Amedea Zanarini, una donna forte del nostro Novecento

Amedea Zanarini (nata a Bentivoglio (Bologna) il 7 ott. 1924 – morta il 3 nov. 2019)
Premessa: In memoria di questa donna, deceduta nei giorni scorsi a 95 anni, riportiamo qui una sua biografia, tratta dalla “Enciclopedia delle donne”, in quanto figura rappresentativa della storia vissuta nelle nostre terre nell’arco del ‘900, tra guerra e pace difficile.
Amedea nasce in una famiglia di mezzadri della bassa pianura emiliana. Staffetta durante la guerra di liberazione, riceve, con il grado di sottotenente partigiano, la croce al merito di guerra.
«Sono cresciuta in una famiglia numerosa, tra fratelli e cugini maschi. … La vita era fatica e sofferenza, anche se attorno a me sentivo affetto.» Perché, nella famiglia contadina della bassa emiliana, tutti dovevano lavorare e Amedea, appena un po’ cresciuta, ha il compito di portare bevande a chi lavora nel campo in pesanti borracce o bottiglioni. La scuola, scomoda e lontana due chilometri, non va oltre la quarta: «Così, per me, la scuola finì a nove anni e andai nei campi a lavorare» poi, d’inverno, a imparare il mestiere di sarta, situazione che non le dispiace, perché le dà la possibilità di fare amicizia con altre ragazzine.
«Ho iniziato già ad andare a scuola in periodo fascista e il libro di lettura osannava molto il duce. A me piaceva andare a scuola, anche se i miei cugini e io eravamo segnati a dito come figli di sovversivi».
Presto si rende conto che, pur all’interno di famiglie poverissime, sono le donne le più discriminate.

«A turno, le donne rimanevano a casa dai campi per fare i lavori domestici e accudire i figli, gli animali domestici, gli animali da pollaio, mungere le mucche, ecc. Quando gli uomini, di ritorno dai lavori dei campi, andavano a fare un riposino, le donne ne approfittavano per lavare, stirare, rattoppare, stando attente che i figli non facessero chiasso. A mezzogiorno si radunavano tutti a casa per il pranzo e, mentre gli uomini, con la nonna Virginia e i bambini più grandicelli, sedevano a tavola, l’usanza era che le donne, tutt’al più, si sistemassero in un cantone a consumare in fretta il loro pasto, dopo aver servito gli altri a tavola. Nel crescere, questa cosa prese a infastidirmi sempre di più: non la trovavo giusta. Non parliamo poi della sessualità. La parola stessa era tabù. Alla ragazza veniva inculcata la verginità, ma neanche le donne sposate ne sapevano tanto di più. Si lasciavano guidare dal marito ed era lui a scegliere tempi e momenti…»

Eppure le donne, durante la guerra 1915-18, vengono mobilitate sia nelle campagne che nelle fabbriche per sostituire gli uomini al fronte. Le donne sono in prima fila nelle lotte sindacali. Il fascismo, invece, le sollecita a fare figli per dare soldati alla patria.

È evidente che una ragazza così sensibile e sveglia come Amedea, se pur ancora presa fra tradizione e spinta all’emancipazione, non può rimanere indifferente a quanto le succede attorno. A sedici anni, quando l’Italia entra in guerra, Amedea già conosce, per averle vissute in famiglia, le persecuzioni politiche, la miseria, la durezza del lavoro agricolo, la mancanza di scolarità. Quindi prende subito posizione e si aggrega all’azione dimostrativa di un gruppo di donne coraggiose che vanno nei municipi per bruciare le cartoline di arruolamento nell’esercito fascista della neonata repubblica di Salò. «La mia ossessione più grande l’ho provata con la guerra. Era tutto una trincea: bombardamenti, rastrellamenti ovunque. Cominciai ad avere paura che, forse, saremmo davvero morti tutti».

Nonostante la paura, come molte altre ragazze della sua età, si mette a disposizione della resistenza e, armata solo della bicicletta, diventa staffetta militare «In seguito diventai una staffetta militare a disposizione di un gruppo di ragazzi nascosti e organizzati per compiere azioni contro i tedeschi e i fascisti. Il mio compito era fornire loro nascondigli, vitto, armi, ecc. e favorire gli incontri con il Comando di Brigata».

È un compito pericoloso. Molte staffette vengono arrestate, torturate, fucilate. A Bologna, nel parco di Villa Spada, c’è un monumento a loro dedicato – fra loro la più conosciuta è Irma Bandiera, ma poi c’è Bruna, sedici anni, arrestata e picchiata, che non ha mai parlato e, come tante altre, è riuscita a salvarsi. E anche Amedea è fortunata, nonostante perda a un certo punto i contatti con i suoi compagni e di loro non sappia più niente.

Finita la guerra ha il compito di costituire, insieme con Renata Zaccarelli, gruppi di difesa formati da donne all’interno dei quali si incomincia a parlare di emancipazione e di diritto al voto. «In quegli ultimi mesi Renata e io prendemmo anche coscienza della nostra ignoranza – non capivamo quasi niente dei paroloni che circolavano sui volantini come capitalismo , imperialismo, socialismo, comunismo, così giurammo che ci saremmo informate e che avremmo continuato a lottare per coloro, uomini e donne, che erano caduti per la libertà».

A causa del suo impegno sociale perde anche un fidanzato, che non accetta la sua autonomia, il suo discutere i ruoli tradizionali. Alcuni anni dopo però, trova l’amore con Ezio Antonioni col quale ha due figlie e un matrimonio tuttora felice.

Dopo la guerra inizia l’attività politica come funzionaria del PCI nella campagna elettorale per il voto alle donne del 1948.
Ricopre diversi ruoli in attività sociali, sempre dalla parte delle donne, è consigliera del quartiere Savena/Mazzini di Bologna con Nadia Ortensi, fino alla fondazione dell’Associazione Armonie di Bologna nel 1994, che si propone di sviluppare azioni per il diritto alla sicurezza, al benessere delle donne e promuoverne l’autodeterminazione.

A ottantacinque anni Amedea continua a lottare e avverte: «Se è vero che le donne hanno raggiunto ciò che non avevano in passato, è altrettanto vero che queste conquiste sono a rischio e vanno difese».

Anna Zoli

Fonti, risorse bibliografiche, siti

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/amedea-zanarini/

Amedea Zanarini, Rosso Bolognese, Edizioniandromeda, Fuoricollana 33/2010

Video su YouTube

**I contenuti dell’Enciclopedia delle donne sono pubblicati sotto licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0.

Vedi anche:

Amedea Zanarini, «Catia», da Primo e Libera Arbizzani; nata il 7 ottobre 1924 a Bentivoglio. Nel 1943 residente a Sala Bolognese. 4ª elementare. Bracciante.
Nell’aprile 1944, interessata dalle notizie attorno ai «ribelli», dal padre fu incitata a dar loro un aiuto per combattere i fascisti – che avevano perseguitato il genitore e che avevano ucciso anche lo zio, Amedeo Lipparini nel 1921 – e il fascismo che aveva portato l’Italia in guerra ed i tedeschi in casa. Militò nel battaglione Armaroli della 63ª brigata Bolero Garibaldi con funzione di staffetta ed operò a Sala Bolognese e comuni contermini.
Nell’ottobre 1944 ebbe l’incarico di organizzare il GDD locale. Con altre compagne promosse le manifestazioni di donne che si svolsero contro le autorità fasciste locali.
Nel corso della piu imponente, quella del 17 marzo 1945, si ebbe l’invasione del municipio da parte di un centinaio di donne. A questa seguì un massiccio e violento intervento di un reparto tedesco (dovuto alla presenza nello stesso comune, nella Villa Argaiolli, del comando del XIV Corpo d’Armata corazzato tedesco e del suo comandante Frido Von Senger): venne fermata, assieme ad una compagna, tra la protesta delle altre manifestanti e rilasciata diverse ore dopo.
Riconosciuta partigiana col grado di sottotenente dall’1 giugno 1944 alla Liberazione. [AR] Testimonianza in RB5.

https://www.storiaememoriadibologna.it/zanarini-amedea-514355-persona

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