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Storia. Locale e generale


Bologna nel lungo Ottocento

BOLOGNA NEL LUNGO OTTOCENTO - 1796 | 1915
E’ online il nuovo scenario del sito Storia e Memoria di Bologna dedicato alla città dall'età napoleonica allo scoppio della Grande Guerra. I protagonisti, i luoghi, gli eventi e le opere che hanno dato il volto che oggi conosciamo di Bologna. I numeri dello scenario: 153 approfondimenti sugli eventi della città, 19 schede dedicate ad aziende e società, 101 pagine di chiese, palazzi, giardini e teatri, 800 opere d'arte, 1200 biografie, 130 video, 330 documenti liberamente scaricabili, 8100 immagini.
Il portale, che sarà continuamente arricchito, è stato realizzato dal Museo civico del Risorgimento in collaborazione con numerose istituzioni quali la Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, la Biblioteca comunale dell'Archiginnasio, il Collegio Artistico Venturoli. Lo scenario costituisce un ulteriore capitolo che va ad arricchire il sito, che si propone di creare e rendere accessibile a tutti gli utenti web una memoria collettiva, cittadina e nazionale, sugli avvenimenti storici di Bologna e della sua area metropolitana, nel periodo compreso tra l'età napoleonica e la Liberazione del 1945.
Nel periodo compreso tra la Rivoluzione Francese e lo scoppio della prima Guerra Mondiale - il “lungo Ottocento” nella definizione di Eric Hobsbawm - Bologna viene assumendo i tratti che l'hanno connotata fino ai giorni nostri, da un punto di vista urbanistico, sociale, culturale e di autorappresentazione. All'interno di un'Italia che proprio in quegli anni, attraverso le vicende del Risorgimento, conquistava la propria unità politica, l'immagine – ma anche la realtà – di Bologna si viene via via caratterizzando come quella di una città aperta alle istanze del progresso e della cultura, con una robusta identità popolare, nella quale si susseguono governi cittadini fortemente presenti e capaci di progettualità e di intervento, capaci di interagire con una società civile ed economica a sua volta estremamente dinamica.
E' questo il volto della città che ci è stato consegnato e che ci appartiene, ed è quello che emerge seguendo le biografie dei protagonisti e lo snodarsi degli eventi, attraversando le descrizioni dei luoghi nei quali tutto ciò si svolse; scoprendo gli eventi che li ha coinvolti, leggendo i documenti e osservando le opere di quel formidabile secolo.
Tutto attraverso le pagine di questo scenario.
Sezione realizzata grazie anche al contributo della Regione Emilia Romagna
http://www.storiaememoriadibologna.it/ottocento

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Inserito da redazione il Mer, 20/09/2017 - 09:37


Le navi ospedale nella Grande Guerra, nel sito di Storia e memoria. Mirtide Gavelli

Le navi ospedale durante la Grande Guerra
Inizialmente, nel secolo XVII, navi oramai in disarmo vennero utilizzate, attraccate nei porti, come lazzaretti, infermerie o quarantene per marinai malati. Nel dicembre 1798 ma Marina inglese trasformò la HMS Victory, non più idonea al combattimento, in nave ospedale atta ad ospitare prigionieri francesi e spagnoli feriti di guerra. Ancora, durante la guerra di Crimea, nel 1855-1856, navi ospedale servirono ad ospitare non solo i feriti, ma anche i ccolpiti dall’epidemia di colera.
La prima nave ospedale Italiana di cui si ha notizia è il Washington presente già nel 1866 alla battaglia di Lissa e destinato alla squadra dell'ammiraglio Persano: si trattava di un piroscafo di 1.400 tonn, con possibilità di 100 posti letto.
Fu poi con la Convenzione dell'Aja del 1907 che si definì il concetto moderno di nave ospedale. In particolare l'articolo 4 definiva le caratteristiche necessarie affinché una nave potesse essere considerata "nave ospedale": La nave deoveva avere segni di riconoscimento e illuminazione specifiche; doveva fornire assistenza medica a feriti di tutte le nazionalità; non poteva essere impiegata per alcuno scopo militare; non doveva interferire né ostacolare le navi militari. Inoltre, le forze belligeranti avevano il diritto di ispezionare le navi ospedale per verificare eventuale violazioni delle norme di convenzione.
In caso di violazione anche solo di una delle limitazioni previste, la nave avrebbe perso il suo status di “zona franca” ed anzi protetta (molto spesso erano dipinte di bianco, e recavano in modo evidentissimo la grande Croce rossa, simbolo internazionale di neutralità) e sarebbe tornata ad essere considerata come unità combattente e come tale suscettibile di attacco nemico.
Navi ospedale furono presenti in Eritrea a fine 800, al terremoto di Messina del 1908, in Libia nel 1911 (Re d'Italia e Regina d'Italia). Durante la Grande Guerra operò anche un servizio di chiatte sui canali navigabili della laguna veneta, per lo sgombero dei feriti dalle zone di guerra ed il loro trasporto nelle retrovie attrezzate con ospedali o navi ospedale (nel porto di Venezia erano ancorate la Albaro, la Memphi, la Po, la Principessa Giovanna).
Mirtide Gavelli
** Fonte e maggiori informazioni su : http://memoriadibologna.comune.bologna.it/prima-guerra-mondiale/le-navi-ospedale-durante-la-grande-guerra-2814-luogo#sthash.ahhwx20d.dpuf

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Inserito da redazione il Gio, 20/04/2017 - 08:10


Il sublimato di mercurio e il primo processo per inquinamento atmosferico, a Finale, nel 1689. Galileo Dallolio

1-Il ‘trionfo del mercurio’ : una vicenda che ha riguardato anche Finale
Partendo dall’evento che ha dato a Finale il singolare primato di essere il luogo dove, per la prima volta in Italia, si sia fatto, nel 1689, un processo per inquinamento atmosferico dovuto alla produzione di ‘solimato di mercurio’, credo sia utile farsi un’idea di un prodotto che ha avuto una larga diffusione nella pratica medica e che è ancora citato nei prontuari e nei repertori dei termini medici del 1960. (1)
Ricordo che il processo si è concluso con l’assoluzione dei produttori , ma ha messo in moto una serie di eventi che meritano di essere studiati. Mi riferisco all’amicizia fra Ramazzini e Leibniz , coinvolti entrambi nel processo per un atto di cortesia, e al ‘contributo di Leibniz alla fortuna europea del De morbis artificum’. Il libro sancisce la nascita della medicina del lavoro con ben 60 schede di malattie collegate a diversi mestieri e Francesco Giampietri , nel suo saggio ‘L’erudito di Hannover e il medico dei villani. Leibniz, Ramazzini e la nascita della medicina sociale (2) spiega come ‘l’istituzione della medicina sociale sia stata anche l’effetto di un’amicizia modenese’.
Il mercurio era entrato nella farmacopea di speziali, medici e ospedali già dal 16° secolo. Nel registro dei medicamenti dell’ Ospedale Sant’Agostino di Modena (3) sono presenti ‘ metalli (acciaio limato..), minerali (antimonio, argento vivo, cinabro).’ Insieme all’Ospedale di Santo Spirito di Finale , che aveva iniziato la sua attività nel 1688 (4), li possiamo immaginare entrambi clienti dei fratelli Sarfatti .

2-‘Virtuosa gara iatro-chimica’
Nei Consulti medici di Morando Morandi pubblicati a Venezia nel 1759 si legge ’ Il mercurio è il massimo dei rimedj, e non fassi gittar polvere negli occhi a’più creduli, allora quando da cert’uni contr’esso si sclama; tuttavolta non bisogna spignerlo più oltre della sua portata, se vuolsi vedere la sua forza (p.50) . Come si vedrà in seguito , la vicenda finalese è citata come ‘virtuosa gara iatro-chimica’dove, sembra di capire, fosse sottintesa la questione delle cura con la chimica, che si andava sviluppando tra ostacoli e consensi. Per citare due esempi fra i tanti , nel 1677 Carlo Lancilotti (5), chimico modenese che lavorava presso la Corte estense, era favorevole e l’accademico Roberto Gherardi nel 1751 (6) era contrario.
3-Il ‘solimato o sublimato di mercurio’ cos’è?

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Inserito da redazione il Mer, 14/12/2016 - 10:24


Luigi Groto, il "cieco d'Adria" "terremotato" a Malalbergo nel 1570. Dino Chiarini

Luigi Groto -o Grotto, come riportano alcuni documenti- (Adria, 7 settembre 1541–Venezia, 13 dicembre 1585) fu un celebre drammaturgo, poeta, filosofo, musicista, ambasciatore di Adria presso la Serenissima Repubblica. Era figlio di Federico e di Maria de’ Rivieri ed appartenente ad una famiglia della piccola nobiltà adriese proprietaria di vasti terreni; venne colpito da cecicità completa all’età di otto anni. Fu membro di varie Accademie letterarie, tra cui quella di “Umanae Litterae” di Adria, ed istituì una propria scuola, l’Accademia degli Illustrati. Compose numerose poesie, svariate commedie e tradusse diverse opere dal greco. Nei primi mesi del 1567 fu processato come eretico per aver letto e conservato alcuni libri di Erasmo da Rotterdam e di Bernardino Ochino: proprio per questo motivo fu escluso dall’insegnamento. Più tardi, precisamente l'8 luglio 1567, il processo si chiuse con l'abiura del Groto ed il gesto lo rese sì libero dalle censure e dalla prigione a vita, ma non gli consentì di tornare a insegnare, lasciandolo in gravi difficoltà economiche. Sostenne presso il doge di Venezia Pietro Loredano la tesi idraulica sul risanamento del territorio veneziano attraverso l'incanalamento dell’alveo del fiume Po, cioè in quello che in seguito sarà chiamato “Taglio di Porto Viro”, intervento dimostratosi poi essenziale per la sopravvivenza della Serenissima. Dopo queste brevi note biografiche riguardanti il nostro personaggio, veniamo all'episodio che ci interessa maggiormente.
Nei primi giorni di novembre del 1570 Luigi Groto tenne una dissertazione all’Università di Bologna e nel pomeriggio del giorno 16 s’imbarcò, con destinazione Venezia, utilizzando la via d'acqua del “Canal Naviglio” che collegava la città felsinea con Ferrara e successivamente con il Mare Adriatico. Verso sera arrivò a Malalbergo e prese alloggio in una locanda del paese, in attesa, la mattina seguente, di proseguire il viaggio verso casa. Ecco, testualmente, come il famoso commediografo descrisse la notte tra il 16 e il 17 novembre, nella lettera inviata alla signora Alessandra Volta di Venezia, datata 29 dicembre e pubblicata in “Lettere famigliari di Luigi Groto cieco d’Adria” (v. foto sotto):

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Inserito da redazione il Mer, 30/11/2016 - 09:29


Antichi mestieri nella "civiltà contadina" . Giulio Reggiani

A POGGIO RENATICO TRA OTTOCENTO E NOVECENTO. ANTICHI MESTIERI
Vo
rrei qui proporre ai nostri lettori un breve “excursus” su alcuni di quei mestieri che ora non esistono più; il termine “antichi” che ho usato nel titolo non si riferisce naturalmente alla cronologica “età antica” ma a quel modo di dire comune che tende a far riferimento a cose o avvenimenti passati da parecchio tempo. In questo caso il legame è con la cosiddetta civiltà contadina, che si esaurì solo negli anni ’50 e ’60 del XX secolo; ma la trasformazione della società italiana da agricola ad industriale investì non soltanto le città, sia grandi che piccole, ma pure i nostri cosiddetti “paesi di campagna”, incidendo in modo assai profondo sul tessuto costitutivo dell’economia nazionale, particolarmente dalla seconda metà del Novecento fino ad oggi.
Ci sono ancora innumerevoli persone che ricordano tanti mestieri e tanti lavori oramai non più in uso, o, come si suol dire, “superati dai tempi”; esse ricordano pure numerosissimi personaggi particolari, che in gioventù praticarono per tanto tempo quelle attività. Cesare Manservigi, in svariati suoi racconti, ci ha tratteggiato alcune di quelle persone che sono rimaste scolpite nella memoria di tutti i Poggesi, ma che, a quei tempi, si potevano pure rintracciare in tanti altri paesi della cosiddetta “bassa”.
Tuttavia si può affermare che restano sì ancor oggi alcuni mestieri legati alla bottega ed alla vita di paese, ma hanno assunto nomi “moderni”, che si rifanno alle lingue straniere, forse per un cattivo gusto corrente di esasperata esterofilia: il
barbiere è oggi il coiffeur, oppure con termine più sofisticato il friseur, (dal francese friser = arricciare) parola di conio recentissimo, la quale ci ricorda inequivocabilmente che oggi gli uomini devono non solo tagliarsi i capelli ma anche farsi la frizione dopo il lavaggio, chiaramente -e fors’anche narcisisticamente- per evitarne la caduta, e successivamente “farsi i ricci” -ammesso che ad una certa età ce ne siano ancora- (o no?); la parrucchiera è diventata coiffeuse oppure, se al maschile, coiffeur pour dames; il negozio di giocattoli è divenuto toy’s house e l’osteria si è trasformata in pub, o snack bar o cafè & drinks (cafè rigorosamente con una effe sola, per un gentile richiamo alla lingua spagnola); il fontaniere resiste ancora ma col nome più moderno di idraulico (termine d’alto lignaggio, che infatti fino alla metà del secolo scorso indicava, in queste zone, semplicemente lo studioso che si occupava d’idraulica, cioè di quella scienza che esamina il moto ed i problemi tecnici attinenti alle acque); il fabbro (in dialetto al fràb, oppure al magnàn) è diventato carpentiere metallico, in quanto non deve più ferrare cavalli o fabbricare utensili per lavori agricoli bensì dedicarsi alla costruzione di cancellate, d’infissi per le case, di attrezzature o di macchine inerenti innumerevoli settori industriali. Inoltre bisogna aggiungere che le tradizionali “botteghe artigiane” sono diventate “piccole industrie” (oppure grandi laboratori) con svariati lavoratori dipendenti, al contrario di prima dove c’era soltanto il titolare, a volte qualche collaboratore familiare o, come si ribadirà più avanti, il garzone.

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Inserito da redazione il Dom, 15/05/2016 - 08:12


Cooper Willyams, da Brighton ad Abukir, ad Altedo. Dino Chiarini

Cooper WILLYAMS  ad Altedo
Cooper Willyams, nato a Brighton il 22 giugno 1762, era figlio di John Willyams, un capitano della Royal Navy; tutta la famiglia aveva sempre avuto forti tradizioni militari, invece Cooper studiò a Canterbury dove nel 1784, dopo aver conseguito il diploma, pronunciò i voti diventando curato in una piccola chiesa nei dintorni di Gloucester, città dove risiedeva la madre; successivamente, nel 1791 fu nominato Vicario nel Sussex.
Ma il richiamo della tradizione marinaresca familiare lo portò, nel 1794, ad imbarcarsi su una nave della flotta del Contrammiraglio Orazio Nelson come cappellano per la campagna delle Indie; partecipò pure nel 1798 alla famosa “Battaglia del Nilo” (detta in Francia Battaglia di Abukir) in cui la flotta britannica sbaragliò quella francese, tanto che alcuni mesi dopo Napoleone dovette abbandonare il suo esercito in Egitto e tornare da sconfitto in Francia.
Dopo quello scontro navale, ma sempre nel 1798, arrivò a Livorno e da qui iniziò il suo personale “Grand tour”, cioè quel viaggio attraverso l’Italia che molti giovani europei, nobili o intellettuali, intraprendevano lungo tutta la Penisola; raggiunse dapprima Firenze poi, proseguendo oltre l’Appennino, arrivò nella Legazione bolognese; si fermò a Pianoro e qui prese la diligenza postale diretta a Bologna.
Cambiati i cavalli a Porta Mascarella, continuò il percorso verso Ferrara ma, giunto ad Altedo, pensò di fare una sosta, fermandosi per una notte presso la “famosa” posta-cavalli locale, comprensiva della tipica e maestosa “Locanda”. Dopo Ferrara, visitò Padova, Venezia, Vicenza, Verona, il lago di Garda e Mantova. Si recò pure a Ischia ed a Napoli, poi tornò a Livorno, dove s’imbarcò per le isole Baleari.

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Inserito da redazione il Sab, 14/05/2016 - 09:26


1547. Il Concilio di Trento ... a Bologna. Dino Chiarini

Il 15 marzo 1545 Papa Pio III convocò il Concilio a Trento (chiamato pure Concilio tridentino, XIX concilio ecumenico della chiesa cattolica) per contrastare la Riforma Protestante guidata da Martin Lutero. Due anni dopo, mentre erano in corso i lavori, la città di Trento fu colpita da un’epidemia di colera e i cardinali furono invitati a trasferirsi a Bologna per continuare le loro assemblee sulla Controriforma della Chiesa Cattolica.
I porporati arrivarono al porto di Malalbergo il 19 marzo 1547 accolti da due rappresentanti del Senato Bolognese e qui probabilmente pernottarono, poiché arrivarono al porto di Corticella il giorno seguente, navigando sul Canale Navile (1); da questa località il viaggio proseguì verso Bologna a bordo di comode carrozze.
Il Concilio “bolognese” fu aperto il 27 marzo con una solenne cerimonia in S. Petronio, dove per l’occasione fu inaugurato il nuovo altare del Vignola; le riunioni si tennero nel palazzo Sanuti di proprietà della famiglia Campeggi.
Luciano Meluzzi ci informa che a Bologna si tennero tre sedute «…che hanno messo a fuoco i problemi del matrimonio e gli abusi in genere relativi ai Sacramenti e alle indulgenze» (2).
Una nota curiosa legata alla permanenza dei Padri Conciliari è descritta molto bene nel volume di Tiziano Costa “Bologna in cronaca”. Egli riporta un fatto descritto da Jacopo Raineri in “Diario bolognese” datato anno 1547; Raineri scrive che durante lo svolgimento del Concilio, i fruttivendoli alzarono talmente i prezzi dei meloni, frutto particolarmente richiesto dai religiosi, che le autorità decisero di intervenire per «…reprimere l’abuso dei bottegai che hanno alzato i prezzi in modo scandaloso approfittando della forte richiesta…» (3).
Per la cronaca il Concilio tornò a Trento nel maggio 1551 e terminò il 4 dicembre 1563, cioè dopo diciotto anni, otto mesi e venti giorni dalla prima convocazione (le interruzioni furono numerose) presieduto in tutti questi anni da ben tre papi: Pio III, Giulio III e Pio IV.
Dino Chiarini

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Inserito da redazione il Mer, 30/03/2016 - 08:41


Il Comune di Bologna compie 900 anni. Una storia da conoscere

Il Comune di Bologna compie 900 anni
I novecento anni dalla fondazione del Comune di Bologna rappresentano un'occasione per valorizzare l’identità della città e delle sue istituzioni. Per festeggiare questa significativa ricorrenza storica, culturale e istituzionale della città è in programma un ricco calendario di iniziative che attraverso mostre, incontri, concerti coinvolgerà studiosi di chiara fama di atenei italiani e stranieri, insegnanti e studenti, associazioni, archivi, musei e biblioteche della città e dell’intera area metropolitana, chiamati a raccontare nove secoli di storia e a progettare il insieme il futuro.
Pillole di storia:  XII secolo- Cerchia “del Mille”
Nel 1116 la città era già da qualche decennio avvolta dalla seconda cerchia di mura detta “del Mille” o dei “torresotti”. Cingeva 113 ettari di abitato ed era costituita da una cortina muraria fatta “a sacco”, ovvero con due pareti esterne di mattoni che contenevano un conglomerato di ciottoli fissato con calce......
* Per saperne di più, vedi:
http://nonocentenario.comune.bologna.it/category/pillole-storiche /
XIV secolo-  La Bologna ritrovata
Qualche anno fa all’Archivio Segreto Vaticano è stato rinvenuto un manoscritto del 1371 con la descrizione dettagliata della città e del contado di Bologna.
** Per saperne di più, vedi:
http://nonocentenario.comune.bologna.it/la-bologna-ritrovata /

Per una lunga e singolare catena di smarrimenti e di equivoci, una delle più importanti fonti su Bologna e sul suo territorio in epoca medievale è rimasta quasi sconosciuta per oltre sei secoli, circondata da un alone di mistero sulle sue origini e sui suoi contenuti. Negli ultimi anni del papato avignonese, prima del ritorno della sede apostolica a Roma, il cardinale Anglic Grimoard de Grisac, fratello del papa Urbano V, stava per concludere a Bologna il suo mandato di vicario e legato apostolico della Marca, della Romagna, dell’Umbria e della Toscana.

Dopo la morte del fratello pontefice e in vista dell’imminente avvicendamento, l'”Anglico” fece raccogliere nell’autunno del 1371 le informazioni e le notizie che potevano essere utili al suo successore; furono così redatte relazioni dettagliate sui centri e i territori sottomessi; tra queste la cosiddetta “Descriptio civitatis Bononie eiusque Comitatus…”. A tenere nell’ombra il resoconto su Bologna e sul suo territorio per più di seicento anni sono stati i numerosissimi ed evidenti errori contenuti nell’unico esemplare conosciuto fino a qualche anno fa, cioé la copia dell’originale scritta ad Avignone e poi conservata negli archivi vaticani. Attraverso aspetti avvincenti e quasi romanzeschi Rolando Dondarini è giunto di recente al recupero del manoscritto originale presso l’Archivio Segreto Vaticano, rendendo i suoi contenuti del tutto affidabili.

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Inserito da redazione il Mar, 15/03/2016 - 09:53


Storia sociale ferrarese e omaggio a Ludovico Ariosto

Al MAF di San Bartolomeo in bosco (FE) Via Imperiale, 263
DOMENICA 20 MARZO, ORE 15.30
Dalla storia sociale ferrarese all'omaggio dialettale a Ludovico Ariosto

Un incontro culturale tra storia contemporanea e letteratura dialettale ferrarese
- Presentazione del libro di Magda Beltrami e Mara Guerra
Legati mani e piedi con rozze funi.**

Le carte raccontano la pellagra a Ferrara 1859-1933
(Tresogni, Ferrara, 2015)
Letture di Letizia Bassi (Evento a cura del Centro Archeologico Ferrarese)
A seguire:
- Omaggio dialettale a “Ludvig”: Ludovico Ariosto e l'Orlando furioso 500 anni dopo
(Evento a cura de “Al Tréb dal Tridèl”) con la presentazione di alcune incisioni di Vito Tumiati
- I partecipanti avranno l’opportunità di visitare la mostra pittorica, di Silvano Crespi, Il sentimento del paesaggio (in parete fino al 28 marzo).L’Autore presenterà inoltre un nuovo video
- In chiusura:
buffet riservato a tutti gli intervenuti
**Sull'argomento, vedi anche:
http://lanuovaferrara.gelocal.it/tempo-libero/2015/03/29/news/quando-le-medicine-erano-rozze-funi-1.11139752
Quando le medicine erano rozze funi
I malati ricoverati in manicomio, nelle campagne l’allarme sociale: al museo del Risorgimento la mostra sulla malattia di Daniele Predieri (articolo del 15 marzo 2015)
Non c’è coda per entrare, ma i torpedoni delle scolaresche farebbero bene ad arrivare ugualmente per far conoscere ai più piccoli la Ferrara dei loro trisnonni (nemmeno 100 anni fa) quando si moriva di miseria, di vergogna, di pellagra. Mancano anche le foto, in questa piccola mostra al Museo del Risorgimento, ma come fai a mettere a nudo tanto dolore, mani e corpi devastati da piaghe come fosse lebbra o le immagini di visi elettrici, di chi veniva denunciato - e dovevano farlo medici ed enti pubblici, per legge - come pellagroso e ricoverato in manicomio, perchè non si sapeva più dove metterlo. Non ci sono foto di ciò che causava la pellagra ed è una scelta delle curatrici, Mara Guerra e Magda Beltrami, «per evitare immagini forti, e per rispetto dei tanti malati». Malati di pellagra diagnosticati spesso come alienati, migliaia di uomini e donne che all’inizio del secolo scorso anche a Ferrara riempivano manicomi (il 22% dell’ospedale cittadino). Era una malattia della miseria, la pellagra, perchè si ammalavano solo contadini e braccianti malnutriti alimentati di polenta di mais, scadente se non marcio. Era anche una malattia della vergogna perchè doveva restare chiusa in casa, e le donne erano le più vulnerabili ad essa. Pellagra, . mal della rosa come poeticamente citata per gli eritemi a chiazze sulla pelle, parola nata dal dialetto lombardo (pelle agra), è conosciuta come la malattia delle tre D: colpiva il derma (lesioni squamose), causava diarrea legata alla monoalimentazione di mais. E demenza, perchè portava a problemi psichiatrici incontrollabili, l’unica soluzione erano i manicomi. Fuori, per gli altri malati, c’era la «Società di soccorso ai pellagrosi», fondata nel 1881 a Ferrara da un gruppo di notabili della città, tra cui molti proprietari terrieri: fiore all’occhiello della mostra sono proprio i documenti originali dell’epoca, i verbali dei consigli della società dove, ad esempio, si possono leggere nelle voci dei bilanci gli interventi fatti dalla società per fornire sussidi ai pellagrosi.
Ma non bastava: servivano anche le locande sanitarie. «La prima della nostra zona fu aperta a Pieve di Cento nel 1896», spiegano le curatrici, sottolineando il contributo pionieristico dato dal Ferrarese nel curare e debellare la malattia. «Locande sanitarie, in tutto 52 distribuite in provincia, che erano luoghi fisici, strutture dove veniva rilasciato il certificato medico di pellagroso, e dove i pellagrosi andavano a mangiare». Questa la vera cura: mangiar di più, mangiare meglio. «Le locande aprivano 2 volte l’anno, per 40 giorni, nei momenti in cui le persone erano più vulnerabili, alla fine dell’inverno e in autunno, quando cominciava a scarseggiare il cibo». Dal 1850 al 1930, Ferrara ebbe un ruolo primario nella «guerra» alla pellagra presente nelle nostre campagne, dove i malati arrivavano nei manicomi all’ultimo stadio della malattia (dopo averla nascosta per vergogna), con spasmi controllati come si poteva «legando mani e piedi con rozze funi».

Scritto in MAF. Centro documentazione Mondo Agricolo Ferrarese | Storia. Locale e generaleleggi tutto | letto 653 volte

Inserito da redazione il Lun, 14/03/2016 - 19:31


Ipotesi sull'origine del nome di Galliera. Franco Ardizzoni

IPOTESI SULL’ORIGINE DEL NOME DI GALLIERA
L’origine del nome di Galliera non è ben chiaro poiché esistono diverse ipotesi. Ipotesi espresse da studiosi seri e documentati come Alfonso Rubbiani ed Edmondo Cavicchi, ma anche da studiosi poco informati come Ovidio Montalbani.
- Alfonso Rubbiani teorizzava che il nome potesse derivare dai Galli Boi , che avevano abitato le zone marginali dell’agro bolognese dopo l’arrivo dei Romani. Cioè come era avvenuto per altre località che ancora oggi conosciamo: come Gallo ferrarese (comune di Poggio Renatico), un altro Gallo (nei pressi di Castel S. Pietro), Forum Gallorum (oggi Castelfranco Emilia), Campus Gallianus (Campogalliano, oggi in provincia di Modena). Ma mentre per le suddette località la radice è sempre “Gall”, per Galliera non è la stessa cosa in quanto nella latinità, in pieno Medioevo, il suo nome era “Galeria”, come risulta da alcuni documenti, di cui il più antico risale all’anno 997. Pertanto l’ipotesi di Rubbiani non avrebbe più senso poiché mille anni fa il nome era Galeria e soltanto successivamente, probabilmente per effetto del dialetto, divenne “Galira” e poi Galiera, con una sola “ L “. Infine Galliera.

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Inserito da redazione il Dom, 06/03/2016 - 15:03


Tra Bizantini e Longobardi, lo studio continua

L’interesse suscitato dall’evento 2015 Bizantini e Longobardi. Culture e territori in una secolare tradizione (21 febbraio - 18 dicembre 2015), ha indotto a promuovere alcune iniziative ancora connesse al tema della frontiera tra le due etnie culturali nemiche che per circa un secolo si sono fronteggiate presso il corso dell’antico Panaro, lo Scoltenna. Radicandosi rispettivamente in aree bolognesi ed in zone modenesi i due gruppi hanno lasciato tracce di sé, alcune ancora ben vive nel territorio e nel parlare locale. Per approfondirne la conoscenza storica si propongono alcuni appuntamenti a Modena, San Giovanni in Persiceto e Sant'Agata Bolognese:
- Modena
Archivio di Stato Corso Cavour, 21, mostra di cartografia storica (secc. XV-XIX) prosegue fino al 30 aprile Segni sulle terre. Confini di pianura tra Modena e Bologna,
testi di Mauro Calzolari, Franco Cazzola, Patrizia Cremonini, Paola Foschi, Pierangelo Pancaldi, Michele Simoni, Alberto Tampellini, Annarosa Venturi
 * orari: martedì ore 15-16.45 ; mercoledì e sabato 10-12.30
Visite guidate a gruppi di almeno 10 persone su appuntamento a cura di Milena Bertacchini (UNIMORE) e Sara Casolari

- Modena, Palazzo dell’Arcivescovado, Salone d’Onore Conferenze:

sabato 12 marzo, ore 17, Milena Bertacchini (UNIMORE), La cartografia storica in Archivio di Stato di Modena: un prezioso strumento per ricostruire la storia del nostro territorio.
sabato 16 aprile, ore 17, Andrea Cantile (UNIFI), Gli itinerari viari e la problematica necessità di darne una descrizione geografica.

- In corso di programmazione: Doriano Castaldini (UNIMORE), Alla ricerca dell’antico “Scoltenna”. Evoluzione idrogeologica e aspetti geomorfologici della pianura modenese, dall’età del bronzo all’alto medioevo.
** Per informazioni: ASMo Corso Cavour 21, tel. 059230549, sara.casolari@beniculturali.it

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Inserito da redazione il Sab, 20/02/2016 - 10:10


Ebrei bolognesi nei lager e nella Resistenza

*Dal 27 gennaio 2016, in occasione della Giornata della Memoria, nel sito www.storiaememoriadibologna.it è disponibile una nuova sezione di approfondimento dedicata alla Comunità ebraica durante il periodo della Resistenza. In questa sezione sono raccolte le biografie degli ebrei bolognesi morti nei lager nazisti e di quelli che combatterono nelle file partigiane. Ogni biografia è collegata ad eventuali documenti, alle brigate partigiane ed alle battaglie, nonchè ai monumenti dedicati. Questo approfondimento è stato possibile anche grazie alla collaborazione offerta dal Museo Ebraico di Bologna, che ha avviato un rapporto di partnership con l'intero progetto web per gli argomenti di loro competenza ed interesse.
http://memoriadibologna.comune.bologna.it/resistenza/protagonisti/comunita-ebraica/
Nella Certosa di Bologna sono presenti tre campi riservati alla Comunità ebraica.
Le prime notizie sull'istituzione di un nuovo luogo di sepoltura per la ricostituita ottocentesca Comunità ebraica provengono direttamente dalle memorie di Marco Momigliano, Rabbino Maggiore della città felsinea dal 1866 al 1896. L'attuale area è di circa 7.000 mq divisa in tre campi: la sezione più antica, con circa 384 tombe e la camera mortuaria, ha assunto nel tempo un aspetto monumentale, rappresentando anche uno spaccato della storia della comunità dalla sua costituzione ai primi decenni del Novecento.
http://memoriadibologna.comune.bologna.it/certosa/cimitero-ebraico-chiostro-evangelici-cinerario-1974-luogo

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Inserito da redazione il Mer, 10/02/2016 - 10:55


Le dodici battaglie dell'Isonzo, in foto al Museo del Risorgimento

Dal 20 febbraio al 27 marzo 2016 presso il Museo Civico del Risorgimento di Bologna sarà allestita la mostra
Isonzo, le dodici battaglie

In occasione del centenario della Grande Guerra la mostra ripercorre, con fotografie, testi e un diorama, gli eventi legati alle offensive che l'Italia sferrò lungo il fronte segnato dal fiume Isonzo nel tentativo di piegare le difese austro-ungariche, sino alla tragedia di Caporetto.
L'inaugurazione si terrà Sabato 20 febbraio alle ore 11
Mostra prodotta nell'ambito del progetto "Isonzo-Soča 1915 - Voci di guerra in tempo di pace", coordinato dal Gruppo Ermada Flavio Vidonis di Duino-Aurisina e sostenuto dalla Regione autonoma Friuli Venezia-Giulia, insieme a molti altri enti pubblici e privati.    
* Sul sito del Museo civico del Risorgimento, nella collezione digitale "Immagini della Grande Guerra", sono presenti decine di fotografie legate al fronte isontino
**Il giorno 20 febbraio, in occasione dell'inaugurazione della mostra "Isonzo, le 12 battaglie", la biblioteca del Museo resterà chiusa al pubblico
Lunedì 22 febbraio il servizio riprenderà regolarmente.
Dal lunedì al sabato: ore 8.30-13.30; pomeriggio su appuntamento; chiuso domenica e festivi infrasettimanali.

http://www.museibologna.it/risorgimento/eventi/47755/date/2016-02-09/id/86193

http://www.comune.bologna.it/risorgimento/collezioni_digitali/47759/id/47776


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Inserito da redazione il Mer, 10/02/2016 - 10:46


Matilde di Canossa e la sua dinastia, nella storia delle città.

Giovedì 17 dicembre alle ore 17,00  a Bologna nella Cappella Farnese, di Palazzo D'Accursio, Piazza Maggiore,
conferenza di Rossella Rinaldi
"
Matilde, i canossani e le città",

ultimo appuntamento delle celebrazioni per il nono centenario della morte di Matilde di Canossa (1115) e della nascita del Comune di Bologna (1116), promosso da Il Dipast (Centro internazionale di Didattica della Storia e del Patrimonio dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna) e il Comune di Bologna.
Introduce la conferenza il prof. Rolando Dondarini, Università di Bologna.
Matilde e i familiari, i Canossani, abbracciano con le loro esistenze oltre 150 anni di storia d’Italia e d’Europa, dalla metà del secolo X agli inizi del XII. Matilde come noto muore a Bondeno di Roncore, nella Bassa reggiana, nel luglio 1115, e con lei si chiude la discendenza biologica.
Le vicende di uomini e donne della dinastia si dipanano prevalentemente nello scenario di territori rurali, in aree mediopadana e toscana: territori segnati da una natura rude, spesso difficile da affrontare, solcati da fortezze e castelli, monasteri e chiese. In questi luoghi principalmente si affermano, alle origini, poi si rafforzano i poteri eccezionali dei Canossani.
Alle città la storiografia ha sempre riconosciuto, in tale ambito, una funzione sostanzialmente marginale. Mantova, Reggio Emilia, Modena e Lucca, prima di altre, ma anche Ferrara, Firenze e Milano. In realtà questi centri urbani e i loro abitanti giocarono ruoli decisivi sia nelle fasi di crescita dei poteri della dinastia, sia nel vivo dei momenti più critici, attraverso lo sfaldamento progressivo dei poteri stessi. E ciò accadde negli anni di Matilde, personalmente coinvolta nello scontro fra Impero e Papato.
http://agenda.comune.bologna.it/cultura/matilde-di-canossa  

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Inserito da redazione il Mer, 16/12/2015 - 06:59


Tra la Vita e la Morte. Due confraternite bolognesi, in mostra

Dal 11-12-2015 al 28-03-2016 a Bologna, al Museo Medievale, via Manzoni, 4
Tra la Vita e la Morte. Due Confraternite bolognesi tra Medioevo e Età Moderna
La prima mostra dedicata al suggestivo tema delle confraternite bolognesi, con un particolare sguardo rivolto a quelle di Santa Maria della Vita e di Santa Maria della Morte, un tempo ubicate una di fronte all’altra. Infatti, se quella della Vita aveva sede all’interno della Chiesa omonima, in via Clavature, quella della Morte si estendeva tra via Marchesana e il portico che ne conserva il nome, correndo lungo via dell'Archiginnasio e costeggiando il lato di San Petronio.
L'esposizione, ospitata all'interno del Lapidario del Museo Civico Medievale, vede esposte oltre cinquanta opere fra documenti storici, dipinti, miniature, sculture, ceramiche ed oreficerie, provenienti da importanti istituzioni cittadine, tra cui il Museo della Sanità, in origine sede dell'Antico Ospedale di Santa Maria della Vita, la Biblioteca dell'Archiginnasio, la Pinacoteca Nazionale di Bologna, senza dimenticare le opere presenti all'interno dei tre musei Civici d'Arte Antica (Museo Civico Medievale, Museo Davia Bargellini, Collezioni Comunali d'Arte) e quelle prestate da collezioni private.
Evento organizzato da Istituzione Bologna Musei | Museo Civico Medievale in collaborazione con Genus Bononiae. Musei nella Città, Istituzione Biblioteche di Bologna, Soprintendenza per i Beni Storici Artistici del Polo Museale dell'Emilia-Romagna e Curia Arcivescovile di Bologna.
A cura di Massimo Medica e Mark Gregory D'Apuzzo.
http://www.museibologna.it/arteantica/eventi/51895/id/81595
In foto: Maestro della Bibbia Latina 18, Statuti e matricole dei Devoti Battuti di S. Maria della Vita, 1286 ca., Bologna, Biblioteca dell'Archiginnasio
* La prima parte della mostra si propone di indagare come prima dell'
avvento dei Disciplinati a Bologna, avvenuto nel 1261, in realtà non fossero presenti in città confraternite, intese come sodalizi devozionali a larga base popolare. Con l'ingresso dei Disciplinati a Bologna e nel contado sorgeranno dunque delle vere e proprie confraternite spirituali con esclusivi scopi religiosi, dall'orazione, alla penitenza, all'esercizio di opere di misericordia verso i bisognosi.
Sarà
Raniero Fasani da Perugia a dare vita a Bologna, insieme ai propri adepti, alla confraternita dei Battuti Bianchi o frati flagellanti, e ad adoperarsi affinché nel 1275 circa venisse aperto un ospedale nel centro della città, che potesse dedicarsi all'accoglienza e all'assistenza degli infermi e dei pellegrini, e che in seguito assumerà la denominazione di Ospedale di Santa Maria della Vita.
Attraverso le testimonianze artistiche e documentarie (dipinti, miniature, sculture, ceramiche, oreficerie), si tenterà di ricostruire anche le vicende legate alla storia dell'altra confraternita, quella di
Santa Maria della Morte.
** Per altri eventi a Bolognahttp://agenda.comune.bologna.it/cultura/

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Inserito da redazione il Dom, 13/12/2015 - 08:01


La vera storia dei 34 scheletri del Poggio, in conferenza

Sabato 21 novembre alle ore 17,30 presso la Sala del Consiglio Comunale di San Giovanni in Persiceto, conferenza "La vera storia dei 34 scheletri del Poggio", a cura di Carlo D'Adamo, Pierangelo Pancaldi e William Pedrini. Ingresso libero.
- La scoperta di un antico cimitero (Carlo D’Adamo, ricercatore)
Ottobre 1962. In seguito ad un’aratura profonda in un campo nella località Poggio di San Giovanni in Persiceto (Bologna) vengono portati in superficie numerosi frammenti di ossa. Gli inquirenti, che dovrebbero stabilire se quei resti hanno rilevanza archeologica o criminale, si muovono fin dall’inizio con superficialità e sciatteria: i denti sono dispersi, la terra non viene setacciata, le ossa vengono mescolate. .......Ma siamo negli anni della guerra fredda, è appena scoppiata la crisi di Cuba, e il vecchio cimitero, trasformato in una “fossa comune” dall’arciprete e dalla questura, diventa l’ennesima prova di una efferata strage partigiana …
- La datazione dei resti (William Pedrini, ricercatore e segretario della sezione ANPI di San Giovanni in Persiceto)
L’inchiesta contro ignoti per il reato di strage a scopo di rapina e occultamento di cadavere si chiude dopo tre anni con una sentenza di archiviazione “per essere rimasti ignoti gli autori dei reati”, nella quale il Giudice Istruttore scrive perle di questo tipo: che era comunque probabile che i resti fossero recenti, perché se le ossa fossero antiche sarebbero affiorate molto prima. Poiché era chiaro che quei morti erano stati sepolti con pietas, e che solo un forte pregiudizio ideologico aveva potuto trasformare quel sepolcreto in una “fossa comune”..... I risultati ufficiali giunti nel settembre 2012 dal CEDAD di Lecce sono sorprendenti: gli scheletri furono seppelliti tra l’890 e il 1160 d.C. Dopo 50 anni finalmente è stato possibile smascherare una palese montatura.
- Nuovi scenari per l’archeologia (Pierangelo Pancaldi)
La datazione degli scheletri del Poggio (tra il IX e gli inizi del XII secolo) apre nuove e finora impensabili prospettive agli studi di storia e archeologia del territorio persicetano. Anche in questa fase del tutto preliminare sono infatti possibili alcune importanti considerazioni: le caratteristiche del complesso sepolcrale, con la presenza di donne, uomini e bambini, e l’arco cronologico piuttosto ampio delle deposizioni, testimoniano la presenza di un insediamento vero e proprio, sorto probabilmente intorno ad una pieve. La testa di cavallo seppellita ritualmente, il vicinissimo toponimo del “Farò”, la persistenza in queste terre di una onomastica di origine longobarda e il villaggio fortificato altomedioevale scavato fra il 1994 e il 1997 in località Crocetta, a pochi chilometri da qui, contribuisco no a rafforzare la consapevolezza di una presenza duratura di comunità germaniche o fortemente germanizzate.

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Inserito da redazione il Mer, 18/11/2015 - 09:29


Nuovo stemma per la Città Metropolitana di Bologna, con radici antiche

Scelto lo Stemma istituzionale e il Gonfalone della Città metropolitana
Il Leone di colore azzurro che innalza un vessillo tricolore con il motto Libertà in rosso. A destra del leone è riportata la scritta CITTÀ METROPOLITANA DI BOLOGNA.
Dopo il via libera del Consiglio, la Conferenza Metropolitana durante la seduta di giovedì 18 giugno ha approvato lo Stemma Istituzionale e il Gonfalone della Città metropolitana di Bologna.
La Città Metropolitana è subentrata alla Provincia di Bologna il primo gennaio 2015 a seguito dell'entrata in vigore della Legge 56/2014. Lo Statuto del nuovo Ente prevede che la Città Metropolitana di Bologna abbia un proprio Stemma e Gonfalone approvati dal Consiglio e dalla Conferenza Metropolitana dei Sindaci. Per lo studio e la realizzazione dello Stemma istituzionale e del Gonfalone si è costituito un gruppo di lavoro composto da comunicatori e grafici della Città Metropolitana e di Urban Center (che ha collaborato a titolo gratuito). Il percorso è iniziato individuando il messaggio che lo Stemma avrebbe dovuto veicolare: Città Metropolitana di Bologna come Ente “leggero”, a servizio del territorio, che rappresenta le comunità, promuove lo sviluppo civile, sociale, culturale ed economico, Ente di coordinamento dell’attività di Comuni e Unioni.
Il logo approvato tiene conto della necessità che la nuova Città Metropolitana ha di un’immagine forte che possa garantirne la massima riconoscibilità su tutti gli strumenti di comunicazione (cartellonistica, manifesti, volantini, pagine pubblicitarie, carta intestata, buste, biglietti da visita, portale, social network,…).
Il nuovo stemma ha conservato il Leone, scelto all'inizio del secolo scorso per la Provincia di Bologna. L’antico stemma araldico della Provincia di Bologna veniva così descritto nel Regio decreto che il 6 luglio 1933 concedeva alla Provincia di Bologna la facoltà di uso dello stemma: “D’azzurro al leone rampante d’oro che leva un vessillo a tre fasce, di verde e d’argento con motto: “Libertà”, e di rosso. Sotto la punta dello scudo la leggenda “Provincia di Bologna” scritta in oro su lista azzurra, accartocciata, bifida e svolazzante. Corona regolamentare racchiudente due rami, uno di alloro e uno di quercia”.
Lo stemma fu proposto da Paolo Silvani,
esimio studioso e profondo ricercatore delle patrie storie e tradizioni”, a cui il Rettorato aveva affidato l’incarico di compiere uno studio e presentare proposte al riguardo. Nella sua relazione Silvani spiega le ragioni storiche che lo hanno portato a proporre quello stemma quale simbolo della Provincia di Bologna e, a riprova delle sue affermazioni, compie un vero e proprio excursus storico, per assicurarsi che “quel complesso soggetto di diritto pubblico designato oggi colla espressione di ‘Provincia di Bologna’ sia stato contrassegnato ed individuato da un simbolo od emblema che a esso fosse proprio”.

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Inserito da redazione il Mar, 07/07/2015 - 10:20


Cinquanta - Maranà-tha,dai romani ai giorni nostri. Anna Fini

CINQUANTA E IL MARANA-THA
Premessa dell'autrice Anna Fini
. In occasione della serata di "Borghi e Frazioni in Musica" tenutasi presso la Comunità Maranà-Tha di Cinquanta mi è stata richiesta, per contestualizzare l'evento, una piccola relazione sulle origini della frazione e dell’edificio che ha ospitato il concerto.
Le informazioni storiche sull’epoca romana sono volutamente concise per dar spazio all’evento musicale della serata.
Cinquanta, frazione di San Giorgio di Piano, ha origini romane
; risale infatti, come toponimo ed abitato, all’epoca della vittoria romana sui Galli Boi ( intorno al 189 a.c.).
Dopo la sconfitta e la cacciata dei Galli Boi il Senato Romano inviò nei territori conquistati del Salto Piano, comprendente parte della pianura tra Modena e Bologna, dei nuovi abitanti affidando a ciascuno di loro un pezzo di terreno necessario per vivere; infatti, tra le prime cose che facevano i romani, dopo aver conquistato un’area, era di bonificarla e dividerla in appezzamenti detti centurie, una lottizzazione ordinata che veniva consegnata ai coloni.
A seguito di queste operazioni il territorio diventava una scacchiera con identici quadrati o rettangoli che a loro volta erano oggetto di ulteriori suddivisioni interne.
I luoghi erano poi attraversati da una serie di strade chiamate Cardi (da nord a sud) e Decumani (da est a ovest): spezzoni di queste strade campestri sopravvivono ancor oggi, asfaltate e integrate nella rete viaria che percorriamo quotidianamente; il tratto di via Cinquanta che costeggia l'edificio del Maranà-Tha, secondo alcuni studiosi, ne costituisce una testimonianza.
Il nome CINQUANTA è quindi di origine agrimensoria e nasce proprio dal numero che fu assegnato al fondo (di Cinquanta) all’epoca della centuriazione fatta dai conquistatori romani; altri esempi di questa origine sono: Ducentola, Trecentola, Nonantola e anche “CINQUANTUNO“, una unità poderale poco distante da qui e presente nei registri e nelle carte planimetriche del comune di San Giorgio.

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Inserito da redazione il Mar, 30/06/2015 - 09:36


Segni sulle terre di confine, tra Longobardi e Bizantini

- Mercoledì 29 aprile alle ore 16 presso il salone d’Onore del Palazzo dell’Arcivescovado in corso Duomo 34, a Modena, si svolge la conferenza a cura di Claudio Azzara dal titolo L’onore dei Longobardi. Ingiurie infamanti e pene d’infamia nell’etica di una società militare.
Iniziativa nell'ambito della rassegna Bizantini e Longobardi culture e territori in una secolare tradizione .
Inoltre, in occasione della apertura straordinaria degli archivi ubicati in sedi monumentali
- Giovedì 30 aprile, alle ore 10, 30, presso l'Archivio di Stato di Modena in corso Cavour 21, si inaugura la mostra
Segni sulle terre. Confini di pianura tra Modena e Bologna.
L'evento vedrà la partecipazione del gruppo storico rievocativo “Bandum Freae” e di Lina Velardi che daranno vita a rappresentazioni di scene di vita quotidiana longobarde e letture dalla ”Origo Gentis Langobardorum” (fine secoloVII).
-
Venerdì 1 maggio dalle ore 10 alle ore 18 sarà possibile visitare la mostra, aperta poi fino al 18 dicembre.
La mostra documentaria, a cura di
Mauro Calzolari, Franco Cazzola, Patrizia Cremonini, Paola Foschi, Carlo Giovannini, Pierangelo Pancaldi, Michele Simoni, Alberto Tampellini e Annarosa Venturi, espone una serie di mappe dei secoli XV - XIX, provenienti dai fondi cartografici dell'Archivio di Stato di Modena, che illustrano l'evoluzione nel corso dei secoli della fascia territoriale segnata dal corso della Muzza e dall'omonima via Muzza, che oggi separano i Comuni modenesi di Nonantola e Ravarino, a Ovest, dalle municipalità bolognesi di Sant'Agata e Crevalcore a Est. Presso tale linea di confine storici e geomorfologi hanno individuato antichi corsi dello Scoltenna, l'ant ico Panaro.
Proprio lungo l'area d'interesse dello Scoltenna per un ampio periodo, tra i secoli VI e VIII, si fissò il confine tra il Regno Longobardo e l'Esarcato di Ravenna, quest'ultimo difeso ad ovest da un lungo cordone di fortezze poste tra Pavullo e Persiceto.
Questa fascia confinaria altomedioevale ha condizionato l'assetto del territorio, favorendo lo sviluppo di culture e tradizioni diverse sui due versanti, a Est il Bolognese in area di tradizione bizantina, a Ovest il Modenese in zone di longobarde. La piccola, odierna Muzza si può ritenere l' “erede confinario” di quell'antico, possente, scomparso fiume Scoltenna-Panaro.
Le mappe, spesso orientate da sud a nord, secondo il fluire dei corsi, permettono di apprezzare l'importanza del flusso delle acque, con i connessi vantaggi che ne derivavano per attività di molitura e navigazione, ma anche i pericoli e danni per le esondazioni, e gli impegni per le comunità nel fissare e rispettare accordi per l'utilizzo delle acque. Altro a spetto fondamentale che emerge dalla cartografia storica è il tema delle reti viarie.
** Ingresso libero.

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Inserito da redazione il Mar, 28/04/2015 - 10:29


Bizantini e Longobardi tra bolognese e modenese.Mostre e conferenze

Bizantini e Longobardi, culture e territori in una secolare tradizione è il titolo della seconda edizione del ciclo culturale triennale Il confine che non c’è. Bolognesi e modenesi uniti nella terra di mezzo” promosso dall’Archivio di Stato di Modena, dal Comune di Persiceto e dal Consorzio dei Partecipanti del Comune di Persiceto.
Dopo la prima edizione dello scorso anno, dedicata all’Inquisizione, si passa ora ad analizzare il rapporto tra Bizantini e Longobardi, le due etnie culturali che si sono fronteggiate per circa un secolo lungo la fascia territoriale percorsa dall’antico corso del Panaro (Scoltenna), prossimo all'odierno confine di pianura tra Modena e Bologna segnato dal corso Muzza. Il radicamento longobardo fino allo Scoltenna ebbe un effetto di cesura sull’assetto territoriale, influendo sulla fissazione dell'attuale asse confinario, e favorendo lo sviluppo di tradizioni cultu rali diverse sui due versanti, a est i Bolognesi in aree di tradizioni bizantine, a ovest i Modenesi in aree di tradizioni longobarde.
Come per lo scorso anno, anche questa edizione,su progetto e coordinamento di P
atrizia Cremonini, e realizzata in collaborazione con i comuni di Nonantola, Spilamberto, Sant’Agata Bolognese e con le Partecipanze agrarie di Nonantola e Sant’Agata, si articolerà attraverso mostre e conferenze di approfondimento.
Quest'anno l’
Associazione di Italia Nostra ha previsto di collegare l’iniziativa ad un suo progetto nazionale cui ha aderito il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Si tratta de Le pietre e i cittadini che coniuga tre fondamentali aspetti: storia del territorio, valorizzazione del patrimonio archivistico e promozione di una diffusa cultura per la tutela e la conservazione dei beni culturali e ambientali. Italia Nostra ha scelto quattro confere nze da proporre come aggiornamento agli insegnati ed inoltre organizzerà escursioni nei "territori longobardi" e nei "territori bizantini".
Il ricco calendario delle iniziative di questa seconda edizione prevede una serie di conferenze che si svolgeranno a San Giovanni in Persiceto, Modena, Sant'Agata Bolognese, Nonantola e Spilamberto, volte a conoscere i Bizantini e i Longobardi, analizzare i tesori documentari in mostra, svelare le longeve tradizioni germaniche e la percezione del confine, cogliere le identità e le differenze tra l'Esarcato e le aree di dominio longobardo, scoprire il confine tra Modena e Bologna dai Franchi all'Unità d'Italia. Ampio spazio sarà dato anche all'illustrazione dei progetti archeo-antropologici sul territorio.

* Alle conferenze si accompagneranno anche tre mostre documentarie.
- La prima Segni sulle terre. Confini di pianura tra Modena e Bologna, si svolge dal 21 febbraio al 18 aprile 2015 presso l'ex chiesa di Sant'Apollinare a San Giovanni in Persiceto; poi si sposterà a Modena, dal 30 aprile al 18 dicembre presso l'Archivio di Stato di Modena.
Questa interessantissima esposizione è tesa ad illustrare i confini dei nostri territori di pianura, fra Bolognese e Modenese, attraverso pannelli storici esplicativi, importanti materiali cartografici relativi ai secoli XV-XIX, selezionati dal Mappario Estense dell'Archivio di Stato di Modena, ed anche documenti rari e preziosi come il “Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis” (830 o 846) di Andrea Agnello, sacerdote di Ravenna della metà del secolo IX. Tale codice, che costituisce l'attestazione più antica dei confini dell'Esarcato bizantino (in esso si apprende che il confine occidentale era Persiceti) ci è pervenuto in sole due copie: una integra del XV secolo, appartenente alla Biblioteca Estense Universitaria di Modena, è esposta in mostra; un'altra copia, mut ila e risalente al secolo XVI, è custodita nella Biblioteca V aticana. Collegata a questa mostra, con particolare attenzione al patrimonio cartografico conservato all’Archivio di Stato di Modena, sono le prime quattro conferenze in programma a Modena.
- La seconda mostra
Dal Baltico all'Emilia”. Il DNA dei Partecipanti di San Giovanni in Persiceto rivela tracce di antiche migrazioni germaniche sarà aperta dal 21 febbraio al 18 aprile, da lunedì a venerdì dalle 8.30 alle 19 e sabato dalle 8.30 alle 13, presso l'androne della Sala del Consiglio Comunale di San Giovanni in Persiceto. Realizzata con testi di Davide Pettener e Alessio Boattini dell’Università di Bologna. In questa sede sono esposti pannelli che illustrano le ricerche condotte negli ultimi quattro anni dall’Università di Bologna sul DNA dei partecipanti di Persiceto unitamente alle indagini genealogiche curate dal Consorzio dei Partecipanti in collaborazione con l’Università. Da studi ed analisi sono emerse tracce di DNA di probabile origine scandinava, giunto nei nostri territori con le migrazioni germaniche. I dettagli di questa interessante scoperta saranno svelati dal professor Alessio Boattini du rante l’incontro in programma sabato mattina, prima dell’inaugurazione della mostra.
- Infine, presso la
Partecipanza agraria di San Giovanni in Persiceto, dal 7 novembre al 18 dicembre 2015, sarà possibile visitare la mostra su Il ponte del Losco: frammenti di storia sul confine
Nell’ambito di Bizantini e longobardi, culture e territori in una secolare tradizione si susseguiranno poi tante altre conferenze che si terranno, a Persiceto anche a Modena, Nonantola, Sant’Agata Bolognese e Spilamberto.
* Tutte le iniziative sono ad ingresso libero e gratuito fino ad esaurimento posti
**Per informazioni e prenotazioni: Archivio di Stato di Modena, 059- 230549; as-mo@beniculturali.it . Si rimanda al sito dell’Archivio per il programma dettagliato delle conferenze e delle altre iniziative. http://www.asmo.beniculturali.it/
***Vedi anche i depliant allegati con i programmi dettagliati

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Inserito da redazione il Lun, 02/03/2015 - 10:23

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