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Vita di paese durante la Grande Guerra 1915-18


Vita quotidiana nel Comune di Castello d’Argile durante la Prima Guerra Mondiale.
La Prima Guerra Mondiale scoppiò il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra  dell’Impero Austro-ungarico alla Serbia, in seguito all'uccisione dell’erede al trono imperiale. Ciò scatenò un “effetto domino” che portò in guerra l’Austria e l’alleato Impero di Germania, mentre l’Impero Russo, assieme all'Impero Britannico e alla Francia, si schierava con la Serbia.
Il Regno d’Italia, dopo un anno di neutralità e tentennamenti diplomatici, nel maggio 1915 ruppe l'Alleanza con gli Imperi centrali ed entrò in guerra con una scelta controversa e osteggiata da tanta parte del mondo politico socialista e cattolico, tanto che il papa Benedetto XV definì la guerra in atto una “inutile strage”.
La situazione di Castello d'Argile, nel 1915, non era molto diversa da quella nazionale. Il Comune contava poco meno di 4000 abitanti ed era amministrato da esponenti socialisti o elementi di estrazione popolare locale. Non mancavano contrasti e posizioni personali e ideologiche diverse, soprattutto riguardo all’opportunità dell’intervento in guerra. Dopo il 24 maggio, molti furono gli uomini del paese chiamati alle armi tra i quali il nuovo sindaco Gabriele Gandolfi, sei consiglieri comunali, il medico, il segretario comunale, il parroco (poi esonerato) ed il cappellano.
Assieme alla guerra cominciarono le restrizioni: fu accantonata la proposta di costruire una nuova scuola elementare e il terreno ad essa destinato fu dato in affitto. Furono aumentati gli affitti degli alloggi comunali e fu deliberato l’aumento della tassa sul bestiame con conseguente aumento del prezzo della carne. In dicembre cominciò a scarseggiare il latte.
La giunta comunale seppe mettere da parte le polemiche per impegnarsi in opere di solidarietà per i soldati e le loro famiglie. I prezzi continuarono ad aumentare e, per porvi freno, la Giunta di Argile, d’intesa con la Prefettura, stilò un calmiere dei prezzi di alcuni generi alimentari di prima necessità.
Le donne sostituirono gli uomini nel mondo del lavoro, mentre il parroco si occupò di tenere le comunicazioni tra i compaesani al fronte e le famiglie. Verso la fine del 1915 anche gli interventisti si resero conto che la guerra sarebbe stata più dura e lunga del previsto. E dal fronte giungevano notizie di nuovi argilesi caduti.
Pur in questa angosciosa situazione non venne meno la volontà di migliorare i servizi pubblici del paese: fu completato il nuovo ambulatorio comunale e costruito il macello pubblico. Nel 1917, anno della disfatta di Caporetto, in paese i beni essenziali scarseggiarono ulteriormente. L’attività amministrativa fu ridotta al minimo e vi furono difficoltà di approvvigionamento di grano e legna, necessaria a scaldare, oltre alle case, anche le scuole e il municipio. Domenico Mignani, proprietario dell’unico mulino attivo ad Argile, fu costretto a chiudere per mancanza di combustibile e il suo tentativo di collegarsi alla linea elettrica non andò in porto perché anche l'elettricità fu razionata. Chiunque intendesse macinare il grano avrebbe dovuto recarsi a Pieve o a Bentivoglio, con conseguente aggravio di spesa
 
. Crescevano ovunque stanchezza, risentimento e proteste contro la guerra e i suoi fautori. Intanto il parroco, assieme ad un comitato di benemeriti, fondò un Asilo parrocchiale, in particolare per i figli degli uomini al fronte. Nel maggio del 1918 fu organizzato il razionamento e la distribuzione di tessere apposite per tutti i generi alimentari scarseggianti; in giugno furono distribuiti cereali a coloni e mezzadri; in luglio fu distribuito riso alle famiglie dei prigionieri di guerra, grano ai braccianti mietitori e sussidi alle famiglie dei richiamati.
Il 4 agosto lo stato di debilitazione nella popolazione era tale che si decise di allestire un “locale di isolamento” in previsione di malattie infettive. Infatti, mentre le sorti della guerra volgevano faticosamente a favore delle truppe italiane, scoppiò una grave epidemia di influenza detta  “spagnola”, che provocò, tra ottobre e novembre, la morte di ben 40 persone nell'intero comune. Morirono soprattutto i più giovani, a volte 2 o 3 per famiglia.
Finita la guerra, con l’armistizio del 4 novembre 1918, che sanciva la vittoria dell’Italia e la disfatta degli Imperi, le sofferenze per la popolazione, ex-combattenti, prigionieri e civili, non cessarono. Il 1 dicembre il sindaco, Gabriele Gandolfi, ritornato a casa e in carica, decise di aprire uno ”spaccio comunale” in una delle botteghe di Palazzo Artieri, per vendere carne suina e generi di prima necessità a prezzi controllati. Le scuole di Venezzano, in dicembre, furono requisite per sistemarvi prigionieri di guerra italiani rimpatriati e in attesa di smistamento, nonostante le proteste del Sindaco e della Giunta. I parroci di Argile e Mascarino fecero apporre nelle rispettive Chiese delle lapidi con i nomi dei parrocchiani caduti in guerra per onorarne la memoria, .
Non è esattamente calcolabile il numero degli argilesi che combatterono al fronte. Tra il 1917 e il 1918 furono arruolati 365 uomini, nati tra il 1892 e il 1900. Risultarono 41 gli argilesi morti in combattimento, altri 9 furono dichiarati “dispersi” e 29 morirono tra il 1917 e il 1924  in seguito a malattie o ferite. In gran parte si trattava di contadini e braccianti tra i 18 e i 30 anni.
Seguirono anni di grandi fermenti politici e lotte sociali, che culminarono nella presa del potere del fascismo nel 1922. Nel 1924, nella piazza del capoluogo fu eretto un Monumento ai Caduti, opera della scultore Armando Minguzzi, con i nomi dei caduti argilesi nella Prima Guerra mondiale, cui saranno aggiunti i nomi dei caduti nelle guerre successive coloniali (1935) e nella Seconda Guerra Mondiale (1940 - 45).




Scritto in Castello d'Argile | Storia. Locale e generaleinvia ad un amico | letto 54 volte

Inserito da redazione il Dom, 2018-11-25 11:57