Vincere…e morire. Una storia del tempo di guerra.

Quel fatidico tema dal titolo: “Vincere! E Vinceremo!”
Storia triste di un giovane anglo-italiano nel tempo di guerra, ricostruita da Dino Chiarini
Due anni fa comprai su eBay una bellissima cartolina illustrata che riproduceva il palazzo municipale di Malalbergo disegnato da Giuseppe Mengoni, il noto architetto di Fontanelice (BO) che successivamente progettò la famosa e bellissima Galleria Vittorio Emanuele II, in Piazza del Duomo a Milano.
Un certo Nino aveva spedito da Malalbergo quella cartolina al “Signorino Herbert Arden abitante a Bologna in Via Vallescura 12”. Il cognome Arden non mi era nuovo: infatti mio nonno materno, nei primi anni della mia adolescenza, in occasione di un mio compleanno, mi regalò un bel pallone di cuoio e mi raccontò un episodio calcistico avvenuto a Malalbergo negli anni Venti del secolo scorso, che mi è sempre rimasto impresso nella memoria.
Mi disse che un giovane anglo-italiano di nome Edward “Eddie” Arden, figlio di un inglese e di una italiana (quest’ultima rimasta vedova, aveva sposato in seconde nozze un impiegato che risiedeva a Malalbergo) regalò ai dirigenti della squadra malalberghese il suo pallone di cuoio proveniente dall’Inghilterra, precisamente da Manchester, dove da parecchi anni il calcio era lo sport più popolare.

Incuriosito dal nome dell’intestatario di questa cartolina e dal racconto che mi aveva fatto il nonno tanti anni fa, cercai di ricostruire un eventuale legame tra le due cose; scoprii infatti che il “Signorino Herbert” era il figlio di quellEdward detto “Eddie” e che anch’egli aveva una storia personale molto toccante, che mi accingo a raccontarvi.

Herbert era nato a Bologna il 24 maggio 1923 e risiedeva in città assieme alla mamma (rimasta vedova nel 1932) in una casa presa in affitto. Suo papà era un ex soldato inglese di nome Edward, per tutti Eddie, venuto in Italia con l’esercito del suo paese dopo la rotta di Caporetto a combattere contro gli Austro-Ungarici. Durante uno scontro, fu ferito ed inviato in un ospedale di Bologna; qui conobbe una ragazza bolognese di nome Medea Montaguti. Finita la guerra i due si sposarono e dal loro matrimonio, nacque Herbert. ”Baby” (così lo chiamavano parenti, amici e vicini di casa) era un biondino con i cappelli a spazzola, alto e magro; anche la mamma era magra e con i capelli di un colore biondo-castano. Il papà, in seguito alle ferite riportate in guerra, morì nei primi giorni di febbraio del 1932.

Finito il ciclo delle scuole elementari, Herbert, sollecitato dallo zio Gaetano (il “Nino” della cartolina, fratellastro di Edward) iniziò a frequentare un noto Istituto Tecnico di Bologna per diplomarsi in ragioneria, come aveva fatto nel 1921 lo stesso zio. Correva l’anno 1940 e gli studenti erano impegnati, durante l’incipiente estate, ad affrontare gli esami di “maturità”; anche Baby si stava impegnando negli studi per diventare ragioniere. La mattina dell’11 giugno 1941 si presentò in aula per svolgere il tema d’italiano. La traccia proposta ai diplomandi su cui dovevano cimentarsi, richiamava le fatidiche parole “Vincere! E vinceremo! pronunciate l’anno prima a Roma da Benito Mussolini che, dal balcone di Piazza Venezia, aveva annunciato l’entrata in guerra dell’Italia ad una folla straripante che lo acclamava entusiasta; la frase pronunciata dal Duce era per l’esattezza la seguente: «La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’Oceano indiano:Vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo. Popolo italiano! Corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore! …».

Secondo quanto afferma lo scrittore Giancarlo Sacerdoti nel suo volume “Ricordi di un ebreo bolognese, illusioni e delusioni 1929-1945”, l’aspirante ragioniere sviluppò un tema bellissimo, ma inserì nel testo più o meno le seguenti (profetiche) parole: «… ora sembra che la campana suoni a morte per le democrazie. Ma non è detta l’ultima parola. Il leone britannico è orgoglioso e potrà ancora, con le sue zampate, farsi rispettare dalle dittature fasciste …» (1).

Lo stupore dei professori fu sconvolgente: quel ragazzo era uno dei pochi che non aveva la certezza della vittoria dell’Italia sulle forze nemiche! I commissari si riunirono per lungo tempo prima di decidere il da farsi, poi alla fine “Baby” Arden fu promosso.

La gioia del ragazzo durò pochissimo: infatti il giorno dopo fu arrestato (probabilmente qualche insegnante aveva denunciato il caso alle gerarchie fasciste) e le autorità cittadine inviarono il fierissimo studente -di appena diciassette anni- al confino in un piccolo paesino abruzzese per i suoi «sentimenti ostili all’Italia, al duce e al fascismo».

Il Sacerdoti ribadisce pure che il 9 settembre 1943 Herbert si dileguò e dopo alcuni giorni arrivò a Bologna, dove apprese dai vicini e dai proprietari della casa presa in affitto che la mamma era morta il 10 settembre nei pressi della Manifattura Tabacchi, nel bombardamento aereo Alleato avvenuto quel giorno di settembre. Da quando il figlio era stato mandato al confino, ella ripeteva a tutti i conoscenti la stessa frase:“Voglio vedere il crollo del fascismo. Poi se Dio mi fa questa grazia non me ne importa più nulla, neanche di morire sotto una bomba inglese!” (2). E purtroppo questo infausto desiderio si avverò.

Ricevuta quella triste notizia, “Baby” Arden rimase impietrito e in silenzio; non versò neppure una lacrima, salutò i presenti, si allontanò in tutta fretta e non diede più notizie di sé fino alla fine di dicembre del 1943. Ma nel mese di gennaio 1944 fu nuovamente catturato dalla polizia che lo consegnò ai tedeschi e da quel giorno non fu mai più ritrovato; finita la guerra fu dichiarato disperso e nel 1955 il Comune di Bologna dichiarò Herbert Arden “irreperibile”.

Pensando a quel triste episodio, aggiungo una mia personale considerazione. Nonostante il secondo marito di nonna Ida fosse stato negli anni Venti, dapprima Sindaco (1923-1927) e poi Podestà di Malalbergo (1927-1930) ai fascisti repubblichini e soprattutto ai nazisti tedeschi non importò nulla di tutto questo: “Baby Arden” venne trattato, come si diceva allora, da perfido albionico, ovvero come un traditore della Patria.

Dino Chiarini

Note:

(1) Giancarlo SACERDOTI, Ricordi di un ebreo bolognese, illusioni e delusioni 1929-1945, Bonacci Editore, Roma, 1983, pag. 88.

(2) Giancarlo SACERDOTI, Op.cit., pag. 116.

Bibliografia:

Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri (a cura di), “Dizionario biografico. Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo bolognese (1919-1945). Arden Herbert”, ISREBO, Bologna, 1986.

Scheda di Herbert Arden in “Storia e Memoria di Bologna”.