Storia del “bolognino”

Nel sito Storia e Memoria di Bologna è ora presente un approfondimento dedicato ad un conio e un punzone della Zecca felsinea.
Quando nel 1861 venne sospesa l’attività di coniazione della zecca di Bologna i conii e i punzoni per la fabbricazione delle monete e delle medaglie furono consegnati al Museo Civico Archeologico di Bologna, dove sono tuttora conservati. Il conio serviva per realizzare il rovescio del mezzo scudo da 50 bolognini, emesso dalla zecca di Bologna per il papa Pio VI (1775-1799). La figura di San Petronio, con mitra e pastorale, seduto a destra sulle nubi, nell’atto di benedire la città di Bologna, simboleggiata dalle due torri, è accompagnata dalla legenda S. PETRONIVS BONONIAE PROT (San Petronio protettore di Bologna). Sotto le nubi sono visibili gli stemmi di Bologna sormontato dalla testa leonina e del cardinale Legato Ignazio Boncompagni sormontato dal cappello cardinalizio.
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Cogliamo l’occasione per un breve riassunto della storia della coniazione di monete alla Zecca di Bologna, a cominciare dal famoso bolognino”.
Bologna ottenne dall’imperatore Enrico VI la concessione di battere moneta nel 1191. Prima di quella data vi circolavano denari milanesi e pavesi sostituiti poi da quelli di Verona e di Venezia ed infine dai denari di Lucca e da quelli imperiali di Milano.

Dopo essersi organizzata in forma comunale, aver assunto e coltivato il suo spirito civico e di appartenenza, aver sostenuto il duro confronto con Federico Barbarossa e mentre aumentava l’affluenza degli scolari dello Studio, il Comune di Bologna prese provvedimenti per assecondare il grande sviluppo economico e demografico che caratterizzò gli ultimi decenni del XII secolo. Per captare e canalizzare verso la città le acque del Savena e del Reno edificò le chiuse di San Ruffillo e di Casalecchio. Nel 1191 ottenne dall’imperatore Enrico VI anche il diritto di battere una propria moneta. Fu il bolognino, la prima moneta bolognese del peso di poco più d’un grammo d’argento e con un valore intrinseco pari ad un terzo di quella imperiale. Nel 1236, dopo la coniazione del bolognino “grosso”, assunse l’appellativo di bolognino “piccolo”. La moneta presentava sul diritto la formula Enricus I P R T (imperator), con le ultime quattro lettere disposte a croce nel campo; sul rovescio, invece, era presente il nome della città, Bononia, con l’ ultima lettera più grande all’ interno del campo. Questa scelta stilistica metteva in luce l’importanza assunta dal Comune di Bologna e la figura di Enrico VI, l’imperatore che concedette alla città il privilegio di battere una propria moneta.

Il primo denaro emesso a Bologna era di mistura perché la continua svalutazione del denaro, iniziata un secolo dopo Carlo Magno, aveva ridotto a tal punto il suo contenuto d’argento da renderlo una moneta troppo minuta e scomoda da maneggiare se non si fosse abbassata considerevolmente la lega introducendovi una notevole percentuale di rame.

L’attività delle zecche non era costante e solo quando sul mercato iniziava a mancare il circolante veniva aperta l’officina monetale. La produzione delle monete era data in appalto ad un privato (zecchiere) che doveva attenersi a regole definite da un contratto notarile ed essere sottoposto al controllo di pubblici ufficiali. Solo nel tardo Medioevo le zecche di maggior importanza come Venezia e Firenze ebbero un’attività abbastanza stabile e lo zecchiere stesso era un pubblico ufficiale. Ma se le caratteristiche di una moneta erano determinate dal governo, quasi mai questo era in grado di definire l’entità delle emissioni. Erano i privati, di solito mercanti o banchieri, a portare il metallo di loro proprietà nella zecca ritirando poi le monete prodotte dopo che erano state detratte le spese di produzione e i diritti di coniazione (aggio) spettanti allo Stato. La zecca, oltre ad essere un mezzo di sviluppo economico ed un motivo d’orgoglio per gli Stati, poteva essere una cospicua fonte di guadagno ma era indispensabile trovare il giusto equilibrio tra il guadagno dei privati e quello pubblico altrimenti nessuno avrebbe portato il proprio metallo.

Nel corso dei secoli furono diverse le autorità emittenti delle monete bolognesi come risulta dalla seguente tabella , che riporta le date del periodo di emissione dei bolognini per conto dei diversi emittenti, pubblici o privati; nel rovescio dei bolognini e dei denari del tipo classico erano riportate anche le quattro lettere in croce nel campo (al dritto era sempre presente BONONI-A).

1191-1336  Comune di Bologna  ENRICIIS I.P.R.T.

1347-49  Fratelli Pepoli  IA7IO.DE.PEPPLIS F.R.E.S.

1350-60  Giovanni Visconti  IOhES.VICEC O.M.E.S.

1370-75  Gregorio XI   GRE.GO.RIVS P.A.P.A.

1380-1443   Governi diversi   MATER.STVDI O.R.V.M.

1401-04  Giovanni I Bentivoglio  IohS.D.BETVO G.L.I.S.

Dopo la vittoria dei Comuni sull’imperatore Federico II, Bologna che aveva attivamente partecipato alla guerra (battaglia della Fossalta nel 1249) iniziò ad estendere il suo predominio verso le città della Romagna. In esse, oltre ad imporre podestà bolognesi o quantomeno di suo gradimento, rese obbligatorio l’uso della propria moneta. In questo modo il bolognino divenne la moneta dominante in un’ampia area monetaria che successivamente si estese alle Marche.

Le numerose zecche che emisero dei bolognini ad imitazione di quelli battuti a Bologna mantennero l’aspetto generale della grande lettera A e delle quattro lettere in croce ma naturalmente la legenda indicava il nome di un’altra città (FERRARI-A, ANCON-A, ECC.).

Il primo bolognino d’oro di Bologna comparve solo nel 1381, dopo la grande diffusione delle monete auree di Venezia e Firenze. Dopo l’affermazione della moneta d’oro le transazioni commerciali più importanti e quelle internazionali erano effettuate con essa.

Il palazzo della Zecca a Bologna, costruito da Scipione Dattari tra il 1578 e il 1583, era in origine collocato in via Ugo Bassi. Questa sede fu l’ultima e definitiva sistemazione dell’officina monetaria della città, dopo che per secoli era stata continuamente spostata da un punto all’altro del centro urbano. Nel volume ‘Cose notabili della città di Bologna’ del 1873 si ricorda come “riconosciuta l’incongruenza che uno stabilimento di tanta importanza dovesse vagare per la città, decise il Senato li 25 marzo 1577 che si cercasse un luogo opportuno dove collocare stabilmente la Zecca, levandola dall’osteria del Leone di ragione Sampieri e Fantuzzi, posta nella via delle Chiavature, ed affittata alla Camera per anni 29. E perciò li 29 gennaio 1578, a rogito di Galeazzo Bovio, fu conchiuso il contratto, poi rattificato li 16 ottobre susseguente dal Senato...”.

L’edificio venne poi demolito in seguito al piano regolatore del 1889 e la facciata fu smontata e ricostruita nel 1929 nel retro del nuovo palazzo dell’INA in via della Zecca (tra le attività presenti nel palazzo ricostruito nel 1929 vi fu dal 1949 il ristorante “Rodrigo”).

Papa Pio VI e la fine del “Bolognino”

La situazione stagnante della zecca bolognese, esattamente come erano le vicende storiche della città in quel periodo, con Bologna inserita per  3 secoli nello Stato Pontificio, dopo la caduta dei Bentivoglio, si modificò solo dopo l’ascesa al soglio pontificio di Pio VI (1775-99).

La novità maggiore si ebbe nel 1777 quando si iniziò a battere i nuovi “scudi alla romana” da 100 baiocchi in sostituzione di quelli soliti da 4 lire, cioè da 80 bolognini. In realtà si trattava di un ulteriore passo verso la perdita dell’autonomia locale e il termine bolognino venne rapidamente sostituito da quello di baiocco. La cosa divenne ancora più evidente a partire dal 1780 quando sulla moneta da un soldo fu scritto esplicitamente BAIOCCO. Adesso era di rame puro, non più di mistura come l’ultimo bolognino del 1715.

Un’altra importante novità introdotta in quella occasione fu il cambio di valore a carico del quattrino. Questa moneta era stata emessa per la prima volta dalla zecca bolognese nel 1406 ad un valore di due denari e quindi corrispondeva ad un sesto del soldo di Bologna (bolognino). Questo rapporto era rimasto inalterato anche quando, alla fine del ‘500, la zecca di Roma aveva portato il suo quattrino ad un quinto del baiocco. Infatti a quell’epoca il baiocco valeva meno del bolognino per cui il quattrino romano era praticamente equivalente a quello bolognese.

Le due principali riforme della monetazione bolognese in epoca moderna, cioè l’equiparazione del bolognino al baiocco all’inizio del ‘600 e l’abolizione del sistema di conto alla bolognese alla fine del ‘700, avvennero in sordina, senza lasciare traccia nei documenti scritti. In realtà erano state precedute da anni di scontri tra il governo centrale di Roma e quello bolognese, di cui forse non si voleva far giungere alcuna notizia alla popolazione. Al momento di essere attuate non venne promulgato nessun bando o editto esplicativo.

La riforma monetaria di Napoleone, di breve durata (1805 – 1815)

Nel 1796 Napoleone giunse a Bologna a capo dell’esercito francese e dichiarò decaduto il governo pontificio. Affermava di portare la libertà ma mise subito in atto pesanti requisizioni i cui proventi erano per la maggior parte inviati in Francia o utilizzati per sostenere le spese dell’esercito. Con gli argenti si iniziò a coniare gli scudi da 10 paoli ed i mezzi scudi da cinque. La loro quantità fu enorme ed oggi queste monete sono facili da reperire sul mercato numismatico. Le vicende politiche, dopo secoli di immobilismo, ebbero un corso tumultuoso che si concluse nel 1805 con la dichiarazione del Regno d’Italia di cui Napoleone era re. Così ebbero fine gli ultimi residui dell’autonomia cittadina: i tipi delle nuove monete coniate a Bologna divennero identici a quelli battuti nelle altre zecche del Regno d’Italia; l’unica differenza era una piccola lettera posta sul rovescio (B per Bologna, M per Milano, V per Venezia) oppure le piccole marche d’incisori e zecchieri. Il vecchio sistema metrologico (1 lira = 20 soldi = 240 denari) fu sostituito da quello decimale introdotto da Napoleone (1 lira o franco = 100 centesimi). Le nuove monete erano allineate a quelle francesi ed il loro peso era espresso in grammi secondo il nuovo sistema metrico ponderale.

La Restaurazione, l’Unità d’Italia e la chiusura della zecca di Bologna

Dopo la caduta di Napoleone nel 1815 il governo pontificio attuò la Restaurazione, abolendo tra l’altro il sistema decimale e ritornando al sistema monetario pontificio dello scudo da 100 baiocchi, ma si guardò bene dal restituire ai Bolognesi la parziale autonomia precedente. Anche i tipi delle monete divennero, fuorché poche eccezioni, identici ai romani. Ad un certo punto la morfologia delle monete diviene la medesima delle romane, se si eccettua la piccola sigla di zecca “B”

Con l’annessione al regno sabaudo (1859) la zecca di Bologna giunse alla sua fine e, dopo le ultime emissioni a nome di Vittorio Emanuele II, fu chiusa il 31 maggio 1861.

m. b.

FONTI da cui abbiamo estratto i testi e a cui rimandiamo per maggiori informazioni:

https://www.storiaememoriadibologna.it/conio-e-punzone-1999-opera

https://www.panorama-numismatico.com/monete-bolognesi-e-circolazione-monetaria-a-bologna-1a-parte/

https://www.panorama-numismatico.com/monete-bolognesi-e-circolazione-monetaria-a-bologna-2a-parte/

http://nonocentenario.comune.bologna.it/bolognino-la-moneta-coniata-bologna-nel-1191/

https://www.ilgiornaledellanumismatica.it/incisori-conii-e-punzoni-alle-origini-delle-monete-bolognesi/

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