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Orizzonti di pianura: informazioni da 13 comuni

Orizzonti di Pianura è il portale turistico istituzionale di dodici (ora 13) Comuni della pianura bolognese. Una guida alla scoperta di queste terre ricche di storia, arte e natura.
http://ww
w.orizzontidipianura.it/

Contatti
Orizzonti di Pianura: Comune di Bentivoglio - Telefono: 051/6643540 - E-mail: turismo@comune.bentivoglio.bo.it
Orizzonti di Pianura è un progetto che lega in uno stretto rapporto di collaborazione le amministrazioni di tredici Comuni della pianura bolognese. Comprende i comuni di: Argelato,Baricella, Bentivoglio, Budrio , Castel Maggiore, Castello d'Argile, Galliera, Granarolo, Malalbergo, Molinella, Pieve di Cento, S. Giorgio di Piano, S. Pietro in Casale.
Il lavoro è fatto di condivisione di informazioni sulle attività e sugli eventi proposti nel territorio, ed è un processo di crescita costante e di miglioramento del servizio che questo portale turistico offre.
Questa pagina è dedicata a tutti i soggetti che operano in collaborazione per far sì che Orizzonti di Pianura diventi sempre di più un punto di riferimento nel panorama turistico della provincia.
Il sito è aggiornato quotidianamente dagli addetti alla cultura  dei vari Comuni

Ora che il suddetto sito istituzionale  si è consolidato  e offre una gamma di informazioni completa e aggiornata si invitano i lettori interessati alle attività e agli eventi dei  12 comuni della pianura  a cercare nei link sopra e sotto indicati.

**** Per leggere le News letter dell'Unione Reno Galliera con altre notizie, vedi:

http://www.renogalliera.it/newsletter/notizie-dalla-reno-galliera


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Inserito da redazione il Lun, 24/04/2017 - 09:31


Un libro, tra fumetto e storia, per i 110 anni del Teatro-Casa del popolo di Castello d'Argile

Giovedì 16 novembre ore 18 Libreria Coop Ambasciatori - Via degli Orefici, 13 Bologna
La piuma e il mattone

Storia a fumetti della Casa del Popolo di Simone Cortesi
basato sulla ricerca Le Quattro stagioni della Casa del Popolo di Castello d’Argile di Magda Barbieri
a cura di Elena Di Gioia
Edizioni Pendragon
2017 con il contributo della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
Incontro con gli autori Simone Cortesi, Magda Barbieri.
Partecipano Emilio Varrà, Giuseppina Muzzarelli. Modera Elena Di Gioia
Che cosa sono state le Case del Popolo?
Cosa ci raccontano queste “architetture di ideali” che hanno attraversato il Novecento e oggi giungono a noi?

Un libro a due voci che comprende l’originale storia a fumetti La piuma e il mattone di Simone Cortesi, con tavole illustrate per ricomporre, nell’intreccio tra sogno e realtà, uno sguardo nuovo con cui guardare passato, presente e futuro e il saggio Le quattro stagioni della Casa del Popolo di Castello d’Argile della studiosa Magda Barbieri: un grande affresco in cui, attraverso la lente della Casa del Popolo di Argile si affaccia la storia d’Europa e di Italia, tra ideali, lotte, guerre, ricostruzione e nuove prospettive.
A bordo di una piuma e di un mattone, in viaggio verso il futuro.
Biografie degli autori
Simone Cortesi Nato nel 1987, è diplomato in Linguaggi del Fumetto presso l’Accademia delle Belle Arti di Bologna. Argilese, lavora come educatore e insegnante nella Scuola Secondaria.
Ha pubblicato con BeccoGiallo Editore e Black Velvet. Il suo libro Aspettando il vento, è stato finalista al premio Andersen 2015.
Tra le pubblicazioni Enrico Mattei. Vita, disavventure e morte di un cavaliere solitario (BeccoGiallo, 2012), Monte Battaglia. Una storia sulla Linea Gotica (Black Velvet, 2013), Aspettando il vento (BeccoGiallo, 2014).
Magda Barbieri Già insegnante elementare e giornalista pubblicista, studiosa impegnata nella ricerca storica negli archivi per ricostruire le vicende della popolazione del comune di Castello d’Argile, tra gli altri, con i due volumi intitolati La terra e la gente di Castello d’Argile e di Venezzano ossia Mascarino. Storia di due comunità del contado di Bologna. Ha pubblicato Le strade di Castello d’Argile, stradario storico toponomastico e I Mastellari. Da Argile alle Americhe. Storia di Filippo e Amadeo, un pittore e un muratore che varcarono l’oceano in cerca di fortuna. Presidente per 10 anni del Gruppo di Studi pianura del Reno.

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Inserito da redazione il Lun, 13/11/2017 - 17:36


Il "Lanificio Filippo Manservisi e C" Storia di un uomo e di una grande fabbrica bolognese. Testo di Dino Chiarinii

Il “LanificioFilippo Manservisi e C.”La grande fabbrica bolognese di tessuti in lana che faceva funzionare le macchine mediante l’acqua del Canale delle Moline
Filippo Manservisi
(nato a Malalbergo il 28 gennaio 1806 col nome di Francesco Manservigi) era un imprenditore che si era fatto da sé: dal nulla e con tanto coraggio si era adoperato con grande ostinazione nel trovare denaro e soci per mettere in piedi un opificio per la lavorazione di tessuti di lana. Assieme ad altri ventotto associati, fondò nel 1853 il “Lanificio Filippo Manservisi e Compagni”, una società in accomandita di filati e tessuti, di lana e mezza lana. Iniziò l’attività nei primi mesi del 1854. insediandola in due edifici, ubicati rispettivamente in via Capo di Lucca e in via Berlina (oggi via del Pallone). I due stabili erano divisi dal corso del Canale delle Moline, ma furono uniti tra loro da ponti che permettevano al personale di avere un rapido collegamento tra un reparto e l’altro. Nello stabilimento furono attivati macchinari all’avanguardia, importati dalla Francia, dalla Germania e dal Belgio; l’opificio fu dotato di duemilatrecento fusi, mossi da due motori idraulici con ruote a pale inclinate, e spinti da due motori a vapore (uno dei quali costruito dalla Società Anonima Officina Meccanica e Fonderia di Bologna con sede a Castel Maggiore, di cui Manservisi era socio) aventi ambedue una potenza di 30 cavalli. Sfruttando l’acqua del canale, la fabbrica diventò in breve tempo una tra le prime industrie dello Stato Pontificio e successivamente del Regno d’Italia.
Oltre alla produzione dei capi di lana, fu aperto anche un negozio per la vendita dei tessuti, sito in via Cavaliera (oggi via Guglielmo Oberdan) al civico 1164. Il lanificio crebbe notevolmente, fino ad occupare un numero elevato di lavoratori; nella fase di maggior successo si contarono tra i 500 e i 600 operai e la metà del personale era costituito da donne, molte delle quali lavoravano a domicilio. Per far fronte alle richieste della sua pregiata merce, la “Filippo Manservisi e C.” ingaggiò alcuni tecnici belgi esperti del settore, come il capo filatore Giovanni Sauvage e il capo raffinatore Giovanni Longle, che con la loro esperienza migliorarono notevolmente la linea produttiva.

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Inserito da redazione il Lun, 06/11/2017 - 19:39


Terremoti a Cento, dal 1280 ad oggi. Ricerca di Giuseppe Sitta

TERREMOTI A CENTO dal 1280
*
Mentre sono ancora in corso i lavori per la ricostruzione o restauro di tanti edifici pubblici e privati colpiti dai terremoti del 20 e del 29 maggio 2012, che hanno sconvolto Cento e una vasta area modenese-ferrarese-bolognese circostante, riteniamo di utile informazione pubblicare questa ricerca storica del prof. Giuseppe Sitta di Cento
Libera riduzione dalle cronache del conte Bartolomeo Filippo Chiarelli, Antonio Orsini, Leonida Pirani e Didaco Tangerini.
1280

Si eclissò il sole e dopo fecesi sentire un gagliardo terremoto, che spaventò il popolo, per due ore restò eclissato il sole, videsi la luna di color nero e piovè per due mesi consecutivi, fu un freddo eccessivo, la brina seccò le viti da cui ne derivò penuria di vino.
1364
Fecesi sentire un gran scuotimento della terra e si rese così strepitoso che pareva crollassero gli edifici. A scossa sì orribile si spaventarono i Centesi, tutti gridavano, piangevano, esclamavano “Pietà, pietà, Signore”, correvano qua e là, che sembravano forsennati. Cessò lo scotimento e nulla altro di male arrecò che spavento e terrore, mercè la divina clemenza.
1434
Fecesi sentire un gran scotimento della terra che atterrì e pose sotto sopra tutti gli abitanti e poi cadde dal cielo molta tempesta che dilapidò gli raccolti con danno sommo dei Centesi.
1456, 23 agosto
Su le ore dieci fecesi sentire il terremoto ed il popolo per un quarto d’ora stette in grandissimo timore. Venne poi un temporale così strepitoso con vento gagliardissimo che toccò molte case, atterrò moltissimi arbori nelle campagne sradicandoli dal terreno con danno sommo de’ Centesi.
1561, 22 novembre
Le notte seguente tirò il terremoto due volte una dietro l’altra con tanto strepito che li Padri Zoccolanti essendo in coro dicendo mattutino pensarono che ruinasse il mondo e la chiesa et il convento cadesse e ciascuno cominciò a fuggire di paura.
1562, 24 novembre
Fecesi sentire il terremoto con sommo scotimento, che spaventò il popolo.
1570, 16 novembre
Ebbesi in Cento una penuria di vino e tanta fu la scarsezza di questo che la povertà conveniva il bere acqua. Questa carestia fu cagionata dal quotidiano scuotimento della terra derivato dal terremoto, che in Cento, in Ferrara, in Modena ed altri luoghi circonvicini, quasi ogni giorno per molto tempo durarono con danno e spavento sommo, e questo castigo originò il guastarsi di tutti gli vini. In Ferrara tirò sì forte che rovinò chiese, palazzi e case, ma perché non solo durò quest’anno ma mesi ancora del seguente che quasi ogni giorno e notte si sentiva et anche più volte l’istesso giorno et il simile la notte, però le persone si guardavano di camminare per le strade se non per gran necessità perché all’improvviso tirava il terremoto e cadevano coppi dalli tetti e camini che nel cadere offendevano molta gente e li uccidevano et era tanto il spavento che nessuno si assicurava di abitare nelle proprie case, quali si vedevano piene di fessure da basso sino all’alto, che minacciavano rovina, e per fuggire tal pericolo si facevano nelli giardini, nelli orti e nelle piazze pubbliche molti caselli di legname e tavole, altri piantavano padiglioni come si fa nelli eserciti in campagna, altri si ritiravano nelle barche e nelli tinazzi perché nessuno si assicurava di dormire nelle proprie case e sino il duca e la duchessa si ritiravano a dormire nelli giardini del castello. Questo terremoto fu sentito anche a Bologna e a Modena.

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Inserito da redazione il Mar, 03/10/2017 - 07:42


La nuova stagione teatrale 2016-2917 per l'Unione Reno-Galliera

Venerdì 6 ottobre Agorà inaugura la stagione teatrale dell'Unione Reno Galliera, con lo spettacolo Sul Tetto del Mondo del Teatro delle Ariette, in scena ad Argelato. La rassegna, giunta alla II edizione, ha la direzione artistica di Elena Di Gioia, e si propone quale ‘spazio di cultura e di città’ che prende vita in tanti e differenti luoghi, dai teatri (Teatro Biagi D’Antona a Castel Maggiore, Teatro Comunale di Argelato, Teatro La Casa del Popolo a Castello d’Argile, Teatro Alice Zeppilli a Pieve di Cento) alle biblioteche, dalle scuole agli spazi culturali di riferimento dei comuni della Unione Reno Galliera (Argelato, Bentivoglio, Castello d’Argile, Castel Maggiore, Galliera, Pieve di Cento, San Giorgio di Piano, San Pietro in Casale).
La programmazione 2017-2018 segna di fatto l’avvio di un nuovo teatro diffuso: oltre 50 appuntamenti, spettacoli, prime assolute, produzioni, laboratori e incontri con i più grandi nomi della scena contemporanea. Da
Oscar De Summa al Teatro delle Ariette, da Menoventi a Maniaci d’Amore, da Fabrice Melquiot a Grazia Verasani.
Sono in programma conversazioni e incontri con:
Simone Cortesi, Magda Barbieri, Maurizio Garuti, Giancarla Codrignani, Massimo Marino, Paolo Puppa, Vittorio Boarini, Lorenzo Letizia, Roberto Alperoli, Stefano Bartezzaghi, Maria Nadotti e Laura Mariani.
La rassegna si compone anche di progetti speciali:
Roberto Roversi e Agorà,
anche quest’anno una voce presente all’interno della stagione è quella del grande poeta Roberto Roversi, scomparso a Bologna cinque anni fa.
110 Casa del Popolo di Castello d’Argile, una grande festa per i 110 anni della Casa del Popolo di Castello d’Argile fondata nel 1907, oggi Teatro e Biblioteca.
Drammaturgie per città vuole offrire un excursus sulla nuova produzione drammaturgica italiana, portando in scena i testi di alcuni dei drammaturghi più apprezzati del panorama italiano.
Scritto da noi è il progetto dedicato alla scuola, ideato a seguito della collaborazione avviata nel 2016 con l’
Istituto d’Istruzione Superiore Keynes di Castel Maggiore, per creare maggiore vicinanza e coinvolgimento attivo tra giovani e linguaggi della scena contemporanea.
Nel fuoco della rivolta, dedicato alle ‘rivolte’ in occasione dei 50 anni dal 1968: teatro, poesia e cinema fino a un nuova produzione corale curata sempre da
Tra un atto e l’altro.
***Informazioni sul
calendario degli eventi:
http://www.renogalliera.it/lunione/uffici-e-servizi/servizi/servizi-alla-persona-0/settore-cultura-sport-e-turismo/cultura/stagione-teatrale-2017-2018/agora-spettacoli-incontri-laboratori-1/il-calendario
Dal lunedì al sabato dalle 10 alle 13
Associazione Flux Telefono e SMS: 333.8839450 info@associazioneflux.it www.renogalliera.it/agora www.associazioneliberty.it

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Inserito da redazione il Lun, 02/10/2017 - 09:43


Al Museo Civico Archeologico, lavori in corso, e nuova mostra

Museo Civico Archeologico di Bologna Via dell’Archiginnasio 2
Per una di quelle coincidenze che solo il destino sa trovare, a 136 anni esatti dal giorno della sua apertura il 25 settembre 1881,
il 25 settembre 2017 il PRIMO PIANO DEL MUSEO CIVICO ARCHEOLOGICO CHIUDE PER IMPONENTI LAVORI STRUTTURALI.
Il rifacimento non procrastinabile di una buona parte del coperto implica, infatti, la necessaria chiusura di tutto il primo piano dell’edificio: resteranno inaccessibili fino alla primavera del 2019 tutte le sale relative alla storia di Bologna (sezioni: preistorica, Bologna etrusca, bologna gallica, bologna romana), la Sala di Verucchio, la Gipsoteca e le collezioni greca, etrusco italica e romana.
Cosa resta quindi del Museo Civico Archeologico?
- La collezione egiziana, la terza in Italia per importanza, resterà visitabile senza limitazioni (e
addirittura con alcune novità) e così il lapidario, tra atrio e cortile del Museo.
- Anche la sala mostre, resterà agibile, pronta ad ospitare eventi culturali.
Resta poi, come di consueto, la programmazione di incontri per il pubblico più giovane ed adulto
nei fine settimana.
Non vi lasciamo soli, stiamo solo lavorando per tornare più solidi e duraturi di prima.
** In occasione dei lavori è prevista la tariffa unica ridotta di € 3 per l'accesso al Museo
Inoltre:
- 30 settembre 2017 - ore 18
Presentazione e apertura al pubblico della Collezione Ancarani

Ciclo di Conferenze
- 7 ottobre 2017 - ore 16
Essi scrivevano sull'argilla
La scrittura cuneiforme dell'antica Mesopotamia
- Gian Pietro Basello Università "L'Orientale" di Napoli
- 21 ottobre 2017 - ore 16
Sumeri, Assiri e Babilonesi a Bologna -I reperti mesopotamici della Collezione Ancarani
Gianni Marchesi Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
- 4 novembre 2017 - ore 16
La formazione dello stato nella Mesopotamia del III millennio a.C. Ur e Kish, due casi di studio
Giacomo Benati e Federico Zaina Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
- 18 novembre 2017 - ore 16
Distruzione e rinascita di Ninive Passato e futuro della più grande capitale assira- Nicolò Marchetti Alma Mater Studiorum - Università di Bologna

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Inserito da redazione il Gio, 28/09/2017 - 16:15


2 mostre tra Storia e memoria

2 Mostre al Museo civico del Risorgimento e oltre
- Dal 16 Settembre al 7 Novembre

Gianni Turin. Diffusa 17. Sacrificio e Memoria

L'esposizione, diffusa su diverse sedi cittadine, si presenta come commemorazione degli eventi storici che caratterizzano il Novecento e la storia di Bologna; per tale ragione Turin ha pensato di legare le diverse sedi nel filo conduttore del suo linguaggio artistico, per creare un percorso di riflessione che consenta al visitatore di ritrovare ragioni, cause e conseguenze di gesti e avvenimenti che in alcuni casi oggi appaiono ancora incomprensibili. Al Museo del Risorgimento è visibile l'opera Nero assoluto (2008), polimaterico su tela.
- Dal 23 Settembre al 5 Novembre 2017 - Mostra
Follie. Scappare dalla guerra, rincorrere la guerra

Spesso la guerra è stata definita "follia", e la Grande Guerra non fece eccezione: milioni di morti, invalidi, vedove, orfani, portarono al crollo dell’Europa della Belle Époque e fecero traballare il mito del progresso senza fine che le conquiste scientifiche e culturali avevano eretto a mito, dall'età dei lumi in poi. Ingresso libero il giorno dell'inaugurazione. La mostra è realizzata dal Gruppo Ermada Flavio Vidonis di Duino Aurisina nell'ambito del progetto pluriennale "Voci di guerra in tempo di pace".
***Museo del Risorgimento, Piazza Carducci, 5. Dal lunedì alla domenica 9/13, chiuso lunedì. Ingresso 5 euro, ridotto 3 euro.
Info 051225583 musoerisorgimento@comune.bologna.it

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Inserito da redazione il Mer, 20/09/2017 - 09:53


Bologna nel lungo Ottocento

BOLOGNA NEL LUNGO OTTOCENTO - 1796 | 1915
E’ online il nuovo scenario del sito Storia e Memoria di Bologna dedicato alla città dall'età napoleonica allo scoppio della Grande Guerra. I protagonisti, i luoghi, gli eventi e le opere che hanno dato il volto che oggi conosciamo di Bologna. I numeri dello scenario: 153 approfondimenti sugli eventi della città, 19 schede dedicate ad aziende e società, 101 pagine di chiese, palazzi, giardini e teatri, 800 opere d'arte, 1200 biografie, 130 video, 330 documenti liberamente scaricabili, 8100 immagini.
Il portale, che sarà continuamente arricchito, è stato realizzato dal Museo civico del Risorgimento in collaborazione con numerose istituzioni quali la Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, la Biblioteca comunale dell'Archiginnasio, il Collegio Artistico Venturoli. Lo scenario costituisce un ulteriore capitolo che va ad arricchire il sito, che si propone di creare e rendere accessibile a tutti gli utenti web una memoria collettiva, cittadina e nazionale, sugli avvenimenti storici di Bologna e della sua area metropolitana, nel periodo compreso tra l'età napoleonica e la Liberazione del 1945.
Nel periodo compreso tra la Rivoluzione Francese e lo scoppio della prima Guerra Mondiale - il “lungo Ottocento” nella definizione di Eric Hobsbawm - Bologna viene assumendo i tratti che l'hanno connotata fino ai giorni nostri, da un punto di vista urbanistico, sociale, culturale e di autorappresentazione. All'interno di un'Italia che proprio in quegli anni, attraverso le vicende del Risorgimento, conquistava la propria unità politica, l'immagine – ma anche la realtà – di Bologna si viene via via caratterizzando come quella di una città aperta alle istanze del progresso e della cultura, con una robusta identità popolare, nella quale si susseguono governi cittadini fortemente presenti e capaci di progettualità e di intervento, capaci di interagire con una società civile ed economica a sua volta estremamente dinamica.
E' questo il volto della città che ci è stato consegnato e che ci appartiene, ed è quello che emerge seguendo le biografie dei protagonisti e lo snodarsi degli eventi, attraversando le descrizioni dei luoghi nei quali tutto ciò si svolse; scoprendo gli eventi che li ha coinvolti, leggendo i documenti e osservando le opere di quel formidabile secolo.
Tutto attraverso le pagine di questo scenario.
Sezione realizzata grazie anche al contributo della Regione Emilia Romagna
http://www.storiaememoriadibologna.it/ottocento

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Inserito da redazione il Mer, 20/09/2017 - 09:37


Piste ciclabili per l'Unione Reno-Galliera

Piano Periferie, al via la “grande ciclabile” Reno Galliera
36 km di piste ciclabili collegano otto Comuni
. Un sito racconta i progetti di riqualificazione, il 2 ottobre a Roma i progetti esecutivi dei 29 interventi (per 40 milioni di euro)
Iniziano a “prendere forma” i progetti finanziati con i 40 milioni del Bando periferie.
Il 2 ottobre verranno consegnati a Roma i progetti esecutivi di tutti gli interventi finanziati del progetto “COnvergenze MEtropolitane BOLOGNA” presentato dalla Città metropolitana di Bologna nell'ambito del "Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie".
Si tratta in particolare di progetti di riqualificazione urbana, spesso in ambiti delle stazioni o ex stazioni ferroviarie e di rigenerazione di aree produttive. Molti anche i percorsi ciclopedonali di rilievo metropolitano che ambiscono a collegare tra loro i Comuni del territorio.
Alcuni di questi progetti sono invece già in attuazione anticipando persino i tempi stabiliti dalla Presidenza del Consiglio. In particolare: a Zola Predosa si stanno concludendo i lavori di riqualificazione dell’area della stazione ferroviaria del capoluogo e a Sala Bolognese è già approvato il progetto esecutivo ed entro il mese saranno avviati i lavori per il nuovo asse urbano di Via Don Minzoni.
Tra gli interventi più rilevanti il progetto delle piste ciclabili dell'Unione Reno Galliera che ha ottenuto il finanziamento maggiore (9.400.000 euro). Si tratta del primo progetto che collega con 36 km di piste tutti i Comuni di un'Unione (Argelato, Bentivoglio, Castel Maggiore, Castello d’Argile, Galliera, Pieve di Cento, San Pietro in Casale e San Giorgio di Piano) e i principali ambiti produttivi, collegandoli anche con le fermate del Trasporto pubblico e le stazioni SFM. Il progetto permetterà di avere un grande sistema di mobilità sostenibile per una buona parte della pianura bolognese a disposizione di 73.000 cittadini.
L'iter del progetto “COnvergenze MEtropolitane BOLOGNA” e i dettagli dei 29 interventi finanziati dal Bando Periferie sono raccontati anche in un sito dedicato (http://www.cittametropolitana.bo.it/periferie/ ) con schede, immagini ecc.
A cura di Ufficio stampa
http://www.cittametropolitana.bo.it/portale/Engine/RAServePG.php/P/2473810010100/T/Piano-Periferie-al-via-la-8220grande-ciclabile8221-Reno-Galliera

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Inserito da redazione il Mer, 20/09/2017 - 09:19


Tutti i musei dell'Area metropolitana in un portale

Guida ai Musei dell'Area Metropolitana di Bologna
Gli oltre 100  musei dell'area metropolitana bolognese offrono un ampio panorama delle vicende storico-culturali e delle vocazioni del territorio attraverso 5 temi, 3 itinerari geografici e tanti approfondimenti. Per conoscerne tutte le caratteristiche di contenuto, dislocazioni, orari e altro, si può consultare un portale  specifico attraverso il link sottoindicato.
Temi: l'Archeologia, le Arti, l'Identità, le Scienze , la Storia, Percorsi
Luoghi : la Città, la Pianura, l'Appennino, Musei per Località, Musei per Distretto
Titolari :
Comuni, Città Metropolitana, Stato , Università , Scuole, Chiesa, Enti diversi
www.cittametropolitana.bo.it/cultura/Engine/RAServePG.php/P/267811390414/T/Guida-Musei
- http://www.cittametropolitana.bo.it/musei/Engine/RAServePG.php/P/267811670414/T/Guida-Musei

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Inserito da redazione il Mer, 20/09/2017 - 08:46


Tagliatelle all'ortica con salsiccia e sugo. Storia e ricetta

Tagliatelle all’ortica con salsiccia e sugo. Dino Chiarini
Nell’agosto del 1970 una trentina di “temerari” malalberghesi diedero vita, tra l’ultima settimana di agosto e la prima settimana di settembre, alla Sagra di Fine Estate, una festa paesana che univa la gastronomia locale ai prodotti ortofrutticoli tipici, coltivati nella “bassa bolognese”. Dopo una trentina di anni l’avvenimento mutò il nome in “Serate sul Navile” fino a quando nel 2012 si costituì un nuovo comitato organizzatore, denominato “Associazione Amici dell’Ortica di Malalbergo”. I nuovi organizzatori cambiarono ancora una volta il nome della festa paesana, denominandola “Sagra dell’Ortica” , in onore di una pianta infestante molto “bistrattata”  che  per diversi secoli, con la sua fibra estratta dagli steli, vestì le popolazioni della “bassa bolognese” molto prima dell’arrivo della canapa. Nel suo piccolo, sfamò pure diverse generazioni con le sue foglie (trattate in acqua bollente) e soprattutto curò e protesse da diverse malattie con le sue proprietà benefiche, quasi sempre all’insaputa degl’ignari “pazienti”. Prima di inoltrarci nella ricetta di questa deliziosa tagliatella, che accoglie l’ortica nella sua sfoglia, desidero fare una breve introduzione sulla materia prima, spiegando le proprietà di questa piata urticante che dà il classico colore verde alla sfoglia.

Scritto in Gastronomia in Emilia Romagna | Malalbergo/Altedoleggi tutto | letto 112 volte

Inserito da redazione il Mar, 29/08/2017 - 08:01


Giovanni Battista Gigli, musicista, detto il Tedeschino", da Finale. Galileo Dallolio

Giovanni Battista Gigli, detto il ‘Tedeschino’...da Finale. Ricerca di Galileo Dallolio
Invito il lettore a soffermarsi su questo volto. L’espressione, a mio parere, è di persona risoluta e sicura, orgogliosa del proprio talento. E’di un virtuoso di liuto nato a Finale Emilia nel 17° secolo (è in corso una ricerca sulla data), che faceva parte del gruppo ristretto di musicisti stipendiati dal Gran Principe Ferdinando 2° de’ Medici.
La sua immagine è presente in due quadri che erano nella Villa medicea di Pratolino, presso Firenze, e ora sono nella Galleria dell’Accademia**
Di Gigli , lo storico finalese Umberto Baldoni nel suo Il maestro D. Innocenzo Gigli, musicista di Finale Emilia nel XVIII secolo, Bologna 1927 ’ lo ricordava con queste parole ‘Pro-zio gli fu quell’altro Giovanni Battista Gigli, celebre musicista finalese nel 1650, che fu ai servigi prima del G.Duca di Toscana e poi di quello di Modena dal 1669 al 1689. Dal quale è certo ha ereditato il genio musicale, se nessuno raggiunse nel suo tempo la fama, cui era salito sì preso il nostro protagonista.’ Ma è stato la ricerca in corso da parte del prof. Davide Rebuffa, noto liutista e musicologo del Centro Studi Piemontese di Musica Antica , che ha permesso di approfondire la conoscenza di questo nostro concittadino .Davide Rebuffa è ' autore del primo libro sulla storia del liuto (L'Epos, Palermo, 2012) che, unico per ampiezza divulgativa e dettaglio documentario, si pone come saggio di riferimento internazionale per la conoscenza e lo studio di tutti gli strumenti appartenenti alla famiglia del liuto e delle loro trasformazioni organologiche. (medioevale, rinascimentale e barocco) svolgendo attività di ricerca, concertistica e didattica ed allestendo mostre di strumenti antichi’.
Nella citazione presente sul Grove Dictionary of Music and Musicians cioè la più completa ed accreditata fonte sulla musica occidentale vediamo che GB Gigli ha un posto nella storia della musica “born Finale Emilia; d ?Florence, after 1692). Italian composer. No biographical links with Germany have been found to explain his nickname, ‘Il Tedeschino’, so it may simply have described his personal appearance. He was in the service of Grand Duke Ferdinando III of Tuscany in Florence when he published Sonata da chiesa e da camera a 3 strumenti, col basso continuo per l'organo op.1 (Bologna, 1690), which he described as ‘an immature part of my early composition’. He may also have worked at Modena for the Este family, since two oratorios (S Caterina and S Genovefa Palatina), six trio sonatas and one cantata for solo voice with continuo survive in manuscript in the library there (I-MOe). Four pieces are also included in a 17th-century manuscript collection of arias and cantatas (in I-Bc), and he appears to have written a sacred history, La libertà prodigiosa (Florence, 1692).

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Inserito da redazione il Lun, 28/08/2017 - 09:05


Imprese e mercato del lavoro nel 2016 a Bologna e Città metropolitana

- Le imprese a Bologna nel 2016
Il numero di imprese attive a fine 2016 nel comune di Bologna (32.459) si è mantenuto sostanzialmente stabile (appena 36 unità in più nell’ultimo anno).
In ulteriore crescita le attività operanti nel comparto ricettivo e di ristorazione, nei servizi alle imprese, nell’istruzione e nella sanità; ancora in calo invece il commercio, il settore immobiliare e quello manifatturiero.
Tra il 2008 e il 2016, nel pieno della crisi economica globale, in città si sono perse 220 imprese (con un calo dello 0,7%).
Nel 2016 si conferma la crescita in città del numero di stranieri titolari di imprese individuali (oltre 3.700, 132 in più rispetto a fine 2015). Invariate nel 2016 le cooperative con sede nel comune di Bologna, mentre calano lievemente le imprese artigiane (-15 imprese nel 2016). Si segnala la crescita delle imprese a guida femminile, aumentate nel 2016 di oltre 70 unità (+1,1%); contemporaneamente si registra un calo delle imprese giovanili, scese in un anno dell’1,6% (-46 unità attive).
** Il report completo è leggibile nel documento allegato sottostante
- Il mercato del lavoro nell'area metropolitana bolognese nel 2016

La Città metropolitana di Bologna nel 2016 ha segnato una crescita di circa 22.000 occupati e al contempo ha visto il tasso di disoccupazione passare dal 7,2% del 2015 all’attuale 5,4% (quasi 8.000 disoccupati in meno), mostrando un livello e una dinamica decisamente più favorevoli rispetto a quelli registrati in ambito regionale.
Nel 2016 gli occupati della Città metropolitana di Bologna sono complessivamente circa 465.000, in aumento del 5% rispetto al 2015 (+22.200 circa). Sono in crescita sia gli occupati maschi (circa 10.700 unità, pari al +4,5%) sia le donne lavoratrici (circa 11.500 unità, pari al +5,6%). Nel comune di Bologna risultano occupati circa 175.300 mila individui, pari a circa il 38% dei lavoratori su scala metropolitana.

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Inserito da redazione il Mer, 14/06/2017 - 11:49


Tutti i numeri di Bologna nel 2016

Tutti i numeri di Bologna del 2016.
I residenti in città aumentano e sorpresa:
Bologna piace soprattutto agli italiani, che in numero consistente la scelgono come città dove stabilirsi. Se si guarda alla cittadinanza dei nuovi residenti del 2016, infatti, si scopre che solo uno su tre è straniero: gli altri sono italiani e arrivano, oltre che dall'area metropolitana, dal sud e dalle isole. È uno degli elementi che emergono dal rapporto elaborato dall'area Programmazione, controlli e statistica del Comune di Bologna sulle tendenze demografiche nel 2016.
Residenti in aumento, Porto-Saragozza toglie il primato al Navile
La popolazione residente in città a fine 2016 raggiunge quota 388.367 abitanti, oltre 1.700 in più (+0,4%) rispetto all'anno precedente.
E' una tendenza all'aumento iniziata nel 2006, lieve ma costante: in dieci anni l'aumento è stato di 15.351 residenti. L'età media dei bolognesi è 46,9 anni. Gli anziani over 80 rappresentano il 9,2% della popolazione: di questi, 214 hanno superato il secolo di vita e sul podio c'è una signora di ben 109 anni.
L'86,3% della popolazione vive in periferia, mentre un bolognese su 7 abita nel centro storico, che conta in tutto circa 53.000 residenti. La riforma dei Quartieri consegna inoltre un nuovo primato: nel 2016 il più popoloso non è più il Navile, storicamente al primo posto, ma il Porto-Saragozza, con 69.177 residenti. Medaglia d'argento dunque al Navile (68.702 residenti), terzo posto al San Donato-San Vitale (65.843). Savena, da sempre al secondo posto per numero di abitanti, diventa il fanalino di coda con 59.597 residenti.
* Il report completo leggibile sul sito:

http://www.comune.bologna.it/news/due-nuovi-residenti-su-tre-sono-italiani-e-arrivano-anche-da-sud-e-isole-tutti-i-numeri-del

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Inserito da redazione il Mer, 14/06/2017 - 09:39


Le tendenze migratorie a Bologna 2011-2016

Cittadini stranieri a Bologna: le tendenze 2016
L'Ufficio di Statistica del Comune di Bologna ha diffuso l'aggiornamento al 31.12.2016
della nota sulla popolazione straniera residente in città e delle schede sintetiche relative alle 15 nazionalità più rappresentate tra le 149 presenti a Bologna. Queste 15 comunità raggruppano 47.516 persone pari al 79,7% della popolazione straniera residente, che complessivamente supera i 59.600 individui (+1,3% rispetto al 31.12.2015). Gli stranieri costituiscono ormai il 15,4% della popolazione di Bologna: si tratta soprattutto di europei (42,2%) e cittadini dell’Asia (36,3%).
Le nazionalità più rappresentate sono la Romania con 9.450 abitanti, le Filippine (5.277) e il Bangladesh (4.917). Il Pakistan raggiunge la quarta posizione (4.062), seguito da Moldova (4.011) Marocco (3.927), Ucraina (3.736). Mantiene l’ottavo posto la Cina (3.670) davanti all’Albania (2.643) e allo Sri Lanka (1.378), che chiude la "top ten".
http://statistica.comune.bologna.it
** Il report completo è leggibile nel documento
allegato sottostante
Il movimento migratorio a Bologna nel quinquennio 2011-2015

L’Area Programmazione, Controlli e Statistica presenta un'analisi dei flussi migratori che interessano la nostra città, con particolare attenzione alle dinamiche dell'ultimo quinquennio: è infatti solo grazie al saldo migratorio che la popolazione residente a Bologna conosce un incremento.
Dal 1996 a Bologna gli immigrati superano gli emigrati
Il saldo migratorio è stato pari in 5 anni a +22.515 persone. Forse non è così scontato sapere che, nonostante esso sia attribuibile per l’80% a cittadini stranieri, osservando le due componenti che lo determinano (immigrati ed emigrati), in realtà esista un ricambio ben maggiore per gli italiani (quasi 90.000 movimenti tra arrivi e partenze) che per gli stranieri (circa 41.000). Così come è interessante sottolineare che in esso vi sia una prevalenza di cittadini europei e che in 5 anni Bologna abbia“guadagnato” quasi 11.000 persone dal Sud e dalle isole.
*** Il report completo nel documento pd
f allegato sottostante

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Inserito da redazione il Mer, 14/06/2017 - 09:13


Archeologia, scoperte interessanti a Minerbio

Archeologia, a Minerbio scoperte testimonianze di diverse epoche dal III millennio a.C. al III secolo d.C.
Sono emersi i resti di alcune strutture, forse capanne, una tomba e reperti archeologici

A partire dalla primavera del 2015, la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara ha potuto indagare una vasta porzione del territorio di Minerbio a seguito dell’inizio dei lavori per la realizzazione del nuovo impianto di compressione gas di Minerbio, e alle opere a esso connesse, che sorgerà nei pressi di via Zena, zona centrale Stogit.
In tale area sono state rinvenute testimonianze relative a diverse epoche: dal III millennio a.C. sino al III sec. d.C.
Particolarmente significative e importanti le scoperte relative al periodo più antico. Dagli scavi, ad una profondità di circa 4 metri, sono emersi i resti di alcune strutture, forse capanne, abitate durante i secoli finali del III millennio a.C. e i primi di quello successivo (eneolitico). Una di queste capanne, sebbene molto piccola, tanto da far sorgere dubbi agli studiosi circa la sua funzione di “casa”, era caratterizzata da un eccezionale stato di conservazione. L’alzato conservato delle pareti perimetrali, costruite con un impasto realizzato con argilla parzialmente cotta, in alcuni punti raggiungeva i 40cm, e particolarmente interessanti e uniche sono risultate le tecniche utilizzate per la posa delle stesse.
Tutto intorno alle strutture sono stati raccolti reperti archeologici che ci parlano delle attività della vita quotidiana di queste comunità: i vasi, utilizzati per la conservazione e il consumo dei cibi, le macine, per lavorare i prodotti della terra, le punte di freccia, per cacciare, gli oggetti di ornamento personale, realizzati in pietra o con conchiglie, le fusaiole, utilizzate nella lavorazione della lana ecc…

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Inserito da redazione il Mar, 13/06/2017 - 12:13


Pasta e fagioli. Storia e ricetta. Giulio Reggiani

A tavola in Emilia-Romagna. Pasta e fagioli. Ricerca di Giulio Reggiani
Uno dei piatti tipici delle zone fra bolognese e ferrarese è senza dubbio la pasta cotta nel brodo di fagioli. Veniva chiamato familiarmente “pasta in fagioli” e lo si poteva mangiare assai spesso nelle case coloniche, sulle tavole di paesi e città, oltre che nelle trattorie; anche le osterie, particolarmente nell’Ottocento, lo proponevano ai loro avventori, ma lo si trovava di frequente pure sulle tavole dei braccianti di queste zone, in quanto costituiva una vivanda molto energetica: poi immancabilmente gli s’inzuppava il pane e si andava così a costituire un particolare “piatto unico” tipico di tutto quel mondo padano che oggi va sotto il nome di civiltà contadina.
Rappresenta tuttora una portata molto gradita nelle trattorie della nostra pianura e pure i ristoranti più “sofisticati” propongono ai loro clienti questo “primo piatto”, magari accoppiandolo a qualche raffinato abbinamento da nouvelle cuisine (però, così facendo, a mio avviso lo rovinano grandemente). Dobbiamo dire che sulle nostre tavole lo si mangia assai raramente, perché la frenesia della vita attuale non lascia il tempo materiale alla sua preparazione; soltanto le massaie un po’ attempate o le nonne “nostrane” possono ormai prepararlo con perizia: le giovani lo prendono “già pronto” nei supermercati, in lattina o in busta, ma queste “manipolazioni” non possono certo competere con la fragranza ed il sapore della pasta in fagioli “fatta in casa”.
- Andiamo ora a conoscer meglio i fagioli, anche facendo due passi nella storia.
Il fagiolo
Questa pianta, che Linneo classificò scientificamente come Phaseolus vulgaris, appartiene alla famiglia delle Fabacee (o Leguminose) e tutte le fonti la segnalano come originaria dell’America Centrale; essa arrivò in Europa dopo la scoperta delle Americhe, diffondendosi per la facilità di coltivazione e per l’ottima resa sul campo. Il fagiolo è coltivato per i suoi semi, che vengono raccolti freschi e che poi vengono sbucciati (i cosiddetti “fagioli da sgranare”); possono anche esser lasciati seccare ed i fagioli secchi hanno un buon utilizzo, particolarmente nella stagione fredda. Si può raccogliere anche l’intero legume “giovane”, da mangiarsi fresco (sono i cosiddetti “fagiolini”). Le varietà del Phaseolus sono veramente innumerevoli: fra le tante, citiamo soltanto le più conosciute: il borlotto (con i suoi generi, detti “Lingua di fuoco”, “Suprema” e “Di Vigevano”, aventi tutti la variante “nana”), il cannellino (che si differenzia in “Scaramanzin negrè” e “Lingot”), il Corona di Spagna, il Romano Pole, il Maggiolino, l’Elegante, assieme a moltissimi altri.
- Ma diamo un’occhiata anche al più famoso e ricercato fra quelli “nostrani”.

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Inserito da redazione il Dom, 04/06/2017 - 09:42


Risotto alla folaga. Storia e ricetta. Dino Chiarini

Il risotto alla folaga. Ricerca di Dino Chiarini
Prima di presentare il tradizionale piatto delle zone palustri della bassa bolognese, effettuo una breve carrellata sui due principali ingredienti che compongono questa ricetta e il ristorante dove si può ancora degustare questa delizia del palato.
CONOSCIAMO UN PO' IL RISO
Il riso si era affermato in Italia fin dal Trecento; inizialmente questo cereale era considerato una spezia e veniva venduto per scopi terapeutici e quasi certamente veniva importato. Il primo documento che dimostra la coltivazione del riso in Italia porta la data del 1475 ed è la lettera scritta da Galeazzo Maria Sforza al Duca di Ferrara in cui egli si impegnava ad inviargli dodici sacchi di riso locale. Quindi la produzione alimentare del riso iniziò in Lombardia e pian piano si estese nelle zone ricche di acqua della pianura padana; con la diffusione delle risaie si ebbe un aumento di casi di malaria e nonostante i provvedimenti che cercavano di limitare la sua coltivazione nelle vicinanze dei luoghi abitati, la coltura si espanse ugualmente. Questo avvenne poiché rispetto agli altri cereali il guadagno sul riso era molto più consistente; anche i coltivatori, pur a rischio di malattie, continuarono a produrlo ed a diffonderlo anche in Emilia.
Ecco allora che nel XVII secolo le aree di coltivazione del riso si dilatarono grandemente: veniva coltivato in Piemonte, Lombardia, Emilia, Toscana e persino in qualche zona della Sicilia e della Calabria. Nell’Ottocento anche il territorio comunale di Malalbergo, assieme a quelli limitrofi di Baricella, di Bentivoglio e di Molinella, era “ricco” di zone umide e così da fine secolo molti terreni vennero adattati a risaia; nei primi anni del Novecento la coltura si consolidò e molti appezzamenti, anche grandi, furono adattati alla coltivazione del riso, una pianta che richiedeva moltissima acqua per la crescita. Non mancavano vaste aree vallive e in questi due habitat naturali, la palude e la risaia, flora e fauna crescevano rigogliose; la parte più consistente della fauna era costituita da selvaggina aviaria. Su questi terreni acquitrinosi molte specie di volatili, sia stanziali sia migratori, si nutrivano abbondantemente e nidificavano nella fitta vegetazione.
Tra le diverse specie di uccelli presenti in queste zone paludose, quelle che andavano per la maggiore erano costituite da anatidi (anatre) e da rallidi (folaghe e gallinelle d’acqua). In cucina, generalmente con le anatre venivano preparati gli arrosti oppure venivano bollite per fare il lesso1, mentre le folaghe venivano abbinate al riso, con cui formavano un delizioso connubio. Le sapienti mani della nostra donna di casa, l’“arzdòure”, cuocevano la folaga e poi la univano al riso: solitamente utilizzavano l’Arborio, l’Originario. Il Balilla e la Razza 77, che erano le qualità più coltivate delle risaie malalberghesi negli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso e che ben si collegavano al condimento costituito dalla fòlaga. Il risultato finale era un “trionfo gastronomico” degno di Cristoforo da Messisburgo, il famoso cuoco della Corte Estense. Il matrimonio, in tal modo, risultava perfetto nell’aspetto ed eccellente nel gusto.
E CONOSCIAMO ANCHE LA FOLAGA (… e la gallinella d’acqua)

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Inserito da redazione il Dom, 04/06/2017 - 09:12


La Pastolaccia e la Micca di Malalbergo. Dino Chiarini

La “Pastulàze … e la Méche ad Malalbêrg” (La “Pastolaccia … e la Micca di Malalbergo”)  Storia e ricette
1) LaPastolaccia” (“Pastulàze” in dialetto locale) è una ciambella tipica malalberghese che utilizza gli stessi ingredienti del più noto biscotto “Savoiardo”: però gli è differente per la sagomatura, in quanto viene tagliata a fette trasversali, come il “Cantuccio” toscano o come il “Biscotto del Realtedese. In verità la “Pastulàze”, rispetto a quest’ultimi due dolcetti, è priva di mandorle e di burro, componenti indispensabili sia per il “Cantuccio”, sia per il Biscotto del Re”. Secondo i racconti a noi tramandati oralmente dalle anziane signore malalberghesi (che a loro volta le avevano appresero dalle loro nonne) questo composto, fatto solo con farina, zucchero, uova e un po’ di lievito, risale alla seconda metà dell’Ottocento. Pare che l’idea fosse venuta ad un fornaio malalberghese che l’attuò dopo aver esaminato varie ricette suggeritegli dai viaggiatori (provenienti da diverse provincie italiane ed anche da svariati paesi europei), che qui transitavano per raggiungere le città di Bologna, Ferrara e Venezia. Essi spesso si rifocillavano nel suo laboratorio, in attesa che la diligenza cambiasse i cavalli nell’adiacente posta: quindi, fra una chiacchiera e l’altra, gli esponevano le prelibatezze delle loro regioni d’origine.
Il panettiere, da quell’impasto da lui stesso inventato, ottenne una deliziosa ciambella di un bel colore giallo; scoprì pure che, intingendola in un bicchiere di vino dolce, risultava ancor più gradevole al palato.
Non vi sono prove scritte che dimostrino la veridicità di questa “leggenda paesana” poiché la data di nascita della “pastulàze” rimane incerta; però sicuramente nei primi anni del Novecento era già presente in paese: infatti, nel 1905 il forno della neonata Cooperativa Agricola di Consumo iniziò a produrre quotidianamente quella squisita “brazadèla” (ciambella). Il prodotto così ottenuto comparve anche sulla tavola delle osterie locali, ottenendo un grande successo. “L’Antica Trattoria della Luna” (oggi “Trattoria Nuova Maleto”), l’“Osteria del Ponte sul Reno” (posta sull’argine destro del fiume e demolita negli anni Quaranta del secolo scorso) e la “Trattoria dei Cacciatori” (ora denominata “Trattoria Rimondi” dal cognome dei proprietari) fecero di questo dolce il loro cavallo di battaglia. Infatti, quella ciambella, che richiedeva sempre il “nettare di Bacco” per intingerla, faceva aumentare anche la vendita del vino.
 La pastolaccia fu pure apprezzata dalle famiglie, tanto che anche l’altro forno presente in paese iniziò a produrre questo dolce tipico; le nostre bisnonne la chiamavano semplicemente “ciambella magra tagliata a fettine”, utilizzando la stessa ricetta inventata dal fornaio.
Le “massaie malalberghesi”, dopo aver assaggiato quel dolce così semplice da allestire, iniziarono a preparare il composto tra le mura domestiche; siccome molte case per cuocere avevano solo il camino, che non era adatto a questo tipo di cibi, portavano l’impasto presso il forno di fiducia; qui terminavano la lavorazione versando il preparato in una teglia capiente (preventivamente unta con appena un filo di olio e cosparsa con un po’ di farina o pane grattugiato per non far aderire il composto). Successivamente lo suddividevano in “pani” e consegnavano al fornaio il prodotto già pronto che egli sapientemente portava a cottura.

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Inserito da redazione il Sab, 17/12/2016 - 08:41


La pasta ripiena, in Emilia Romagna. Giulio Reggiani

La pasta ripiena ha una lunga tradizione in tutta l’Emilia-Romagna; molti cronisti cittadini ci testimoniano che questi particolari manicaretti erano già presenti sulle tavole di nobili e borghesi fin dal tardo Medioevo e che erano in gran voga in tutto il Rinascimento; i banchetti, nelle Corti Signorili, erano occupati da svariate forme di “pasta farcita” assai simili a quelle odierne ed anche realizzate con inusitata modernità: si potrebbe dire che erano -quasi- “come le facciamo noi oggi”.
Cristoforo Messisburgo, il famoso cuoco della Corte Estense, ci ha tramandato tantissime ricette legate ai banchetti che, per dovere (politico) o per diletto, si tenevano a Ferrara: fra queste figurano pure numerosi “impasti”, da lui cucinati per gli ospiti.
La pasta ripiena è sempre stata concepita come un “involtino”, fatto da un involucro di sfoglia contenente una “farcitura”: questa ne  costituisce il cuore “apportatore di sapore”, il quale, poi, conferisce il suo particolare gusto a tutto il piatto.
Per quanto riguarda la sfoglia, cioè il contenitore del ripieno, si può dire che  abbiamo una completa uniformità regionale riguardo la sua composizione ed il modo di prepararla; la vera differenza sta appunto nella “parzializzazione” della stessa, cioè nelle dimensioni del quadratino -o del rettangolino- preposto ad accogliere e sigillare al suo interno la farcitura.
L'involucro della pasta ripiena, cioè la sfoglia, è la stessa che dà origine a vari tipi di pasta da cuocere, il più conosciuto dei quali, nella regione Emilia-Romagna, è la tagliatella. Come dice la parola stessa, è il modo e la misura del taglio che ne determina il nome: ad esempio, nell'Italia centrale e particolarmente nel Lazio, il nome è fettuccina, che letteralmente dà l’idea di una striscia né troppo sottile né troppo larga (infatti è il diminutivo di fettuccia) mentre in tutt’Italia la pappardella ci indica che esiste una certa consistenza nella sua larghezza. Riguardo la tagliatella, è nata la leggenda che ad inventarla fosse stato Mastro Zefirano, famoso cuoco personale di Giovanni II Bentivoglio ed incontrastato “chef” dell’epoca nella Corte bolognese, il quale tentò di riprodurre “gastronomicamente” i capelli biondi di Lucrezia Borgia, prossima Duchessa di Ferrara; ciò sarebbe avvenuto nel suo breve soggiorno al castello di Ponte Poledrano (l’odierno paese di Bentivoglio, in provincia di Bologna) dal 28 al 31 gennaio 1502, ospite del Signore della città felsinea ed alleato di Alfonso d’Este a cui, dopo pochi giorni, sarebbe andata sposa.
In realtà la storiella dell’origine “lucreziana” della tagliatella venne inventata di sana pianta dal budriese Augusto Majani, in arte “Nasica” [Budrio (BO) 30 gennaio 1867 – Buttrio (UD) 8 gennaio 1959] che era sì un celebre pittore, illustratore e vignettista, ma anche un altrettanto famoso burlone.

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Inserito da redazione il Mer, 14/12/2016 - 19:09