PER UNA STORIA AL FEMMINILE A SAN GIORGIO DI PIANO
– Ricerca storica di Anna Fini –
Prima parte- Dall’Ottocento all’Unità d’Italia:
Dal governo napoleonico, allo Stato Pontificio e al Regno d’Italia
Questo studio si propone di osservare quanto e come la presenza femminile sia stata considerata e raccontata nel nostro paese, esaminando testi pubblicati, ricordi tramandati e soprattutto i documenti conservati nell’archivio comunale
Per risalire ai documenti più indietro nel tempo dobbiamo scavare nell’archivio comunale (racchiudente materiale dai primi decenni dell’Ottocento); una ricerca lunga e appassionante fatta di nomi e situazioni particolarmente silenziosi su questo argomento, sia perché questo luogo nasconde le sue perle e costringe a una ricerca meticolosa sia perché nella nostra storia l’universo femminile è stato troppo spesso subalterno al mondo maschile.
In quei primissimi anni spicca infatti la “mancanza femminile”: nel 1810 il documento intestato “Dipartimento del Reno – Comune di San Giorgio Di Piano – RUOLO per l’anno 1810 de’ maschi dagli 14 compiuti alli 60, pure compiuti che di presente abitano nel territorio suddetto a tenore della legge” ci consente di conoscere nominalmente gli uomini c.d. “collettabili” coloro – cioè – che avendo un’età ricompresa tra i 14 e i 60 anni dovevano pagare le tasse; per gli altri uomini, i più piccoli e gli anziani, si annoveravano due gruppi distinti e per ognuno si censiva la consistenza numerica, mentre cosa troviamo invece per le donne?
Per loro non c’erano né nomi né suddivisioni, ma un solo gruppo ed un solo totale.
Per curiosità riportiamo che i sangiorgesi erano in totale 2.685 ed erano così suddivisi:
uomini = 811 + 72 di oltre 60 anni + 495 di meno di 14 anni (totale 1378)
donne = 1307
Scopriamo annotata la presenza femminile pochi anni dopo, negli elenchi dei fanciulli e fanciulle da vaccinarsi: all’epoca era già in uso la vaccinazione antivaiolosa, fatta con materiale-siero prelevato da ragazzini che avevano superato la malattia e che venivano compensati con una piccola retribuzione; il vaccinatore si recava di casa in casa registrando accuratamente i dati di coloro che vaccinava e di coloro per i quali la somministrazione veniva rimandata.
In questi primi anni dell’ottocento San Giorgio, come il resto del territorio bolognese, era sotto il governo napoleonico (dapprima nella Repubblica Cispadana poi nella Cisalpina ed infine nel Regno d’Italia) ed il motto della rivoluzione francese “Liberté, Egalité, Fraternité” era probabilmente arrivato anche da noi poiché, per esempio, in tema di uguaglianza scolastica, troviamo gli unici accenni documentali sull’istruzione femminile della prima metà dell’ottocento.
Una perla che ci riserva il periodo napoleonico risale al 1811, quando il Sindaco Pietro Pelagatti inviò alle maestre di una scuola femminile privata una lettera nella quale forniva una raccomandazione pedagogica, disponendo di non abusare dei mezzi correttivi: “Colla presente faccio notare che d’ora in poi in appresso non deve più correggere le fanciulle che tiene a scuola colle percosse, perché il governo superiore lo vieta. Si guardi dal non contravvenire a questa disposizione perché andrebbe denunciata alla Prefettura”.
A differenza dell’istruzione maschile, pubblica, che è sempre presente dall’inizio ottocento in poi, di quella femminile troviamo traccia unicamente nel periodo napoleonico, sia pure per una scuola privata e sia pure per un solo anno; al di fuori di questo riferimento, sino a metà del secolo non viene rilevata nessuna istruzione e le statistiche scolastiche riguardo alle scuole femminili riportavano un eloquente “nulla”.
Negli anni successivi l’archivio fornisce pochi riferimenti sul mondo femminile, se non qualche notizia nei fascicoli che riguardavano la sicurezza pubblica con denunce al Priore per tentativi di violenza sessuale e, nel 1847, con un singolare avviso che metteva in guardia per possibili tratte di donne invitando i nostri amministratori a non rilasciare documenti per l’espatrio: “li nemici dell’ordine cercano ogni mezzo per nuocere materialmente e moralmente lo stato. È noto come in Romagna si procura di condurre all’estero, e segnatamente in Francia, giovani donne campagnole col pretesto di lavorare in risaie”.
A metà ‘800 è nuovamente l’ambito dell’istruzione a fornire materiale, inizialmente approssimativo e via via più particolareggiato verso la fine del dominio dello Stato Pontificio.
Due “benemerite signore” sono le fondatrici di una scuola femminile di cui l’archivio riporta informazioni e dettagliati precedentemente inesistenti: si chiamano Elisa Canè Ramponi e Francesca Ramponi, rispettivamente moglie e sorella di Francesco Ramponi, figura di grande spicco nella realtà paesana e primo Sindaco di San Giorgio dopo l’Unità d’Italia.
La loro scuola era una scuola di carità in cui si insegnava “a leggere, a cucire a far calza e la dottrina cristiana”.
Le materie insegnate agli scolari dei due sessi erano quindi diverse: mentre i maschi studiavano le discipline scolastiche classiche, le ragazze rimanevano relegate all’istruzione finalizzata a formare una futura donna di casa e alle attività lavorative tipicamente femminili.
I documenti successivi ci riportano, però, che i lavori “di ago e di calza erano poco richiesti in quel periodo” per cui, in accordo tra Comune e Opera caritatevole, nel 1861 venne aperta per le ragazze una scuola di telaio per “insegnare il mestiere delle tessitrici” e contemporaneamente far entrare alla scuola di carità le allieve più piccole che prima rimanevano escluse; il “mestiere delle tessitrici”, che compare nel 1861, costituisce la prima attività lavorativa segnalata ufficialmente per le donne.
L’unità e il nuovo Regno d’Italia costituiscono il punto di partenza per una diversa visione che inizia a dare un po’ di attenzione al mondo femminile anche se le donne saranno ricordate, ancora troppo spesso, come mogli di… figlie di… o sorelle di…, dunque in virtù della loro relazione con il mondo degli uomini.
L’impulso edilizio successivo all’Unità d’Italia, che voleva dotare San Giorgio delle strutture necessarie a un paese moderno, si concretizzò con la realizzazione di nuovi edifici quali il nuovo municipio, la nuova chiesa e, prima di questi, la nuova scuola, lo stabile ancora oggi presente e attualmente impiegato quale sede della caserma dei Carabinieri.
Con il progetto della nuova scuola, nel 1861, si posero le basi anche per l’avvio dell’istruzione pubblica femminile, stanziando una voce di bilancio specifica e inviando una ragazza sangiorgese alla scuola per maestre di Bologna per ottenere “la patente” necessaria all’insegnamento; i nostri primi amministratori pensavano che una ragazza del posto, a conoscenza delle abitudini paesane, sarebbe stata maggiormente in grado di lavorare nella realtà locale e il suo stipendio avrebbe sollevato economicamente una famiglia del paese.
Nell’anno scolastico 1864/5 la nuova scuola iniziò ad ospitare, oltre gli alunni, anche le ragazze, con una prima classe femminile; anche se negli anni il numero delle classi aumentò, per decenni il corso scolastico femminile e maschile furono diversi: ai maschi fu riservato sempre un grado di istruzione più alto e alle ragazze fu assegnato sempre l’insegnamento obbligatorio, dei “lavori donneschi”.
Nella seconda metà dell’Ottocento non sono evidenziate figure femminili particolari, ma la compilazione dei registri anagrafici ci consegna, finalmente, dati e informazioni; le figure femminili non sono più un numero complessivo ma persone con il loro nome, la loro età e la loro professione. Da (alcuni) registri di atti di nascita, di matrimoni e di morti di fine ottocento ed inizio novecento possiamo quindi ricavare alcune curiosità legate ai dati personali.
Accanto ai nomi classici che riportavano per ogni persona 3 nomi propri, il cui ultimo era sempre Maria (in alcuni anni viene indicato anche per gli uomini), vi sono nomi inusuali, alcuni dei quali collegati al mondo religioso (Aldegarda, Eufemia, Radegonda, Benilde, Clarice, Maria Pasqua) altri alla storia classica e all’arte (Iolla, Artemisia), altri indicanti i nuovi mondi dove i nostri avi emigravano (Argentina), altri ancora ispirati a luoghi, situazioni e contenuti tra i più vari (Valburga, Geldiffa, Generosa, Albina, Olinda, Finetta, Deonilde, Diamante, ecc.)
Altre particolarità emerse riguardano l’aspettativa di vita: al di là della fortissima mortalità infantile (simile tra maschi e femmine), le donne arrivano sporadicamente all’età di 80 anni (in un caso isolato addirittura 90) ma, per le altre, l’età media di morte era di molto inferiore.
Dati interessanti ci vengono anche dalle professioni registrate: la maggior parte delle donne di quel periodo erano colone, contadine, braccianti, e svolgevano quindi attività collegate all’agricoltura su cui si basava l’economia del nostro territorio; tante ancora erano annotate come massaie, casalinghe, attendenti ai lavori di casa, ma si registra anche la presenza, seppur minoritaria, di operaie, maestre, sarte, levatrici, serventi, possidenti, ostesse e di due donne qualificate come “civili” (di cui si ignora al momento l’effettiva professione).
FOTO
1) Immagine di Elisa Canè Ramponi fondatrice, insieme a Francesca Ramponi, della scuola femminile di carità.
2) Il primo edificio scolastico del Comune di San Giorgio-
3) Quadro dei decessi femminili con indicazione dell’età
** Nota– Il testo è parte della relazione di Anna Fini presentata l’11 marzo 2026 a S. Giorgio di Piano
