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Antichi mestieri nella "civiltà contadina" . Giulio Reggiani


A POGGIO RENATICO TRA OTTOCENTO E NOVECENTO. ANTICHI MESTIERI
Vo
rrei qui proporre ai nostri lettori un breve “excursus” su alcuni di quei mestieri che ora non esistono più; il termine “antichi” che ho usato nel titolo non si riferisce naturalmente alla cronologica “età antica” ma a quel modo di dire comune che tende a far riferimento a cose o avvenimenti passati da parecchio tempo. In questo caso il legame è con la cosiddetta civiltà contadina, che si esaurì solo negli anni ’50 e ’60 del XX secolo; ma la trasformazione della società italiana da agricola ad industriale investì non soltanto le città, sia grandi che piccole, ma pure i nostri cosiddetti “paesi di campagna”, incidendo in modo assai profondo sul tessuto costitutivo dell’economia nazionale, particolarmente dalla seconda metà del Novecento fino ad oggi.
Ci sono ancora innumerevoli persone che ricordano tanti mestieri e tanti lavori oramai non più in uso, o, come si suol dire, “superati dai tempi”; esse ricordano pure numerosissimi personaggi particolari, che in gioventù praticarono per tanto tempo quelle attività. Cesare Manservigi, in svariati suoi racconti, ci ha tratteggiato alcune di quelle persone che sono rimaste scolpite nella memoria di tutti i Poggesi, ma che, a quei tempi, si potevano pure rintracciare in tanti altri paesi della cosiddetta “bassa”.
Tuttavia si può affermare che restano sì ancor oggi alcuni mestieri legati alla bottega ed alla vita di paese, ma hanno assunto nomi “moderni”, che si rifanno alle lingue straniere, forse per un cattivo gusto corrente di esasperata esterofilia: il
barbiere è oggi il coiffeur, oppure con termine più sofisticato il friseur, (dal francese friser = arricciare) parola di conio recentissimo, la quale ci ricorda inequivocabilmente che oggi gli uomini devono non solo tagliarsi i capelli ma anche farsi la frizione dopo il lavaggio, chiaramente -e fors’anche narcisisticamente- per evitarne la caduta, e successivamente “farsi i ricci” -ammesso che ad una certa età ce ne siano ancora- (o no?); la parrucchiera è diventata coiffeuse oppure, se al maschile, coiffeur pour dames; il negozio di giocattoli è divenuto toy’s house e l’osteria si è trasformata in pub, o snack bar o cafè & drinks (cafè rigorosamente con una effe sola, per un gentile richiamo alla lingua spagnola); il fontaniere resiste ancora ma col nome più moderno di idraulico (termine d’alto lignaggio, che infatti fino alla metà del secolo scorso indicava, in queste zone, semplicemente lo studioso che si occupava d’idraulica, cioè di quella scienza che esamina il moto ed i problemi tecnici attinenti alle acque); il fabbro (in dialetto al fràb, oppure al magnàn) è diventato carpentiere metallico, in quanto non deve più ferrare cavalli o fabbricare utensili per lavori agricoli bensì dedicarsi alla costruzione di cancellate, d’infissi per le case, di attrezzature o di macchine inerenti innumerevoli settori industriali. Inoltre bisogna aggiungere che le tradizionali “botteghe artigiane” sono diventate “piccole industrie” (oppure grandi laboratori) con svariati lavoratori dipendenti, al contrario di prima dove c’era soltanto il titolare, a volte qualche collaboratore familiare o, come si ribadirà più avanti, il garzone.

Per di più risulta oggi assai difficile, anche in un paese abbastanza grosso e popoloso, ritrovare antichi e nobili mestieri come il sarto, il falegname, il calzolaio (o per meglio dire il ciabattino, che è il termine più consono all’attività svolta a quei tempi, cioè quella di riparare scarpe il più delle volte troppo usurate): essi sono oggi appannaggio quasi solamente di pensionati che fanno questi lavori come “riempitivo”, senza assumersi impegni lavorativi onerosi ed applicandosi solo con i cosiddetti ciapìni, cioè lavoretti leggeri attuati in alcuni ritagli di tempo lungo la giornata.

Ucciso dai vari ipermercati e mercatoni, sta scomparendo anche il salumiere, come pure la tradizionale bottega di generi alimentari che “una volta” era fornita di tutto ed in cui trovavi di tutto, dai salumi “nostrani” alle scope per uso domestico, dai tabacchi (e valori bollati) agli utensili da cucina, dai piccoli dolcetti zuccherosi per i bambini ai “pallini” di terracotta (o, in tempi più recenti, anche di vetro) per i giochi dei più grandicelli, dalle sementi per l’orto ed il giardino ai diversi prodotti del piccolo artigianato locale.

Anche un’inimitabile figura di lavoratore “sui generis”, il garzone (in dialetto al garzòn) (spesso minorenne, ma a volte anche ben oltre la maggiore età, con legami talora di parentela, ma assai più spesso “assunto” per l’amicizia del padre con il “titolare” che doveva insegnargli il mestiere), attualmente non esiste quasi affatto: oggi c’è l’apprendista, non più giovanissimo ormai, poiché ha dovuto fare almeno un triennio di superiori per ottenere una qualche specializzazione in scuole professionali e non è certo lì per imparare il mestiere bensì per cercare un posto da dipendente, il più “fisso” possibile. E pensare che il garzone lo si ritrovava “illo tempore” non soltanto nelle botteghe artigiane, ma pure in campagna, fra i braccianti, ove svolgeva solitamente il compito di portare da bere agli operai (era il cosiddetto vinatiere) oppure nelle case coloniche con mansioni stallatiche, dov’era chiamato, oltre che garzone di stalla, anche boarolo, con chiaro riferimento al lavoro che doveva svolgere.

In verità, come sarebbe possibile avere attualmente un “garzone di bottega” se la bottega artigiana non si trova ormai più, se non in casi rarissimi?

Ma ora, in questo piccolo saggio, posso occuparmi solamente di un numero assai limitato di quei mestieri, legati al cosiddetto “mondo di una volta”, che oggi sono scomparsi; quindi “riconsidererò” soltanto alcuni lavori, fra tutte le attività manuali riguardanti quel precipuo settore dell’economia che tuttora viene chiamato “primario” (anche se oggi non lo è più per svariatissime ragioni) ma che, fin dai tempi più antichi, è stato veramente la fonte primaria di sostentamento per la stragrande maggioranza delle famiglie di questo Comune: l’agricoltura. La mia rivisitazione sarà concentrata nell’arco di un centinaio d’anni, grosso modo dalla seconda metà dell’Ottocento alla prima metà del Novecento, poiché, come accennato poc’anzi, con l’industrializzazione degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso si assistette a quel radicale cambiamento della società italiana che stiamo vivendo ancor oggi.

Per ben comprendere questo periodo storico, così importante per le nostre radici, si deve esaminare sufficientemente bene quel sistema economico-sociale che si fondava sulla mezzadria; per iniziarne un’analisi più approfondita dobbiamo partire dalla proprietà dei terreni: essi erano completamente appannaggio o di un nobile, o di un cittadino-borghese o di un Ente ecclesiastico. Tutti costoro, nel contratto di mezzadria, fornivano la terra, con sopra la casa, la stalla, il pozzo, il forno, e tutto ciò che esisteva in “beni solidi” (in pratica, con una sola parola, l’azienda agricola, cioè il podere) oltre alla metà delle sementi e dei bovini da lavoro; il mezzadro invece forniva tutta la forza lavorativa, sua e della famiglia, gli attrezzi (aratro, carro, vanghe, zappe, etc.), l’altra metà delle sementi e del bestiame (1); infine s’impegnava a non svolgere alcun lavoro presso altri e ad utilizzare tutte le energie nella coltivazione soltanto di quella terra. Naturalmente, tutta la produzione, al lordo, veniva divisa a metà, ma il contadino doveva anche far avere al proprietario degli apporti supplementari di tre tipi: a) in natura (capponi per Natale, uova per Pasqua, polli per S.Pietro, oche per i Santi, galline per carnevale); b) in servizi (trasporti, lavoretti domestici, lavori di giardinaggio); c) in denaro (la pigione, cioè l’affitto della casa). I grandi proprietari, per gestire al meglio le proprie aziende, ricorrevano poi ai fattori, gente esperta di cose agricole ed anche (secondo loro) fidata, che si stabilivano sul posto; essi erano tenuti a relazionare periodicamente i loro padroni. Oppure, in svariati casi, il possidente ricorreva all’affitto intermediario.

Cronologicamente, questo apparato economico nacque già nel Duecento, si diffuse e divenne dominante nei tre secoli successivi, poi si conservò fino al XIX secolo nonostante fasi di provvisorio e settoriale arretramento; nell’Ottocento, fin dal periodo della Restaurazione, si assistette all’erosione della mezzadria ed alla diffusione di tendenze capitalistiche miranti a privilegiare il lavoro salariato: così le Società Agrarie, ed anche parecchi economisti, si preoccuparono di analizzare il fenomeno e pure di contrastarlo. Notevole fu il tentativo del bolognese Carlo Berti Pichat di conciliare due contrastanti esigenze: quella di modernizzare l’agricoltura attraverso l’estensione delle boarie e quella di potenziare la mezzadria parzializzando i poderi, per poter così accogliere gran parte della predominante mano d’opera bracciantile utilizzata nelle aziende a economia (2). Molto interessanti sono i dati provinciali, ricavabili dallo studio fatto a tal proposito dal Pichat nel 1844, che sono riferibili anche al nostro territorio comunale, ancora inserito nel bolognese; da essi si possono attingere alcuni elementi-base: a) i braccianti veri e propri erano 91.663, pari al 33 % del totale della popolazione rurale; b) gli assimilati (detti “artigianelli poveri” o pigionali o braccenti) erano 25.000 (3); c) la somma delle due entità (che egli considerava un’unica classe) portava il totale a 116.663, pari al 41 % degli abitanti; d) i mezzadri erano 127.910, pari al 46 %; e) proprietari, affittuari, fattori, bottegai erano 35.649, pari al 13 %; f) il totale della popolazione provinciale era quindi di 280.222 persone, ben superiore ai 71.535 abitanti della città di Bologna (4).

Siccome la domanda di lavoro risultava in quel periodo molto inferiore alle esigenze della popolazione bracciantile, ecco allora accentuarsi il fenomeno del vagabondaggio, cui erano strettamente collegati furti e rapine; il fatto che i mezzadri impiegassero i braccianti soltanto durante l’epoca dei raccolti, per la vangatura nei canapai o per lo scavo e la manutenzione dei fossi, era certamente limitativo nei riguardi del contenimento di ambedue questi fenomeni sociali: il crescente aumento del numero dei braccianti ed il vagabondaggio. Gazzagatto (lo pseudonimo con cui si firmava spesso Carlo Berti Pichat, dalla traduzione dei due sostantivi francesi che formavano il suo cognome: pie-gazza e chat-gatto) crede d’individuare una soluzione molto semplice nel forzare il mutamento inerente la composizione della popolazione agricola, cioè aumentando da un lato il numero dei mezzadri da circa 128 mila a 170-180 mila, così da ridurre d’altro canto i proletari da 115 mila a 70-80 mila. E’ sicuro di ottenere ciò attraverso una sola mossa: dividere i poderi più estesi, cioè quelli che oltrepassavano le dodici corbe (15-16 ettari) (5); egli dice testualmente: «Se tutti i fondi della provincia fossero contenuti entro il limite delle 12 corbe di semina per modo di contarne un terzo entro l’estensione di 4, altro terzo entro quella di 8, e l’ultimo terzo entro quella di 12, invece di presentarci per circa 130.000 corbe di semina una popolazione di 128.000 contadini, ne avremmo oltre 160.000», cioè una diminuzione del numero dei braccianti di oltre 30.000 unità (6). Era quindi conscio che proprio in quegli anni fosse in atto un processo esattamente opposto di quello da lui auspicato; cioè, com’egli dice, «il continuo crescente passaggio della popolazione contadinesca alla categoria de’ giornalieri». L’idea del Berti Pichat era già stata presa in considerazione alla fine del secolo XVIII dal Supremo Consiglio d’Economia del vicino Ducato modenese, secondo il quale la maggior diffusione di piccole aziende avrebbe migliorato le coltivazioni, accresciuto la produzione ed incrementato il numero delle famiglie mezzadrili poichè, come diceva lo stesso Consiglio, «…molti contadini che ora non possono prenderebbero moglie». Però i sommovimenti italiani legati all’arrivo dei Francesi troncarono qualsiasi tentativo d’attuazione di quei ventilati propositi modenesi.

Un’altra sua intuizione, che si rifaceva alla giovanile esperienza di Priore al neonato Comune di San Lazzaro, fu quella di utilizzare i giornalieri nelle opere pubbliche; egli propose questo anche ai proprietari, che si dimostrarono però molto più tiepidi che non i Comuni della pianura, i quali davano «come a prestanza» gruppi di giornalieri ai possidenti che dovevano impiegarli in lavori di sistemazione dei loro fondi. Il pagamento delle cosiddette “opere” veniva fatto ai lavoranti dai Comuni: con sue parole «…a patto di ricevere da que’ possidenti il reintegro in alquante rate, mediante disborsi d’un tanto per anno, fino al saldo totale» (7). Il problema del pauperismo si acuì negli ultimi anni del dominio pontificio, anche per il progressivo allargamento dei poderi ad economia e con la graduale estensione dei maggesi e delle “boarie”; inoltre la spirale dei prezzi nei generi di prima necessità non andava attenuandosi, cosicché le grandi masse rurali, particolarmente quella dei giornalieri, si dibattevano fra la carenza di lavoro ed il continuo rincaro soprattutto del frumentone. Se il frumento nel giro di un anno era praticamente raddoppiato (siamo circa alla metà del secolo) il formentone era quasi triplicato, con grave nocumento per le classi più povere; inoltre tale crisi inflattiva non si attenuò con l’arrivo del Regno sabaudo, anzi parve ritornare con maggior virulenza negli ultimi lustri dell’Ottocento.

Tutti sanno che la base alimentare della gran parte dei contadini e dei braccianti bolognesi, quindi anche del Comune di Poggio Renatico, era costituita proprio dalla farina di questa pianta; ebbene essi dovevano, da ottobre a maggio, macinarla sempre a piccole partite: infatti ogni famiglia macinava soltanto una quantità pari al consumo familiare per un periodo di tempo mai superiore ai 15-20 giorni. Questa frequentazione così assidua del mulino (circa un paio di volte al mese) era dovuta al fatto che la farina di granoturco (mancando i moderni metodi di conservazione) si deteriorava velocemente: ecco allora che le avverse condizioni atmosferiche (assai spesso erano il gelo e la siccità che impedivano ai mulini di operare) determinavano frequenti periodi di fame e carestia presso gli strati più poveri della popolazione.

Nella seconda metà del secolo ed anche con l’avvento del Regno d’Italia, la crisi del sistema mezzadrile non solo non s’arrestò, anzi s’accentuò. Così quest’apparato economico continuò a restare dominante in molte aree della nostra pianura, pur essendo evidente la sua decadenza: neppure quel punto di svolta epocale rappresentato dal trasferimento del nostro territorio dallo Stato pontificio al Regno d’Italia (con il corrispondente passaggio dalla provincia di Bologna a quella di Ferrara) riuscì a portare cambiamenti significativi nelle nostre campagne. Come accennato poc’anzi, negli ultimi decenni del secolo l’apporto di nuove tecniche d’aratura, l’inizio di una certa meccanizzazione agraria nelle grandi tenute, l’espansione di alcune coltivazioni estensive (come il frumentone, la barbabietola, la canapa) portarono al nostro territorio scarsi risultati: qui venne a mancare certamente l’apporto delle risaie, che invece accrebbero notevolmente l’occupazione giornaliera nei Comuni limitrofi del bolognese e che si dimostrarono molto adatte ai terreni della nostra pianura, da poco tempo liberatasi delle ormai secolari “valli”, quindi ancora tendenzialmente umide e globalmente favorevoli a questa pianta. Anche se nelle nostre aziende agricole si assistette al notevole incremento dei terreni coltivati a canapa e frumentone, l’organizzazione del lavoro rurale (e quindi anche i rapporti fra i vari strati sociali) non subì nella sostanza grandi mutamenti fino allo scoppio della Grande Guerra. Il passaggio di Poggio dal bolognese al ferrarese portò gradualmente anche nelle nostre campagne all’acquisizione del versuro come unità aziendale (che nel ferrarese aveva preso piede già nel Settecento) con il quale le possessioni venivano praticamente dimezzate, da 70-80 ettari a 32-36 ettari: si attuava quindi pure la relativa diminuzione del capitale-animali presente nelle campagne (8). Il patrimonio zootecnico era incentrato prevalentemente sul bestiame bovino, ma soltanto una piccola parte era destinato ad aziende specializzate alla produzione di latte (9); in genere, la quasi totalità degli armenti veniva utilizzata come trazione bestiale nell’aratura e nella coltivazione campestre: quindi quel cambiamento strutturale dei poderi portò anche ad una contrazione globale di ciò che potremmo considerare come una grande forza-lavoro del mondo agricolo, anche se di componente animale. In buona sostanza, ciò che il Berti Pichat voleva fare negli anni ’40/’50 dell’Ottocento, trovò attuazione una quarantina di anni dopo, e ciò senza che un’autorità costituita lo imponesse “ope legis” bensì in forza di una trasformazione politico-economica. Però, con l’arrivo del nuovo secolo, i sistemi tradizionali di conduzione della terra, che si polarizzavano nella mezzadria e nella boaria (forma mista di colonia e salariato), richiedevano sempre di più una grande massa di lavoratori avventizi, molti dei quali avevano frequentemente trovato impiego come sterratori o come scariolanti in tutti i grandiosi lavori di bonifica che si erano susseguiti nelle nostre zone, dalla sistemazione della pianura renana col definitivo Progetto-Lecchi (di cui parleremo in modo maggiormente approfondito un po’ più avanti, a proposito della canapa) fino alle operazioni di bonifica delle nostra pianura attraverso quei grandi canali, che ancor oggi vediamo, costruiti o risistemati nei primi lustri del Novecento. Gli scariolanti trovarono occupazione, pur se in misura minore rispetto ad altri periodi storici, anche durante il periodo fascista; i lavori di arginatura e di rafforzamento dei nostri fiumi e dei nostri canali, oltre a tutto ciò che riguardava la sistemazione idro-geologica del territorio, non furono l’unico veicolo occupazionale per la maggior parte di essi: infatti anche altre grandi opere pubbliche li videro protagonisti e fra queste basti citare la costruzione o la manutenzione di svariati tratti delle vicine strade statali, provinciali, comunali, così come la realizzazione nel 1918 del primo “campo d’aviazione” con ben 11 hangar, tre capannoni, un magazzino, gli alloggi per ufficiali e truppa, oltre ad una pista d’atterraggio di 800 metri di lunghezza e 550 metri di larghezza. Nel periodo fra le due guerre venne attuato l’allargamento, con conseguente potenziamento, dell’aeroporto di Poggio Renatico ed arrivò nel 1931 la Prima Brigata Aerea da combattimento. Anche durante la seconda guerra mondiale, essendo divenuto sede della Luftwaffe nel 1943, occupò un gran numero di salariati della zona (pur se per ragioni ben diverse e soprattutto per riparare i danni subiti nei bombardamenti aerei alleati, che con l’avanzare della guerra diventavano sempre più devastanti) i quali si recavano al lavoro ogni giorno alla TODT, dove ricevevano un regolare salario.

Alla fine dell’Ottocento, si potevano trovare in paese, presso il negozio di alimentari oppure a quello di ferramenta (in dialetto la feramènta), alcuni manufatti tipici della zona, quali le ceste di vimini o le sporte di varie dimensioni: le prime servivano a contenere o trasportare i prodotti non liquidi e le seconde alle varie necessità familiari di spostamento di cibarie, particolarmente per la spesa quotidiana delle massaie. Le ceste domestiche, di varie dimensioni, venivano usate, oltre che per tenere in ordine le provviste “solide” della casa (molto importante era il pane, che veniva fatto di solito una volta la settimana), anche nei lavori agricoli, durante la raccolta di alcuni tipi di frutta, di legumi, di cereali; le sporte invece avevano come uso primario il trasporto a mano di svariate cose, nel maggior numero dei casi derrate alimentari. Questi prodotti artigianali presupponevano l’acquisizione di tecniche produttive che erano alla base di un mestiere particolare: il cestaio (con termine dialettale al panirér). La fabbricazione di questi canestri veniva fatta principalmente all’interno della casa colonica o nella stalla durante il periodo di cattiva stagione ed essi dovevano poi servire a tutta la famiglia “allargata”, tipica delle campagne padane (10): infatti uno della famiglia (di solito un uomo, ma a volte poteva essere anche una donna) nei mesi invernali, quando i lavori agricoli stagnavano, costruiva questi utensili trattenendone alcuni per sé e commerciandone altri; la materia prima per la loro fabbricazione era costituita dai rami di frassino (in dialetto “i frassanéin”) che erano di facile reperibilità in quanto questi alberi crescevano rigogliosi nelle vicinanze dei tanti canali della zona o sul fiume Reno, nelle cui golene si recava la maggior parte dei suoi procacciatori. In verità, non soltanto a Poggio ma anche in quasi tutti i centri abitati della “bassa”, esisteva un artigiano che, padroneggiando le tecniche costruttive di questi prodotti, li realizzava e li vendeva poi al negoziante del paese. Altro mestiere collegabile a questo era il seggiolaio (in dialetto al scranér) che impagliava (ed a volte anche “aggiustava” letteralmente) le sedie di casa già consunte; di solito si muoveva in giro per le campagne a cadenza annuale, durante la cattiva stagione, ma, a volte, veniva anche chiamato “d’urgenza” per il semplice motivo che attendere il suo solito “giro” avrebbe fatto passare troppo tempo e le “scranne” non potevano più aspettare, pena il non sedersi a tavola. L’impagliatura delle seggiole veniva fatta con l’intreccio di una pianta palustre tipica delle valli nostrane, il “Carice delle rive” (Carex riparia) che assumeva localmente svariati nomi, quali pavìra, erba sala, quadrello, a seconda delle zone di appartenenza; essa cresceva spontaneamente a ridosso di fiumi e canali o tra le acque melmose delle valli (11). Con quest’erba essiccata venivano fabbricate pure le sporte, intrecciate le stuoie ed anche impagliate le damigiane ed i fiaschi. I termini “damigiana” e “fiasco” sono riferiti alla lingua italiana; i termini dialettali locali d’uso comune erano invece rispettivamente “zócca” (o “zucón”) e “zuchèin” (o zuchètt), quest’ultimi usati pure al femminile, facenti chiaramente riferimento alla loro dimensione, alla loro capacità ed anche manifestamente collegabili, nella loro forma, a due piante ortive molto comuni: la zucca e la zucchina).

Il seggiolaio era molto spesso anche scopettaio, fabbricava cioè le scope per pulire i pavimenti delle case “povere”. A quel tempo, sia nelle case coloniche che in quelle di paese, le pavimentazioni degl’interni domestici a piano-terra erano quasi tutte di due tipi: in terra battuta o in mattoni cotti (e quest’ultimo manufatto andò via via sostituendo la terra nuda pressata, particolarmente dalla seconda metà dell’Ottocento ai primi decenni del Novecento); invece per i piani superiori, di solito uno o due (con il secondo parecchio più basso a mo’ di mansarda), veniva usato quasi ovunque il legno. Le scope erano fatte con le cosiddette spazzarine, cioè con la parte terminale ad infiorescenza di una canna palustre di facile reperibilità, la saggina, il cui ciuffo si dimostrava adattissimo a questa funzione in quel tipo di case. Esisteva anche un altro tipo di scopa, costituita da fasci di stecchi molto sottili, legati fra loro e poi assemblati l’uno a fianco all’altro per formare una linea compatta, orizzontalmente efficace (oggi sono fabbricate in plastica colorata, meno voluminose ma più larghe, meno compatte ma più comode), la quale veniva fatta sempre con la saggina (detta in dialetto mélga) però con il suo stelo, molto sottile e resistente, assai adatto all’uso e facilmente ritrovabile nelle campagne. Le ramazze, invece, che venivano usate per il cortile della casa o per le sue vicinanze oltre che per la pulizia di locali attinenti lavori agricoli, erano fatte con i rametti essiccati, lunghi e sottili, degli alberi più fruibili nelle campagne circostanti, oppure assai più spesso con i rami secchi dei cespugli, di parecchio più resistenti. Questi bastoncini, di solito abbastanza friabili, fornivano una certa robustezza se legati a fastello attorno al loro manico, ma il loro spezzarsi e consumarsi era evidentemente assai facile; così com’era facile, d’altronde, reperirli in grande quantità dagli alberi o dagli arbusti che costellavano i campi coltivati.

Molto importante era pure la fabbricazione dei rastrelli, attrezzi interamente lignei, utilissimi sia nelle campagne che nelle adiacenze delle case coloniche; ebbene questi utensili venivano costruiti molto spesso dagli stessi contadini che provvedevano loro medesimi sia alla fabbricazione che alla riparazione di questi manufatti; tuttavia li si potevano reperire pure nel negozio paesano di ferramenta. Non esisteva un vero e proprio “mestiere” per realizzare questi arnesi tipici della nostrana agricoltura, però si può dire che essi erano appannaggio di qualunque falegname, il quale li costruiva il più delle volte su ordinazione.

Una delle colture più estese nelle nostre campagne, in relazione al periodo di tempo preso in considerazione, fu senza alcun dubbio la canapa; questa pianta, in auge a Bologna fin dal XV secolo, era chiaramente diffusissima nel “contado” ed anche nelle nostre zone occupava grandi appezzamenti di terreno. Legati poi alla coltivazione della canapa, vi erano tanti mestieri agricoli che oggi non esistono più; qui ne citerò solamente alcuni, oseremmo dire quelli meno specialistici e maggiormente diffusi nelle nostre campagne. Però, prima d’affrontare l’argomento specifico, bisogna fornire al lettore un quadro d’insieme riguardante la coltura della canapa nel Comune di Poggio Renatico ed anche spiegarne la sua grande diffusione che, attraversando tutta l’Età Moderna, arrivò fino agli Anni Cinquanta del secolo scorso, allorché questa pianta sparì completamente dalle nostre zone.

La canapa era già conosciuta nell’Età Antica: ce lo testimoniano, fra i tanti autori d’epoca romana, Plinio il Vecchio nella sua monumentale “Naturalis Historia” e Lucio Moderato Columella nel “De re rustica”, opere entrambe databili al I secolo d.C.; in tutta la Penisola, la diffusione di questa pianta, però, restò assai limitata fin verso la fine del Medio Evo: neppure Pietro de’ Crescenzi (conosciuto anche come Pier Crescenzi, Bologna, 1233-1320, giurista ed agronomo) nel suo “Liber commodorum ruralium” -detto pure “De agricoltura”- forse l’unica, vera, grande opera agronomica medioevale, ci fornisce maggiori e più precise informazioni su questa coltivazione rispetto a quelle degli antichi. Ma è dal XV secolo che numerosissime fonti storiografiche documentano la grande espansione di questa pianta in tutto il territorio della “bassa” bolognese ed in tutta la pianura fino al Po; naturalmente la coltivazione è legata al forte aumento commerciale di alcuni “prodotti” che diventeranno, per un lungo periodo, tipici della città di Bologna: la fibra, il cordame ed il tessuto canapino. Dapprima il Comune di Bologna, poi le varie signorie succedutesi nella città e quindi lo Stato Pontificio cercheranno di salvaguardare questo monopolio “industriale” urbano e quindi, di riflesso, anche la rispettiva produzione agraria nel nostro territorio. Basta un solo dato per render conto dell’importanza della canapa per Bologna nel XVI secolo: nella sua lavorazione presso gli opifici cittadini erano impegnati circa 12 mila lavoratori! La progressiva espansione coltiva di questa pianta non ebbe luogo soltanto nelle nostre campagne, ma anche in svariate regioni europee: ciò era indubbiamente dovuto alla forte richiesta da parte di tutte le grandi potenze marittime del tempo, a cominciare dalla Repubblica di Venezia e dal Regno d’Inghilterra, le quali usavano i prodotti finiti per le vele ed i cordami delle loro grandi flotte, prediligendo la canapa nostrana (12).

A Bologna esistette fin dal XV secolo la “Compagnia dei gargiolari” la quale aveva scelto come santo protettore Sant’Antonio Abate: teneva quindi ogni 17 gennaio la sua festa ed offriva nello stesso giorno la cera alla di Lui cappella in San Giacomo Maggiore; nel 1666 ai gargiolari venne riconosciuta ufficialmente la loro Compagnia che si chiamò “Arte de’ gargiolari e capestrari di Bologna”, confermando come suo protettore particolare S. Antonio Abate.

Anche nei secoli XVII e XVIII la canapa occupò nelle nostre campagne buona parte delle terre coltivate, nonostante i disastri idro-geologici susseguenti alla forzata immissione del Reno nella valle San Martina ed alla successiva e progressiva espansione delle parti vallive in tutto il territorio comunale di Poggio Renatico; a tal proposito basta ricordare il nome (Valli di Poggio e di Malalbergo) dato a tutto quel grande territorio acquitrinoso, formatosi dal 1604 in poi, a sud dell’odierno Reno; la superficie valliva andò allargandosi sempre più col passar degli anni e trovò la sua definitiva sistemazione soltanto nel 1767 col progetto di Antonio Lecchi, Tommaso Temanza e Giovanni Verace. Tale pianificazione, diretta con energia e competenza da mons. Ignazio Boncompagni Ludovisi (il futuro cardinale bolognese, inviato appositamente da papa Clemente XIII per attuare ciò che la Sacra Congregazione dell’Acque aveva deciso), risolse così in gran parte gli annosi problemi idraulici della pianura renana utilizzando il Cavo Benedettino ed il ramo del Vecchio Primaro per portare direttamente il fiume in Adriatico. I benefici che ne derivarono furono subito evidenti; a tal proposito è sufficiente citare alcuni dati significativi: nel 1780 (nonostante le gravi inondazioni del 1772) vennero strappate alle acque 87.018 tornature, di cui 14.519 investite a frumento, 7.307 a marzatelli, 3.149 a canapa ed il resto occupato da prati, pascoli, boschi e dai cosiddetti “vegri” (13); due anni dopo l’estensione bonificata si era estesa di altre 5.458 tornature e nel 1789 un’altra valutazione (ritenuta però dallo Zangheri “forse un po’ esagerata”) riportava a 121.130 le tornature totali bonificate, pari ad ettari 25.235 (14); certamente una bella fetta di terreno riconquistato alle antiche colture, pur se gonfiata (15). Resta chiaro, quindi, che la situazione andò migliorando progressivamente anche nel secolo successivo, nonostante le periodiche inondazioni di questo limaccioso e riottoso fiume pènsile (16).

Tornando alla coltivazione della canapa, per essa si deve far riferimento quasi interamente al sistema della mezzadria e del bracciantato; questi due apparati agrari consentirono alla nostra pianura di rappresentare, per alcuni secoli, il fulcro del grande sviluppo coltivo di questa pianta. Infatti questo particolare rapporto di produzione dispose di una notevole quantità di manodopera a basso costo (cioè quello dell’intera famiglia contadina e dei numerosi braccianti locali) facendo sì che questo prodotto costituisse la fonte di maggior reddito per unità di superficie, anche rispetto alle più “tradizionali” colture delle nostre zone, perlomeno fino alla fine del XIX secolo. A tal proposito uno studio del Comizio Agrario di Bologna, nel 1881, individuava in Lire 310,40 il guadagno per ettaro del padrone ed in Lire 23,19 quello del mezzadro in un podere di terreno sciolto: resta evidente, oltre alla buona resa del prodotto, anche la notevole sproporzione reddituale fra proprietario e colono (17).

Non voglio dilungarmi qui nell’esporre le varie fasi della lavorazione della canapa, ma ci limiteremo soltanto a riassumerle in modo assai sintetico, partendo dalla ravagliatura. Questa nuova tecnica di produzione, introdotta verso la fine del Settecento ed ai primi dell’Ottocento per il notevole incremento dei canapai, consisteva nel fondere assieme il lavoro d’aratura con quello di vangatura; la simultaneità dei due lavori, che precedentemente erano svolti l’uno a seguito dell’altro con notevole utilizzo di manodopera contadina (ed anche bracciantile) durante il mese di novembre, permetteva un sostanzioso risparmio di manovalanza al colono che, per l’espansione coltiva suddetta, non era più in grado di affrontare i lavori sul canapaio, diventato ormai un quarto di tutto il podere (18). L’operazione successiva era la semina, seguita subitamente dalla ricopertura del seme con un rastrello: ciò rendeva così molto più uniforme e più fertile il terreno trattato. La raccolta degli steli veniva fatta in piena estate, verso la fine di luglio o ai primi d’agosto; col falcetto, ogni lavoratore li recideva a gruppi alla base, poi li ordinava in manelle, che subito dopo incrociava progressivamente sul terreno a forma di X. Dopo l’essiccatura, alle manelle veniva praticata la cosiddetta “scossatura” per far cadere le foglie, indi queste venivano posizionate in fasci conici più grandi (aventi un diametro di base di circa due metri), detti prelle. Dopo alcuni giorni la prella veniva disposta su di un bancale per selezionare gli steli a seconda della lunghezza: essi erano poi legati in fasci cilindrici formati da una decina di manelle e trasportati al macero. Qui iniziava quel processo degenerativo che avrebbe consentito di togliere lo stelo legnoso (il canapulo) dalla fibra tessile (il tiglio) attraverso la postura in acqua stagnante, che durava circa otto giorni, dei postoni, cioè dei fastelli precedentemente preparati ed ammassati a mo’ di zattera, i quali venivano in seguito affondati con due semplici metodi, detti “a stanghe” o “a sassi” (19). Dopo il periodo di macerazione, i postoni venivano riportati a galla, trascinati ai bordi del macero e slegati per procedere alla lavatura; in un secondo tempo la canapa, dopo che era stata sgocciolata sul prato vicino, veniva caricata sui carri e trasportata nei maggesi o sulle cavedagne perché asciugasse. Si arrivava infine alla cosiddetta decanapulazione, cioè a quelle due fondamentali operazioni che consentivano di liberare la canapa macerata dallo stelo legnoso (o canapulo) al fine di ottenere il tiglio grezzo; queste due fasi lavorative erano: la scavezzatura e la gramolatura. Tali interventi richiedevano un grande impiego di forza-lavoro, cosicchè la famiglia mezzadrile doveva ricorrere sia allo scambio d’opera con altri coloni (la cosiddetta zèrla) sia ad una consistente manodopera bracciantile. Attorno alla metà dell’Ottocento, la scavezzatura non venne più fatta a mano, ma si cominciò ad attuarla con delle macchine. Ciò consentì di lasciare ai braccianti il lavoro di gramolatura, eseguito con la tradizionale gramola; verso la fine del secolo vennero poi introdotte delle locomobili a vapore, che portarono alla meccanizzazione di queste ultime due fasi lavorative. L’ultima parte attiva che il contratto di mezzadria assegnava ai coloni era la decanapulazione; al termine, la canapa grezza veniva immagazzinata in attesa della vendita (20).

L’operazione successiva consisteva nella commercializzazione del prodotto e questa spettava al proprietario; il padrone incassava molte volte anche la parte colonica, a compenso dei debiti contratti dal mezzadro durante l’anno. A Bologna, o in alcuni centri minori del contado, la canapa subiva le ultime quattro lavorazioni (gargiolatura, filatura, tessitura, corderia) che vedevano impegnate migliaia di persone, fra artigiani, lavoratori a domicilio ed operai di manifattura.

Bisogna ricordare ulteriormente che al mezzadro, soprattutto nel Novecento piuttosto che nel secolo precedente, veniva concesso dal possidente una quota limitata del prodotto al momento dell’immagazzinaggio, cosicché svariate “mazzuole” venivano accantonate, pronte per la pettinatura domestica: per far ciò si ricorreva a due artigiani, il gargiolaio ed il cordaio, che svolgevano due di quei lavori che oggi non esistono più. Il primo operava presso la casa colonica (ospitato spesso pure a pranzo e cena) in autunno e molte volte veniva compensato con una parte del prodotto, cioè con gargiolo e stoppa; il secondo (che a volte era la stessa persona) arrivava in primavera e trasformava una parte della stoppa o del gargiolo in corde, che venivano utilizzate per il consumo domestico oppure vendute dal mezzadro con un discreto ricavo. Solitamente gargiolai e cordai agivano in coppia (se la quantità da lavorare fosse stata particolarmente abbondante, allora il loro numero poteva essere superiore: però in quel caso era lo stesso colono che si premurava di ingaggiarne qualcuno in più); la trasformazione veniva attuata con uno speciale mulinello, la màsola. C’era pure un altro mestiere, ora scomparso, legato alla modificazione di questa pianta: il conciatore. Queste persone, a metà strada fra il lavorante e l’artigiano, andavano presso le case dei mezzadri a conciare le matasse perché potessero essere lavorate; per far questo usavano i grafi, cioè delle punte di ferro con le quali si graffiava la canapa affinché diventasse sottile, quindi facilmente tessibile. La filatura, l’ordinatura e la tessitura erano le ultime operazioni che però venivano fatte in ambito domestico ed essenzialmente per il soddisfacimento dei bisogni familiari di tele; erano le donne dei contadini che, nei mesi invernali ed il più delle volte nelle stalle, lavoravano il gargiolo e la stoppa con rocca, fuso, aspo, navetta e filatoio, preparando in tal modo la trama: essa veniva tessuta su un telaio (sempre di proprietà della famiglia) sul quale la tessitrice, esercitando una pressione sui pedali, alzava ed abbassava alternativamente le due serie di fili dell’ordìto, inserendo poi la navetta nel varco che ogni volta s’apriva.

Verso la fine dell’inverno questo procedimento artigianal-domestico, apparentemente semplice ma in realtà assai complesso, terminava con l’acquisizione di nuova biancheria, nuovo vestiario, nuovo corredo per le figlie da maritare. Oltretutto, a volte poteva restare qualche matassina di stoppa che il mezzadro si premurava di vendere, in paese o in città, ricavandone così un po' di soldi che, in tempi grami, sarebbero diventati vera e propria manna dal cielo.

Vorrei terminare con una mia personale considerazione, che in realtà è soprattutto una constatazione: tutte le persone che hanno vissuto (anche soltanto parzialmente o in un lasso di tempo assai ristretto) questo tipo di società contadino-patriarcale, tutti coloro con cui ho potuto scambiare discorsi e ragionamenti, la ricordano non soltanto con quella nostalgia che è tipica delle reminiscenze d’infanzia, in cui tutto era sempre più bello e più buono, ma con un amore unico ed un affetto sincero verso quella forma di società. Essa, secondo loro, pareva veramente privilegiare sia i rapporti tra persone che la gioia di poter aiutare gli altri, fossero essi parenti, vicini, oppure anche persone sconosciute.

Concludo con una domanda, forse un po’ retorica ma degna di riflessione: l’insieme di quei comportamenti era soltanto sintomo di “carità cristiana” oppure era quel genere di società, strutturata in quel modo, a mantenere ed a sostenere certi valori che oggi, purtroppo, vanno scomparendo?

Giulio Reggiani

Note:

(1) Qualche contratto, anche nel nostro territorio comunale, prevedeva che il colono fornisse tutto il bestiame; ciò pareva essere notevolmente svantaggioso per il mezzadro, ma in realtà il danno veniva attenuato da altri piccoli benefici sull’allevamento e sulla produzione agricola, “benefit” che il proprietario concedeva alla chiusura dei vari raccolti.

(2) Le “boarie” ed anche le cosiddette “aziende ad economia” erano strutturalmente ed imprenditorialmente molto simili, anzi si potrebbe dire che erano sostanzialmente la stessa cosa: infatti ambedue utilizzavano in modo consistente la manodopera bracciantile, preferita al contratto di mezzadria per i minori costi economici dei braccianti e per la stagionalità nell’impiego di questi lavoratori, particolarmente in terreni con poca resa di coltivazione: questi poderi, perciò, abbisognavano anche e soprattutto dell’uso della vanga. Nel contratto di boaria veniva sancito il rapporto “lavorativo” fra il proprietario e l’intera famiglia colonica, rappresentata dal suo reggitore (l’arzdòur), ossia il boaro. Quest’ultima figura era ben diversa da colui che svolgeva tutt’altro lavoro curando il bestiame bovino nella stalla: il termine è identico, ma quello non si deve confondere con quest’ultimo, essenzialmente un lavorante, che era chiamato, oltre che boaro, anche boarolo o vaccaro. Molto interessante, su questo argomento, è il contratto di boaria esposto nel volume di CARLO LEGA, La società contadina nell’alto ferrarese, Ferrara, 1994, al capitolo IV, par. 6, pag. 63 e segg..

(3) I braccenti (termine da non confondere con braccianti) erano lavoratori agricoli che nelle “aziende ad economia” e nelle “boarie” avevano un certo qual rapporto di stabilità occupazionale, avendo ottenuto dall’imprenditore agrario la sicurezza di un assodato “plafond” di giornate lavorative annuali. Essi si occupavano, oltre che della raccolta dei vari prodotti presenti nel podere, anche della manutenzione “ordinaria” dei campi. Vedasi sull’argomento il libro di MARIO ZUCCHINI, L’agricoltura ferrarese attraverso i secoli, Roma, 1967, pag. 185 e segg., pag 269 e segg., oltre a quello di Don VINCENZO DOMENICO CHENDI, Il vero campagnuolo ferrarese, Ferrara, 1761.

(4) Vedasi, riguardo i dati statistici, CARLO BERTI PICHAT, Delle tutela dei prodotti campestri, Bologna 1847, pag. 177. Inoltre bisogna tener presente che ognuna di queste cifre era pure comprensiva di tutti i membri familiari collegabili al capofamiglia. Costui, quindi, li “trascinava statisticamente” tutti quanti nella categoria in cui lui stesso si trovava inserito.

(5) La corba costituiva la prevalente unità di misura di capacità, usata in queste zone per prodotti “non liquidi”. Si era soliti, a quel tempo come in tempi passati, misurare le aree coltive dei terreni non soltanto con unità di misura di superficie ma anche in base alla loro capacità produttiva, riferendosi naturalmente alla quantità di sementi utilizzata.

(6) C. BERTI PICHAT, op. cit., pag.189.

(7) Vorrei ricordare che la cosiddetta “opera” (óvra in dialetto) equivaleva al lavoro dipendente di un operaio agricolo per una giornata.

(8) Il versuro, che prendeva innegabilmente il nome dall’omonimo e più famoso tipo di aratro, era quell’unità colturale o aziendale costituita dalla superficie di terra coltivata che si poteva arare nel corso dell’annata, comprensiva dei due “avanzoni” di frumento e “marzatelli”. Naturalmente l’estensione variava a seconda del tipo di terreno, più limitata in quelli argillosi, più vasta in quelli silicei ed organici, ovviamente di più facile lavorazione. Vincenzo Domenico Chendi, (op. cit.) per terreni di una proporzionata mescolanza, calcola il “versuro” attorno ai 35 ettari, compresi pascoli e prati naturali fornenti il fabbisogno erbaceo per il tiro del bestiame. Sull’argomento vedasi pure M. ZUCCHINI, Op. cit., pag. 190 e segg..

(9) Nell’Ottocento, quest’attività casearia non risulta essere mai stata presente sul nostro territorio comunale ed anche in ambito provinciale la ritroviamo assai sporadicamente. Si stava diffondendo però verso il modenese: infatti qui troverà notevole crescita, diventando più tardi una voce economica importante nell’ambito dello sviluppo agrario novecentesco.

(10) La “famiglia allargata” o “patriarcale” era caratteristica di tutta la pianura padana ed aveva come fulcro conduttivo il cosiddetto arzdòur e sua moglie, l’arzdòura; per una visione completa della famiglia patriarcale vedasi: C. PONI, La famiglia contadina e il podere in Emilia Romagna, in “Fossi e cavedagne benedicon le campagne”, Il Mulino, Bologna, 1982. Sull’argomento, resta molto interessante il paragrafo del libro di CARLO LEGA, La società contadina nell’alto nell’alto ferrarese, Ferrara, 1994, cap. IV, par. 3, pag. 53 e segg., dedicato alla famiglia colonica, come pure degno d’attenzione è l’intero capitolo X, sempre rivolto allo stesso argomento (pag. 139 e segg.), del medesimo libro. Quindi tale famiglia non è certamente da confondersi con la “famiglia allargata” d’oggi, determinata essenzialmente da divorzi, separazioni e nuovi matrimoni.

(11) Nel saggio di DINO CHIARINI, Le trasformazioni agrarie nell’‘800 e nel ‘900, in “Maletum”, Malalbergo (Bo), 2004, pag. 34 e segg., egli, occupandosi di quest’erbe palustri nel vicino Comune di Malalbergo, le chiama con gli stessi nomi da me usati, con l’unica eccezione della pavìra che egli chiama paviera. La differenza mi sembra estremamente ridotta, forse dettata da un’italianizzazione del termine da parte sua oppure dalla dialettizzazione del vocabolo da parte mia. Il Chiarini rende inoltre un quadro complessivo delle colture di questo Comune a noi vicino proprio nel periodo storico relativo a questa mia breve trattazione: si può così notare che le coltivazioni erano molto simili, essendo molto simile il territorio di questi due Comuni limitrofi; l’unica vera eccezione era costituita dal riso, che là rappresentava una vera forza trainante per l’economia agricola locale, mentre a Poggio Renatico non abbiamo notizie di una sua vasta superficie coltivata, né nell’Ottocento né nel Novecento.

(12) Fu proprio da quel periodo che le grosse funi cominciarono ad essere chiamate “canapi”.

(13) I vegri erano, fin dal secolo XVI, quei campi coltivati, tenuti a riposo per alcuni anni, che costituivano, nell’ambito del podere, la parte più consistente di coltivazione erbacea; essi, solitamente posti nelle parti più basse della possessione, accoglievano poi prodotti a carattere estensivo. Vedasi al riguardo M. ZUCCHINI, op. cit., pag. 206 e segg. e pag. 235.

Per quanto concerne i marzatelli venivano così chiamate quelle piantagioni da raccogliere in primavera, con riferimento evidente al mese di marzo.

(14) Rammento al lettore che una tornatura bolognese corrisponde a mq. 2.080, cioè circa un quinto di ettaro: il rapporto fra le due misure di superficie è per l’esattezza 4,8066).

(15) R. ZANGHERI, Per lo studio dell’agricoltura bolognese nel ‘700, in «Studi in onore di Armando Sapori», vol. II, Milano, 1957, pag 1250 e segg..

(16) Alcune furono veramente molto gravi. Voglio qui citarne solamente quattro fra quelle ottocentesche riguardanti questa parte della pianura renana (e qualcuna anche il Comune di Poggio Renatico), sia a destra che a sinistra del fiume: 1) quella del settembre 1842 nella quale, in soli due giorni, il 13 ed il 14, il corso d'acqua ruppe gli argini in ben 8 punti lungo il suo tragitto fino al mare ed uno di questi squarci si ebbe in località Torniano, presso il Passo del Gallo, per sormonto e con un varco di circa 117 metri nel corpo arginale; 2) quella del 27 dicembre 1859, per sormonto, nella zona destra in Comune di Argelato, di due mesi successiva a quella in argine sinistro, abbastanza in prossimità della foce, con allagamento globale di ben 100.000 ettari, inclusi l’abitato di Comacchio e le sue valli; 3) quella del 7 novembre 1864, nell’argine sinistro al Passo del Gallo, per “fontanaccio”, con un allagamento di circa 6.000 ettari ed uno squarcio di 112 metri; 4) la famosa Rotta Cremona del 1889, nell’argine destro fra Pieve di Cento e Galliera, che sparse le acque del Reno, oltre che nei due paesi citati, anche a San Venanzio ed a Malalbergo, arrivando a sommergere i terreni fin oltre Passo Segni. La quantità di acque espansesi alla destra del fiume fu notevolissima: significativo il fatto che a Malalbergo il livello dell’inondazione superò il metro nel centro del paese, cioè in uno dei suoi punti più “alti”; ne dà testimonianza una lapide, appositamente appesa ad un edificio, per ricordare l’evento eccezionale.

(17) Monografia del podere bolognese, a cura del Comizio Agrario di Bologna, Bologna, 1881, pag. 6 e segg., pag.18 e segg..

(18) Per quanto riguarda tale metodo di coltivazione, vedasi CARLO PONI, Aratri e sistemazioni idrauliche, in “Fossi e cavedagne benedicon le campagne”, pag. 119; egli riferisce che la ravagliatura, durante il secolo XIX, si diffuse anche nei campi a mais, pur in forma modificata. Ci ragguaglia inoltre (sulla base dell’opera di AGOSTINO RAMPONI, Il testamento di un vecchio agricoltore, in “Annali della Società agraria della provincia di Bologna”, vol. LVII degli «Annali» e LXVII delle «Memorie», Bologna, 1930, pag. 132) circa la differenza di resa fra le cosiddette fette (campi investiti a frumento e marzatelli, con maggese irregolare) ed i canapai (campi investiti a frumento-canapa in rotazione continua). Questo studioso, vissuto a cavallo dei due secoli scorsi, racconta come, verso la fine dell’Ottocento, riuscì a portare tutto il podere ad una resa uniforme coltivando le fette con le stesse tecniche intensive dei canapai. Fino a quel momento le fette non erano mai riuscite a colmare il “gap” produttivo nei confronti dei canapai: a tal proposito egli riporta pure alcune cifre, riferibili alla fine di quel secolo: i canapai rendevano 20 quintali di frumento per ettaro, mentre le fette soltanto 7-8, cioè poco più di un terzo. Va detto però (e questo è un mio rilievo personale) che i costi dei canapai erano sensibilmente più alti (quest’ultimo era il modo usato quasi totalmente nelle nostre campagne).

(19) Il metodo “a sassi” era quello usato quasi totalmente nelle campagne del Comune di Poggio Renatico, vuoi per le dimensioni mai troppo grandi del màcero, vuoi per la non eccessiva profondità e la relativa quantità d’acqua in esso contenuta.

(20) Molto interessante, anche se forse un po’ troppo sintetico, è l’opuscolo, a cura di MAGDA BURANI e FRANCESCO FABBRI, C’era una volta la canapa …”, Ed. Comune di Anzola dell’Emilia, Anzola Emilia (Bo), 1997, che però ha il pregio di fondere assieme una parte descrittiva, una parte iconografica ed una parte storico-rievocativa fatta attraverso interviste a persone che la canapa l’avevano veramente coltivata e lavorata.




Scritto in Poggio Renatico | Storia. Locale e generaleinvia ad un amico | letto 4492 volte

Inserito da redazione il Dom, 2016-05-15 06:12