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L'antica Pieve di S. Vincenzo. Ricerca storica di Franco Ardizzoni


L’ANTICA PIEVE DEI SANTI VINCENZO ED ANASTASIO IN SALTOPIANO
La pieve di San Vincenzo è una delle più antiche della pianura bolognese,
forse la più antica in assoluto. Infatti, secondo i documenti ancora esistenti, è citata per la prima volta in un placito tenuto a Cinquanta ( San Giorgio di Piano) nel IX secolo:
E’ l’anno 898 (IX secolo) in un giorno non meglio precisato del mese di luglio, Guido, conte di Modena, accompagnato da Agino (o Aginone), vasso dell’imperatore Lamberto , e Bertolfo, visconte di Cittanova , nonché castaldi e vassi del conte, notai e scabini di più luoghi del modenese, del reggiano e del bolognese, si incontrano a “Villa que dicitur Quingentas” (poi identificata come Cinquanta, località nei pressi dell’attuale S. Giorgio di Piano) per emettere un placito (pubblico giudizio) nella vertenza tra il monastero di Nonantola e la chiesa di Modena per il possesso della corte di Cannedolo nei dintorni di Solara (presso l’attuale Bomporto). Il placito fu emesso in favore del monastero di Nonantola, il cui abate, di nome Leopardo, potè dimostrare, con diversi documenti, il possesso della suddetta corte fin dai tempi dei re longobardi Liutprando ed Astolfo (VIII secolo). A scrivere quell’atto (noto come “Il Placito di Cinquanta”) vi era Lupo, notaio dativo, della pieve di San Vincenzo, in Salto Piano ( Lupius notarius dativo huius plebem sancti Vincencii Saltus <Spani> ). (1)
Gli argomenti principali del placito sono naturalmente la corte di Cannedolo e la località di Cinquanta, ma esso contiene pure diverse e preziose informazioni, quali indicazioni di luoghi, di toponimi scomparsi, citazione di vari personaggi ed autorità, molto utili anche per la storia della pieve di San Vincenzo e per il territorio nel quale detta pieve era inserita, inoltre rappresenta il documento più antico in cui essa viene citata .
Fra le diverse informazioni, particolarmente due sono quelle che più ci interessano per la storia di San Vincenzo.
La prima indica che sia la pieve di San Vincenzo che la località di Cinquanta, si trovavano nel Saltopiano (Saltus Planus) , antica struttura fondiaria e agraria, di probabile origine tardo imperiale, che Amedeo Benati identifica con i territori che oggi formano i comuni di Galliera, Poggiorenatico, Malalbergo, San Pietro in Casale, più le zone periferiche dei comuni di Argelato, San Giorgio di Piano, Castelmaggiore, Budrio e Ferrara (S. Martino in Gurgo o della Pontonara). Cioè in questa circoscrizione erano comprese tutte le comunità che, ad eccezione di quella di S. Martino in Gurgo, nella divisione del contado, operata per scopi militari e fiscali nel 1223 dal comune di Bologna, vennero poste nel quartiere di S. Procolo, al quale vennero assegnate le terre fra Reno e Savena antico, a nord della via Emilia.

Il Saltopiano, nelle forme Saltus Planus, Saltus Panus e talvolta Saltus Pleno, Pano e Spoano, ricorre ancora nei documenti dei secoli XI e XII. Possediamo sufficienti informazioni, aggiunge Amedeo Benati, che ci consentono di considerare il Saltus come uno dei vasti possedimenti pubblici che, nell’ultima età di Roma, figuravano tra i possedimenti imperiali ed erano amministrati da particolari funzionari statali, i saltuari. Ma al tempo del placito di Cinquanta non vi erano più i saltuari e il riferimento al Saltus Planus è da intendersi solamente come indicazione di una circoscrizione remota, non più esistente come entità amministrativa e/o politica.
Infatti il sistema di riferimento e di individuazione dei beni fondiari fu, aggiunge sempre Benati, per i secoli del primo medioevo e fin oltre il Mille, la pieve. (2)

Purtroppo la scarsità dei documenti di quel periodo non ci consente di stabilire quale fosse la circoscrizione territoriale della pieve di San Vincenzo nel IX secolo. Soltanto un elenco dell’anno 1300, redatto per la riscossione delle decime e dei tributi dovuti alla Santa Sede, pubblicato da Pietro Sella nel 1928 (3), ci indica che la pieve di San Vincenzo aveva una notevole prevalenza giurisdizionale sulle altre circonvicine e che all’autorità di quel pievano erano soggette ben venti parrocchie ed un ospedale, (la pieve di S.Pietro in Casale ne contava soltanto sei). Ma torneremo in seguito sull’argomento.

La seconda informazione importante, contenuta nel documento, è l’indicazione che il comitato di Modena aveva competenza giuridica in buona parte del Saltopiano. Nelle carte del secolo X si trova ripetutamente che località del Saltopiano (fra queste anche la pieve di San Vincenzo) vengono dette in territorio (cioè diocesi) bolognese, ma di iudiciaria (comitato) di Modena). Questa situazione probabilmente risale al periodo in cui il re longobardo Liutprando occupò Bologna (727-728), dopo aver sfondato la linea difensiva eretta dai Bizantini ed incentrata sul castrum di Persiceta, oltre che su altri castelli quali Ferronianum, Montebellium, Verabulum e Buxo. (4)

Il secondo documento (in ordine cronologico) che riporta notizie sulla pieve di San Vincenzo, dopo il placito di Cinquanta, è un diploma che l’imperatore Ottone I emise nell’anno 962 (5) con il quale concedeva la corte di Antoniano al prete Erolfo di Arezzo.

Faceva parte, questa corte, del comitato di Modena e ricadeva per la maggior parte nella pieve di San Vincenzo (diocesi di Bologna) con qualche appendice nella pieve di S. Martino in Gurgo (diocesi di Ferrara). Specifica il Diploma di Ottone I dell’anno 962 …curtem iuris nostri regni Antongnano nuncupatam, situm in loco Saltospano, coniacentem comitatu Modenense in plebe sancti Vincentii territorio Bononiensis et Ferrariensis….

La corte di Antoniano era inserita nel territorio della pieve di San Vincenzo, quindi rappresentava una parte, più o meno grande, di questo territorio, e le sue proprietà e pertinenze probabilmente non erano tutte unite fra loro. Questa corte era stata tenuta, a titolo beneficiario, da onifacio duca e marchese (che probabilmente l’aveva ottenuta da Berengario II, re d’Italia ed imperatore), il quale (Bonifacio) resse il comitato di Bologna da circa l’anno 924 fino al 953, anno della sua morte. Nel 962, Ottone I di Sassonia (il grande), la concedette ad Erolfo presbitero della Chiesa di Arezzo (di cui era vescovo Everardo, figlio del marchese Bonifacio). Nel 970 una parte di questa corte era in possesso di Ugo, marchese di Toscana, che la donò al monastero di Marturi (Poggibonsi).

E’ bene precisare e sottolineare, anche se potrebbe sembrare superfluo, che soltanto la corte di Antoniano fu concessa ad Erolfo, e non la pieve di San Vincenzo e le sue pertinenze. Purtroppo in qualche pubblicazione la vicenda è riportata in maniera non molto chiara, tanto da poter indurre a conclusioni sbagliate.

Ma quale era l’ubicazione della corte di Antoniano e con quale località attuale può essere identificata? Edmondo Cavicchi (6) la colloca senza esitazione nell’attuale territorio di S. Alberto (una delle parrocchie del comune di San Pietro in Casale), ma non specifica i motivi di questa sua convinzione. Amedeo Benati invece, pur arrivando alla stessa conclusione, affronta l’argomento in maniera più articolata (La pieve di S.Pietro in Casale) e fa riferimento al diploma ottoniano:

Ottone I, per intervento dell’imperatrice Adelaide e del duca Rodolfo, concede ad Erolfo prete, la corte di Antoniano in Saltopiano, nel comitato modenese, pieve S. Vincenzo, territorio Bolognese e Ferrarese, con tutte le sue pertinenze, fra cui una cappella in onore del Santo Salvatore, e il ripatico di Galliera e di Cocenno, così come l’ebbe in feudo Bonifacio duca e marchese”.
Benati ritiene che la cappella di S. Salvatore, citata nel diploma, sia da identificarsi con il monastero di San Salvatore in Sant’Alberto (de terra sancti Alberti), ora territorio del comune di San Pietro in Casale, che appartenne al monastero vallombrosiano di S. Pietro di Moscheta (in Toscana) e poi a quello di Opleta (Castiglione dei Pepoli, provincia di Bologna). La chiesa di S. Alberto è rimasta in giurisdizione della pieve di San Vincenzo fino ad epoca recente.
Un terzo documento (sempre del X secolo) in cui è di nuovo citata la pieve di San Vincenzo è dell’anno 972, 10 settembre (G. Cencetti:le carte bolognesi del X secolo; originale nell’Archivio Arcivescovile di Ravenna), e si riferisce ad una concessione enfiteutica fatta da Onesto, arcivescovo di Ravenna, a Warino (o Guarino) conte di Ferrara e a sua moglie Officia di un notevole complesso fondiario situato in diocesi bolognese nelle pievi di San Vincenzo, S. Pietro in Casale e San Martino in Gurgo. Si tratta delle selve Alitito e Renovata (ubicate probabilmente nei pressi dell’odierno Altedo, dice Benati) e il fondo Malito (ora Malalbergo), una parte della selva Maderaria (Marrara) confinante a oriente con il fiume Gaibana (ora Po di Primaro), il fondo Noaliclo nella sua interezza. In questo documento viene citata per la prima volta la pieve di San Pietro in Casale.(7)

Certamente il luogo dove venne edificata la pieve di S.Vincenzo (forse nel VII-VIII secolo) non fu scelto a caso. Come infatti si può vedere da antiche mappe la località si trovava ai margini di una antica ed importante via di comunicazione che, provenendo da Bologna, conduceva verso il Veneto, mentre altre strade minori la collegavano alla zona a sud est di Ferrara (S. Martino in Gurgo), a Malalbergo (verso est) ed a Galliera Antica (verso ovest). ( Le chiese battesimali sono state create nei pressi e poi all’interno delle città e, dal IV-V secolo, anche all’esterno, lungo le principali vie di collegamento fra un centro urbano e l’altro e fra le civitates padane e le Alpi – Cfr. Medio Evo n. 8 – agosto 2011).

Duno. In direzione di Ferrara vi erano invece le chiese di San Pietro di Siviratico, S. Michele di Poggio Renatico e di San Martino in Gurgo (o della Pontonara). La presenza di tutte queste chiese, lungo (o nelle vicinanze) di un unico asse viario, lascia pensare si trattasse di una strada di notevole frequentazione. Sembra infatti ricalcasse il percorso di un’ antica strada romana che, a destra del Reno antico, collegava Bononia con il Veneto e con Aquileia (colonia di diritto latino fondata dai Romani nel 181 a.C.). Tracce di questa antica arteria sono state rinvenute nella zona di Cinquanta intorno al 1990 in occasione della posa in opera di tubature per il metanodotto (S. Cremonini) e, recentemente, nel sito archeologico di Maccaretolo, via Setti, podere Bonora. Si tratta di brevi tratti di massicciata, più volte rialzata, che ricordano, dice Gianluca Bottazzi (8), le ormai ben note e documentate sezioni della via Aemilia a Cittanova (Mo) e Borgo Panigale (Bo). I continui rialzamenti della massicciata, (4 o 5 riporti per uno spessore di mt. 1,60) danno la conferma che il percorso è stato utilizzato anche in epoche successive a quella romana di primo impianto. Per questa strada romana Gianluca Bottazzi avanza cautamente la proposta d’identificazione con la via Annia, una importante via consolare che secondo alcuni autori venne tracciata nel 153 a.C. dal console Tito Annio Lusco tra l’Aemilia, le terre venete ed Aquileia, dove la via è ben attestata archeologicamente ed epigraficamente. In assenza di evidenze epigrafiche nella nostra zona , aggiunge Bottazzi, pietre miliari o toponimi stradali, si tratta soltanto di una ipotesi di lavoro lontana da una facile attribuzione. Altri autori, riprendendo una notizia piuttosto confusa del geografo greco Strabone, sulla costruzione di una via repubblicana che agggirando le paludi per raggiungere le terre degli alleati veneti, ne ipotizzano la costruzione da parte del console M. Emilio Lepido (che nel 187 a. C. aveva tracciato la via Aemilia) definendola convenzionalmente Emilia Altinate. Sembra però non vi siano prove concrete per dar valore a questa ipotesi. Altri studiosi (Cfr. Archeo n. 10 – ottobre 2011 – Via Annia – Storie di una strada scomparsa) sostengono invece che la via Annia sarebbe stata il prolungamento della via Popilia, realizzata nel 132 a.C. dal console Popilio Lenate per collegare la colonia di Rimini con il porto di Adria. Il compito di prolungare questa arteria sino ad Aquileia, attraverso Padova, sarebbe stato assunto, l’anno successivo, dal pretore Annio Rufo.
Altri tronconi della suddetta strada sono venuti alla luce recentemente (2006). A Castelmaggiore, nei pressi della località Castello, durante i lavori per la costruzione di un invaso in vicinanza del canale Navile, alla profondità di circa mt. 3,20 dal piano di campagna, è stata scoperta una strada di evidente origine romana (simile a quelle scoperte nel Polesine, riferisce Stefano Cremonini) (9) larga circa 8 metri e dello spessore di circa 30-40 cm. (testimonianza personale) costituito prevalentemente da ghiaia, mentre lo strato calpestabile era costituito da ciotoli di fiume sui quali erano evidenti i solchi scavati dalle ruote dei carri.
Comunque poco importa, a questo punto, se la strada che passava da S. Vincenzo si chiamasse via Annia od avesse altro nome. Ciò che conta è il fatto che i residui di strada romana rintracciati in varie zone indicano che una strada importante partiva da Bologna ed arrivava a Padova passando anche per il luogo dove in seguito fu costruita la pieve di S. Vincenzo.
Questi luoghi erano già intensamente abitati in epoca romana (II e I sec. a. C. – I, II e III sec. d. C.), particolarmente nei primi due secoli del periodo imperiale, ma anche in epoche successive (periodo bizantino). Particolarmente, nella zona di Maccaretolo (distante circa 2 km. da S. Vincenzo vecchio), esisteva un ampio insediamento, un vicus, confermato da sondaggi e scavi eseguiti ad hoc con inizio nell’autunno dell’anno 2000 e protrattisi fino alla primavera del 2001. Gli scavi, eseguiti entro la pertinenza del grande affioramento di materiale archeologico romano già noto dal 1984 (Maria Minozzi Marzocchi 1991) (10), avevano uno sviluppo lineare complessivo di 800 metri con una profondità media di 1,5-2 m. (testimonianza personale).
Questi insediamenti si trovavano sulla destra del fiume Reno antico, che in quel periodo scorreva all’incirca dove ora passa la ferrovia Bologna-Venezia, con un percorso non proprio rettilineo, ma che descriveva meandri sia verso levante che verso ponente.(in seguito il fiume si spostò gradualmente verso occidente fino a trovarsi ad ovest di Cento)
Di fronte al luogo dove si trovava la vecchia chiesa ( nell’attuale via Valle, dove ha sede la Tenuta Vittorina), vi era un terreno, denominato Il Castellazzo (Fig. 6) che, nel 1641, era di proprietà dell’Ospedale S. Anna di Ferrara. Come si può vedere dalla mappa sotto riportata, nel 1641 c’era ancora la torre del vecchio castello che, molto probabilmente, fu costruito dai Caccianemici. Infatti scrive Elisabetta Mora: Gli estimi del 1296-97 e del 1304-05 rivelano che molte famiglie bolognesi possedevano torri non solo in città, ma anche nel contado. Dirò brevemente di ognuna.

I Caccianemici dell’Orso possedevano una torre nella curia di Alberto ed una in quella di S. Vincenzo.
(1304-05) Alberto del fu Jacopo dei Caccianemici della cappella di S. Ippolito dichiarava: “In primis habet medietatem unius chastri positum in curia S. Vicenzii cum medietatem unius turis poxita in dicto castro iuxta d. Guillelmum q.d. Chaçanimicis et iuxta viam a duobus lateribus quam extimat centum lib.bon.” (11)
Anche se scritto in latino è abbastanza comprensibile che si riferisce ad un castello con torre, posto nella curia di S. Vincenzo, e che il terreno confinava per due lati con la via pubblica.
E’ in locho detto Santo Vincenzo, et al presente affittati al mag. Giovanni Mazzacurati da S.to Vincenzo e prima un pezzo di terreno casamentivo dell’infrascritte fabriche, con casale, horticello, et seraglio attorno di spinate con piope da cima dietro alle confine, et alcuni fruttari per dentro nominato il Castelazzo, et tra questi confina da un capo le ragioni del detto Hospitale lavorati da Barba Girolamo Fregnani, dall’altro lato le terre dette il Bellino pur di detto Hospitale........

DAGLI ESTENSI AL CARDINALE LAMBERTINI
Nell’archivio parrocchiale di San Vincenzo esiste una memoria stilata nel 1840 dal parroco don Agostino Ortolani nella quale è riportato che anticamente la pieve di San Vincenzo era collegiata ed i canonici della medesima ne eleggevano il parroco, come riscontrasi da rogiti del notaro bolognese Paolo Cospi, 17 novembre 1376, e 19 febbraro 1377.
In seguito il Gius Padronato fu posseduto da certo sig. Giacomo Ferretti di Bologna(Vacchettino 513 dell’Alidosio Archivio Pubblico di Bologna) dal quale passò a certo (nel 1428 alla famiglia di) sig. Aldrovandino Turchi di Ferrara (per donazione fatta dal suddetto Giacomo Ferretti) come consta dagli atti di nomina nell’Arcivescovado di Bologna.
In seguito fu dato il Gius Padronato di questa Pieve alla Serenissima casa d’Este residente in Ferrara, come da rogito di Silvestro Zucchini notaro delli 29 decembre 1570.
Però nell’Archivio Arcivescovile di Bologna è conservato un documento nel quale appare chiaramente la competenza, già prima dell’anno 1522, ad eleggere il parroco di San Vincenzo ed Anastasio al Duca Alfonso I d’Este (Fig. 7). Ne riportiamo una parte tradotta dal latino dal prof. Giulio Fabbri:
Nel nome di Cristo, amen. Nell’anno della Natività dello Stesso 1522, indizione X.ma , giorno 14 di luglio a Ferrara, nel palazzo dell’Illustre Sig. costituente e nella camera residenziale di Celone, presenti i testimoni convocati, e pregati i magistrati e l’Ill.mo giurisperito Sig. Matteo Casella, il consigliere di giustizia Sig. Girolamo Ziliolo detto Celonio, maestro di camera ed altri.
L’Ill.mo Principe ed esimio Signore Alfonso d’Este, Duca di Ferrara, Modena e Reggio, marchese estense di Rovigo, figlio, che è doveroso per me onorare, del principe invitissimo Signor Duca Ercole, e a cui spetta e appartiene per diritto e antica consuetudine il giuspatronato nella chiesa, e al quale spetta l’elezione, la nomina e la presentazione del Rettore alla chiesa quando capiti che è vacante. Ma piuttosto confermando in ogni miglior modo, con la via, il diritto, la causa e la forma, con cui più e meglio potè e può, fece, stabilì, creò e solennemente ordinò il suo vero, certo e indubitato avviso, Galeazzo, figlio di Antonio de Schivazappi, notaio pubblico ferrarese presente e accettante, specialmente ed espressamente in nome dello stesso Ill.mo Sig. Duca Alfonso e patrono doversi nominare, eleggere (scegliere) e presentare il Reverendo Sig. Ippolito, figlio del predetto Signor Girolamo Zilioli, chierico ferrarese, e qualunque suo legittimo procuratore e da lui legittimamente costituito, a Rettore e pro Rettore della chiesa parrocchiale o plebe della villa di San Vincenzo, Diocesi di Bologna, da poco vacante dopo la morte del fu Venerando uomo don Pietro di Quinto, ultimo ed immediato Rettore di quella chiesa, defunto fuori della Curia Romana....

La pieve di San Vincenzo dista circa 16 chilometri da Ferrara, mentre è lontana circa 24 chilometri da Bologna.

Quando il fiume Reno aveva ancora un altro corso (più ad ovest) e non costituiva il confine fra il territorio bolognese e quello ferrarese molte terre in territorio di San Vincenzo erano di proprietà di famiglie ferraresi, come i Bevilacqua, che possedevano pure il castello di S. Prospero ed il terreno dove, nel 1737, fu edificata la nuova chiesa di San Vincenzo.
I Gualenghi, che nel triangolo compreso fra Gavaseto, Maccaretolo e Le Tombe possedevano una notevole quantità di terre che il 22 marzo 1445 cedettero ad Annibale Bentivoglio, pochi mesi prima che questi venisse ucciso da Baldassarre Canetoli, e sul qual terreno nel 1490 Giovanni II Bentivoglio edificò il palazzo, ancora esistente, detto appunto delle Tombe (13).
I Turchi possedevano terre che poi cedettero all’Ospedale S. Anna di Ferrara. Infatti documenti custoditi nell’Archivio di Stato di Ferrara testimoniano che Aldovrandino de Turchi vendè a questo Ospitale diverse pezze di terre poste nella villa di San Vincenzo riservato però ad esso venditore il Juspatronato nella villa o pieve di San Vincenzo come da instrumento stipulato per Rogito di Bartolomeo Gogo notaro li 3 giugno 1499 registrato in catastro ...quale serve come sopravendute da detto Turchi al predetto Ospitale. Esso ne aveva fatto l’acquisto da diversi possessori nominati nel catastro. Il medesimo Ospitale acquistò da Virgilio Macinatori e da Pasqualino Rizzi diversi corpi di terreno parte vallivi, prativi e pascolivi posti nella villa di San Vincenzo, come da rogito Pietro Antonio Franco notaro del 15 gennaio 1540. Parimenti il medesimo Ospitale comprò da Pellegrino e Pavolo ed altri de Manfredini da San Vincenzo altri terreni come da instrumento stipulato per rogito di Giovan Marchetti notaro di Bologna li 24 e 27 novembre 1548.

Aldovrandino Turchi vendette le terre all’Ospedale S. Anna, ma si riservò il Juspatronato sulla pieve di San Vincenzo; Juspatronato che la sua famiglia aveva ricevuto in donazione nel 1428 da Giacomo Ferretti di Bologna, come è riportato nella memoria di don Ortolani.
I Turchi rappresentano una antica e nobile famiglia ferrarese che discende da Truculo Console di Ferrara (1164) figlio di Federico Duca (1147) della potente stirpe dei Gioccoli. Infeudati di Ariano fino dal XIII secolo, furono vassalli degli Estensi e si imparentarono con essi nel 1290 quando un altro Aldovrandino sposò Maddalena d’Este, figlia del Marchese Obizzo. Il nostro Aldovrandino fu invece ambasciatore in Francia per il duca Alfonso I, come vi andò più tardi Alberto Turchi.
Prima di possedere il palazzo che fece costruire Aldobrandino de Turchi detto Tigrino nel 1479 sulla via dei Piopponi, questa famiglia abitava sulla via grande dove è l’arco detto tuttora volto del Turco (14). 1567 DIE 16 JUNII

ILLUSTRISSIMO E REVERENDISSIMO GABRIELE CARDINALE PALEOTTI BOLOGNESE

La riproduzione di cui alla fig. 8 (fig. accanto) si riferisce alla prima visita pastorale effettuata alla chiesa nel 1567 e di cui abbiamo cercato di decifrare alcune disposizioni contenute. (15)
La prima descrizione della chiesa in maniera abbastanza precisa e dettagliata è stata fatta dal parroco don Pietro Ronchi nel 1718, quando ormai la chiesa era stata abbandonata a causa dell’inondazione del Reno.
Al nome di Dio, questo dì 30 aprile 1718 in San Vincenzo.
Inventario di mobili, immobili, obblighi, scritture pertinenti alla chiesa arcipretale dei Ss. Vincenzo e Anastasio di Piano, Jus padronato del serenissimo sig. Duca di Modona, come nell’ultima presentazione fatta di me infrascritto dal medesimo sig. Duca sotto li 4 settembre 1678 per rogito del sig. Melga notaro pubblico di Bologna.

Primo la suddetta chiesa ha per titolare Ss. Vincenzo ed Anastasio, et il comune pure si chiama S. Vincenzo. Stando la chiesa a levante con l’Altar Maggiore e le due porte a occidente, distante da Bologna miglia n. 18 e la strada più comoda è quella di Galliera per S. Pietro in Casale.
Vi sono chiese n. 6 parrocchiali, cioè Malabergo, Pegola, Macaredolo, S. Venanzio, Galliera e Dosso soggette.
La suddetta chiesa è di fabbrica vecchia, col coro in volto ed il resto a capanna lunga piedi 40 e larga piedi n. 25, con sette cappelle et otto altari computandovi l’altar maggiore.
L’altar maggiore, l’altare del Rosario, l’altare di S. Francesco, l’altare di Santa Caterina, l’altare di S. Antonio da Padova, l’altare di S. Giuseppe, l’altare di Santa Monaca, l’altare della Immacolata concezione.
In detta chiesa vi sono tre sepolture, una detta di S. Giuseppe che s’aspetta alli heredi del fu Camillo Fabri, la seconda al sig. Paolo Manferdini e la terza al sig. Ercole Tamboli.
La detta chiesa ha finestre n. 6. Vi è poi il coro che vi è competente. Il cimiterio è contiguo alla chiesa, quale è di lunghezza piedi 40, e largo piedi n. 30. Il piazzale della chiesa è lungo due pertiche e largo pertiche tre. Il campanile è fabbricato sulle muraglie del coro, con due pilastri in volto con due campane, la maggiore è pesi n. 35 in circa, la minore piedi n. 25 in circa. La canonica sta unita alla detta chiesa da mezzogiorno con stanze in tutto n. 7. Vi è una loggia, un granaro, una cantina.
Il battistero è di marmo con la sua coperta di noce.

Io, per obbedire alli comandi del mio superiore, ho fatto la presente descrizione; ma bisogna avvertire che la suddetta chiesa, canonica, sagrato, non si praticano più a causa dell’inondazione del Reno, et ora si officia da molti anni in quà nell’oratorio detto di S. Maria di Scardova, dove si è trasportato il battesimo ed il Santissimo Sacramento.
Aggiungo che lo stato delle anime da Comunione di questa mia pieve, tra uomini e donne, ascende al numero di trecento in circa. E questo è stato per l’inondazione del Reno.

Ego Petrus Ronchius Archipresbiter (16)

L’oratorio della famiglia Scardova, detto di Santa Maria in Embriano, si trovava, come scrive don Ortolani, in vicinanza alla strada detta della Valle, e precisamente nel predio del sig. Pietro Cenacchi di Maccaretolo, il quale oratorio fu demolito nel 1795.
Alcuni autori hanno confuso questo oratorio con quello di Santa Maria in Soresano ed io stesso sono caduto nell’errore nel libro “Galliera Antica”. Ma nell’archivio parrocchiale di San Venanzio, trovato in seguito, esiste un libro delle “Controvisite” effettuate nel 1765 dal parroco di S. Vincenzo e vicario foraneo, don Domenico Arrighi, su disposizione del cardinale arcivescovo Vincenzo Malvezzi, affinchè si accertasse che fossero stati eseguiti i decreti impartiti in occasione della sua prima visita pastorale effettuata nel gennaio 1755. Ed in questo libro è scritto chiaramente che esisteva, in parrocchia di S. Vincenzo, un oratorio detto di Scardua, nel quale vi è un benefizio semplice e di Giuspadronato della Nobil famiglia Bovi, sotto il titolo di Santa Maria in Embriano, e che in parrocchia di S.Andrea di Maccaretolo vi era un oratorio di Santa Maria in Surisano di Juspadronato di S. Ecc.za il sig, Quaranta Caprara. Questo ultimo oratorio, ricostruito, esiste ancora ed è dedicato a Santa Lucia e Sant’Agata. (17)
Nel 1736, su istanza del cardinale arcivescovo di Bologna Prospero Lambertini (fig. 9), il duca di Modena, Rinaldo I (fig. 10), acquistò dal marchese Francesco Bevilacqua una pezza di terra arativa ed in qualche parte arborata, e con alcune viti, di tornature una, tavole centoventiquattro e piedi quarantuno, posta nel suddetto comune di S. Vincenzo e confinante, a mezzogiorno, con la pubblica via denominata del Manzatico (attuale via Vittorio Veneto) al prezzo, stimato dal perito agrimensore Domenico Maria Viaggi, in lire 291, soldi 13 e denari 4, allo scopo di costruirvi la nuova chiesa parrocchiale.
La chiesa fu ultimata nel 1737 mentre la canonica fu costruita nel 1780 dal parroco don Francesco Antonio Ronchini. (18)
Veramente singolare e degna di nota la vita del duca Rinaldo I. Infatti, nato nel 1655ed essendo di costituzione debole e cagionevole, venne destinato alla carriera ecclesiastica e nel 1688 ricevette la porpora cardinalizia da papa Innocenzo XI. Partecipò all’elezione di due papi: Alessandro VIII ed Innocenzo XII. Poiché la casata d’Este rischiava di rimanere senza eredi papa Innocenzo XII accettò le sue dimissioni da cardinale e gli consentì di sposare Carlotta Felicita di Brunswick e Luneburg, da cui ebbe sette figli. Morì nel 1737.
Questa chiesa è di ordine toscano in volta con quattro cappelle laterali, e suoi intercalary, ed il coro in forma rotonda, il tutto di buona struttura, ed è posta colla facciata dal sudest all’ovest. La sua lunghezza, dalla porta maggiore fino al muro del coro, è di piedi 63 – e la sua larghezza, di una sola navata, è di piedi 22 – essendo inoltre internate le cappelle. (Memoria di don Ortolani)
II duca di Ferrara e di Modena, conservò il diritto di nomina dei parroci fin all’anno 1770 anche quando passò a risiedere in Modena. Nel detto anno, e precisamente nel giorno 20 ottobre 1770, il duca Francesco III (fig.13) ne fece regolare cessione al cardinale Vincenzo Malvezzi, arcivescovo di Bologna (fig.14), a rogito di Giuspare Sacchetti, notaro arcivescovile.
In chiesa esiste una lapide che ricorda tale evento.
LA FESTA PATRONALE SI TIENE IL 22 GENNAIO.

 fig.11-12

 

 fig. 13-14

fig. 15-16

Ricerca di  Franco Ardizzoni

NOTE

(1) Cesare Manaresi. “I placiti del Regnum Italiae”. Volume primo. Roma 1955. Tip. del Senato, Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto stocico italiano per il Medioevo
(2) Amedeo Benati. “Il Saltopiano”. In “La Pieve di San Pietro in Casale”. Parrocchia di San Pietro in Casale (Bologna) 1991.
(3) La *diocesi di Bologna nel milletrecento / Pietro Sella. - Bologna : Stab. poligrafici riuniti, 1928. ((Estr. da: Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le Romagne, S. 4., vol. 18.
(4) Amedeo Benati. Il Saltopiano. In Romanità della Pianura. pag. 352
(5) Giorgio Cencetti – Le carte bolognesi del Secolo Decimo . Bologna – Cooperativa Tipografica Azzoguidi. 1936.
(6) Edmondo Cavicchi. “Il fiume Reno”. Storia e percorso dall’Appennino All’Adriatico. A cura di Oriano Tassinari Clò. Edizioni Luigi Parma. Bologna 1989.
(7) Amedeo Benati. “La Pieve di S. Pietro in Casale”. Op. Cit.(8) Elisabetta Mora – Le torri gentilizie di Bologna nelle denunce d’estimo (1296-97 e 1304-05) in il Carrobbio 1990.
(8) Renata Salvarani, Nella rete del Signore, in Medioevo n.8 – agosto 2011.
(9) Bottazzi G. 2003, Maccaretolo di San Pietro in Casale (Bologna). Dall’agglomerato romano agli insediamenti medievali, in Maccaretolo. Un pagus romano della pianura, a cura di S. Cremonini, Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna, Documenti e Studi Voll. XXXII, Bologna 2003, pp. 107-179.
(10) Stefania Berlioz, Storie di una strada scomparsa, in Archeo 320, ottobre 2011.
(11) Cremonini S., 2003a,  Contesti stratigrafici del sito archeologico di Maccaretolo  Via Setti (S. Pietro in Casale ,BO). Problemi geomorfologici e paleoambientali, in  Documenti e Studi d. Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna, 32, pp. 9 -106.
(12) M. Minozzi Marzocchi. Carta archeologica preliminare della mediaBassa bolognese. In Romanità della pianura.Giornate di studio. S.Pietro in Casale 7/8 aprile 1990. Lo Scarabeo. Bologna 1991.
(13) Elisabetta Mora. Le torri gentilizie di Bologna nelle denunce d’estimo (1296-97 e 1304-05). In Carrobbio 1990. Vol. XVI. P. 281-296.
(14) Archivio di Stato di Ferrara. Fondo Ospedale S. Anna – Busta 759 (Mappe dei beni).
15) Fondo Ospedale S. Anna. Beni posti nel bolognese, paf. 181
(16) Francesca Bocchi. Il patrimonio bentivolesco alla metà del '400, "Fonti per la storia di Bologna", V, Istituto per la Storia di Bologna, 1971, pp. 211.
(17) Dizionario Storico-Araldico dell’Antico Ducato di Ferrara, compilato dal conte Ferruccio Pasini Frassoni. Biblioteca Ariostea. Ferrara.
(18) Archivio parrocchiale di S. Vincenzo. Libro delle Sacre Visite.
(19) Ibidem. Cassetta n. 2. Fascicolo IV.
(20) Ibidem. Libro delle Controvisite.
(21) Ibidem. Cassetta n. 2. Fascicolo I.
BIBLIOGRAFIA
-A. Benati – La Pieve di S. Pietro in Casale. Parrocchia di S. Pietro in Casale 1991.
-T. Casini – R. Della Casa – Pievi e vicariati foranei del Bolognese in l’Archiginnasio 1919.
-L. Casini – Il contado Bolognese durante il periodo comunale : (sec. 12-15). A cura di Amedeo Benati e Mario Fanti. 1991-1909.
-P. Foschi – Le pievi della pianura e la pieve urbana. Bologna 2009.
-Aldo A. Settia- Pievi e cappelle nella dinamica del popolamento rurale. In Cristianizzazione ed organizzazione ecclesiatica delle campagne nell’alto Medioevo: espansione e resistenze. 1982.

 

Didascalie Foto

Fig. 1 – L’ANTICA PIEVE DI SAN VINCENZO. Disegno eseguito da Egnazio Danti
Nel 1578 e conservato presso la Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna.
(Manoscritto “Gozzadini 171”). M. Fanti “Ville, Castelli, e Chiese Bolognesi

Fig. 2 – Pianta ipotetica, puramente indicativa, del Saltus Planus, tracciata secondo le indicazioni descritte da Amedeo Benati nei suoi saggi contenuti nelle due pubblicazioni “Romanità della pianura” e “La Pieve di S. Pietro in Casale”.
Il segno interno, di colore azzurro, indica , sempre con la stessa approssimazione, il territorio della pieve di San Vincenzo così come viene descritto nell’elenco diocesano dell’anno 1300, pubblicato da Pietro Sella.

Fig. 3 - OTTONE IL GRANDE (912-973). Miniatura tratta da una copia del Manuscriptum Mediolanense, ca. 1200, conservato presso l’Archivio Vaticano.

Fig. 4 - Mappa delle strade di S. Vincenzo redatta nel 1774 dal perito Angelo Scandellari, in cui si può chiaramente osservare che la vecchia chiesa si trovava esattamente in un quadrivio. Quindi in un punto estremamente importante, servito da strade per tutte le direzioni. La mappa è conservata presso l’Archivio Parrocchiale di S. Vincenzo.

Fig. 5 – CINQUANTA (Comune S. Giorgio di Piano), sede del Placito dell’anno 898.
L’attuale chiesa parrocchiale.

Fig. 6 - Terreno detto il Castellazzo. (Archivio di Stato di Ferrara – Fondo Ospedale S.Anna) (12)

Fig. 7 - Alfonso I D’Este in un dipinto di Dosso Dossi. Modena, Galleria Estense.

Fig. 8 – Verbale della 1^ visita pastorale effettuata dal cardinale Gabriele Paleotti il 16 giugno 1567.

Fig. 9 – Il cardinale Arcivescovo di Bologna Prospero Lambertini (1675-1758) in un dipinto di Giuseppe Maria Crespi (1665-1747). Bologna. Collezioni comunali d’arte.

Fig.10 – Ritratto di Rinaldo I D’Este, 1655-1737), duca di Modena e Reggio,col dominio della Garfagnana, e cardi nale. Modena, Galleria Estense, autore anonimo

Fig. 11 La chiesa dei Ss. Vincenzo ed Anastasio in una incisione di Enrico Corty. Da Le Chiese parrocchiali della Diocesi di Bologna 1844-1851. Il campanile è stato costruito nel 1844 dal Brighenti.

Fig. 12 – L’attuale chiesa parrocchiale con la facciata disegnata nel 1925 dall’ing. Ildebrando Tabarroni (1881-1958). Purtroppo con il terremoto del maggio 2012 la chiesa è stata resa inagibile, così come quella di S. Venanzio e quella di S. Maria del Carmine.(Le altre due parrocchiali del comune).

Fig. 13 - Il duca di Modena e Reggio, Francesco III d’Este (1698-1780), in un ritratto di autore anonimo emiliano del XVIII secolo conservato presso il Seminario Metropolitano di Reggio Emilia

Fig. 14 – Ritratto del cardinale arcivescovo Vincenzo Malvezzi (1715-1775)conservato presso la Biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna.

Fig. 15 - Chiesa dei Ss.Vincenzo ed Anastasio. Pala dell’altar maggiore eseguita dal Pittore modenese Luigi Manzini (1805-1861) nel 1857. Nella scheda della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici è stata erroneamente attribuita al secolo XVIII

Fig. 16 – Chiesa dei Ss. Vincenzo ed Anastasio. Quadro dell’ Immacolata Concezione, posto sul primo altare a destra, di autore anonimo del Settecento, restaurato di recente da Licia Tasini di Pieve di Cento.


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Inserito da redazione il Mer, 2015-02-18 06:52