tonalit\u00e0 di verde sono raggruppate assieme al blu e altre insieme al giallo.<br>Nell\u2019esperimento c\u2019erano due cerchi, uno composto da quadrati dello stesso colore verde e da uno azzurro, l\u2019altro da quadrati dello stesso colore verde tranne uno di una tonalit\u00e0 leggermente diversa. Lo spettro della luce \u00e8 un continuo, e dunque ogni linea che delimiti una porzione di esso attribuendole un termine specifico (come rosso, arancione, blu o azzurro) \u00e8 arbitraria. Questo \u00e8 stato ben dimostrato dall\u2019esperimento:<\/p>\n<p>Siccome noi europei distinguiamo tra blu e verde (non proprio tutti in verit\u00e0! Il gaelico \u00e8 un esempio interessante), un europeo indicava prontamente il quadrato azzurro come diverso. Per il parlante Himba, invece, le tonalit\u00e0 di azzurro e di verde scelte rientrano nella stessa categoria linguistica di colore (burou, immagino dal grafico) e dunque questo faceva fatica a individuare il quadrato azzurro come diverso.<br>Quanto ci mettete a capire quale quadrato \u00e8 diverso a sinistra?<br><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-12847 alignleft\" src=\"https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/grafico-colori-Himba-da-art.-Paggani-300x181.png\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"181\" srcset=\"https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/grafico-colori-Himba-da-art.-Paggani-300x181.png 300w, https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/grafico-colori-Himba-da-art.-Paggani-768x464.png 768w, https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/grafico-colori-Himba-da-art.-Paggani.png 1024w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/>Con l\u2019altro cerchio (quello a sinistra, valeva l\u2019opposto). Uno dei tasselli \u00e8 di una tonalit\u00e0 diversa, che per noi europei rientra comunque sotto la definizione di \u201cverde\u201d, mentre per un Himba \u00e8 gi\u00e0 dumbu (credo) rispetto alle altre che sono burou. Per questo, cos\u00ec come lo Himba ci aveva messo di pi\u00f9 a isolare l\u2019azzurro dal resto, l\u2019europeo ci aveva messo di pi\u00f9 a isolare il dumbu dal resto. Ci\u00f2 \u00e8 stato interpretato come prova del fatto che la lingua influisce sul nostro modo di vedere mondo. Il fatto \u00e8 che questa conclusione non convince per un numero di motivi: siamo d\u2019accordo che la luce visibile \u00e8 uno spettro, e che quella sua suddivisione e i nomi che diamo alle sezioni create sono arbitrari, ma tutti gli esseri umani (salvo condizioni patologiche) sono in grado di percepire e distinguere le varie sfumature, anche senza avere termini che le indichino: se prendete una sezione della figura sopra, divisa in innumerevoli sfumature, sarete d\u2019accordo (da europei), che anche se ne chiamereste una sezione \u201cgialla\u201d o \u201cblu\u201d, sareste comunque in grado di isolarne i quadratini e di identificarli come diversi, anche se per voi sono tutti \u201cgialli\u201d o \u201cblu\u201d!<\/p>\n<p>La categorizzazione linguistica non implica che l\u2019europeo non vede quando un colore \u00e8 di una sfumatura diversa da un\u2019altra, o che l\u2019africano veda azzurro e verde come lo stesso colore! In arte (e anche nel mondo della tinteggiatura casalinga!) esiste una classificazione molto precisa dei colori, che un artista (o uno che vuole dipingersi casa) pu\u00f2 usare per descrivere con estrema precisione una gamma di sfumature che va ben oltre al corredo linguistico standard di una lingua. Il fatto che varie culture abbiano separato lo spettro luminoso in punti diversi, \u00e8 che gli spazi tra questi punti abbiano nomi che non corrispondono esattamente alle categorie di altre lingue, significa solo questo: che la loro lingua ha categorizzato diversamente i colori per l\u2019uso quotidiano (per motivi magari pratici per cui nella cultura dell\u2019africano \u00e8 fondamentale distinguere un verde da un altro per \u2014 invento \u2014 distinguere una pianta ancora commestibile da una andata a male), ma ci\u00f2 non implica che uno non possa vedere differenze laddove queste sono rilevanti. Io sono ignorante in fatto di colori, e per me marrone indica tante cose, mentre un artista sapr\u00e0 correttamente individuare un talpa, un seppia, un terra di Siena o un mogano. Questo non vuol dire che io non veda la differenza tra di loro.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 esattamente ci\u00f2 che \u00e8 emerso in studi successivi: il contatto con altre lingue rende possibile lo scambio di categorie linguistiche senza che ci\u00f2 abbia un reale impatto sulla percezione degli oggetti descritti. Non avere categorizzazioni linguistiche che circoscrivano un fenomeno reale, non significa non poter capire quel fenomeno o concettualizzarlo: in italiano distinguiamo tra blu e azzurro, in inglese e islandese no, ma inglesi e islandesi ci mettono poco a imparare che per noi italiani quello che per loro \u00e8 un blu pi\u00f9 chiaro ha un nome dedicato.<\/p>\n<p>Resta poi sempre la domanda di come sia possibile che alcune persone di lingua europea di identifichino con categorie diverse dal maschile e dal femminile e pretendano di aggiungere a posteriori elementi grammaticali che le descrivano\u2026 se non \u00e8 possibile concettualizzare altro dal maschile o dal femminile per un parlante di una lingua che prevede solo questi due generi grammaticali! Mi sembra dunque ovvio che la concettualizzazione della realt\u00e0 preceda e trascenda le limitazioni (vere o percepite) della lingua. Se la lingua fosse davvero cos\u00ec impattante, non ci sarebbe mai stata alcuna innovazione nella storia umana, e saremmo fermi a caratterizzazioni e descrizioni linguistiche primitive. La lingua \u00e8 un riflesso del pensiero, molto di pi\u00f9 di quanto il pensiero non sia riflesso della lingua.<\/p>\n<p>Sempre a Edimburgo, mi fu insegnato che uno studio del 2003 aveva evidenziato come parlanti tedesco e spagnolo descrivevano con aggettivi tipicamente mascolini termini che nella loro li gi\u00e0 erano grammaticalmente maschili, e tipicamente femminini per i termini grammaticalmente femminili: il ponte \u00e8 maschile in spagnolo, per cui gli spagnoli descrivevano il ponte come possente, imponente o cose simili, mentre i tedeschi, nella cui lingua ponte \u00e8 femminile, dicevano che era elegante, snello o non so che altro. Be\u2019, \u00e8 saltato fuori che tale esperimento non \u00e8 mai stato pubblicato in un articolo scientifico, e un tentativo di replicarlo fatto nel 2014 (e stavolta pubblicato da una prestigiosa casa editrice scientifica, DeGruyter) non ha prodotto gli stessi risultati, concludendo che la tesi di partenza fosse infondata. Lo studio conclude:<\/p>\n<p>[Questa ricerca] suggerisce che i risultati dell&#8217;esperimento originale fossero o una conseguenza di qualche aspetto non documentato del processo sperimentale, o una variazione statistico. La questione se i parlanti attribuiscano interpretazioni di genere alle categorie linguistiche del genere grammaticale non pu\u00f2 essere risolta in modo definitivo, poich\u00e9 i risultati nella letteratura pubblicata variano ampiamente. Tuttavia, i nostri esperimenti mostrano che, se tale effetto esiste, non \u00e8 abbastanza forte da poter essere misurato indirettamente mediante l\u2019accostamento di aggettivi con sostantivi.<\/p>\n<p><strong>Ammettiamo per\u00f2 per questo discorso sia vero e comprovato, ovvero che la lingua influenzi veramente il pensiero, e che sia dunque possibile manipolare il pensiero altrui semplicemente facendo in modo che la gente parli in un certo modo (lasciamo pure stare il fatto che il politicamente corretto si \u00e8 storicamente rivelato in larga misura fallimentare nello sradicare razzismo e altre discriminazioni negli U.S.A., e facciamo sempre finta che sia efficace): quanto \u00e8 etico ci\u00f2? \u00c8 lecito manipolare il pensiero altrui obbligando la gente a parlare in un certo modo?<\/strong> Se vogliamo che una politica linguistica venga attuata in un contesto dove l\u2019obiettivo \u00e8 una condivisibile lotta ad una discriminazione, e la politica attuale ci concede spazi per farlo, cosa facciamo quando gli equilibri di potere cambiano, e questo strumento linguistico viene usato invece per imporre un linguaggio discriminatorio per fomentare odio razziale o fobico? Se sdoganiamo un\u2019idea che implica lo sfruttamento di uno strumento a fini politici, dobbiamo ricordare che la parte politica avversa potr\u00e0 fare lo stesso.<\/p>\n<p>Vale fare l\u2019esempio della storia nordica, che all\u2019inizio del \u2018900 fu distorta e sfruttata per promuovere ideali razzisti di purezza della razza e superiorit\u00e0 dei popoli nordici presentando un mondo di indomiti guerrieri mascolini indomiti (cosa che non fu mai), mentre oggi (la stessa identica storia!) viene usata anche da gruppi di sinistra che la distorcono e la sfruttano presentando un mondo nordico di democrazia ed emancipazione femminile (cosa che non fu mai).<b> In entrambi i casi, il risultato \u00e8 che la storia vera di quel periodo \u00e8 conosciuta solo agli storici (e a volte nemmeno a loro) mentre il pubblico \u00e8 infarcito di idee false, e sceglie a quali far credito a seconda dei suoi ideali politici.<\/b><\/p>\n<p>La narrazione isolazionista storica si \u00e8 rivelata efficacissima nel veicolare idee politiche aberranti, e chiunque abbia studiato la storia dell\u2019Otto- e Novecento lo sa bene, perch\u00e9 non dovremmo guardare con sospetto ad iniziative simili partite avanti nell\u2019abito della lingua? <b>Siamo cos\u00ec sicuri poi, avendo in mano uno strumento cos\u00ec potente, che esi<\/b><b>s<\/b><b>tano gruppi umani con i requisiti di etica per gestirlo?<\/b> Chi li seleziona? Sarebbero in grado di limitarsi ad usarlo per fare del bene, o finirebbero per abusarne come chiunque prenda in mano del potere, convinti di agire per il bene, ma finendo per diventare mostri peggiori di quelli che avrebbero voluto fermare?<\/p>\n<p>Discorso questo, secondo me, velleitario: non credo che la lingua funzioni bene come la storia, se l\u2019intento \u00e8 quello di condizionare il pensiero delle persone. Tutt\u2019al pi\u00f9, si potr\u00e0 aspirare ad ottenere una societ\u00e0 in cui un gruppo di potere potr\u00e0 asserire la sua autorit\u00e0 imponendo norme sull\u2019espressione linguistica, dove schiere di persone si piegano alle norme imposte per evitare eventuali conseguenze, ma senza che ci\u00f2 abbia veramente un impatto sulle loro opinioni.<\/p>\n<p>Ripeto retoricamente la mia domanda: <b>se i parlanti di una lingua che qualcuno vorrebbe descrivere come patriarcale e non inclusiva sono riusciti comunque a sviluppare concetti come la parit\u00e0 di genere e l\u2019inclusivit\u00e0\u2026 cosa ci fa credere che una lingua forzatamente egualitaria e paritaria sui generi non possa lasciare spazio a pensieri discriminatori o sessisti?<\/b><\/p>\n<p>Temo, a rischio di sembrare paternalistico, che l\u2019idea di poter cancellare le cose brutte del mondo cancellandone l\u2019espressione linguistica sia un pu\u00f2 desiderio di persone che hanno forse perso le speranze nel progresso umano e sociale, e hanno spostato la loro attenzione verso un obiettivo che sembra loro pi\u00f9 realistico e raggiungibile: la manipolazione della lingua. Pur di non abbandonare le speranze, queste persone si sono convinte che gli obiettivi auspicabili e condivisibili che desiderano siano non lontane utopie, ma qualcosa di vicino e a portata di mano: basta obbligare tutti a parlare in un certo modo attraverso legislazioni draconiane, accuse politiche, anatemi, mobbing su Internet a chi non accetta di recepire le nostre direttive\u2026 e il mondo diventer\u00e0 un luogo migliore di pace, fratellanza (e dittatura del proprio pensiero \u2014 ma questo, tutti i dittatori, si illudono che non avvera: pensano che deportano lo scettro del potere una volta messo in ordine dove c\u2019era caos, fatto giustizia dove mancava, e che restituiranno le libert\u00e0 rimosse temporaneamente per il bene superiore che volevano raggiungere).<\/p>\n<p>Io personalmente non vorrei mai essere nella condizione di poter prendere decisioni sulla vita altrui, perch\u00e9 pur sforzandomi nella mia vita di avere un impatto positivo sul mondo, so anche di essere capacissimo di fare del male, talvolta anche se animato da buone intenzioni. La luce e l\u2019ombra, il bene e il male, sono racchiusi nel cuore di ogni essere umano, e il potere tende a tirare fuori l\u2019ombra e il male. Per questo ho seri dubbi su iniziative che da subito si prefiggono di controllare aspetti della vita altrui, aspetti cos\u00ec importanti poi nella cultura occidentale fin dai tempi dei greci, come la libert\u00e0 di pensiero e parola! Socrate \u00e8 morto per la sua libert\u00e0 di espressione, e ha deciso di piegarsi alle autorit\u00e0 ateniesi, rispettandole. Ecco, io preferirei non dover pi\u00f9 vedere autorit\u00e0 che mettono a morte un Socrate come un ultimo degli scappati di casa per qualcosa che ha detto. Le parole feriscono, ma i limiti imposti per evitare il male delle parole sono un male ancora pi\u00f9 grande.<\/p>\n<p>Qui uno potrebbe dire: d\u2019accordo! Non imponiamo le nostre scelte a nessuno, per\u00f2 io rivendico il mio diritto a modificare la mia lingua come voglio. Qui, per\u00f2, bisogna fronteggiarsi con il fatto ineluttabile per cui una lingua deve per forza essere un codice basato su premesse condivise. Non potremmo comunicare se ognuno manipolasse la lingua a piacimento, per questo solitamente c\u2019\u00e8 poca tolleranza per tutto ci\u00f2 che varia dal nostro modo di parlare e scrivere, anche quando abbiamo torto marcio e difendiamo norme assurde che non stanno n\u00e9 in cielo n\u00e9 in terra inventandoci le giustificazioni pi\u00f9 assurde per difenderle, come avviene con l\u2019assoluta insensatezza dell\u2019uso di scrivere \u201cs\u00e9 stesso\u201d senza accento, adducendo scuse che sanno solo di arrampicata sugli specchi.<\/p>\n<p>Io, che sono un filologo abituato a lavorare su testi antichi dove ogni copista scriveva come gli pareva e con mille modi diversi di scrivere la stessa parola, ho ormai una tolleranza piuttosto elevata anche per le deviazioni dalla norma sanzionata dalle scuole italiane, deviazioni che, quando ero al liceo, mi avrebbero dato parecchio fastidio\u2026 ma quanta gente ha una preparazione tale per cui si possa pretendere che mostri la stessa flessibilit\u00e0 di un filologo? Non parliamo solo di pedanti e grammar nazi, ma anche di tutta la gente comune che ha assorbito un modello che \u00e8 tr\u00e0dito (cio\u00e8 tramandato nel contesto di una tradizione) attraverso secoli in cui si \u00e8 evoluto in modo organico.<\/p>\n<p>Facciamo quindi un esempio assurdo: se \u00e8 lecito proporre (o almeno utilizzare) versioni della lingua propria e idiosincratiche che vanno ben oltre i limiti tipici di un idioletto (ovvero di una versione della lingua tipica di una data persona), torna sempre la stessa domanda: dove e come tracciamo i limiti? <b>Se una persona che ha a cuore la questione della rappresentazione dell\u2019identit\u00e0 di genere non binaria ritiene sacrosanto di introdurre (anche solo nel proprio uso) un nuovo elemento morfologico come la schwa, perch\u00e9 una persona nostalgica del latino non dovrebbe reintrodurre il genere neutro dell\u2019italiano antico e del latino?<\/b> Mettiamo che a me, per esempio, piacesse di espandere l\u2019uso del neutro, oggi rimasto solo in alcuni fossili come il grido\/le grida, il dito\/le dita, l\u2019uovo\/le uova e dire anche il castello\/le castella (o addirittura il castello\/LA castella, con LA come articolo neutro plurale! Del resto, anche in islandese l\u2019articolo femminile singolare \u00e8 identico al neutro plurale!), il peccato\/le peccata, il documento\/le documenta, oppure forme ancor pi\u00f9 arcaiche come il corpo\/le corpora, o altre analogiche come il fico\/le ficora, il nome\/le nomora. Posso farlo senza che alcuno possa dirmi nulla per non ledere la mia libert\u00e0?<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-12848 alignleft\" src=\"https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/Schwa-grafico-dal-Post-Schermata-2020-08-26-alle-15.38.15-300x126.png\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"126\" srcset=\"https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/Schwa-grafico-dal-Post-Schermata-2020-08-26-alle-15.38.15-300x126.png 300w, https:\/\/www.pianurareno.org\/new\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/Schwa-grafico-dal-Post-Schermata-2020-08-26-alle-15.38.15.png 577w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/>Che dire poi dei comparativi? Le lingue germaniche hanno mantenuto quelli sintetici con la desinenza in -r (ING: cold &gt; colder, ISL: kalt &gt; kaldara), accanto a quelle analitiche (ING: more tyring, ISL meira \u00fereytandi) mentre quelle romanze hanno perso i sintetici tranne che in fossili o prestiti dotti, come \u201csopra &gt; superiore, oltre &gt; ulteriore\u201d, e poi \u201cpeggiore, migliore, posteriore, anteriore\u201d\u2026 mettiamo che io voglia assecondare un mio gusto arcaicizzante e usare signiore (magari con la i etimologica per distinguerlo dal sostantivo \u201csignore\u201d) al posto di \u201cpi\u00f9 vecchio\u201d &gt; \u201cquesta casa \u00e8 signore [pi\u00f9 vecchia] di questa\u201d; o magari introdurre forme anche non etimologiche e dire vecchiore, Belliore, Grandiore, Breviore\u2026<\/p>\n<p>Sarebbe un mio diritto farlo? Che reazione scatenerebbe? Avrei il diritto di usare mezzi diretti o indiretti, ricorrendo ad atteggiamenti passivo\/aggressivi, derisori o denigratori nei confronti di chi agisce diversamente da me? Perch\u00e9 il rischio che ci\u00f2 avvenga non \u00e8 cos\u00ec basso come si vuole credere, anche per il fatto ineluttabile per cui la gente \u00e8 poco avvezza alla variabilit\u00e0 linguistica, spesso la odia, la denigra e la sanziona. Persone che vorrebbero solo il diritto per se stesse di esprimersi in un certo modo, \u00e8 da dimostrare che non finiranno con l\u2019imporre il loro codice agli altri, se dovesse presentarsi l\u2019occasione.<\/p>\n<p>Nonostante alcune posizioni pi\u00f9 moderate ed accomodanti nel dibattito pubblico, che \u00e8 doveroso riconoscere ed elogiare, non \u00e8 possibile non constatare anche la violenza con cui chi ha abbracciato certe istanze riformatrici si rivolge talvolta nei confronti chi invece le vede con sospetto o non le condivide. Qui nasce il sospetto che le vere motivazioni siano pi\u00f9 che altro la prevaricazione e il potere, inteso come facolt\u00e0 di controllare il prossimo in qualche modo. Una volta il potere era soprattutto economico, oppure religioso, oggi forse cerca di farsi strada anche sfruttando la lingua: \u201cnon posso dominare il prossimo economicamente (ad esempio riducendolo in schiavit\u00f9), ma posso assoggettarlo in altro modo, per esempio obbligandolo a parlare come voglio io.<\/p>\n<p>Purtroppo, non \u00e8 raro provare istintivamente imbarazzo e disagio, quando ci si trova di fronte a persone che hanno fatto scelte linguistiche radicali e che hanno basi politiche: esse non ci fanno lo stesso effetto degli accenti, dei dialetti, o di diversi significati che una stessa parola pu\u00f2 assumere in Lombardia rispetto alla Sicilia. Questi ultimi non ci causano problemi di sorta e li accettiamo (entro certi limiti soggettivi), ma le modifiche su base ideologica sono anche un biglietto da visita politico, che rischia di lanciare questo messaggio: \u201chey, io parlo cos\u00ec per la penso cos\u00ec e sto da questa parte. Tu come parli, ch\u00e9 cos\u00ec vedo da che parte stai e decido se marchiarti come nemico?\u201d. La cosa peggiore \u00e8 che ci\u00f2 rischia di avere un brutto effetto anche su persone che condividono le istanze ideologiche di chi vorrebbe intervenire sulla lingua, ma non condividono l\u2019atto dell\u2019intervento linguistico. Mi considerano un traditore, se non mi piego a questo uso che istintivamente non mi convince? Mi isoleranno e tacceranno dei peggiori crimini n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno di come fanno con chi di quei crimini si macchia davvero? Il volersi presentare con una lingua ideologicamente modificata non lascia scampo: \u00e8 una dichiarazione politica che si pone naturalmente in opposizione a forme linguistiche differenti, e questa opposizione fa presto a traslarsi sul piano personale e politico. <b>Per questo trovo non auspicabili forme radicali di intervento linguistico a tavolino come lo scev\u00e0 o l\u2019asterisco. Non perch\u00e9 non condivida le intenzione che stanno dietro a tali iniziative, ma perch\u00e9 intravedo pi\u00f9 problemi di quelli che dovrebbero andare a risolvere, e che personalmente non credo possano risolvere.<\/b><\/p>\n<p>Ma, allora, \u00e8 sempre illecito giocare con la lingua e modificarla a proprio piacimento? Ecco: da un punto di vista letterario, credo che esperimenti di questo tipo siano assolutamente da tollerare, o addirittura da incoraggiare. Se uno volesse scrivere un romanzo o un testo creativo usando un terzo genere grammaticale, oppure una morfologia latineggiante, dovrebbe assolutamente farlo. Diverso il discorso per articoli giornalistici e saggi o pubblicazioni scientifiche, dove l\u2019obiettivo di veicolare idee secondo un codice pi\u00f9 largamente condiviso dovrebbe prevalere rispetto a quello della sperimentazione. Del resto, la scrittura creativa dovrebbe essere un\u2019esplorazione anche della lingua, oltre che di concetti espressi attraverso di essa. <b>Ma esercizi di creativit\u00e0 (pi\u00f9 o meno basata su premesse ideologiche) non possono tradursi in istanze politiche e addirittura legislative volte a imporre una certa grammatica (intesa qui soprattutto come morfologia). Se, entro certi limiti, possiamo accettare e comprendere il valore di indicazioni linguistiche volte a conferire chiarezza e uniformit\u00e0 all\u2019interno di ambiti specifici: burocrazia, giurisprudenza, ambiti tecnici, situazioni sociali particolari, dall\u2019altro non possiamo nemmeno pretendere che tali indicazioni siano rispettate da tutti, sanzionando e screditando chi fa scelte differenti.<\/b><\/p>\n<p><b>Roberto Luigi Pagani<\/b><\/p>\n<p><b>N B Testo estratto da news letter dell\u2019autore del 2 gennaio 2024 <\/b>( con evidenze in grassetto aggiunte da questa redazione per esigenze grafiche e di sottolineatura di concetti pi\u00f9 significativi)<\/p>\n<p><b>Sito dell\u2019autore: <\/b><a href=\"https:\/\/unitalianoinislanda.com\/\">https:\/\/unitalianoinislanda.com\/<\/a><\/p>\n<p><b>* PS. Per chiarimenti su significato e uso di schwa, vedi <\/b><b>anche questi <\/b><b>o altri <\/b><b>siti <\/b><b>su internet <\/b><b>rintracciabili su Google <\/b><b>:<\/b><\/p>\n<p><b>&#8211; <\/b> <a href=\"https:\/\/www.illibraio.it\/news\/grammatica\/schwa-1434340\/\">https:\/\/www.illibraio.it\/news\/grammatica\/schwa-1434340\/<\/a><\/p>\n<p>&#8211; <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/%C6%8F\">https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/%C6%8F<\/a><\/p>\n<p>&#8211; <a href=\"https:\/\/www.treccani.it\/enciclopedia\/sceva_(Enciclopedia-dell%27Italiano)\/\">https:\/\/www.treccani.it\/enciclopedia\/sceva_(Enciclopedia-dell%27Italiano)\/<\/a><\/p>\n<p>&#8211; <a href=\"https:\/\/www.ilpost.it\/2020\/08\/28\/schwa\/\">https:\/\/www.ilpost.it\/2020\/08\/28\/schwa\/<\/a><\/p>\n<p><b>Foto : <br>&#8211; Lo schema dei colori usato nell&#8217;esperimento citato dall&#8217;autore <br><\/b> &#8211; Lo schema delle vocali nell\u2019alfabeto fonetico internazionale, in un grafico tratto dal sito <a href=\"https:\/\/www.italianoinclusivo.it\/pronuncia\/\">Italiano inclusivo<\/a>) ripreso in articolo sul Post<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il relativismo linguistico, lo schwa e l\u2019etica.&#8211; Riflessioni di Roberto Luigi Pagani su un tema oggi molto attuale e controverso &#8211;Mi piace usare questo spazio non soltanto per condividere informazioni sull\u2019Islanda, ma anche per suscitare riflessioni. 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