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Biografie


Il "mistero" di Afro Basaldella... e del suo " Malalbergo". Giulio Reggiani

Capisco che molti lettori potrebbero restare un po’ interdetti di fronte all’argomento storico che sto per affrontare qui, ma sono in grado di assicurare che la trattazione seguente ha notevole attinenza con questo nostro territorio comunale. Vorrei iniziare, però, dando alcune notizie biografiche su questo grandissimo esponente dell’astrattismo italiano.
Afro Libio Basaldella nacque ad Udine il 4 marzo 1912; compì i suoi primi studi a Firenze ed a Venezia, dove si diplomò al liceo artistico di quella città nel 1931. Successivamente si recò dal fratello Mirko a Roma, città in cui conobbe artisti di fama quali Scipione, Mafai e Cagli, e nello stesso anno a Milano, ove frequentò lo studio di Arturo Martini ed incontrò Birolli e Morlotti.
Nel 1933 si trasferì definitivamente a Roma, dove partecipò, assieme a Guttuso, Scialoja, Leoncillo, Fazzini ed altri, alla II Quadriennale Romana. Nel 1937 tenne la sua prima mostra personale e l’anno dopo fu chiamato alla Biennale di Venezia con due opere, Pastori ed Oreste. Nel 1939 tenne una personale a Genova, intitolata Disegni di Mirko e Pitture di Afro, ed una a Torino, mentre a Roma prese parte alla III Quadriennale. Durante il periodo bellico realizzò svariate opere d’influenza cubista, soprattutto nature morte e ritratti, e definì, attraverso il decennio degli anni ’40, il suo primo periodo astratto: infatti dopo un viaggio a Parigi risentì del “colpo di fulmine” per il cubismo di Picasso e Braque, come pure dei toni spenti di Modigliani.
Nel 1950 si recò a New York, incominciando una ventennale collaborazione con la galleria italo-americana Catherine Viviano, e questo diverso clima culturale lo indirizzò definitivamente verso l’astrazione. Nel 1952 aderì al Gruppo degli 8 e nel 1956 ottenne alla Biennale di Venezia il premio quale miglior pittore italiano; due anni dopo eseguì il dipinto murale  The garden of hope (Il giardino della speranza) per la sede dell’Unesco a Parigi, incluso in una serie di lavori comprendenti opere di Matta, Mirò, Picasso ed altri artisti famosi. Negli anni Sessanta raggiunse la maturità artistica, espose le sue tele nelle più famose gallerie europee ed americane, insegnando anche pittura a Firenze e negli Stati Uniti. Nel 1971 vinse a Roma il Premio Nazionale di Pittura “Presidente della Repubblica”, ma dopo la morte del fratello Mirko e l’insorgere della malattia sopraggiunse in lui un evidente “cambio di rotta artistico”, con lavori molto più immobili rispetto agli slanci del passato e raffiguranti un universo più desolato. Negli ultimi anni di vita tenne svariate mostre personali in Italia ed all’estero.
Morì a Zurigo il 24 luglio 1976. E’ considerato uno dei più illustri esponenti della “Scuola Romana”, assieme a Giorgio De Chirico e Renato Guttuso. Le sue opere sono presenti nei maggiori Musei d’Arte Moderna e nelle migliori Gallerie Artistiche di tutto il mondo.
Ma cosa c’entra Afro Basaldella con il Comune di Malalbergo? Ebbene, un certo rapporto fra questo grande pittore e Malalbergo c’è, poiché esiste un suo quadro di 125 x 160 cm, intitolato “Malalbergo” e datato 1962,  che rappresenta molto bene, non solo per i critici, un periodo particolare della sua evoluzione artistica, precisamente dalla fine degli anni ’50 a tutto il decennio successivo, fino cioè agl’inizi della malattia che segnò una svolta nella sua produzione pittorica, come accennato poc’anzi. Io ho potuto vedere il quadro soltanto in fotografia, però posso azzardare questo mio personale giudizio: <Nell’ambito del più moderno astrattismo, le sue forme cromatiche sono concepite in modo che appaiano assai limitate; tutta la composizione gioca sui forti contrasti fra le parti scure e quelle chiare, tanto da sembrare, per intenderci, un “divertissement”, uno “svago” bianco-nero. Esso pare ricordare, oltretutto, i coevi studi di Franz Kline, cui viene naturale collegarsi”, richiamando pure le idee filosofiche dell’Esistenzialismo>.

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Inserito da redazione il Mer, 30/03/2016 - 08:03


Da Malalbergo a Castelluccio. Alessandro Manservisi (o Manservigi?). Ricerca di Dino Chiarini

DA MALALBERGO A CASTELLUCCIO
Alessandro Manservisi o Alessandro Manservigi?

(un grande filantropo e benefattore nato a Malalbergo)

Questo interrogativo (quello del titolo, tanto per intenderci) cominciò a frullarmi nella mente qualche tempo dopo che il prof. Renzo Zagnoni m’interpellasse per chiedermi di fare una piccola ricerca su Alessandro Manservisi -una persona famosissima in tutto il Comune di Porretta Terme, ma particolarmente nella frazione di Castelluccio- e ciò per un libro che stava scrivendo su tale personaggio. Ebbene, questa breve indagine presso l'Archivio Parrocchiale di Malalbergo mi portò a scoprire, dalla grafia del documento originale, che il suo vero cognome era Manservigi. E Manservigi è tuttora un gruppo familiare presente in paese. Eccovi allora i risultati riguardo i miei estemporanei studi su quest'uomo che a me, prima d'oggi, era veramente sconosciuto. Quindi ho pensato di proporvi, oltre alle mie considerazioni, anche la sua biografia così come l’ho ricavata dai documenti consultati sia in parrocchia, sia nella biblioteca dell’Archiginnasio oltre che dal libro “Un sarto e il suo castello a Castelluccio” di Bill Homes e Renzo Zagnoni; essa è stata molto interessante e ricca di concreti riferimenti per ambedue le realtà paesane, di Malalbergo e di Castelluccio nel Comune di Porretta Terme.
Alessandro Manservigi nacque a Malalbergo il 16 gennaio 1851 da Giocondo Manservigi e da Rita Poggi (1); morì a Bologna il 7 aprile 1912. Nel 1858 Alessandro (assieme alla madre e alla sorella Clotilde anch’essa nata a Malalbergo il 7 gennaio 1854) si trasferì a Bologna (2); il padre, invece, non poté seguire la famiglia, trovandosi in quel periodo in prigione ad Ancona dove stava scontando una lunga condanna (tale pena, pare fosse stata promulgata per motivi politici) (3).
Nel trasferimento a Bologna il cognome fu mutato in Manservisi e questo piccolo cambiamento avvenne, secondo me, per un probabile errore di trascrizione da parte dell’impiegato dell’Ufficio Anagrafe di Bologna. Mi vien da pensare a una sua imprecisione, poiché la grafia delle due lettere era a quel tempo molto simile; io penso pure che, forse, questa piccola alterazione facesse alla fin fine comodo alla famiglia, poiché quel nuovo cognome avrebbe potuto mascherare un po’ il complessivo senso di disagio dovuto all’arresto -e alla successiva condanna all’ergastolo- del capofamiglia Giocondo.

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Inserito da redazione il Ven, 20/03/2015 - 09:16


Bernardino Ramazzini, padre della medicina del lavoro

Bernardino Ramazzini (Carpi, 3 novembre 1633 – Padova, 5 novembre 1714) è stato un medico e scrittore italiano.
Proveniente da una modesta famiglia di Carpi, viene avviato agli studi di medicina all'Università di Parma, dove si laurea nel 1659. Ramazzini inizia l'esercizio della professione medica nel ducato di Castro, a quel tempo trascorso da continui e feroci atti di violenza, a causa del conteso dominio territoriale tra la parmense famiglia dei Farnese ed il papato. Nel 1680, dopo la definitiva annessione del Ducato di Castro al Patrimonio di San Pietro, Ramazzini torna alla nativa Carpi ed inizia a professare nella città di Modena. Ben presto la sua fama di medico capace e di grande esperienza, nonostante la giovane età, arriva alla conoscenza del duca Francesco II d'Este che lo vuole nella sua Università, da egli appena rifondata, per ricoprire una delle due cattedre di matematica (l'altra andrà a Francesco Torti). La sua fama cresce e varca i confini del Ducato di Modena, fino ad arrivare alla prestigiosa Università di Padova che, nel 1700, gli offre il posto di aggiunto alla cattedra di medicina.
Ogni possibilità di ritorno a Modena di Ramazzini viene impedita dalla situazione d'instabilità causata, dopo la morte di Carlo II, dalla guerra di successione spagnola che coinvolge il ducato estense. Ramazzini decide di restare nella università patavina, continuando l'ampliamento della sua monumentale opera che, per oltre due secoli, resterà il principale punto di riferimento per lo studio epidemiologico delle malattie professionali e verrà tradotta in moltissime lingue.
Nel 1708 riceve la titolarità unica della cattedra di medicina a Padova.
L'intenzione di Ramazzini è quella di confrontare le proprie teorie con gli eminenti colleghi padovani e di riuscire a dare alle stampe il
suo trattato "De morbis artificum diatriba" che, infatti, viene pubblicato a Padova nello stesso anno.
Quest'opera, primo studio nella storia della medicina sulle malattie professionali, è considerata l'atto fondante di quella che oggi viene chiamata medicina del lavoro. Ramazzini prese in esame ed analizzò il contesto delle condizioni di lavoro e delle malattie da esse derivanti, di un elevato numero di mestieri (40 - 50) e, inoltre, descrisse i possibili rischi per la salute correlati ad ogni lavoro e i loro possibili rimedi. Oltre a ciò prese in considerazione, integrandole con i dati già ottenuti, le condizioni climatiche in cui questi lavori erano o potevano essere svolti. La relazione tra rischi e malattia osservata ha anticipato l'attuale metodo scientifico, ancora oggi utilizzato, basato su studi epidemiologici.
I resti di Bernardino Ramazzini riposano nella chiesa della Beata Elena, a Padova.
A lui è dedicato l'Ospedale di Carpi. Inoltre è dedicato l'Istituto Ramazzini ONLUS di Bologna, con sede operativa e laboratori al Castello di Bentivoglio , che si occupa di ricerca sui tumori e sui rischi cancerogeni di origine ambientale e professionale.
Testo tratto da
http://it.wikipedia.org/wiki/Bernardino_Ramazzini
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Segue altro articolo di Galileo Dallolio con altri particolari sulla sua attività e il suo rapporto con Finale Emilia

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Inserito da redazione il Sab, 10/01/2015 - 18:13


Bernardino Ramazzini e Finale Emilia

Finale … quella bellissima Terra, da paragonarsi a una Città..”
Bernardino Ramazzini (Carpi 1633- Padova 1714)
* Articolo di Galileo Dallolio  per il mensile finalese ‘Piazza Verdi’ di Finale Emilia, dicembre 2014), con stralci da corrispondenze e citazioni
- Su “
Bernardino Ramazzini . Profilo ed Eredità di un innovatore della Scienza Medica” il 5 novembre 2014 si è svolto all’Accademia di Scienze Lettere e Arti di Modena , una Giornata di studio a 300 anni dalla morte. Aperta dal Presidente dell’Accademia Ernesto Milano, e dal Presidente della Sezione di Scienze Fisiche Matematiche Naturali Marco Sola la Giornata ha visto la partecipazione di Giuliano Franco (Unimore), Francesco Carnevale (Università di Firenze), Berenice Cavarra e Umberto Muscatello (Unimore) Silvia Marinozzi, (Università Sapienza di Roma), Carmelo Elio Tavilla (Unimore) , Mario Umberto Lugli (Accademia Nazionale di Scienze, Lettere e Arti di Modena), Alberto Tampieri (Unimore) . Gli interventi hanno approfondito e illustrato la figura dello scienziato (che fu socio fondatore dell’Accademia dei Dissonanti ora Accademia di Scienze Lettere e Arti) e hanno messo in luce lo status odierno della Medicina del lavoro, che vede in Ramazzini il suo grande iniziatore . In questa sede e per i lettori di Piazza Verdi, accenno ad alcune informazioni su ‘Ramazzini e Finale’già presenti peraltro in Sigilli di eternità di Maria Pia Balboni (l’incarico di fornire le iscrizioni delle epigrafi ebraiche più belle del Cimitero ebraico di Finale a Magliabechi) e in Finale Emilia Mille anni di storia di Mons. Ettore Rovatti dove è illustrato il caso di inquinamento da vapore di vetriolo, avvenuto a Finale nel 1689 , forse il primo ufficialmente noto, per il quale ‘furono interpellati B.Ramazzini e Goffredo Leibniz (allora a Modena)’ o come lo chiama lo storico della medicina Giorgio Cosmacini’ il primo caso di nube tossica di origine industriale inquinante l’aere padano’.

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Inserito da redazione il Ven, 09/01/2015 - 18:20


Mario Mondadori, testimone della civiltà contadina

Mario Mondadori e la campagna
Articolo di Maurizio Goldoni, pubblicato su Piazza Verdi , Finale Emilia novembre 2013
Mario Mondadori se n’è andato. Dopo aver raccolto per anni le testimonianze di una civiltà contadina dalla quale avremmo ancora molto da imparare, dopo aver girato col suo furgoncino per le piazze a portare in giro le testimonianze di un passato ormai quasi remoto – attrezzi agricoli, utensili, fotografie – è tornato alla terra che ha sempre celebrato.
Ho avuto modo di frequentarlo per lavoro, dato che mi ha commissionato molti servizi, tutti riguardanti quella che era diventata una passione intensissima. Aveva sempre fretta, gli veniva un’idea e la voleva veder realizzata subito, ma quando gli facevo notare che certi tempi erano indispensabili cercava di metter freno all’impazienza. Posso dire che si fidava di me; ed era un ottimo pagatore. Ex casaro, attività di cui parlava spesso con orgoglio, mi fece fotografare il caseificio di Pavignane, ora chiuso, e una stalla di Massa Finalese, poiché era l’ultima in funzione e presto avrebbe chiuso l’attività.
Deciso, tenace fino alla testardaggine, a volte addirittura mistico e piuttosto criptico nelle pagine che, negli ultimi anni in cui era autosufficiente, faceva scrivere e fotocopiare e che distribuiva a negozi, passanti, amministrazione comunale, Mario ha sempre desiderato un posto dove esporre le sue cose e far da cicerone, posto che non ha mai ottenuto; un errore dell’amministrazione di allora. Di qui l’autopromozione, col suo geniale furgoncino Fiat. Confido che tutto il materiale che ha pazientemente raccolto negli anni, spesso più unico che raro, non vada disperso.
Fin qui quello che avevo scritto su Mario, e che non ho mandato subito a Piazza Verdi. Nel frattempo altri due interventi lo hanno ricordato, e allora, per non cestinare il mio ricordo di questo finalese, colgo l’occasione per allargare appena un po’ il discorso.
La passione di Mario Mondadori è diventata poco alla volta una forma di vita – altri direbbero una mania – ma dietro ogni ossessione c’è un desiderio, anche solo di cambiamento. Per molti “il ritorno alla terra” è una pia intenzione, o magari un’utopia, anche se negli ultimi anni sono numerose le pubblicazioni riguardanti la “decrescita”, il “downshifting” e filosofie simili, e c’è nell’aria il desiderio di un ritorno ad una vita meno frenetica, più vicina alla terra, slegata per quanto possibile dal meccanismo lavoro-acquisto.

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Inserito da redazione il Gio, 09/01/2014 - 09:08


Edmondo Solmi, finalese, biografo di Leonardo apprezzato da Freud

Premessa: Articolo di Galileo Dallolio già pubblicato sul periodico locale Piazza Verdi alla fine del 2012 (anno del centenario della scomparsa) dedicato ad Edmondo Solmi iniziatore degli studi leonardeschi in senso storico-critico in Italia. La sua biografia su Leonardo (ripubblicata nel 2013 da Perrone, Roma) fu scritta nel 1900, tradotta in tedesco nel 1908 e apprezzata, citata (e presente nella sua biblioteca) da parte di Sigmund Freud ( scrivendo in Google Freud Solmi viene fuori il Museo Freud di Londra e il libro).
- Edmondo Solmi, Finale Emilia 1874-Spilamberto 1912, l’occasione per un Centenario.
Ai ‘Fratelli Solmi uomini di cultura’ Il Comune di Finale nel 1965 ha dedicato una strada. Su Arrigo Solmi (1873-1944) - professore di diritto , rettore dell’Università di Pavia, Ministro, Senatore - ha parlato Italo Spinelli in un bel Coriandolo su Piazza Verdi. Edmondo Solmi io l’ho conosciuto attraverso una citazione presente in Album Finalese a cura di Gianluca Borgatti con nota introduttiva di Stefano Marchetti (Collezioni Modenesi ed.)
’Un piccolo cenno anche per il fratello Edmondo, che ebbe purtroppo una vita molto breve ma fece in tempo a scrivere una biografia di Leonardo da Vinci che fu elogiata nientemeno che dal maestro della psicanalisi Sigmund Freud.’
La curiosità e il fatto che nel 2012 cade il centenario della morte, hanno fatto il resto. Era figlio di Amalia Stucchi e di Angelo Solmi che sarà poi Segretario del Comune di Modena. Nacque a Finale nel 1874.Sarà studente a Modena al Liceo Classico Muratori ed è pensabile che a Finale abbia trascorso la prima infanzia.
Carlo Grossi (1878-1973), il preside del Liceo Scientifico Morando Morandi di Finale dal 1952 fino al 1960, ha studiato nello stesso Liceo modenese .
Ambedue hanno avuto come insegnante il poeta Severino Ferrari, allievo di Carducci e amico di Pascoli.
E’ ragionevole pensare che si siano conosciuti e frequentati.
Sarebbe interessante sapere se la relazione fra i due finalesi sia continuata fino al 1912, data della morte di Edmondo, nel frattempo diventato famoso come studioso di Leonardo da Vinci. Ricordo che il professor Carlo Grossi è stato sindaco di Finale dal 1910 al 1916, Preside della Regia Scuola Tecnica di Mirandola, e ideatore, con altri colleghi, del primo Liceo Scientifico della Bassa Modenese.
Un’ampia biografia culturale è in ‘Carlo Grossi. Una vita lunga un secolo’. A cura di Lucilla Grossi, Baraldini editore 2009. Il terremoto ha impedito di accedere alle fonti presenti in Biblioteca e nell’Anagrafe Municipale .
Oggi in occasione del centenario, parlo di lui utilizzando due suoi libri ancora in commercio . In ‘Leonardo 1452-1519 di Edmondo Solmi , Longanesi 1972 nella nota biografica a cura dell’editore Longanesi, si legge

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Inserito da redazione il Sab, 02/11/2013 - 09:25


Elisa Agnini Lollini, una bella storia di donna, nata in provincia

Elisa Agnini Lollini, Finale Emilia 1858- Roma 1922: una bella storia
La racconta Galileo Dallolio sull'ultimo numero di Piazza Verdi, periodico culturale di Finale Emilia, predendo spunto da alcune biografie edite recentemente e in particolare dal libro scritto da Silvia Mori “La dama del quintetto” che racconta la vita e l’esperienza della finalese Elisa Agnini in Lollini, sorella di Gregorio Agnini. La post-fazione è di Anna Foa: entrambe le autrici sono sue discendenti. E’ un’occasione per conoscere una serie di storie di donne di grande interesse che, attraverso le quattro figlie: Olga, Clara, Livia e Clelia, arrivano ai nostri giorni.
Storie e foto sono leggibili nel documento allegato. Mettiamo qui in evidenza in primo piano la biografia tracciata da Giulia Galeotti sull’Osservatore Romano l’8 marzo 2012 che ne fa questa bella presentazione: “Elisa Lollini nel romanzo storico della nipote scritto grazie ad un vecchio baule di famiglia: La bisnonna delle femministe
«Non potrò mai essere femminista dal momento che già lo fu mia nonna», disse una volta, provocatoriamente, la partigiana combattente, giornalista e storica Lisa Foa. Una nonna, Elisa, che gli storici conoscono, e che ora il romanzo di Silvia Mori," La dama del quintetto" (Ferrara, Luciana Tufani Editrice (* ) 2012, pagine 317, euro 13), presenta a tutti.
"Nata nel 1858 a Finale Emilia, a ventisette anni Elisa Agnini (bisnonna dell’autrice) sposa Vittorio Lollini, avvocato e futuro parlamentare socialista, dando vita ad un legame che porterà — oltre alla nascita di quattro figlie — al rafforzamento vicendevole delle grandi passioni civili e politiche: uguaglianza nell’istruzione, nel lavoro e nelle opportunità. Fortemente impegnati contro le discriminazioni che subivano i figli illegittimi, i coniugi Lollini collaborarono attivamente all’abrogazione del divieto di ricerca della paternità. Nel 1917, in un articolo pubblicato sul giornale socialista «Uguaglianza», Elisa diede conto dei diversi progetti presentati in Parlamento per riformare le norme del codice civile: tra essi, v’era anche quello, innovativo e audace di Vittorio, che, in nome del principio di responsabilità («la quale deve essere l’anima della nuova morale sociale»), chiedeva la libera indagine finanche per adulterini e incestuosi. Un autentico azzardo per l’epoca (ovviamente la proposta fu respinta), ma almeno il tema aveva ricevuto pubblica attenzione. Un risultato importante, però, venne raggiunto: Elisa riuscì a ottenere dall’allora ministro Bissolati che sussidi e pensioni venissero estesi anche alle madri laddove il figlio naturale fosse morto in guerra.

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Inserito da redazione il Dom, 13/10/2013 - 17:28


La Duchessa di Galliera, benefattrice, tra Italia e Francia

LA DUCHESSA DI GALLIERA Maria Brignole Sale De Ferrari. Biografia di Franco Ardizzoni
Discendente di una delle più prestigiose famiglie genovesi Maria Brignole Sale nacque a Genova il 5 aprile 1811, in Palazzo Rosso, proprietà della sua famiglia. Il doppio cognome è dovuto al suo antenato e Doge Gian Francesco Brignole (1695-1760) che sposando l’unica figlia di Giulio Sale, marchese di Groppoli (Lunigiana, provincia La Spezia) aggiunse al suo cognome quello di Sale. La famiglia Brignole Sale vanta , fra i suoi antenati, ben quattro Dogi di Genova.
All’età di diciassette anni andò sposa al marchese Raffaele de Ferrari, uomo d’affari ricchissimo, banchiere abile ed accorto finanziere. Assieme al marito formò la coppia più benefica del secolo in Europa.
Nel 1837, dopo un trattativa durata dieci anni, il marchese de Ferrari acquistò dalla corona di Svezia le terre, ed il relativo titolo, del Ducato di Galliera (creato da Napoleone Bonaparte nel 1812 e donato a Giuseppina Eugenia Beauharnais, futura sposa del re di Svezia). Il 18 settembre 1838 il De Ferrari ottenne, da papa Gregorio XVI, il ripristino del Ducato di Galliera col relativo titolo, riconosciuto da Carlo Alberto di Savoia il 18 luglio 1839.
Da quel momento il nome di Galliera iniziò ad essere conosciuto, oltre che alla Corte svedese, anche in altre parti d’Europa. Infatti la vita dei Duchi di Galliera si svolgeva abitualmente tra Genova e Parigi, dove la Duchessa vantava antiche amicizie con la Casata degli Orleans, erede al trono di Francia. Infatti il figlio dei Duchi, Andrea, cresce accanto ad uno dei figli del Re, il quintogenito Antonio d’Orleans, duca di Montpensier. Purtroppo nel 1847, all’età di 16 anni, Andrea muore colpito da un’epidemia. I rapporti fra i Duchi di Galliera e la Casa reale rimarranno comunque strettissimi.
A Parigi il Duca De Ferrari fu uno dei fondatori del “Crédit Mobilier Francais” e del “Credit Lyonnais” e partecipò alla progettazione di gran parte delle strade ferrate francesi.
L’11 gennaio 1850 ai Duchi De Ferrari nasce un altro figlio, Filippo, che però rinuncerà al titolo di Duca di Galliera ed alla cittadinanza italiana, essendo nato a Parigi, e darà loro soltanto grandi delusioni.
Nel 1874 il Duca De Ferrari donò 20 milioni al porto di Genova per la costruzione di un nuovo molo che prese il nome di “Molo Duca di Galliera”, nome che conserva tuttora. Inoltre la città di Genova per riconoscenza intitolò a lui, ancora vivente, la Piazza S. Domenico, che diventò così Piazza De Ferrari. Ma fu soprattutto per merito della Duchessa che il nome di Galliera ebbe la massima diffusione.
Dal gennaio 1877, dopo la morte del marito avvenuta il 26 novembre 1876, la Duchessa di Galliera, Maria Brignole Sale De Ferrari, intraprese una serie di iniziative a scopo benefico-umanitario che non hanno l’eguale. Nel dicembre 1877 dispose la costruzione a Genova di tre Ospedali.
Il primo, capace di 300 letti, nella regione di Carignano, già in costruzione su terreni in massima parte della Duchessa, sotto il titolo di Sant’Andrea Apostolo.
Il secondo, capace di 36 letti, nella regione di San Bartolomeo degli Armeni, per la cura e l’assistenza dei poveri fanciulli infermi, sotto il titolo di San Filippo Apostolo.
Il terzo, capace di 150 letti, nel comune di Cornigliano sul colle di Coronata, sulle proprietà della Duchessa, sotto il titolo di San Raffaele per il ricovero, l’assistenza e la cura dei poveri ammalati cronici.
L’insieme di queste opere è conosciuto sotto il titolo di “Ospedali Galliera, e la loro costruzione fu completata nel 1888.

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Inserito da redazione il Mar, 12/02/2013 - 11:45


Guido Scaramagli, memoria storica del mondo agricolo ferrarese. Biografia di Gian Paolo Borghi

Guido Scaramagli
- La memoria storica del lavoro e dell'imprenditoria agricola ferrarese

Articolo - biografia di Gian Paolo Borghi -
Lo scorso 23 luglio è scomparso Guido Scaramagli, eminente figura di imprenditore agricolo e
fondatore del Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese di San Bartolomeo in Bosco.
Nato il 24 settembre 1921 in una famiglia di agricoltori, pioniera e protagonista della frutticoltura ferrarese, abbina una sistematica concezione innovativa aziendale alla conservazione e alla contestuale rivalutazione della memoria del mondo delle campagne ferraresi e padane, con intuizioni di rilevante peso culturale e in una prospettiva anticipatrice degli odierni museidel lavoro, dell'arte e dell'etnografia rurali. Per oltre un cinquantennio effettua un'opera di raccolta e di conservazione di un rilevante corpus documentario di tali realtà tematiche (oggetti, attrezzi e strumenti di lavoro, macchinari, materiali archivistici), finalizzando le sue ricerche ad un arco temporale oscillante dalla fine dell'800 alla metà degli anni '50, periodo significativo della storia agraria ferrarese e italiana, che intercorre dal primo affermarsi della meccanizzazione sino a giungere all'ormai irreversibile fase della scomparsa della coltura tradizionale.
Le sue fondamentali intuizioni incontrano in seguito l'incondizionato appoggio di Renato Sitti, fondatore con Mario Roffi e direttore del Centro Etnografico del Comune di Ferrara. Grazie a questo importante rapporto di collaborazione, si costituirà il Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese (oggi MAF) che, da raccolta collezionistica, si trasformerà in progress in uno dei più interessanti musei del settore, non soltanto in regione (è, tra l'altro, il più importante in territorio ferrarese), ma anche in ambiti nazionali.
In una testimonianza registrata da Renato Sitti nel 1980, presenti Ismer Piva e Franco Cazzola, Guido Scaramagli ricorda con grande semplicità, ma con intensa convinzione, i suoi primi passi di raccoglitore-ricercatore: "Da circa dieci anni raccolgo tutto quello che trovo e che riguarda la vita e il lavoro del mondo contadino ferrarese. Perché lo faccio? La gente non ricorda più tante cose , soprattutto i giovani, la lavorazione della canapa ad esempio... Ho raccolGuido Scaramaglito queste cose con l'intento di conservarle, ordinarle, per far conoscere qual era la vita nelle campagne ferraresi".

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Inserito da redazione il Mar, 18/09/2012 - 07:08


Filippo Mastellari, il pittore errante che da Argile portò la sua arte nel Nuovo Mondo. Magda Barbieri

Singolare è la storia di Filippo Mastellari, unico pittore in una famiglia di muratori per generazioni e in un paese che di artisti non ne aveva mai avuti. Un pittore che fece i suoi studi e le prime esperienze di lavoro a Bologna, per finire poi emigrante errabondo in alcuni paesi del Centro America, dove lasciò alcune opere importanti, anche se qui da noi finora sconosciute. Potremmo quasi definirlo, fatte le debite proporzioni, “il pittore dei due mondi”, prendendo a prestito una definizione abitualmente riferita a Garibaldi, l'eroe risorgimentale che lui ammirava.
La sua vicenda umana ebbe inizio a Castello d'Argile, quando nacque, il 25 maggio 1849, da Benedetto e Annunziata Mazzacurati, e manifestò fin dai primi anni buona disposizione per la pittura, tanto che il padre, muratore tra i più attivi in paese, volle sostenerlo e aiutarlo in questa sua attitudine, mandandolo a studiare in scuole specifiche per conoscere la tecnica pittorica, dapprima (nel 1862, a 13 anni) presso Raffaele Cavalieri1, un maestro privato di Cento, cittadina vicina dove l'arte della pittura era coltivata per antica tradizione e dove erano nati il Guercino, i Gennari e altri grandi maestri nei secoli precedenti.
In quell'anno a Cento si stava ultimando la decorazione del nuovo Teatro comunale, che Filippo sicuramente avrà potuto vedere e ammirare, portandone con sé il ricordo. Poi Filippo fu mandato all'Accademia delle Belle Arti a Bologna, cosa assolutamente eccezionale per gli abitanti di questo paese e per una famiglia di modestissima condizione sociale come la sua.

Non disponendo di mezzi economici sufficienti per mantenere il figlio agli studi, il capomastro Benedetto, che pure in quegli anni aveva lavorato per la costruzione della nuova chiesa di Argile (ma aveva anche altri figli da mantenere), chiese alla nuova amministrazione comunale, insediata dopo l'Unità d'Italia, un sussidio per contribuire a pagare le spese di affitto e del costo della vita in città, dove Filippo dovette trasferirsi per poter frequentare l'Accademia, non essendoci a quei tempi mezzi di trasporto che permettessero di recarsi quotidianamente a Bologna e tornare a casa.
La Giunta e il Consiglio approvarono la sua richiesta, confidando sulle buone qualità del ragazzo e sperando quindi di poter vantare in futuro finalmente un artista nativo di questo paese, privo fino ad allora di qualsiasi personaggio locale che si fosse distinto nell'arte o nella cultura. Il fanciullo “mostra buonissima disposizione e dà speranza d'ottima riuscita benchè in tenera età” fu scritto nel verbale di Giunta del 22 agosto 1862. Gli fu concesso, solo per quell'anno un contributo di lire 5,32 mensili; poi, quando cominciò a frequentare l'Accademia a Bologna, un contributo di lire 33,33 mensili, con delibera rinnovata di anno in anno fino al 1873.

F
ilippo in Accademia. apprezzamenti e premi (1864-1873)
Dai registri dell'Archivio dell'Accademia di Bologna risulta che Filippo iniziò la frequenza a 15 anni di età, nel 1864,
iscrivendosi ai Corsi di “Elementi di Figura” e di “Elementi di Architettura”. L'anno seguente frequentò anche il Corso di Anatomia; nel 1866 aggiunse anche lo studio della Decorazione; nel 1867 ancora Anatomia e Sala delle statue; l'anno seguente Pittura e Prospettiva. Nel 1869 si cimentò di nuovo nello studio di Scultura e Pittura, per dedicarsi poi nei 4 anni successivi solo al perfezionamento nella Pittura.2

Una preparazione completa dunque, che diede anche subito buoni frutti, se fu premiato per 3 volte: nel 1866 ottenne il premio di prima classe nella categoria di Seconda Classe per il Corso di Elementi di figura; nel 1867 ebbe ancora il premio di prima classe nel Concorso Scolastico Superiore, per il Disegno dalla Sala delle statue; nel 1869, stesso premio per un Nudo disegnato nel Concorso Scolastico di Pittura, opera tuttora conservata nell'Archivio del Gabinetto delle Stampe dell'Accademia e qui riprodotta in foto. I relativi diplomi sono conservati nell'Archivio storico comunale di Argile3 .

Incoraggiato da questi buoni risultati, dai premi ottenuti e dagli ottimi giudizi dei suoi insegnanti, nel gennaio 1869, il padre Benedetto chiese un aumento del sussidio, spiegando che quello fino ad allora concesso non era più sufficiente al mantenimento agli studi a Bologna di Filippo, trovandosi così nella “dolorosa circostanza di veder troncato sul più bello la carriera del figliolo suo sì ben incominciata”. Ma il Consiglio, nella seduta del 13 aprile, respinse la richiesta, ritenendo sufficiente l'importo del sussidio in corso. La situazione economica della famiglia era oltremodo difficile, se Benedetto, il 22 novembre dello stesso anno, tornò a “supplicare fervorosamente” i consiglieri comunali di concedere un aumento del sussidio mensile, chiedendo anche di anticipare la somma di tre mesi da scontare poi nei mesi estivi dell'anno seguente. L'urgenza di avere un po' di denaro gli veniva dal fatto che “il signor professore di Pittura, dirigente l'insegnamento superiore nell'Accademia... ha mostrato vivo desiderio che Filippo, figlio del ricorrente, cominci a dipingere ad olio e faccia piccoli lavori per impratichirsi nel Arte; ma finora il suddetto giovane non ha potuto obbedire al suo maestro col comprarsi i colori necessari, i pennelli, la tela ed altro, per la ristrettezza in cui è obbligato a vivere lui e la sua famiglia....”.

La supplica era accompagnata da una nota di appoggio dello stesso professore di Filippo, Antonio Puccinelli  suo "maestro di Pittura ***(1822-1897, valente pittore  già docente  all'Accademia di Belle Arti di Firenze e legato al gruppo dei "macchiaioli")***. La Giunta, interpellata in proposito si rimise al volere del Consiglio; parere che fu negativo.

Negativo fu anche l'esito di una richiesta, avanzata nel 1872 dallo stesso Filippo, che, ormai al termine del suo percorso di studio, desiderava cimentarsi nella realizzazione di un'opera non più solo scolastica, ma destinata ad essere esposta al pubblico.

L'occasione giusta gli sembrò quella che veniva dai lavori in corso nella nuova chiesa di Argile, inaugurata nel 1863, ma ancora da completare all'esterno e all'interno. Era stata appena ultimata, nel 1872, la facciata, e ancora mancava una pala d'altare importante. Ecco allora cosa scrisse il ventitreenne Filippo in lettera indirizzata alla Giunta il 10 novembre 1872: Dotati dallo spirito di nobile cuore, le SS. LL. avranno caro che un giovane giunto all'età in cui si rimane in balia di se stessi, senta il bisogno di sperimentarsi con un primo lavoro, dal quale gli venga indicato di quale luce per lui sarà illuminato l'avvenire.

Tale è il sottoscritto, già da tempo sussidiato da questo benemerito Comune acciò apparasse la pittura, che sapendo avere la Chiesa parrocchiale di Argile somma necessità del quadro principale rappresentante S. Pietro, fissò nella mente di provarsi appunto su quel lavoro, quand'anche arduo ed intricoso. Ne feci cenno al Signor arciprete, il quale accettò di buon grado la propposta, mostrando desiderio grande di porre tale ornamento alla nuova Chiesa, osservando in pari tempo al sottoscritto stesso, che le grandi spese poc'anzi avute per la costruzione della nuova facciata, lo rendevano incapace poter disporre la somma necessaria al provvedimento di materiali per l'esecuzione di detto quadro.
Il sottoscritto pertanto, dietro certificato del Sig. Arciprete, prega caldamente le SS. LL. acciò vogliano concedergli detta somma anche a titolo d'imprestito, dichiarando restituirli quando venisse meno all'impresa.
Abbisognando adunque tela in propposito, telajo, colori, uomini abili a modello da pagarsi a tempo, fogge o costumi dei tempi di S. Pietro, essendo il quadro storico e finito di molte figure, è necessario la somma di lire 300.
Sia osservato alle SS. LL. che da una sola deliberazione può dipendere la sorte di un giovane.
Sperando di essere dalle SS. LL favorito, il sottoscritto gli anticipa i più vivi ringraziamenti. Mentre con tutta stima e osservazione si dice delle SS.LL. II.
Servo devotissimo
Mastellari Filippo”

In sostegno della richiesta di Filippo si impegnarono anche alcuni suoi insegnanti in Accademia, a cominciare dal Prof. Antonio Muzzi, autorevole docente dell'Accademia e pittore già noto e apprezzato, che, in data 23 novembre, su carta intestata dell'Accademia, scrisse al Sindaco di Argile che “Richiesto dal Sig. Filippo Mastellari di un Certificato comprovante la di Lui frequenza e progresso nei tre anni che studiò alla mia Scuola Elementare di figura, io non posso che assicurare le SS. Loro che il suddetto giovine molto approfittò e si distinse, facendone fede un premio ottenuto quando fece il concorso dal rilievo.
Ora mi gode l'animo di potere riconfermare quanto sopra ho asserito e mi pregio con tutta osservanza dirmi delle SS. Loro Illustrissime Umilissimo Servo”.

Questa lettera era accompagnata anche da un'altra, firmata dal prof. Giulio Cesare Ferrari, il quale, in data 15 novembre 1872, scrisse “ Richiesto d'un certificato di buoni portamenti e di profitto nello studio del disegno dal mio scolare Mastellari Filippo, il quale nell'anno 1868 riportava il premio nella mia scuola del disegno delle Statue, per il quale premio passò alla scuola di pittura; io glielo rilascio amplissimo; e per la verità assicuro ch'egli non solo ottenne quel premio, perchè superiore ai suoi compagni di studio, ma nel tempo ch'io me l'ebbi scolare fù per ogni rapporto commendevolissimo. In fede di che pongo la mia firma”.

Queste lettere furono seguite anche da una certificazione del 18 dicembre 1872, su carta intestata della “Regia Accademia Centrale delle Belle Arti dell'Emilia di Bologna”, firmata dal “Supplente del Direttore”, che attestava il percorso di studi di Filippo anno per anno e che concludeva con il giudizio “che desso ha le disposizioni opportune per divenire buono artista e che si ha luogo di ritenere che, mostrando assiduità possa completare in Accademia la sua educazione artistica nel termine di uno o due anni”.

Dal canto suo il parroco aveva già espresso con lettera del 30 ottobre, la sua disponibilità ad accettare “ ben volentieri un quadro rappresentante S. Pietro da porre nella cappella maggiore”, eseguito da Filippo Mastellari. Ma faceva anche rilevare che “ l'Amministrazione della parrocchia al presente non poteva più fare alcuna spesa, avendo nell'anno scorso costruita la nuova facciata della Chiesa ed essendovi da farsi lavori più necessari”4.

La risposta della Giunta troncò il bel sogno di Filippo, sia pur addolcendo la pillola con la conferma del solito contributo annuale per gli anni 1873 e 1874, per consentirgli di completare gli studi in Accademia. In una nota dell'assessore Candi a nome della Giunta, del 17 gennaio 1873, si legge infatti che “in vista dei lodevoli certificati presentati dal Mastellari“, la Giunta proponeva al Consiglio che accordasse il solito sussidio. Ma quanto all'istanza delle 300 lire per pagargli le spese per i materiali per realizzare il quadro di S. Pietro, si rimetteva al giudizio del Consiglio stesso,
avvertendo però che “non ci sono fondi in proposito”.

Svanita la speranza di questa prima occasione di lavoro artistico per il proprio paese, Filippo continuò a frequentare l'Accademia nel 1873, poi di lui si perdono le tracce. Non risulta sia stato chiamato e sia intervenuto nell'esecuzione degli affreschi sulla volta della sala del Consiglio e in altri vani del nuovo Municipio di Argile, inaugurato nel 1874 e completato in anni seguenti. Municipio della cui costruzione aveva avuto l'appalto e la responsabilità dell'esecuzione il padre Benedetto.
Non si capisce perché il Comune, che aveva sovvenzionato gli studi artistici di Filippo, non gli abbia dato l'opportunità di dipingere a fresco i soffitti del nuovo Municipio (nessuno è profeta in Patria...?)

Filippo “professore”(?) a Bologna (1873-1889)

Non si sa che cosa abbia fatto Filippo nei 16 anni anni successivi all'uscita dall'Accademia per mantenersi a Bologna, nonostante si sia cercato su ogni possibile fonte.

Si può solo ipotizzare che abbia lavorato come aiuto in qualche opera dei maestri che lo avevano conosciuto e apprezzato in Accademia. Nel qual caso la sua firma non poteva comparire.
Il suo nome non è citato in nessuno dei testi che riferiscono della pittura bolognese della seconda metà dell'Ottocento, né l'abbiamo trovato nei testi che riportano gli autori di affreschi e decorazioni di palazzi signorili e chiese di quel periodo. Anche se, va detto a giustificazione della mancanza, succedeva spesso che non venissero indicati i nomi dei decoratori e dei pittori, se non erano considerati importanti e non avevano qualche appoggio autorevole.

Da alcune lettere del sindaco di Argile, emerge che Filippo era chiamato col titolo di “professore”, il che fa presumere che desse lezioni in materia artistica, o avesse un incarico di insegnante in qualche scuola d'arte o d'altro genere. Ma esperienza di lavori in pitture a fresco, se pur poco gratificanti e mal retribuiti, deve averne fatta se poi fu chiamato per un importante lavoro all'estero e lui decise di accettarlo.

Dai registri dell'Anagrafe storica del Comune di Bologna, più volte esaminati, risulta solo confermata la sua qualifica di “pittore” e la sua residenza, presso diversi titolari di casa, non si sa se proprietari o affittuari che lo ospitavano in sub-affitto. Dal novembre 1864 abitò in via Mascarella 1497 presso Olimpia Poggi; dal 1865 al 1878 è stato in via Lame 23 in casa di proprietà di Rimondi Antonio. Dal 1878 al 1883 ha abitato in via Schiavonia 8, poi è tornato per circa un anno nella casa di via Lame. E, infine, dal 1884 al 1889 è stato in via Albiroli 3, in casa di un tal Mezzetti.

Dopo di che sappiamo solo, da documentazione in Archivio comunale di Argile, che chiese il passaporto per poter emigrare.

Porta la data dell'8 dicembre 1889 una richiesta della Questura di Bologna che chiedeva al Sindaco di Argile, dove Filippo era nato ed era conosciuto, il “nulla osta”, ovvero se non c'erano validi motivi che potessero contrastare il rilascio del passaporto al “pittore Mastellari Filippo, di Benedetto e della fu Annunziata Mazzacurati, nato ad Argile e dimorante a Bologna, di anni 40, che intendeva recarsi in America del Sud”. Il “nulla osta” del sindaco di Argile fu dato subito, il giorno dopo, 9 dicembre, con una breve comunicazione in cui, oltre ai dati anagrafici, si riferiva che il pittore Filippo Mastellari era stato “riformato” dal servizio di leva “per difetto di ampiezza del torace”5 (affermazione che forse non corrispondeva del tutto al vero, se il nudo virile da lui disegnato per l'Accademia a 19 anni era un probabile autoritratto, per la somiglianza del volto e forse perchè non aveva i soldi per pagare un modello da tenere in posa....).

 Da Bologna a Bogotà per affrescare il plafond del Teatro nazionale della capitale e insegnare pittura e disegno alla Escuela Nacional de Bellas Artes.

Filippo partì dunque per Bogotà, dove si sistemò, probabilmente presso il fratello Amadeo muratore, arrivato l'anno prima, e dove ebbe subito modo di impegnarsi in un lavoro prestigioso: la pittura a fresco del plafond del nuovo teatro che stava sorgendo al posto del vecchioMaldonado(già Coliseum Ramirez), che nel 1885 era stato espropriato con Decreto del Governo e acquisito per demolirlo e sostituirlo con un nuovo edificio, destinato ad essere proclamato Teatro Nazionale. Il Teatro doveva essere terminato e inaugurato nel 1892 per la celebrazione dei 400 anni dalla scoperta dell'America e per questo sarebbe stato dedicato e reintitolato a “Cristobal Colòn”6.

Va spiegato che la Colombia, così chiamata come nazione autonoma, nacque nel 1886, dopo decenni di lotte interne e la separazione da una precedente Federazione denominata “Grande Colombia”, comprendente anche Ecuador e Venezuela, fondata da Simon Bolivar nel 1822-1830, dopo aver ottenuto l'indipendenza dalla Spagna; federazione che fu ben presto smembrata e divisa. Dal 1839 al 1884 il paese fu caratterizzato da molta instabilità e si produssero una serie di disastrose guerre civili, cambi di governo e di nome.
La Colombia come nazione e Repubblica, con una sua Costituzione approvata nel 1886, stava dunque costruendosi una propria identità, proprie strutture istituzionali e propri simboli; e in questa costruzione l'apporto della cultura italiana e di emigranti italiani fu importante e bene accetto.

Perché l'incarico per l'affresco nel nuovo teatro sia stato assegnato proprio a Filippo Mastellari non si sa. Probabilmente fu raccomandato forse dal fratello Amadeo che potrebbe aver lavorato alla costruzione come muratore, o da qualcuno dei suoi “maestri” bolognesi che era in contatto o conosceva l'architetto Pietro Cantini (Firenze 1847- Bogotà 1929) incaricato dal Governo Colombiano di dirigere e completare i lavori di costruzione e decorazione del Teatro Nazionale.

Si legge infatti nella storia del Teatro “Colòn” (pubblicata sul sito del Governo) che nel 1889 erano terminati i lavori di muratura ed erano già state eseguite, o almeno progettate e disegnate, molte opere di decorazione per mano di Luigi Ramelli, ornatista, e Cesare Sighinolfi, scultore, scelti appunto dal Cantini e arrivati in Colombia nel 1884, partendo da Firenze, dove si erano formati nella locale Scuola di Belle Arti. “L'architetto Cantini - è scritto nel succitato articolo - si era anche messo in contatto con Antonio Faccini, pittore di paesaggi e scenografie, che si era stabilito a Bogotà con suo fratello Giovanni, e insieme avevano uno studio fotografico intitolato “Fratelli Faccini”, con lo scopo di presentare la proposta al Governo e mediante un contratto potessero far giungere gli artisti per la decorazione con pitture ad affresco e per altri elementi decorativi necessari al teatro...”

Il Faccini doveva “far arrivare fino a Bogotà gli artisti necessari per le pitture dei plafoni di platea, salone di ingresso, sale di attesa, concerti, palchi ecc. ospitandoli in casa sua e facendoli tornare in Europa non appena terminati i loro lavori...”

Le date del rilascio del passaporto del nostro Filippo Mastellari a Bologna e del suo arrivo in Bogotà dopo circa 3 mesi, corrispondono ai tempi allora necessari per le pratiche e il viaggio; e questa coincidenza ci libera dal dubbio che potesse trattarsi di un omonimo proveniente da Firenze, come gran parte degli artisti che lavorarono nel teatro di Bogotà. Ipotesi inizialmente avvalorata dal fatto che il testo pubblicato sulla storia del Teatro Colòn indicava Firenze come città d'origine di Filippo Mastellari. Gli omonimi non mancavano tra i Mastellari, parenti e non, nella stessa Bologna.

Riprendiamo quindi il racconto tratto dalla storia del teatro sopra citata:

Filippo Mastellari distribuì nell’area centrale del plafone dove si appoggiava il lampadario, seguendo la circonferenza sei spazi irradiatesi a forma di ovali con la parte stretta verso il centro e quella larga verso il perimetro della sala. Ognuno di questi spazi fu decorato da un ornato composto da un pilastro, foglie, rosoni e un mascherone, tutti sottolineati da cornici, tutti dipinti a tempera, collocando nella parte periferica corrispondente alla base una fioriera con rose. Esternamente a questo circolo e disposti strategicamente dipinse dei tralicci a guisa di palco con le rispettive cortine. Questo ultimo accorgimento nell’insieme della prospettiva del plafone visto dal basso dava la sensazione di un “bersò”. Di fronte al centro dipinse lo scudo nazionale colombiano commettendo però l’errore di collocare il Condor che lo corona con la testa rivolta a sinistra anziché a destra. Come deve essere. Lo scudo è contornato da fiori e negli angoli laterali vicino alla scena da allegorie della Musica.
Negli spazi ovoidali dipinse sei delle nove Muse, così:
Clio, coronata d’alloro con una penna nella mano destra intenta a scrivere la Storia.
Calliope, nella sua eloquenza come una giovane in atto di recitare un testo con lo sguardo rivolto all’Infinito.
Melpomene, pensierosa sulla sua tragedia appoggia il piede sopra il vino rovesciato mentre sostiena con la mano destra il libro del Sapere e la Spada.
Euterpe,
la Musica nell’atto di suonare la trombetta.
Talia, con maschere e cimbali sostiene il libro della Commedia nelle sue mani.
Polibia, la Poesia con la lira.
Non si poterono dipingere per mancanza di spazio Tersicore, che rappresenta la Danza, Erato e, Urania, l’Astronomia.
In questo modo si compose un gruppo pittorico di gran gusto il primo nel suo genere nel nostro Paese. La elaborazione dei teloni della scena fu affidata all’artista Giovanni Menarini.
Per la decorazione e pitture del soffitto della galleria o balconata e dei palchi si adottarono una serie di figure geometriche di fregi e cornici.
Sfortunatamente il Governo ebbe dei problemi finanziari per cui non fu in grado di corrispondere il denaro dovuto per cui i lavori furono sospesi senza portare a termine la decorazione del salone d’ingresso, dei concerti e del “foyer”
La pittura delle parti terminate si concluse alla fine del 1891 e sei mesi dopo il Governo non aveva ancora potuto pagare al Sig. Faccini la terza ed ultima rata convenuta.”

Il Teatro Colòn, in Calle 11, fu inaugurato il 26 ottobre 1895 con la rappresentazione dell'opera lirica Ernani di Giuseppe Verdi.

Non possiamo addentrarci più di tanto nelle valutazioni stilistiche dell'opera di Filippo Mastellari, non avendola vista dal vivo, e quindi ci rimettiamo a quelle dei testi del Ministero della Cultura Colombiano. Possiamo solo ipotizzare che Filippo si sia ispirato ai modelli di plafond affrescati nei “teatri all'italiana” che aveva visto nel bolognese e zone limitrofe, negli anni precedenti la sua emigrazione. In particolare, quelli realizzati dal suo maestro Antonio Muzzi nel Teatro comunale di Bologna e a S. Giovanni in Persiceto. E' probabile che già allora il Filippo ragazzino studente a Cento, abbia avuto modo di conoscere il Muzzi, che fu poi suo maestro, che lavorava per il Teatro locale.

L'opera di Filippo Mastellari è tuttora considerata di grande pregio e il nostro pittore viene citato insieme agli altri artisti che lavorarono nel Teatro Colòn; Teatro che è stato dichiarato Monumento Nazionale nel 1975. Attualmente ha una capienza di 923 posti.
Lo scorso anno, 2010, questo Teatro è stato oggetto di importanti interventi di ristrutturazione per l'esigenza di adeguarlo ai più moderni sistemi di sicurezza antisismica e antincendio. Ma si è avuta molta cura perché il restauro conservasse le caratteristiche artistiche originali di “teatro all'italiana”.
Estas profesionales de la restauración trabajan durante horas, subidas en un andamio, en una bellísima pintura del italiano Filipo Mastellari.....” - è scritto in un articolo di un redattore de El Tiempo 7che dava notizia dei lavori nel febbraio 2010 - “Para este trabajo y en general para la restauración fue contratado el mexicano Rafael Rincón Calixto, quien es especialista en arquitectura teatral. También la firma Akusticks para la acústica del escenario y el ingeniero colombiano Harold Muñoz, encargado del reforzamiento estructural.
Encaramadas en un andamio, un equipo de expertas vestidas de overol azul 'rejuvenecen' con paciencia el plafón principal, obra del
maestro Filipo Mastellari y que representa seis de las nueve musas: Clío, Euterpe, Talía, Melpóneme, Polimnia y Caliope....

Per completare l'informazione riportiamo anche parte di quanto è scritto nel Diccionario de Artistas en Colombia- Fecha de publicación: 1965-01-01.
Autor: Ortega Ricaurte, Carmen, 1926- Editorial: Eds. Tercer Mundo
8, alla voce
MASTELLARI, Felipe (Pintor)
S. XIX. Nació en Florencia, Italia.
1881. Llegó a Bogotá, contratado por el Gobierno Nacional, para colaborar en la decoración del Teatro de Colón de esta ciudad.
1882. Pintó el Plafond del Teatro de Colón. Allí presentó un grupo de seis musas colocadas alrededor de la lámpara central. En este trabajo fue ayudado por José Meranini quien ejecutó las decoraciones.
1883. Debió regresar a Italia en donde probablemente murió.
Es muy poco lo que sabemos de la vida de Mastellari, pues los historiadores del Teatro de Colón apenas si han mencionado su nombre. ….”

Dunque anche in questo dizionario si attribuisce erroneamente a Filippo la nascita a Firenze, forse perchè gran parte degli artisti che lavorarono al teatro di Bogotà venivano da quella città. Ma si riconosce anche che nulla si sapeva della vita di questo pittore e si avanza l'ipotesi che nel 1893 (la date 1881/83 sono chiaramente frutto di un refuso tipografico) fosse tornato in Italia. Invece sappiamo da documentazione certa che si era spostato a Cartagena e poi in Messico. Ma questo i compilatori del dizionario e degli altri testi non potevano saperlo.
Ad escludere l'esistenza di un altro pittore omonimo fiorentino, sta il fatto che non ne risulta traccia in un alcun testo enciclopedico o elenco di artisti fiorentini, per quanto si sia cercato.
Ma a questo punto della storia però resta il buio su cosa avesse fatto, e dove, dopo quel lavoro importante ma non pagato, o forse pagato solo in parte, nel Teatro Nazionale di Bogotà.
Sappiamo dalle Cronache di Bogotà di Pedro M. Ibáñez che dei padri salesiani erano arrivati a Bogotà nel 1889, nello stesso anno in cui era arrivato Filippo Mastellari, per dirigere la Scuola d’Arti e Mestieri che si trovava nell’ex convento delle Carmelitane a Bogotà. Può darsi che il nostro pittore abbia lavorato anche per loro in quella scuola come insegnante; ma è solo un'ipotesi.
Come è una ipotesi, avvalorata solo da ricordi di discendenti, che abbia dipinto il ritratto di due cardinali.
*** Certo è invece che Filippo Mastellari insegnò  per qualche anno  pittura e disegno nella "Escuela Nacional de Bellas Artes" di Bogotà ed ebbe tra i suoi allievi Jesus Maria Zamora (1871-1918) altro pittore  importante del tempo***

Non è ancora chiaro dove si trovasse Filippo nel 1892, dopo aver terminato il lavoro al teatro Nazionale. Dai ricordi dei discendenti, e da documenti (v. l'atto di morte del figlio Josè) pare certo che Filippo si trovasse ancora a Bogotà, dove conobbe e sposò Salomè Maecha Enciso, una bellissima meticcia (di padre, Eustachio, spagnolo, e madre, Maria Enciso, india), nata nel 1868 forse in Colombia o forse a Colima in Messico. Esistono versioni contrastanti. La documentazione anagrafica del tempo non dà molte certezze. Filippo e Salomè si erano sposati quando la fortuna sembrava arridere alla carriera artistica di Filippo, sull'onda della fama raggiunta per l'affresco nel Teatro Colòn di Bogotà.

Nel 1892, ebbero un primo figlio, chiamato Josè, nome, che in italiano corrisponde a Giuseppe, nome di Garibaldi, di cui Filippo era ammiratore.
Ma, dopo quei primi momenti di gloria, forse fu difficile trovare altre buone occasioni di lavoro in Colombia dove, evidentemente, ebbe ancora difficoltà, come è emerso dalla lettera trovata in archivio comunale di Argile.
Porta infatti la data del 16 febbraio 1895 una lettera del sindaco di Argile, Massimo Simoni, che così scrisse al Vice Console Italiano a Cartagena in Colombia, per chiedere notizie di Filippo Mastellari9: ”Da circa 5 anni fa il Prof. cav. Filippo Mastellari pittore, emigrava per Bogotà, da dove si trasferì a Cartagena (Colombia) ed è da molto tempo che il medesimo non da più notizie di se. A nome del vecchio genitore del detto Mastellari, prego l'E. V. Ill.ma, a darmi, con cortese sollecitudine, tutte quelle notizie che del medesimo potrà raccogliere. Con ogni distinta stima. Il sindaco”

Da rilevare, e decifrare, gli appellativi abbreviati che il sindaco usò davanti al nome di Filippo, che parrebbero significare “Professore” e, pare, “cavaliere”. Non sapendo che cosa fece Filippo a Bologna dopo la conclusione degli studi in Accademia, non siamo in grado di affermare se si trattava di titoli realmente acquisiti in Italia, o di semplici espressioni di cortesia usate dal sindaco per valorizzare il proprio concittadino artista emigrato.***Ora però sappiamo, da nformazioni recenti, che il titolo di professore spettava realmente a Filippo in quanto negli anni precedenti aveva insegnato a Bogotà nella Scuola Nazionale delle Belle Arti.***

La risposta alla lettera arrivò, con data 26 marzo, dalla Reale Agenzia Consolare d'Italia di Cartagena, con firma di N. Emiliani, il quale scrisse:

Al Senor Sindaco del Comune d'Argile. Tengo en mi poder la at.a nota del N.° 257 de fecha 15 de Feb.° ultima en contestacion a la cual partecipo a Udque el Senor Filippo Mastellari di Benedetto, se encuentra actualmente en ceta ciudad, un poco infermo de una pierna. Me ha partecipado dicho Senor, que no encuentra trabajo aqui y che se verà obligado a cambiar de residencia, la qual parteciparà a su familia.. pronto lo verifique, para indicar el lugar a donde se establezea. Con sentimiento de distinguida consideracione me suscribo devoto S S.  N. Emiliani.

Dunque, nel 1895, Filippo era certamente a Cartagena, la città più importante della Colombia dopo la capitale, sulla costa del Mar dei Caraibi, un poco infermo in una gamba, senza lavoro e in procinto di trasferirsi non appena lo avesse trovato. Prometteva che avrebbe dato notizia di sé una volta che avesse stabilito la nuova residenza, comunicando il nuovo indirizzo.
Per il periodo, successivo al 1895, c'è quindi ancora un vuoto nella conoscenza della storia di Filippo.
Il fratello maggiore Giuseppe, emigrato anche lui a Bogotà nel 1892, insieme al nipote Eroldo, figlio dell'altro fratello Vito, era tornato poco dopo in paese a fare l'oste e il bottegaio, portandosi dietro anche il nipote. Evidentemente, dopo il momento di successo del 1892, non si erano trovate a Bogotà altre buone occasioni di lavoro per i Mastellari, Filippo, e i nuovi arrivati.
E' probabile anche che il suo spostamento da Bogotà a Cartagena sia avvenuto perchè là richiamato da una buona occasione di lavoro, forse insieme al fratello muratore Amadeo, che però ha continuato a risiedere a Bogotà almeno fino al 1902, anche se si spostava per lavoro (come risulta da una lettera del figlio Antenore *** su carta intestata del padre, definito "arquitecto constructor" con tanto di indirizzo anche telegrafico). Sempre nel 1902 Amadeo Mastellari fu incaricato della costruzione di un monumento funebre dedicato  al defunto ex presidente colombiano Manuel Murillo Toro e collocato nel cimitero centrale di Bogotà. Le cronache dell'inaugurazione  citano Amadeo Mastellari come architetto notabile e famoso (segnalazione recente dell'architetto colombiano Ruben Hernandez da "Inauguraciòn del Monumento à Murillo, Bogotà 1902)). ***
E' certo anche che non lontano da Cartagena, a Barranquilla,***il fratello Amadeo ha lavorato nel 1907 per costruire l'ampliamento e la facciata della Chiesa di San Nicolas da Tolentino, come risulta da cronache in cui il suo cognome è però  storpiato in "Masteralli"***; e da altra cronaca, la facciata di
Nuestra Segnora del Carmen di Barranquilla, che fu inaugurata nei primi anni del 1900 (1904 o 1906).
Cartagena de Indias era una piccola, ma importante e antica, cittadina sulla costa e in quegli anni si stava sviluppando, come la vicina Barranquilla, grazie anche all'apporto di un gruppo di italiani emigrati dalla Calabria e dalla Campania10.

Filippo in Messico, a Publa ( tra 1895 e 1911), premiato e  molto attivo

Filippo imboccò comunque altre strade per altre destinazioni, diverse da quelle del fratello Amadeo, col quale non risultano più contatti.
Ricerche su internet hanno portato alla individuazione dei rispettivi discendenti (la signora Martha Mastellari Tucker, pronipote di Amadeo, in Georgia-USA) e di Filippo (il dottor Marcos Mastellari Diaz, nipote di Filippo, residente a Cuba); il che ci ha permesso di comunicare con loro **.
Dai loro ricordi e successive verifiche documentali, è emerso che Filippo lasciò la Colombia per recarsi in Messico con la moglie e il piccolo Josè, stabilendosi a Puebla de Zaragoza, in una casa di via Pastora de Santa Clara n. 3, dove nacquero Nino il 10 novembre 1903, e Pia, il 27 luglio 1906.
Non si conoscono le date esatte dei trasferimenti di Filippo. Certo è che il nostro pittore, sfuggito dalle miserie, dalle difficoltà e dalle lotte politiche dell'Italia di fine Ottocento, si trovò in un Centro America in grande fermento rivoluzionario, che per certi aspetti forse lo esaltava, ma che non doveva rendere facile la sua vita professionale di pittore, non più tanto giovane, con moglie e tre figli da mantenere.

Per capire la difficoltà della sua condizione, bisogna fare un accenno alla situazione politica della Colombia a fine secolo, il cui nuovo governo nazionale era ancora in fase di instabilità, e, tra il 1899 e il 1902 visse le conseguenze di una dura guerra civile tra liberali e conservatori che provocò la morte di 150.000 persone. Il potere fu quindi conquistato dai conservatori (che lo mantennero fino al 1930); ma subito dopo, nel 1903, subì anche il travaglio della separazione di Panama, che si costituì in Repubblica autonoma, dopo una insurrezione fomentata anche dagli Agenti della Compagnia del Canale di Panama (in costruzione e completamento in quegli anni), e sostenuta anche da intervento militare degli Stati Uniti, che da allora ne fecero in sostanza un proprio protettorato.

Ma, passando dalla Colombia al Messico le cose non andarono meglio. Il Messico, ex colonia spagnola, indipendente dalla Spagna dal 1810, dopo varie vicende belliche, subì la lunga dittatura del generale Porfirio Diaz. Dittatura che finì per esasperare la popolazione e portarla alla rivolta, scoppiata nel 1911, ispirata da Francisco Madero e guidata militarmente da Emiliano Zapata e Pancho Villa. Rivoluzione che portò dapprima alla presidenza Francisco Madero, e poi alla sua morte poiché fu assassinato poco dopo. Dal 1911 al 1917 una sanguinosa guerra civile travagliò il paese; tra gli episodi più tragici è citata una strage che avvenne nel 1911 proprio a Puebla dove Filippo risiedeva da circa un decennio. Sfuggito alla guerra civile della Colombia, si ritrovò in mezzo alla guerra civile messicana e questo forse lo costrinse a fuggire di nuovo per salvare se stesso e la famiglia.

Stando ad alcune citazioni non precise, a Puebla Filippo avrebbe lavorato nella Cappella del Rosario nella chiesa di San Domenico e nella Cattedrale, nel “Retablo de los Reyes”, cupola e altare dei re, affrescati secondo una impostazione e uno stile che ricorda altri modelli di chiese italiane e artisti che Filippo aveva certamente conosciuto prima di partire per l'America. Al modello di base italiano, si aggiungeva poi nelle chiese del Centro e Sud America una maggior ridondanza di decorazioni, dorature e colori, derivata dall'influenza e dal gusto dell'arte del barocca spagnolo e messicano. Si tratta di due importanti edifici religiosi la cui costruzione è iniziata nella seconda metà del 1500 e i cui lavori di completamento e abbellimento sono continuati nei secoli successivi con apporti di vari artisti11

La sua opera in Puebla è stata notata ed è citata in alcuni testi di storia dell'arte. Vera Morales Perez, docente e ricercatrice di Storia dell'Arte nel Nuevo Museo Universitario Interactivo, ha scritto nella rivista Heroica Puebla de Zaragoza, de diciembre de 2006, AnoAño 9, número 20, nel capitolo dedicato al periodo La modernidad llega con nuevo siglo (1910-1990) Salas XIV – XVI - Los inicios del siglo xx: 12

.Junto a ellas se presenta la serie Alegorías del italiano Felipe Mastellari, quien trabajó en Puebla en este período junto con el andaluz José Arpa, y el catalán José Cusashs, intentando influenciar a la pintura poblana para dar una renovación al ambiente artístico”

Dunque Filippo Mastellari dipinse una serie diallegorie” a Puebla nel detto periodo di inizio secolo, e insieme all'andaluso Josè Arpa e al catalano Josè Cusashs, influenzò la pittura di Puebla favorendo il rinnovamento dell'ambiente artistico.
*** Puebla era la seconda  grande città del Messico e vi si trovava una Accademia delle Belle arti, fondata nel 1812, molto apprezzata e fucina di  generazioni di artisti. Vi era anche un "Circulo Catolico" che nell'anno 1900 organizzò una prima "Esposiciòn Nacional de Bellas Artes", sul modello di quella  realizzata l'anno prima nella capitale, con una giuria composta da tre  prestigiosi artisti da essa provenienti.
Filippo Mastellari vi partecipò e vinse il primo premio nella sezione "ritratti", ex equo con Juan Bernardet. Anche Josè Arpa Perea  partecipò e vinse altri due secondi premi in altre sezioni, il paesaggio e la composizione.
Nel recente studio di Monserrat Galì Boadella "Josè Arpa Perea in Messico. 1895-1910" è scritto anche che l'italiano Filippo Mastellari eseguì per altre case di Puebla "p
itture simili" a quelle eseguite  da Arpa e presumibilmente da lui stesso, nell'edificio Serfin, palazzo signorile completamente decorato da pitture murali in ogni ambiente.
I due pittori lavorarono insieme anche  nella Casa Conde, dove si attribuiscono al Mastellari gli affreschi dei plafond delle camere da letto (op, cit. pag.254, 255, 256).
Anche Martha Fernandez, in un saggio del 2012, sottolinea il rilievo da to ai due pittori, l'italiano e il sevillano vissuti a Puebla nello stesso periodo, che lavorarono intensamente per la borghesia pueblana (vedi "
La Casa de Minerva. Arte e historia en el patrimonio edificado de la PUAB -Benemerita Universitad Autonoma di Puebla).***

Non è stato possibile rintracciare finora la collocazione esatta delle tante opere eseguite negli anni in cui visse a Puebla (dal 1895 al 1911 circa), certo è, che a Puebla, nel 1903, Filippo  pubblicò un saggio di geometria intitolato “Quadratura del Circolo”, in lingua spagnola, edito dalla Scuola Tipografica Salesiana locale. Libro tuttora presente in alcune importanti biblioteche americane: nella Library of Congress Washington, DC 20540 United States, nello Smithsonian Institution Washington, DC 20013 United States e alla Harvard University, Cabot Science Library Cambridge, MA 02138 United States).

*** Ma le tragiche vicende del 1911  a Puebla devono averlo convinto della necessità di trovare lavoro e maggior sicurezza altrove. Da un dizionario di Edan Hughes intitolato "Artisti in California, 1786-1940" risultano attivi  nel 1911 a Los Angeles sia Filippo che il figlio Nino (allora di 8 anni....ma forse si trattava del maggiore Josè, 19enne). Ma fu  residenza temporanea,  per una occasione di lavoro non precisata e funestata, pare, anche da un terremoto.
La guerra civile e le persecuzioni che seguirono contro i salesiani probabilmente furono un ulteriore motivo per andarsene definitivamente dal Messico
.***

Filippo a Cuba  (1910-1922)
Filippo Mastellari  si trasferì dunque di nuovo con la famiglia in un altro stato e scelse la città dell'Avana, nell'isola di Cuba. Anche della scelta di questa nuova destinazione non si conosce il motivo. Si può ipotizzare  un indirizzo venuto dagli amici salesiani che  furono costretti a lasciare il Messico e probabilmente  alcuni di essi andarono a Cuba, dove era già presente una loro comunità dalla fine dell'Ottocento.
Certo è che anche a Cuba la vita non deve essere stata facile per i Mastellari, padre e figli, per tutta la prima metà del 1900.
L'isola aveva ottenuto  l'indipendenza dalla Spagna solo nel 1902, dopo la guerra ispano-americana, iniziata nel 1898 con l'intervento USA ,che ne fecero poi un loro protettorato, impiantandovi basi commerciali e militari nella baia di Guantanamo, influenzando governi "fantoccio" di loro gradimento e impossessandosi a basso costo delle risorse economiche e delle piantagioni di canna da zucchero, caffè e tabacco.
Il malgoverno e le grandi diseguaglianze sociali determinarono quindi malcontento nella popolazione e movimenti rivoluzionari, a partire dal 1906, con scioperi, manifestazioni e conseguenti repressioni.
Gli italiani erano comunque abbastanza ben accolti anche per le precedenti e/o contemporanee e apprezzate presenze, temporanee o stabili, di Garibaldi (nel 1852) di Antonio Meucci (negli anni tra il 1835 e il 1850) e di Dino Pogolotti, emigrante italiano vissuto a Cuba dal 1898  dove costruì in intero quartiere per gli operai a Maranao, a nord ovest della capitale. A Cuba lavorarono tre famosi scultori italiani, Domenico Boni, autore del monumento ad Antonio Maceo, Aldo Gamba e Giovanni Nicolini, autori di altri monumenti ad eroi locali. A Cuba  visse tra il 1917 e il 1937 il dottor Mario Calvino, esperto di Scienze agricole, padre  della scrittore Italo Calvino che qui nacque.


E' probabile quindi che la famiglia Mastellari abbia avuto contatti con la comunità italiana. Dai ricordi  del nipote, Marcos Diaz Mastellari, nato nel 1945 dalla figlia di Filippo, Pia (1906-1988)), ora medico illustre a Cuba,  emergono solo pochi particolari di quegli anni, non avendo lui mai potuto conoscere il nonno e basandosi solo sui racconti della madre.

Si sa quindi che Filippo continuò a lavorare come pittore in case e chiese, aiutato talvolta anche dalla figlia Pia, allora ragazzina, che però compì  altri studi e si impegnò in politica nel partito comunista, partecipando anche alla guerra di Spagna nel 1938 insieme al marito medico Luis Diaz Soto; mentre i figli Josè (1892-1937) e Nino (1903-1973),  fondarono un laboratorio di pittura, specializzandosi nella realizzazione di vetrate artistiche, in cui si distinse in particolare Nino Mastellari, ricordato ancora oggi come "maestro vidriero".

Filippo Mastellari morì l'8 marzo 1922. Nel suo certificato di morte è scritto che morì  a causa di "malattia polmonare". Finiva così. all'età di 73 anni, l'avventurosa e tormentata vita di questo singolare artista, ben dotato e capace di opere apprezzate in Colombia e Messico, ma non molto fortunato e finora sconosciuto in Italia. Nato in una piccola località della provincia bolognese da una povera famiglia di muratori e morto in una lontana isola  caraibica, dopo aver attraversato oceani e terre impervie ed essere passato  attraverso tre rivoluzioni.

 Magda Barbieri

NB. I paragrafi  compresi fra gli asterischi *** e colorati di blu sono  frutto di un aggiornamento attuato nel febbraio 2015 e poi nel marzo 2016 in seguito a nuove informazioni

* Note, Bibliografia e siti internet usati come fonte sono leggibili per esteso nel libro di
Magda Barbieri "I Mastellari. Da Argile alle Americhe". Storia di Filippo e Amadeo, un pittore e un muratore che varcarono l'oceano in cerca di fortuna. Cento 2011
libro dal quale è stato estratto questo testo, reperibile nelle biblioteche del bolognese.

Si indicano qui per ragioni di spazio solo i più recenti link  e  le fonti di informazione degli aggiornamenti aggiunti dopo la prima pubblicazione:

"Inauguraciòn del Monumento a Murillo". Bogotà. 1902. Imprenta de LA CRONICA, Carrera 6, numero 271.
http://es.wikipedia.org/wiki/Jes%C3%BAs_Mar%C3%ADa_Zamora_%28pintor%29

http://albumfotograficodemirafloresboyaca.blogspot.it/2012/11/personajes-jose-ezequiel-rojas-ramirez.html

http://institucional.us.es/revistas/arte/13/12%20gali%20boadella.pdf

http://www.analesiie.unam.mx/pdf/67_173-181.pdf

Fernández M. La casa de Minerva. Arte e historia en el patrimonio edificado de la BUAP. Elementos 86 (2012) 59-62

http://es.wikipedia.org/wiki/Iglesia_de_San_Nicol%C3%A1s_de_Tolentino_%28Barranquilla%29

ripreso da

http://barranquillaenelmundo.blogspot.it/2012/03/plaza-de-san-nicolas-de-barranquilla.html

** La comunicazione iniziale con i discendenti viventi di Filippo e Amadeo è avvenuta grazie alla collaborazione del sig. Alberto Raffaele Mosca




 

 

 

 

 

 

 

 

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Inserito da redazione il Mar, 27/12/2011 - 08:28


Michelangelo Antonioni. 30 luglio 2009. A due anni dalla morte

Il Ferrarese Michelangelo Antonioni, a due anni dalla scomparsa. Un ricordo di Maria Cristina Nascosi Sandri , accompagnato da  biografia e filmografia.
Michelangelo Antonioni è scomparso due anni fa, il 30 luglio 2007
, insieme con un altro grande internazionale, Ingmar Bergman che ha ‘scelto’ di andarsene a poche ore di distanza da lui
Il passaggio di ‘quei due’ - per dirla con banale brevitas - ha cambiato di sicuro la storia del cinema mondiale: entrambi, mutatis mutandis, si capisce, hanno stigmatizzato, nelle proprie immortali opere, situazioni, stati d’animo, interazioni di un’umanità sempre più alla ricerca di se stessa, che hanno il sapore di un classico, T.S. Eliot docet.
In particolare Antonioni, nella sua cosmopolita grandezza, immortalata da un tardo Oscar alla carriera, non dimenticò mai, fin dal cinema dei ‘suoi’ primordi, le origini ferraresi: poche parole, nella sua lingua di latte - come diceva Foscolo – sono in incipit al suo primo cortometraggio,Gente del Po”, girato tra il ’43 ed il ’47, a causa della guerra - e, anzi, sono le uniche pronunciate in tutta la pellicola: Un òm, una dòna, ’na putìna / Un uomo, una donna, una bambina.
Tra ricordi e smemoratezza, Antonioni è quello che, più o meno indirettamente, viene celebrato a distanza, seppur ravvicinata, di tempo..
Piccole e grandi iniziative son appena avvenute e stanno avvenendo in suo ricordo: alla Rocca Brancaleone di Ravenna, il 7 luglio scorso Giorgio Gaslini ha riproposto le sue musiche per il film "La notte" (1960), Orso d’oro a Berlino nel 1961.

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Inserito da redazione il Gio, 30/07/2009 - 17:45


Vita e satira di Fortebraccio

Sabato 27 giugno 2009, alle ore 10 , a S. Giorgio di Piano, piazza Indipendenza 1, presentazione del libro
Fortebraccio. Vita e satira di Mario Melloni
a cura di Pasquale Di Bello e Paola Furlan (Ed. Diabasis)
Dopo il saluto del sindaco Valerio Gualandi, presentazione di Fabio Govoni, interventi di: Emanuele Macaluso e Marisa Rodano.
Presenti  i curatori del volume e Mauro Roda, presidente della Fondazione Duemila
In occasione del ventennale della scomparsa del giornalista, noto con lo pseudonimo di Fortebraccio, inaugurata una scultura a lui dedicata.
Mario Melloni (nato a San Giorgio di Piano, 25 novembre 1902  e morto a Milano, 29 giugno 1989) è stato un giornalista e politico italiano.
Inizialmente di professione calzolaio, fu antifascista e durante la dittatura mussoliniana visse per molte tempo in esilio a Parigi. Durante la Seconda guerra mondiale prese parte alla Resistenza partigiana e nel 1945 si iscrisse alla Democrazia Cristiana. Laureato in giurisprudenza, fu giornalista e dal 1946 al 1951 direttore del quotidiano Il Popolo. Nel 1948, alla I Legislatura repubblicana, fu eletto alla Camera dei Deputati, nelle fila della DC di cui - di lì a poco tempo - entrò a far parte della Direzione Nazionale. Nel 1952 divenne presidente della società Film Costellazione, da cui si dimise quasi subito.
Espulso dallo Scudo Crociato nel 1954 per essersi schierato contro l'entrata nella NATO, aderirà successivamente al Partito Comunista Italiano (con cui sarà nuovamente deputato nel 1963 e nel 1968). Direttore di Paese Sera dal 1956 al 1963, negli ultimi anni di vita lavorò presso l'Unità, in cui scrisse corsivi in prima pagina dal 12 dicembre 1967 fino al 1982, che lo fanno annoverare tra i padri nobili della satira politica italiana.
L'originale pseudonimo è un ironico omaggio a Braccio Fortebraccio, un Capitano di Ventura nato a Montone in Umbria; uno di quei soldati mercenari che partivano per le Crociate in difesa della civiltà cristiana, ma pronti a combattere in guerre locali per chi li ricompensava adeguatamente. E Melloni, che il cristianesimo continuò a professarlo in maniera intima e profonda, la sua Crociata personale la combatté contro l'ipocrisia dei politici volgari, contro la falsità di personaggi in politica solo per arricchirsi, contro quelli che lui definiva "lor signori": gli oppressori dei diritti dei più deboli.

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Inserito da redazione il Sab, 20/06/2009 - 06:50


Francesco Zanardi "il sindaco del pane"

Francesco Zanardi (Poggio Rusco, 6 gennaio 1873 – Bologna, 18 ottobre 1954) (*)
Dopo gli studi a Poggio Rusco e a Mantova, s'iscrisse all'Università di Bologna dove si laureò in Chimica e Farmacia. Dirigente del Partito socialista italiano nel mantovano, sulla linea del socialismo umanitario di Camillo Prampolini Prampolini e  Filippo Turati,  si applicò intensamente nell'attività di amministratore. Fu sindaco di Poggio Rusco (MN) e contemporaneamente consigliere comunale a Bologna nel 1902. A Bologna, nel 1904, fu assessore all'igiene della giunta comunale guidata dal sindaco Enrico Golinelli. Fu anche vice presidente dell'amministrazione provinciale di Mantova tra il 1904 e il 1906.
La sua attività d'amministratore pubblico giunse all'apice il 28 giugno 1914 quando si svolsero a Bologna le elezioni amministrative che per la prima volta portarono la sinistra al governo della città.
Per adempiere al motto elettorale "Pane e alfabeto" Francesco Zanardi fu sindaco designato dalla lista socialista con l’appoggio delle organizzazioni dei lavoratori. Aveva assunto la carica di primo cittadino “in nome del popolo”e non “in nome di Sua Maestà il Re” come si era usato dire fino ad allora.
Contrario all'entrata in guerra dell'Italia, fu oggetto di intimidazioni e aggressioni da parte degli interventisti bolognesi. Si prodigò poi comunque per alleviare i disagi, la fame e il freddo dei cittadini nel periodo bellico. Zanardi viene quindi ricordato come il "sindaco del pane" anche perché promotore dell'Ente comunale di consumo, che contribuì a fornire generi alimentari di prima necessità a basso costo alla popolazione. Fu istituito un ristorante proletario in Sala Borsa. Furono istituite biblioteche popolari e la giunta Zanardi si prodigò molto anche per lo sviluppo delle istituzioni scolastiche. Furono censiti gli alloggi comunali e fu imposto ai proprietari di dotare tutte le abitazioni di rubinetti per l'acqua corrente e di latrine “a getto d'acqua” per migliorare una situazione igienica che era disastrosa nei quartieri popolari e nelle case più vecchie e degradate.

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Inserito da redazione il Dom, 19/04/2009 - 10:55


Ezio Villani. Da Galliera alla Costituente. Presentazione

Mancava ad oggi un lavoro complessivo volto a ricostruire sia il percorso formativo sia il contributo dato da Ezio Villani (Galliera (BO), 1892 - Roma, 1955) alla politica italiana, nel periodo che va dal primo dopoguerra agli anni del Centrismo. Personaggio non di primo piano, se paragonato ai grandi attori della storia nazionale del Novecento, il socialista Villani è però stato testimone, ed anche protagonista, di molte vicende nazionali del secolo appena trascorso. Giovane dirigente della Camera del Lavoro di Ferrara, convinto antifascista vessato dal regime di Mussolini, al termine della lotta di Liberazione combattuta nella Brigata Matteottipartecipò ai lavori dell’Assemblea Costituente, prima nelle file del Partito socialista poi in quelle del Partito socialista dei lavoratori italiani.
In quel consesso l’on. Villani si distinse per alcuni interventi in materia di rapporti economici e tutela del lavoro dai quali emerge chiaramente la volontà del deputato socialista di dare compiuta realizzazione a quel precetto, contenuto nella Carta repubblicana, che affida ancora oggi allo Stato il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

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Inserito da redazione il Sab, 16/02/2008 - 09:41


Omero Schiassi : un uomo che ha difeso la libertà , l'umanità e la giustizia, in Italia e in Australia

- A S. Giorgio di Piano c'è una strada dedicata a  lui e nella lontanissima  Myrtleford in Australia c'è la sua tomba. Ma forse qui pochi sanno chi era e perché è giusto ricordarlo -
Omero Schiassi è nato  il 3.9.1877 a S. Giorgio di Piano da Guglielmo e  Virginia Biagioni. Entrambi i genitori  furono animatori del primo movimento socialista locale , sia nella tabaccheria con mescita di alcolici da loro gestita a S. Giorgio di Piano, sia nel "salotto buono” di casa, a causa del rifiuto dei padroni di casa ad affittare locali per farne la sede dei socialisti del comune. Animato dagli stessi ideali,  si immerse nel movimento dei lavoratori, portando avanti gli studi fino a conseguire la laurea  in Giurisprudenza all'Università di Bologna.
Il 22-23 aprile 1901 “Il Resto del Carlino” pubblicò un comunicato che vedeva il giovane Omero come redattore e primo firmatario nelle lotte per strappare migliori condizioni per i “ vangatori di risaia” (tra le rivendicazioni più sentite, la giornata lavorativa di 12 ore!) ed un salario più elevato.

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Inserito da redazione il Lun, 30/04/2007 - 07:34


Luigi Arbizzani, protagonista, studioso e divulgatore della storia della Resistenza.

Dal 2005 la biblioteca di S. Giorgio di Piano è intitolata a Luigi Arbizzani, poiché il Comune ha voluto onorare la memoria di un concittadino che ha dedicato buona parte della sua vita alla ricerca storica e alla diffusione della conoscenza del frutto delle sue ricerche, rivolte soprattutto al delicato e importante periodo della Resistenza , accompagnate sempre anche dal suo impegno politico.
La sua biografia è valorizzata soprattutto dalla sua bibliografia, che conta decine di pubblicazioni (v.  in fondo all'articolo).
Dal ritratto che ne ha tracciato Gian Maria Anselmi, Direttore dell'Istituto Gramsci dell'Emilia-Romagna apprendiamo che Luigi Arbizzani è nato a S. Giorgio di Piano l'11 marzo 1924,  ha frequentato l'Istituto industriale,  iniziando poi la professione di disegnatore tecnico. Dal 10 maggio all'8 settembre 1943 ha prestato servizio militare nel 1° Reggimento Genio a Camerino. La caduta del fascismo e l'armistizio dell'8 settembre 1943 lo colsero  quindi mentre svolgeva il servizio di leva. E' entrato  a far parte della resistenza armata contro tedeschi e fascisti, operando nella zona di S. Giorgio di Piano come intendente del battaglione Tampellini della 2.a brigata Paolo- Garibaldi; è stato  ferito in combattimento nella battaglia conclusiva del 22 aprile 1945. E' stato riconosciuto partigiano dall'1 ottobre 1944.

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Inserito da redazione il Dom, 25/03/2007 - 07:55


Antonio Mosca (1870-1951). Pittore bolognese nato a Pieve di Cento .

Tra gli artisti che hanno lavorato con onore  nelle chiese e nelle case dei paesi della nostra pianura, vogliamo segnalarne uno, nato nella fertile terra  di Pieve di Cento, che fu sempre ricca di fermenti creativi in ogni campo culturale, artistico e artigianale: Antonio Angelo Mosca (1870-1951), pittore, decoratore a fresco, paesaggista, ritrattista, figurinista e infine collezionista, pur nell'ambito  ristretto delle sue possibilità economiche.
Fu artista completo della fine dell'800 e prima metà del '900.
La sua opera, per la maggior parte ancora misconosciuta, si svolse nell'affrescare e decorare chiese del Nord Italia (chiesa parrocchiale di Tuenno) come della provincia di Bologna (chiesa parrocchiale di Castel d'Argile, nell'anno 1900 ,v. foto 2,  Chiesa Arcipretale di Copparo - Ferrara) e del Centro Italia (in Umbria, non meglio identificate). Operò anche per privati affrescando e decorando ville signorili nella provincia di Bologna (Villa Sarti a Prada di Grizzana).
Antonio nacque a Pieve di Cento in casa di proprietà Riguzzi, ad ore 10 pomeridiane, il 28 Maggio 1870 da Giovanni Battista e da Maria Luigia Parmeggiani (1). Era fratello gemello di Pietro con cui ebbe sempre un forte legame affettivo tipico dei gemelli.

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Inserito da redazione il Lun, 19/02/2007 - 07:58


Alessandro Maccaferri. Un artista della pianura del Reno. Franco Ardizzoni

Nato a San Vincenzo di Galliera il 21 luglio 1857, Alessandro Maccaferri fin dall’infanzia dimostrò una particolare predisposizione per il disegno e l’arte pittorica. Ammesso all’Accademia di Belle Arti di Bologna divenne presto l’idolo dei suoi compagni. A quattordici anni vinse il premio assegnato per il periodo delle vacanze. Il premio consisteva in un soggiorno di sei mesi a Firenze, dove l’inestimabile patrimonio delle opere artistiche disseminate per la città, nelle cattedrali, nei musei e nella pinacoteca doveva affinare il senso d’arte dello studioso, innamorato dell’arte.

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Inserito da redazione il Gio, 16/03/2006 - 17:35


Giulio Cesare Croce. Un funambolico poeta di piazza. Luigi Govoni

Tra i personaggi illustri che hanno avuto i natali nella terra persicetana, il più noto e popolare è sicuramente Giulio Cesare Croce (Persiceto 1550 – Bologna 1609), autore di celebri versi popolari in lingua e in dialetto bolognese, cantastorie di piazza e scrittore di numerosi componimenti burleschi. Oltre che a Persiceto, è conosciuto e apprezzato, in particolare, in Italia e in Europa come padre letterario del Bertoldo, l’esilarante personaggio, protagonista dell’operetta “Le sottilissime astuzie di Bertoldo”, ovvero del villano accorto e sagace che, per il suo ingegno raro e acuto, riesce ad approdare nientemeno che alla corte di Re Alboino, dove, dopo essere stato nominato “homo di corte e regio consigliere”, muore per non aver potuto mangiare “fagioli con la cipolla dentro e delle rape cotte sotto la cenere”.

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Inserito da redazione il Dom, 12/03/2006 - 20:06


Paolo Galeati, tipografo di Imola. Margherita Goretti

PAOLO GALEATI
TRA LA POLITICA E L’ARTE TIPOGRAFICA

L’Imola in cui nacque Paolo Galeati era una tipica cittadina della Romagna di meno di diecimila abitanti, con le case addensate sui due lati della via Emilia e chiuse nella cerchia intatta delle antiche mura, che tale doveva restare fino ai primordi del nostro secolo.
Fra la popolazione si distinguevano numerosi nobili, i più facoltosi dei quali possedevano un palazzo in città, e terreni con villa, o almeno una casa padronale, nel contado; un clero ancora numeroso nelle sue varie ramificazioni, e benestante, benché le sue proprietà avessero subito ampie falcidie durante il periodo napoleonico, a vantaggio soprattutto della classe nobiliare e possidente; un ceto di mercanti, di curiali, di medici, di proprietari terrieri non nobili, insomma, di persone esercitanti libere professioni o impieghi, che godevano al pari dei nobili di un certo grado di istruzione e di abilità non manuali, al di sotto dei quali c’era il ceto più numeroso degli artigiani, dalle gradazioni infinitesime, passandosi da chi stava vicino a coloro, che oggi diremmo borghesi; agli operai, che spesso cadevano nella condizione di disoccupati. Frequente era poi il caso di proprietari terrieri che si dedicavano agli impieghi pubblici o alle libere professioni o a qualche attività commerciale o artigianale, per incrementare i propri insufficienti redditi agrari.

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Inserito da redazione il Mer, 25/01/2006 - 10:40

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