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Il sentiero della libertà. Memorie di protagonisti


Per ricordare  il 25 aprile 1945, giorno della Liberazione dell'Italia dagli occupanti nazifascisti,  riproduciamo  qui alcuni contributi tratti da libri dedicati ad alcuni protagonisti che si impegnarono nella dolorosa e necessaria lotta (*).

CARLO AZEGLIO CIAMPI
24-25-26 marzo 1944

     "Il tempo è bello: quindi si dovrebbe finalmente partire. All’una, mentre finiamo di mangiare (ero ospite da due giorni in casa Cantelmi),delle formazioni aeree inglesi bombardano Sulmona; subito dopo usciamo: hanno mirato alla Stazione e al ponte sulla strada di Popoli, senza colpirlo; fortunatamente nessuna vittima. Venuto a sapere che la nostra partenza è anticipata, affretto gli ultimi preparativi ed alle 16,30 raggiungo le casette.

 

     Alle 17,15 cominciamo a muoverci: 21 prigionieri e civili, pochi dapprima, ma subito un’altra quindicina si aggiunge per i campi. Sono un po’ preoccupato che un gruppo così numeroso possa destare sospetti, dovendo raggiungere la periferia opposta di Sulmona e per questo attraversare due-tre strade e la ferrovia, ancora di giorno. Infatti un tedesco, dopo che abbiamo attraversato la prima strada, ci viene dietro: io che sono fra gli ultimi mi fermo con altri quattro o cinque civili e mi nascondo dietro una pietraia, mentre il tedesco, fermati gli altri cinque e visti i loro documenti, chiede loro del gruppo che si vede in quel momento sfilare sulla ferrovia; alle risposte reticenti dice: “Quelli essere prigionieri inglesi: io avvertire capitano, dare allarme e prendere tutti”. Quindi se ne va.

     Mentre a causa di questo incidente i civili fermati dal tedesco decidono di desistere dal tentativo, io dopo alcuni minuti di incertezza penso che prima di tutto è il caso di raggiungere il gruppo ed avvertire Alberto (Pietrorazio), la guida. Così faccio, ma viene deciso ugualmente di proseguire. Sull’imbrunire un altro incidente: mentre siamo costretti a fare un centinaio di metri sulla strada di Campo di Giove, sbuca improvvisamente un motociclista tedesco: ci precipitiamo tutti d’un colpo lungo la scarpata della strada e tutto va bene.

     Arriviamo ormai a notte sotto Pacentro e là ci riuniamo con l’altro gruppo, condotto da Mario (Di Cesare) e Gino (Ranalli). Verso le venti cominciamo la marcia in silenzio e in fila indiana; durante una breve sosta mi sento chiamare e riconosco Carlo e Oscar Autiero, che hanno deciso di partire proprio poche ore prima. La marcia prosegue assai bene: cielo sereno, poco freddo; saremmo una sessantina, di cui venticinque prigionieri; fisicamente mi sento a posto. Verso gli ottocento metri comincia la neve; poco dopo Alberto ci invita ad essere particolarmente silenziosi perché siamo vicini a Campo di Giove: infatti verso mezzanotte Carlo Autiero mi addita una macchia scura alla nostra destra e si sente un abbaiar di cani. Continuando, la salita diventa sempre più aspra, però la neve è buona; regge assai bene e si sprofonda poco: però qualcuno comincia a scoppiare, cerco di aiutare, insieme ad un altro, un prigioniero che non ce la fa più. Avvertiamo Alberto, ma questo dice che non può rallentare la marcia inquantoché si deve giungere al Guado di Coccia prima dell’alba, pena la sicurezza della spedizione: così quello deve essere abbandonato.

     Si progredisce molto lentamente , in alcuni punti dovendo camminare quasi a quattro gambe perché i soli piedi non fanno presa (specie io, che non ho i chiodi) sulla neve gelata nei punti più erti; in altri sprofondiamo fino al ventre: mi aiuta molto il bastone con la racchetta.

     Alle quattro ormai del 25 marzo, siamo al Guado, purtroppo il tempo è improvvisamente mutato, il cielo è nuvoloso e si alza un forte vento: ci fermiamo un buon quarto d’ora per attendere i più lenti; mangio un po’ di zucchero e biscotti con neve.

     Proseguiamo, ma poco dopo siamo costretti a fermarci; è cominciata una vera e propria tormenta e le guide non osano andare avanti così al buio: attendiamo per più di mezz’ora l’alba, sotto un vento gelido e con nevischio, battendo i piedi per non farli congelare; io li sento zuppi; nella salita ho perso il basco e lo sostituisco con una maglia che mi fa da passamontagna.

     Con la luce si ha una schiarita e ci mettiamo in moto; ormai è però da scartarsi l’idea di salire fin sotto monte Amaro per poi scendere a Fara (San Martino); bisognerà proseguire sul dorso meridionale della Maiella finché il tempo ce lo permetterà e poi buttarsi a valle: speriamo di non fare la fine della spedizione di Domenico (Silvestri; poche settimane prima, scesi a valle entro le linee tedesche, erano stati catturati).

    Al primo vallone Alberto comincia inspiegabilmente a scendere: dopo un po’ si ferma imbarazzato; lo raggiungo con Carlo Autiero: ha perso completamente la bussola e io con una vera bussola alla mano gli mostro che seguitando a scendere andiamo senz’altro a finire in mano ai tedeschi. Dobbiamo quindi risalire e dirigerci verso oriente: ora è Mario che ci guida. La tormenta diventa sempre più forte ed ormai non ci abbandonerà fino a destinazione. Oscar Autiero comincia a dire che non ce la fa più: sono le sette circa. La sua crisi si accentua: il fratello ed io siamo costretti a tirarlo a turno, mentre ci distacchiamo dal gruppo. Sono preoccupato che il distacco non si accentui troppo, perché la traccia che il gruppo lascia, poco marcata per il fondo gelato, può venire presto ricoperta dalla neve che fiocca.

     Fortunatamente il gruppo fa dei n numerosi alt: molti sono infatti quelli che non ce la fanno più ed alcuni di essi debbono rimanere abbandonati: poveretti! Rimanere nella neve in quelle condizioni vuol dire la vita!

     Ad un tratto Oscar si butta a terra dicendo di non farcela più, che si sente rompere il cuore e conclude: “Lasciatemi, andate pure avanti, io ho tanto sonno, dormo un po’ e poi vi raggiungo!” Ha la faccia paonazza. Io e Carlo ci guardiamo scoraggiati, lo riprendiamo ad alta voce, lo scuotiamo: io gli verso dello zucchero in bocca e gli faccio mangiare un po’ di marmellata. Riusciamo a farlo alzare e continuiamo a trascinarlo fermandoci, si può dire, ogni cento metri e dicendogli che ormai si tratta solo di mezz’ora. Così fin oltre le dieci, storditi ed accecati dal vento e dalla neve: riunendoci ogni tanto al gruppo e poi nuovamente perdendo contatto. Fortunatamente pian piano Oscar supera la crisi, lui dice in virtù dello zucchero e della marmellata e cammina quasi senza aiuto. Al quinto vallone iniziamo la discesa: le guide stesse non sanno neppure loro dove precisamente si vada a finire! Io, dalla direzione tenuta e dalla strada fatta, penso che al peggio dovremmo essere nel vallone di Taranta e quindi uscire nella terra di nessuno. Arrivati quasi a valle, attraverso una neve che, in parte fresca e in parte non gelata, regge poco, la tormenta cessa e vediamo sotto noi un paesetto quasi completamente distrutto. A vederci siamo assai mal ridotti: i piedi li sento gelati, specialmente il destro, dato che si è scucito il tallone della scarpa; le mani pure, perché i guanti di lana bagnati dalla neve sono diventati rigidi, ugualmente buona parte della maglia che ho in testa: alle sopracciglia ed ai capelli sulla fronte si è attaccata la neve che poi si è ghiacciata: non posso toglierla, altrimenti strapperei tutto. Che il paese sia Taranta (Peligna) viene riconosciuto solo mentre lo raggiungiamo: non si vede anima viva. Ci fermiamo alcuni minuti sulla strada rotabile, poi entriamo nel paese e ci viene incontro, tra la nostra gioia, un tenente indiano. Ce l’abbiamo fatta!

    L’indiano dice che il paese è completamente distrutto ed evacuato dai tedeschi che si trovano a neanche un chilometro (ce l’abbiamo fatta proprio di misura!); è zona neutra. Mentre arriva una pattuglia italiana di volontari che ci ha visti scendere dalla montagna, proseguiamo a piedi per Lama dei Peligni, dove arriviamo stanchi, ma felici, alle quindi circa. Purtroppo sette prigionieri e tre italiani sono rimasti per strada. Attendiamo presso il locale comando inglese ed alle diciotto due furgoncini ci portano a Fara San Martino, dove dovremo trascorrere la notte. Delusione! Non letti caldi e morbidi come ci eravamo sognati durante il cammino, ma siamo costretti a passare la notte in due stanze in venticinque circa, piantonati da due inglesi: mangiare un quarto di scatoletta con biscotti; per fortuna ho qualcosa con me.

    Dopo una notte insonne seguita ad una fatica eccezionale, alle dodici siamo portati a Casoli, dove al castello esiste un accantonamento per i “refugee from enemy territory”, costituito da una specie di largo corridoio coperto ai due lati da uno strato di paglia. Là, donne e uomini, giovani e vecchi: quando arriviamo noi hanno da poco portato via un morto. Lì possiamo finalmente dormire, se pure al meglio".

(Liceo Scientifico Statale Fermi di Sulmona, Il sentiero della libertà. Un libro della memoria con Carlo Azeglio Ciampi, Laterza, Roma-Bari 2003, pp. 47-52)

WALTER LESLIE JAGGER


Walter Leslie Jagger, nato nel Surrey, in Inghilterra, il 28 gennaio 1917, è tornato anche quest’anno a Castelvecchio Subequo, in casa Salutari. Come allora, nel 1943-44, quando, fuggiasco sulle montagne del Sirente, cercava un posto in cui nascondersi e dove trovare qualcuno che potesse dargli un po’ di pane. Fu Giovanni Salutari, allora dodicenne, a portare in casa dei genitori due ex-prigionieri fuggiaschi: William Pusey e Leslie Jagger.

« Eravamo saltati giù dal treno, nei pressi di Collarmele, - racconta in un italiano un po’ stentato ma comprensibile, il vecchio Leslie - dove il treno procedeva a passo d’uomo. Sapevamo che il macchinista, un italiano, rallentava appositamente per favorire la fuga dei prigionieri. Era di notte. Provenivamo dal Campo 21 di Chieti, trasferiti al Campo 78 di Sulmona e di qui a Roma e in Germania. Non appena il treno si allontanò, ci nascondemmo sulle montagne. Il giorno dopo ci mettemmo in cerca di cibo ».

La famiglia Salutari abitava a Forca Caruso. Poche casette vicino al valico tra la Valle subequana e la Marsica. Una famiglia, composta dai genitori e da sei figli. Iolanda, diciassette anni, si incaricava di portare il cibo ai due inglesi fuggiaschi, nascosti in una grotta.

« Un pomeriggio - ricorda Leslie - io e William ammiravamo la Maiella illuminata dal sole rosso del tramonto. William mi dice: “E’ la porta della libertà”. Io avevo deciso di partire. Si sapeva che era possibile attraversare la Maiella, da Sulmona alle linee alleate. Ma William era titubante e mi confessò: “Leslie, io non vengo. Mi sono innamorato di Iolanda”. “Ma io vado”, gli rispondo. Era il mese di gennaio del 1944. C’era tanta neve. Non abitavamo più nella grotta, ma in casa, nel pagliaio. Eravamo consapevoli che l’ospitalità era un grave pericolo per loro. Rischiavano la fucilazione ».

Jagger parte verso la fine di gennaio 1944. Era sposato e cercava di ricongiungersi con la moglie, in Inghilterra. Si incammina verso Sulmona, Campo di Giove, Guado di Coccia, Palena, dove si trovavano ancora i tedeschi.

« Vengo catturato, spogliato di scarpe e cinture in modo da non poter scappare. Da lì ricondotto al campo 78 di Fonte d’Amore. E poi, in Germania, in un campo di concentramento, a Rothenburg, dove sono rimasto fino alla fine della guerra ».

William Pusey rimane, invece, presso la famiglia Salutari. Nel giugno 1944, William annunciò da un balcone alla gente di Castelvecchio che era innamorato di Iolanda e che l'avrebbe sposata. Infatti il 25 giugno 1944 fu celebrato il matrimonio, nella parrocchia di Castelvecchio Subequo. William e Iolanda si sistemarono a Southampton, dando alla luce tre figlie. Iolanda è deceduta nel 1972, in Inghilterra, dove si trova la sua tomba. William muore, nel 1983. Ma prima di morire, quali ultime volontà, chiede che il suo corpo venga cremato e le ceneri divise: metà deposte accanto alla tomba della moglie Iolanda, in Inghilterra, e l'altra metà da spargersi sulle montagne del Sirente, nei pressi di Castelvecchio Subequo, dove aveva trovato l' Amore e trascorso il più bel periodo della sua vita. Le figlie, venute in Italia dopo la morte del padre, hanno eseguito le sue volontà.

(Mario Setta, Maiella madre, la porta della libertà, “il Centro”, 5 novembre 2005)


ALBA DE CESPEDES

Alba De Céspedes (Roma 1911-Parigi 1997), scrittrice, nata da madre italiana e padre cubano, Presidente della Repubblica. Trovandosi in Italia, dopo l’8 settembre 1943, fugge da Roma con un gruppo di amici e arriva fino a Torricella Peligna, non ancora liberata. Non potendo raggiungere subito le linee alleate, sono costretti a rimanere nascosti in un bosco.

“Otto persone in una stalla vuota, nel fondo della quale si accendeva il fuoco in un camino di pietra. Otto persone, dunque, venute da luoghi diversi, ma tutte per la stessa ragione. […] Correva tra di noi istintivamente una solidarietà affettuosa come di fratelli che per la prima volta s’incontrino e si riconoscano, in occasione di una tremenda disgrazia, il terremoto o la morte del padre”.

Il racconto con il titolo Il Bosco verrà pubblicato dopo la guerra in vari giornali e periodici. In precedenza, Alba de Céspedes aveva pubblicato il romanzo Nessuno torna indietro (1938) che aveva avuto un grande successo, rendendola famosa. Dopo quei duri giorni, trascorsi nell’attesa dell’attraversamento, Alba e gli amici riescono a oltrepassare le linee e ad arrivare a Bari, dove la scrittrice diventerà “la voce di Clorinda” di Radio Bari. Gina Lagorio l’ha così descritta: “una piccola, grande donna che ha messo la sua vita e la sua penna […] al servizio delle ragioni eterne della libertà e della giustizia”.


Sulla sua esperienza di fuggiasca, in Abruzzo, Alba de Céspedes ha scritto:

Entravamo nelle vostre case timidamente: un fuggiasco, un partigiano, è un oggetto ingombrante, un carico di rischi e di compromissioni. Ma voi neppure accennavate a timore o prudenza: subito le vostre donne asciugavano i nostri panni al fuoco, ci avvolgevano nelle loro coperte, rammendavano le nostre calze logore, gettavano un’altra manata di polenta nel paiolo. […] Del resto attorno al vostro fuoco già parecchie persone sedevano e alcune stavano lì da molti giorni. Erano italiani, per lo più: ma non c’era bisogno di passaporto per entrare in casa vostra, né valevano le leggi per la nazionalità e la razza. C’erano inglesi, romeni, sloveni, polacchi, voi non intendevate il loro linguaggio ma ciò non era necessario; che avessero bisogno di aiuto lo capivate lo stesso. Che cosa non vi dobbiamo, cara gente d’Abruzzo? Ci cedevate i vostri letti migliori, le vesti, gratis, se non avevamo denaro”.

Come “voce di Clorinda” per “radio-Bari”, Alba de Céspedes ha detto:

Io non so quale sentimento mi augurerei di veder rinascere più prontamente in noi; ma credo la dignità. Perché in esso è compresa la eliminazione di alcuni peccati capitali che mi sembra si possano chiamare semplicemente: furberia, servilismo, opportunismo, adulazione, assenteismo. Poiché la nostra dignità – la personale dignità di ogni individuo e, di conseguenza, la dignità di un popolo – era scomparsa nell’accettare la dittatura…”.

(Alba de Céspedes, Mondadori, Milano 2005, pp. 290-291)

(*) Contributi diffusi a cura del Coordinamento per la pace nel Centopievese e dai promotori della sottoscritta  iniziativa:

E' in preparazione la sesta edizione de "Il Sentiero della Libertà /Freedom Trail" che avrà luogo nei giorni 28-29-30 aprile 2006 (venerdì-sabato-domenica).
 E' il percorso che conduceva verso le linee alleate, durante la seconda guerra mondiale, realizzato da numerosi prigionieri di guerra in fuga, da perseguitati politici, da renitenti alla leva e dall'allora tenente, Carlo Azeglio Ciampi, oggi Presidente della Repubblica Italiana. La Marcia consiste in tre tappe di circa 20 Km l'una. Il percorso è agevole e non presenta particolari difficoltà. E' metafora del cammino dell'uomo verso la liberazione da ogni forma di schiavitù.
Per le informazioni tecniche, consultare le pagine web sottoindicate:

Scritto in Storia. Locale e generaleinvia ad un amico | letto 2388 volte

Inserito da redazione il Dom, 2006-04-23 03:52