Storia del servizio di posta bolognese … e dei suoi precursori.

LE POSTE MEDIOEVALI BOLOGNESI
-Testo del professor Giulio Reggiani (socio e collaboratore del nostro Gruppo di Studi )-
Occuparsi dell’origine delle Poste a Bologna è cosa veramente difficoltosa, perché i documenti al riguardo non sono numerosi. Però, prima di arrivare alla sua nascita bolognese (che è medioevale) bisognerebbe dare un’occhiata a com’era nata nell’antichità e poi com’era organizzata al tempo dei Romani.
Allora procediamo. Pare, ma non è certo, che le prime documentazioni di messaggi “postali” siano state trovate in Cina -forse collocabili al IV millennio a.C.- ed attribuite alla distribuzione di una specie di “Gazzetta Imperiale” chiamata Ching Pao; sembra che i messaggeri la recapitassero percorrendo a cavallo tutte le maggiori strade dell’impero. Invece il ritrovamento di alcune tavolette d’argilla in Anatolia, databili attorno al 2000 a.C., indusse gli archeologi a considerarle vere e proprie “missive”, valutandole assire o paleo-ittite. Molto interessante e certamente peculiare resta il fatto che quelle comunicazioni epistolari avessero le prime – pur se elementari- buste protettive: erano anch’esse d’argilla e contenevano la “vera comunicazione” al loro interno.
Anche l’Antico Regno egizio disponeva di un servizio postale efficiente, il quale non riguardava soltanto i funzionari del Faraone ma pure gli stessi scribi ed anche i grandi commercianti. Presso gli Egizi venivano utilizzati i fogli di papiro che, con il loro peso assai relativo, consentivano un miglior “confezionamento” e d’altronde un trasporto assai agevole; inoltre la rete fluviale collegata al Nilo (che comprendeva pure una serie di grandi e piccoli canali afferenti al fiume) dava modo di poter effettuare una distribuzione abbastanza capillare delle missive.

Ma l’organizzazione postale più efficiente di tale periodo storico fu quella dei Persiani, ideata dallo stesso imperatore Ciro il Grande; egli fu il primo ad istituire una rete di scuderie di posta nelle quali veniva effettuato il cambio del cavallo ormai stanco con uno “fresco”. Senofonte riferisce che vi erano ben 111 “stazioni”, ragion per cui si riusciva a percorrere l’intero territorio imperiale in soli 9 giorni.

Ma Senofonte non era greco? E i Greci cosa fecero per loro stessi? Pare che non ci tenessero ad avere un capillare servizio con cavalli, ma sicuramente mandavano i loro messaggi con i famosi emerodromi: questi, solitamente, erano dei soldati ben addestrati alla corsa e al servizio dei generali o dei grandi uomini politici greci. L’esempio più famoso è quello di Fidippide che fu mandato ad Atene per riferire della vittoria greca a Maratona; costui, appena arrivato e data la notizia, morì schiantato dalla fatica. A proposito di questo episodio riguardante Fidippide, bisogna però ricordare che due giorni prima aveva percorso il tragitto Atene-Sparta (e ritorno) in poco più di 40 ore per chiedere l’aiuto dei soldati spartani prima dell’imminente battaglia. Così, conoscendo questo precedente episodio, si può comprendere meglio la veridicità della sua “morte da sforzo”, tenendo anche conto della sua età (pare che fosse ormai quarantenne, stando agli storici del tempo che ci hanno tramandato l’episodio).

Bisogna anche dire che non abbiamo notizie su un vero e proprio servizio postale basato su cavalli e riferibile a qualche città greca; non conosciamo le ragioni di questa rinuncia, ma si può ipotizzare che forse preferirono utilizzare soltanto uomini atti alla corsa (specialmente soldati) o fors’anche che ne furono impediti a causa del territorio veramente impervio della Grecia, il quale non consentiva grandi e funzionali strade di comunicazione fra le varie Città-Stato elleniche.
Ma chi perfezionò in modo veramente incisivo i collegamenti postali furono i Romani, anche sfruttando le esperienze altrui. Quando iniziò l’espansione della potenza di Roma (dapprima in Italia, poi in tutto il bacino del Mediterraneo) le vie di comunicazione servirono proprio alle esigenze militari; ma queste strade, successivamente, divennero funzionali al collegamento fra il potere centrale e i possedimenti periferici. L’Imperatore Ottaviano Augusto fu il primo ad istituire un vero e proprio “servizio postale”, il cosiddetto cursus publicus, che si avvaleva di corrieri a cavallo scelti fra i legionari (chiamati speculatores). Il servizio “copiava” la più antica e famosa “posta persiana” includendola però nella più recente organizzazione di Giulio Cesare che usava la posta solo a scopi militari; Cesare, tuttavia, aveva anche “inventato” la suddivisione dei percorsi in tante tappe similari, al cui termine i corrieri attuavano il cambio dei cavalli.

Ma Augusto apportò una significativa innovazione: per garantire la sicurezza sulle strade, spesso preda di predoni e malfattori (anche a quei tempi furti e rapine erano all’ordine del giorno) creò i castra praetoria (oserei dire che erano molto simili alle odierne “stazioni di polizia”) nelle quali tali truppe scelte avevano il compito di “pattugliare” le strade affinché fossero percorribili senza alcun pericolo. Per la spedizione delle merci, istituì anche il cursus clabularis (la clabula era il carro voluminoso a quattro ruote, usato per il trasporto di carichi pesanti); ovviamente il tempo di percorrenza era molto più alto, perché per questi spostamenti si utilizzava quasi sempre il traino di buoi.

Sempre Augusto realizzò in tutti i territori dell’Impero le mansiones -tappe riservate a chi aveva incarichi ufficiali- in cui ristorarsi e passare la notte (esse comprendevano pure le stabule, cioè le scuderie). Tali mansiones distavano fra loro circa una giornata di viaggio, ma fra l’una e l’altra erano posizionate da 6 a 8 mutationes, cioè “stazioni di cambio” per cavalli o buoi, una ogni 6-7 miglia, dove ci si poteva rifocillare e cambiare il cavallo “stanco” con uno “fresco”; in ognuna c’era una stalla, con sempre pronti una ventina di animali. Inoltre vi si trovavano stallieri, carrettieri, postiglioni e (notate bene!!!) anche medici equarii per l’assistenza veterinaria.

Questa eccellente organizzazione venne meno con l’arrivo dei cosiddetti “secoli bui” che videro il degrado delle strade romane accompagnato da sempre maggiori difficoltà nelle comunicazioni viarie. Per tornare ad un accettabile funzionamento del servizio postale bisognerà attendere il consolidamento delle “strutture comunali”, oltre al ripristino di strade più solide fra i maggiori centri urbani.
Dal XII secolo a Bologna, come in altre città del centro-nord italiano, cominciarono ad imporsi nuove classi sociali “borghesi”, costituite dai mercanti e dalle Corporazioni di arti e mestieri, le cosiddette Gilde. Tutti sanno che l’economia feudale dell’alto-medioevo era racchiusa nell’ambito del feudo: si mostrava quindi fortemente localistica e racchiusa nel solo ambito territoriale facente capo al feudatario, naturalmente con scarsi scambi mercantili. Ciò rappresentava un consistente freno per i traffici commerciali, come pure per lo sviluppo dell’invio di missive; è assai importante rilevare che soltanto all’inizio del XIII secolo il “Senato Bolognese” stanziò una somma importante per le comunicazioni postali.

Con la formazione del Libero Comune crebbero fermenti, scambi, commerci e… messaggi. Intanto Bologna stava mostrando il suo volto cosmopolita ed economicamente assai dinamico, dovuto all’invidiabile posizione geografica ed alla presenza dello “Studium”, la più importante Università dell’epoca. Sappiamo che in città, verso la metà del Trecento, erano già in funzione “poste” diverse: da quella religiosa alla mercantile, dall’universitaria alla statale; la più importante era la statale, con messi e corrieri di proprietà dello stesso Comune.

Alla fine del Duecento e all’inizio del Trecento (essendo Bologna un “Libero Comune”) la vita cittadina era “regolata” da un Senato che rappresentava una solida élite, non solo intellettuale ma anche economica; soltanto nel 1337 arrivò la signoria di Taddeo Pepoli (che durò fino al 1347) la quale modificò quasi tutta l’organizzazione comunale precedente, anche se lui stesso voleva far apparire che nulla fosse cambiato riguardo la precedente struttura socio-politica. È molto importante considerare che Bologna si trovava ad essere il maggior crocevia lungo le più rilevanti linee medioevali di collegamento italiane che, fin dall’epoca romana, congiungevano la Pianura Padana alla costa adriatica, alla Toscana e all’Italia meridionale; su queste strade aveva già preso piede pure la circolazione delle lettere, le quali ormai avevano assunto un ruolo insostituibile nella comunicazione di tutto il centro-nord italiano. Come accennato in precedenza, a Bologna ogni “struttura cittadina” aveva la sua posta particolare (religiosi, mercanti, Università, Comune) ma, dalla metà del secolo XIV, venne istituita una figura posta al di sopra di tutti, l’Ufficiale delle Bollette. Si può dire che questo personaggio fosse anche il “coordinatore” della sicurezza all’interno della città, in quanto aveva competenza su stranieri, viaggiatori, locande, lettere private ed anche (cosa assai curiosa e particolare) su spie e meretrici.

Esiste un documento del 1376 che riporta un particolare regolamento attestante l’imposizione, fatta al suddetto funzionario, di “…tenere sempre pronti a partire immediatamente…” con “…corrieri e messaggeri validi e capaci…” tutte le ambasciate o le lettere del Comune. Il cronista bolognese Giuseppe Guidicini, nella sua voluminosa opera del 1868 intitolata “Cose notabili della Città di Bologna”, ci riferisce dove fosse situato l’Officio delle Bollette. Riporto testualmente: «…L’Officio delle Bollette, istituito nel Palazzo nuovo del Comune nel 1287, fu stabilito prima della metà del secolo XV, come pure quello delle Acque, al n. 1191 di via delle Asse, nella casa con torre dei Caccianemici Piccoli … Il largo tra la via dei Fusari e quella di San Mamolo, si diceva negli andati tempi “Piazzetta delle Bollette” per trovarvisi l’Uffizio delle Bollette…». Inoltre si può aggiungere un’altra testimonianza documentaria, quella attestante che nel 1470, per il Conclave bolognese dovuto alla morte di papa Alessandro V, le riunioni avvennero in ambedue le sale “…sopra l’Ufficio delle Bollette…”, sia in quella più grande, la Sala del Consiglio, che in quella attigua di dimensioni minori.

Sappiamo oltretutto che nel Trecento i messi comunali “a cavallo” (detti cavallari) erano più numerosi di quelli “a piedi” (chiamati cursori); però col secolo successivo questi ultimi superarono grandemente i primi: infatti nel 1412 passarono per la città 347 pedoni e 87 cavallari, vale a dire un numero 4 volte superiore. Ciò era dovuto al fatto che il cavallo non poteva esser sempre mantenuto al galoppo e doveva riposare molto spesso al trotto o al passo, causa la grande scarsità di “stazioni di posta”; al contrario, i pedoni avevano escogitato l’espediente di utilizzare parecchi cambi successivi -anche assai frequenti fra di loro- accorciando in tal modo tempi e fatiche.

All’Ufficio delle Bollette facevano riferimento pure i privati, spesso scontenti del servizio comunale a causa della mancanza di tempi certi -sia in partenza che in arrivo- dei messi “statali”: così cominciarono ad usare la posta dei mercanti, che assunse sempre maggior rilevanza. Un fatto determinante era avvenuto qualche tempo prima: infatti i mercanti toscani avevano cominciato a non girar più l’Europa ma a curare i loro interessi “per lettera”, utilizzando sempre più i loro corrieri postali. Inoltre questo fatto determinò pure la nascita di una nuova forma di scrittura, chiamata appunto mercantesca. La posta mercantile venne denominata scarsella dalla borsa di cuoio che il messo portava a tracolla o alla cintola; tale borsa veniva sigillata alla partenza dei cursori (o fanti) per evitare manomissioni.

Le città-capolinea della “posta mercantile” erano Firenze, Venezia, Milano e Genova; Bologna era ovviamente una tappa primaria di passaggio e lo attesta un documento del 1379 che segnala la presenza -a Porta Ravennate- di una Locanda della scarsella dove i corrieri riposavano e si ristoravano, ma anche consegnavano e ricevevano lettere (oppure oggetti) da portare a destinazione.

Con l’arrivo del secolo XV e soprattutto dopo la Pace di Lodi del 1454, lo sviluppo dei “traffici postali” conobbe un notevole incremento legato ad un periodo di relativa prosperità; il corriere postale, soprattutto il cursore, venne pian piano sostituito da una serie di cavallari che si passavano il dispaccio l’uno dopo l’altro a distanze regolari: così venne chiamata posta la tappa dove avvenivano i cambi. E fu un successo, anche economico. Sorsero poste ovunque e quando Bologna venne forzatamente inserita nello Stato della Chiesa, la posta pontificia ebbe propri corrieri in giorni fissi e stabiliti, migliorando di parecchio il servizio.

Molti di coloro che volevano mandare missive a parenti o amici, sceglievano spesso di affidarle a vettori occasionali per risparmiare sui costi assai onerosi: sfruttavano così le varie occasioni contingenti, però il rischio del mancato arrivo era certamente più elevato. Solitamente i messaggi erano su fogli di carta o su pergamena, ripiegati come minimo in 4 per diminuirne le dimensioni; inoltre, non esistendo a quel tempo buste o contenitori simili, come chiusura veniva apposto un sigillo di cera rossa, oppure di ceralacca; per le lettere di Stato o per quelle di personaggi illustri venivano anche applicati sigilli speciali, con decorazioni veramente significative. L’invio di notizie era diventato così importante che il Comune volle controllarne il corretto funzionamento: infatti nello Statuto del 1376 comparve la prima normativa sul controllo delle lettere private, la quale prevedeva che si dovessero mostrare all’Ufficiale delle Bollette tutte le missive, sia quelle in partenza che quelle provenienti da fuori città. Però, col passar del tempo e con la crescita esponenziale dei carteggi nel Quattrocento, divenne evidente l’impossibilità di controllare tutto: così tale normativa fu aggiornata nel 1442 e il numero dei cosiddetti “Bollini di controllo” pian piano si attenuò fino a scomparire verso la fine del secolo.

Molto interessanti sono alcuni dati, riferiti dall’Archivio Datini, riguardo ai tempi e alle linee delle missive nel Trecento

Dunque l’Archivio fornisce elementi interessanti sul fatto che era molto più facile utilizzare itinerari economico-commerciali rilevanti e costosi (anche verso Stati europei) piuttosto che tragitti più vicini, ma effettivamente più scomodi anche se meno cari. Ad esempio, da Bologna si poteva inoltrare più facilmente una missiva a Parigi o a Londra piuttosto che a Ravenna, pur essendo questa città assai vicina (ciò, ovviamente, per la mancanza di un collegamento regolare, il che allungava in modo considerevole i tempi di consegna).
Per avere un’idea concreta dei tempi suddetti, si può vedere questa tabella, desunta appunto dall’Archivio Datini, che si riferisce alla velocità-media delle comunicazioni epistolari, da e per Bologna nei secoli XIV e XV:

Barcellona-Bologna = 20-22 giorni
Avignone-Bologna = 12-13 giorni
Milano-Bologna = 3-4 giorni
Venezia-Bologna = 3-4 giorni
Genova-Bologna = 11-12 giorni
Pisa-Bologna = 4-6 giorni
Firenze-Bologna = 2-3 giorni
Roma-Bologna = 7-10 giorni
Napoli-Bologna = 9-15 giorni
Ma gli eventi storici del secolo successivo fecero sì che il giorno 11 novembre del 1506 papa Giulio II entrasse in Bologna, inglobando in tal modo la città nel nuovo Stato Pontificio; pertanto la Posta di Stato venne organizzata con propri corrieri o con staffette ordinarie in giorni fissi e ben conosciuti.
Inoltre, a Bologna nel 1513 fu istituita una nuova figura giuridico-amministrativa, cioè il Mastro di Posta, sovrintendente su tutti i corrieri e su tutte le stazioni del distretto; la sostanza di quella nomina fu che tutto il settore delle comunicazioni epistolari dipese completamente da lui, che diventò -sempre più- un personaggio di grande rilievo in ambito cittadino.

E così il Mastro bolognese cominciò ad affittare le Poste cavalli a locandieri e osti, rendendoli anche liberi di organizzarsi in proprio; costoro -pur nell’ambito delle locali tariffe e franchigie– cercavano sempre di ricavarne il maggior utile possibile; in tal modo i prezzi non erano mai chiari e soprattutto uniformi: in più, ogni città adottava costi e regole autonome: per tale ragione uscivano frequentemente dei bandi per fissare (e spesso calmierare) i prezzi cittadini. A tal riguardo, si può portare ad esempio l’Editto uscito in occasione dell’Anno Santo 1575, il quale recitava così: «… che li maestri delle poste e osti siano tenuti dar cavalli alli viandanti tanto per correre quanto per mezza posta o andar piano, come essi viandanti li domanderanno, per gli infrascritti prezzi, quando li vorranno pigliare da loro, e volendoli pigliare da altri possano pigliarli liberamente da chi più li tornerà comodo, e sia lecito ad ognuno di darli senza essere impediti …».
Come si può notare facilmente, tale editto è datato oltre la metà del Cinquecento. Ecco quindi la mia considerazione finale: dopo il periodo rinascimentale, si era già aperta da qualche tempo una nuova epoca per le comunicazioni epistolari. Il fatto sostanziale era che l’Italia si trovava sì ancora frammentata in parecchi piccoli Stati a carattere regionale – a quell’epoca un po’ ridotti di numero- ma si scopriva in gran parte egemonizzata dalla Spagna asburgica.

E tutto ciò travalica, temporalmente, questo mio breve saggio storico

Giulio Reggiani

FOTO

1- Prime lettere incise su pietra o argilla- Civiltà mesopotamiche
https://www.quiposte.com/storia-della-posta/

2 – La posta romana: una “mutatio”, o stazione di posta per il cambio dei cavalli
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3 –Carro per il trasporto pubblico della posta dei Romani
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4 La posta papale e la rete di monasteri- La posta religiosa medioevale-
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5La prima posta privata mercantile medioevale gestita dalla famiglia di Torquato Tasso.
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