Il fuggitivo. Da Malalbergo a Bologna e ritorno, in “burchiello”

Luigino il “fuggitivo”–  Un’altra storia curiosa del passato che lega Malalbergo a Bologna, raccolta da Dino Chiarini –
Luigi Mazzoni (per tutti “Luigino”) era un bambino molto vivace; secondo di tre fratelli, era nato a Bologna il 7 luglio 1821 da Domenico Mazzoni, proprietario di una fabbrica di tabacchi e da Anna Majani, figlia di Giuseppe e di Teresa Menarini.
Giuseppe discendeva da quella Teresa Majani che nel 1794 aprì una piccola bottega accanto alla Basilica di San Petronio col nome di Laboratorio delle cose dolci. In seguito la famiglia Majani diventò famosa in tutta Europa per la lavorazione della cioccolata e soprattutto per il cioccolatino FIAT, prodotto ancor oggi con grande successo.
Il fratello di Anna Majani, Francesco (1794-1865), cioè lo zio del protagonista di questa storiella (il già citato Luigi Mazzoni) è l’autore di un diario molto interessante dal titolo “Cose accadute nel tempo di mia vita” (dato alle stampe dalla casa editrice Marsilio nel 2003) dove racconta gli episodi più curiosi accaduti a Bologna nell’Ottocento. Tra i tanti avvenimenti, narra anche quelli avvenuti all’interno della propria famiglia; in uno di questi episodi cita il paese di Malalbergo ed anche un tipico mestiere del luogo, il “parone” (1).
Ma torniamo alla nostra storia.
Nel 1819 la sorella di Francesco Majani, Anna, sposò il tabaccaio Domenico Mazzoni e dal loro matrimonio nacquero tre figli: Giuseppe (26 aprile 1820), Luigi (7 luglio 1821) e Carlotta (8 aprile 1824); nell’estate del 1823 Anna si ammalò e due anni dopo, precisamente il 16 dicembre 1825, morì. Dopo tre o quattro anni di vedovanza, Domenico si risposò con Carlotta Mingardi, una cameriera alle dipendenze del marchese Francesco Saverio Calvi; quest’ultimo era proprietario di vasti terreni, tra cui una grande tenuta ad Altedo, ancor oggi conosciuta come “Aia Calvi”: la si raggiunge (muovendosi da Altedo) percorrendo la strada che parte da Rivabella e costeggia il canale Savena abbandonato in direzione Boschi di Baricella, dopo aver oltrepassato Uberseto.

La matrigna era molto severa, trattava male i tre ragazzi e Luigi, chiamato da amici e parenti “Luigino”, mal sopportava quel trattamento. Un giorno (aveva circa dieci anni) scappò di casa andando a rifugiarsi presso una famiglia di contadini che abitavano fuori città; ma costoro, conoscendo i congiunti del ragazzo, non tardarono a riportarlo a casa. Alla sera, quando il padre rincasò, gli propinò la solita ramanzina e per punizione mandò subito a letto senza cena il “fuggitivo”.

Però Luigino passò poco tempo tra le mura domestiche: alla prima occasione scappò di nuovo da casa facendo perdere le sue tracce; il padre iniziò le ricerche e per prima cosa andò dalla famiglia di contadini che aveva ospitato in precedenza il ragazzo; ma questa volta non lo trovò. Girò per tutta Bologna, ma nessuno degli interpellati seppe dargli indicazioni utili per ritrovare il figlio. Passarono due o tre settimane prima che il genitore apprendesse da alcuni frequentatori del Porto di Bologna sul Canale Navile che essi, qualche giorno prima, avevano visto un ragazzo vestito con abiti “signorili” lavorare «entro una barca agli ordini di un parone che se ne serviva come garzone».

Dissero pure che conoscevano il proprietario del “burchiello” in questione; egli abitava a Malalbergo, il paese della “bassa” circondato da diversi canali, dove gli abitanti vivevano di pesca, di caccia e di commercio d’erbe palustri. Qui, infatti, nel centro storico del paese, precisamente in ”Via della Selciata”, si fabbricavano vari prodotti ricavati dalla canna palustre che cresceva spontanea lungo i vicini corsi d’acqua; quella pianta, una volta tagliata ed essiccata, veniva lavorata, dando così origine a stuoie multiuso (tappeti o coperte per barche), arelle (utilizzate in edilizia soprattutto per coprire le centine sulle quali si posavano le volte) e scopini per spolverare (le ben conosciute “spazzarine”). Altri artigiani utilizzavano l’erba palustre che germogliava nelle acque stagnanti delle valli per realizzare sporte o per impagliare sedie. Infine, vi erano altri abili lavoratori, i cosiddetti panirèr (cestai) che trasformavano i vimini, i quali crescevano spontanei all’interno delle rive del vicino fiume Reno, per ricavarne panieri di tutte le dimensioni, utilissimi per raccogliere o conservare qualsiasi cosa.

Domenico Mazzoni, appresa la notizia dai frequentatori del porto di Bologna, partì per Malalbergo e, una volta arrivato in paese, cominciò a chiedere informazioni sull’ubicazione della casa di quel “parone” che da poche settimane aveva “assunto” alle proprie dipendenze il suo Luigino. Seguendo le indicazioni fornite dai facchini del Porto di Malalbergo, arrivò all’abitazione del proprietario del burchiello: qui trovò suo figlio, alloggiato all’interno di una “casona”(2), che stava giocando con i figli del suddetto “parone”. Il barcaiolo trattava Luigino come fosse un suo figliolo, senza preoccuparsi di rimandarlo a casa e senza cercare i genitori, poiché vedeva che era felice di vivere quella vita in assoluta libertà, lavorando e giocando in allegria con i ragazzi della sua età. Il padre però, dopo aver ringraziato la famiglia del barcaiolo per l’ospitalità che aveva dato al figlio, lo prese in consegna e lo riportò a Bologna, facendogli l’ennesima ramanzina; voleva fargli capire che doveva comportarsi in una certa maniera, anche per il nome e il ceto che rappresentava.

Purtroppo qualche tempo dopo Luigino fuggì da casa per la terza volta; invece di andare in pianura, questa volta preferì la collina: quindi s’incamminò sulla strada che porta a Castiglione e da qui raggiunse i Bagni della Porretta.

I porrettani s’accorsero subito di quel ragazzo vestito in modo curato che gironzolava per le strade del paese senza una meta precisa; alcuni paesani avvisarono un medico che frequentava assiduamente la città di Bologna: questi riconobbe il ragazzo ed avvisò subito i carabinieri del luogo. Infatti poco dopo venne “arrestato”, in attesa dell’arrivo del padre che nel frattempo era stato avvisato del ritrovamento. Ancora una volta il signor Domenico riportò a Bologna quel “figlio ribelle”. Era il 23 novembre 1833 e il nostro “fuggitivo” aveva da poco compiuto dodici anni.

Ma vorrei chiudere con una curiosità. A proposito delLaboratorio di cose dolci” della signora Majani, aperto nel 1794 e descritto all’inizio del racconto, ricordo per onor di cronaca (e di partigianeria) che nel 1689, cioè centocinque anni prima di Teresa Majani, presso il porto di Malalbergo arrivarono, provenienti da Venezia, i principi Marco e Antonio Ottoboni, nipoti di papa Alessandro VIII. Ad accoglierli presso il palazzo di Gabella Grossa vi erano gli ambasciatori del Senato bolognese, che per l’occasione offrirono ai due principi sorbetti e cioccolate (3).

Probabilmente i malalberghesi rimasero a bocca asciutta, ma sicuramente qualche curioso ebbe l’occasione di “vedere” quelle leccornie, o anche soltanto di “sentire il profumo” di quella bevanda venuta dal Centro-America che si era diffusa in Europa fin dalla metà del Cinquecento. Nulla si sa della ditta produttrice di quelle prelibatezze.

Dino Chiarini

NOTE:

(1) Il “parone” era il barcaiolo proprietario del burchiello, la tipica barca da trasporto merci (e a volte persone) che solcava le acque del “Canale Navile”.

(2) La “casona” (“casòuna” in dialetto bolognese) non era altro che una capanna costituita da 3 elementi fondamentali: 1) intelaiatura fatta con pali di legno, 2) pareti rivestite nei quattro lati con canne palustri, 3) tetto generalmente ricoperto con paglia di riso.

(3) Archivio di Stato di Bologna, Senato, Diari 10, p.15.

FOTO
1- Un  burchiello  sul Navile
2 –  Il Porto di Bologna
3 – Cartolina di Malalbergo, viaggiata nel 1902.
4 – Cartolina di Bagno della Porretta, non viaggiata.
5 – Carta intestata della Ditta Majani (Bologna)

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