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Il mulino di Malalbergo. Dino Chiarini e Giulio Reggiani


Sulla via Nazionale, proprio in centro a Malalbergo, a pochi passi sia dal Municipio (alla sua sinistra) che da Palazzo Marescalchi (alla sua destra), s’erge un palazzone adibito a “Centro Commerciale”. Però tutti sanno che lì, tempo fa, c’era “il mulino”.
Parecchi abitanti ne serbano ancora memoria e per questo ricordo non importa scomodare i soliti “anziani”. Tuttavia questa reminiscenza riguarda l’
edificio (alto, imponente, con il suo lato ovest a forma semicircolare) ma non l’opificio vero e proprio nella sua attività originaria della molitura: e ciò in quanto le macine cessarono il loro nobile lavoro circa sessant’anni fa (1).
Ma ci vengono spontanee due domande: che cos’è il mulino e perché ha questo nome? In verità il mulino è uno strumento che produce un lavoro meccanico, derivante dallo sfruttamento di una forza, sia essa l’energia elettrica, o l’acqua, o il vento, oppure una forza animale o umana. La somiglianza delle due parole
mulino e mulo, (il primo, nell’italiano corrente, non è però, grammaticalmente, il diminutivo del secondo) ci richiama subito alla mente la forza continua e remissiva di questo equino ibrido, così adatto a fornire energia-lavoro di carattere animale, motrice ideale di tutta la struttura. L’etimologia, al contrario, ci conduce al verbo latino molĕre, cioè macinare, ed all’altro termine latino mola, vale a dire a quella grossa pietra circolare che stritolava i chicchi di cereale. Sarebbe quindi forse più giusto usare il termine molino: ma ormai questa parola da parecchio tempo risulta in disuso.
Vorremmo qui rammentare al lettore l’importanza che il mulino ha avuto nei tempi passati allorquando la sua presenza si rivelava essenziale per l’economia -ed anche per la vita stessa- di un territorio: ecco perché, al fine di renderlo in grado di poter servire una zona molto vasta, avrebbe avuto bisogno di una forza costante e poderosa, che sostituisse ed amplificasse la trazione animale.


Queste nostre distese così pianeggianti e poco ventose c’inducono infatti a pensare che in tempi assai remoti venisse sfruttata soltanto l’energia animale per questo tipo di lavorazione cerealicola; peraltro, non abbiamo notizie dell’esistenza di un tale manufatto nelle zone vicine al paese durante l’Età Antica e nell’Alto Medioevo. A Malalbergo, però, ad un certo punto accadde qualcosa che favorì la creazione di un mulino in loco: alla fine del XIII secolo divenne cioè operativo lo stanziamento concesso dal “Senato di Bologna” per costruire l’ultimo tratto verso nord del “
Canal Naviglio Bolognese (precisamente da Pegola fino a Malalbergo) che fu terminato nel 1314 e che portò in paese una vena d’acqua continua e fruibile in tutte le stagioni, utilizzabile a tale scopo (2). Infatti la grande “pecca” dei mulini ad acqua della “Bassa” bolognese era costituita dal fatto che, durante i mesi più secchi (per la carenza di acqua) e nel periodo di gran gelo (per il ghiaccio che ne impediva il funzionamento) l’attività di molitura, che si svolgeva sui canali locali, veniva forzatamente ad interrompersi; ecco allora che avere a disposizione un corso d’acqua “corrente”, il quale contrastava in modo naturale le difficoltà climatiche suddette, costituì un notevole punto di forza per far sorgere qui un mulino a struttura stabile e robusta, peraltro disponibile per quasi tutto l’anno.

Difatti, come ad avvalorare queste nostre considerazioni, s’iniziano ad avere notizie certe sul mulino ad acqua di Malalbergo soltanto nel XIV secolo: il documento che ne comprova l’esistenza già in tale periodo è tuttora conservato presso l’Archivio di Stato di Bologna e porta la data del 1378 (3). Lo stesso documento testimonia l’importanza anche dal punto di vista economico di questo mulino che, nei settant’anni che vanno dal 1378 al 1448, servì molte località, alcune abbastanza vicine ma altre ben più lontane (4).

Sappiamo per certo che questo mulino non era “privato” bensì “comunale”, che sicuramente funzionava già da alcuni anni e che era inserito nella Legazione di Galliera (5). Il cereale che veniva triturato più frequentemente era il frumento, ma erano lavorati pure l’orzo, l’avena, la segale, la fava e, spesso, altre misture, talvolta le più svariate; il documento, cui si accennava prima, riferisce ordinatamente in libbre bolognesi tutte le quantità del triturato cerealicolo, macinate mese per mese; al contrario la coltivazione e la raccolta del prodotto venivano quantificate attraverso l’unità di misura di capacità usata a quel tempo, cioè le “corbe”. Sapendo poi che una corba di granaglie equivaleva a circa 160 libbre bolognesi e che la libbra bolognese corrispondeva a odierni chilogrammi 0,3618651 (6), possiamo ben comprendere che la produzione di cereali di queste zone, pur se nemmeno lontanamente confrontabile con le rese odierne, era per quei tempi abbastanza ragguardevole (7). E tutto ciò è ricavabile dalle complessive moliture annuali sia del mulino di Malalbergo sia degli altri mulini dei paesi di questa pianura (8).

Abbiamo inoltre rintracciato una cartina idro-corografica del paese di Malalbergo e dei suoi dintorni datata 4 luglio 1692, nella quale si evidenzia la dislocazione dell’opificio proprio ai bordi del braccio-ovest del Navile (9); quel manufatto riportato sulla carta di cui abbiamo testé parlato, testimonia chiaramente che tale deviazione era stata costruita appositamente per sfruttare la forza dell’acqua in funzione della macinatura.

Nell’anno 1775 venne costruito il Sostegno di Malalbergo, l’ultimo sul Canale Navile verso nord, che andò così a saldare la Navigazione Superiore alla Navigazione Inferiore; la prima nasceva dalla città di Bologna e terminava proprio al centro del paese, mentre la seconda traeva origine da un corso d'acqua parallelo, chiamato Conca o Canal Morto, per poi proseguire attraverso vari canali ferraresi fino a Marrara, sul Po di Primaro; da qui, continuando, si poteva procedere (verso ovest) fino alla città estense, oppure (verso est) sino a Chioggia e Venezia. Ma la realizzazione di questo sostegno pareva non intralciare o sminuire la funzionalità del mulino, che continuò a prender acqua dal braccio destro della biforcazione paesana del Navile, mentre il traffico fluviale proseguiva sul ramo sinistro dello stesso canale.

Nei secoli XVII e XVIII, più che i problemi legati al Canal Naviglio, il vero nemico furono le “valli” che circondavano Malalbergo; queste zone paludose, (in massima parte originate dalla liberazione del Reno, attuata nel 1604 mediante rottura dell’argine destro e dal suo effondersi nella ferrarese “Valle San Martina”) sin dall’inizio del Seicento si erano espanse verso sud in modo talmente vistoso da dar l’idea di essere pure incontrastabili: il mulino ne risentì così tanto che per lunghi periodi rimase inutilizzato e trascurato. Però, dopo la nuova inalveazione del Reno e la sua immissione nel vecchio Po di Primaro (con il progetto-Lecchi del 1767) quelle zone vallive che circondavano il paese cominciarono, col passar del tempo, a ridursi cosicché dalla fine del Settecento ai primi anni dell’Ottocento la produzione di cereali coltivati in zona iniziò a riprendersi, concedendo pure fasi di rinnovata floridezza al mulino ad acqua. Ma per gran parte del secolo XIX, per problemi legati al Navile (interrimenti dello stesso, insufficiente caduta d’acqua, infiltrazioni nei muri, deperimento delle strutture lignee) soffrì di ampi periodi d’inattività ed i vari proprietari che l’ebbero in carico (quasi tutti esponenti di nobili famiglie bolognesi) dovettero operare svariati interventi di ripristino o effettuare indispensabili migliorie. Questi lavori, a dire il vero, parvero dare nuovo vigore al Mulino di Malalbergo: infatti, nei primi lustri del Novecento, la ritrovata efficienza molitoria portò ad una consistente ripresa operativa del mulino tanto che, nei primi anni Trenta del secolo scorso, si rese necessario costruirne uno nuovo, più ampio, più moderno ed anche in grado di utilizzare la nuova forza motrice dell’elettricità, cosa che fece per circa un ventennio. L’edificio sede del mulino più vetusto (antecedente a quello di cui si parlava nell’incipit di questo saggio) fu demolito nel 1955. Il “nuovo” mulino andò a sostituire completamente il “vecchio”, mandandolo così in pensione: il suo disuso era durato oltre vent’anni.

Come detto poc’anzi, all’inizio degli Anni Trenta del secolo scorso venne costruito il moderno “molino a cilindri, eretto a breve distanza dal suo predecessore e posizionato alla confluenza di due strade, via Borgo Padova e via Nazionale. Quest’impianto cessò di funzionare verso la metà degli anni Cinquanta, diventando dapprima un’officina meccanica e successivamente sede di stoccaggio di prodotti pertinenti il locale Consorzio Agrario bolognese. L’edificio fu poi abbattuto l’8 luglio 1991 per far posto ad un nuovo palazzo. Esso fu inaugurato l’anno dopo, cioè nel 1992, ed ora è contrassegnato dai civici 1/a ed 1/b di via Borgo Padova nel lato-ovest, mentre la facciata, che guarda su via Nazionale, porta il civico 382. Il manufatto, ora usato come “Centro Commerciale”, ospita svariate attività inerenti commercio e servizi.

Dino Chiarini e Giulio Reggiani_______________

Note

  1. Soltanto gli ottantenni (ed oltre) possono ricordare il funzionamento del “Molino a cilindri” che utilizzava come forza-motrice l’energia elettrica; essi però non possono ricordare quello che funzionava con l’acqua del Navile.

  2. Il Savioli, nei suoi “Annali bolognesi “, riferisce che nell’anno 1301 vennero abbattuti alcuni mulini che ostruivano la navigazione sul Navile; oltre a ciò, riferisce pure che nel 1314 questo canale venne riparato e prolungato verso Ferrara. (L.V. SAVIOLI, Annali bolognesi, tomo I, pag. 181). Inoltre, sempre nel 1301, gli Altedesi ottennero dal Senato Bolognese di costruire un mulino sul Sàvena per macinare in loco; probabilmente (e questa è una nostra ipotesi) gli abitanti di Altedo e delle zone limitrofe usufruivano, prima della suddetta realizzazione, dei mulini a loro più vicini.

  3. Archivio di Stato Bologna, Soprastanti, depositari e conduttori dei dazi, XXIII – Dazio delle moliture, nn. 179 e 180.

  4. Le località che usufruivano di tale mulino erano queste: Pegola, Altedo, San Pietro in Casale, Galliera, Sant’Alberto, San Venanzio, San Vincenzo, Podio, San Prospero, Maccaretolo, Soresano, Pozzo; ve n’erano poi altre più lontane come Granarolo, Budrio, Vedrana, Cazzano, Mezzolara, Manzatico, San Martino, Savena, Dugliolo, Dosso, Gorgo. Dei due paesi sottolineati, Podio è sicuramente riferibile a Poggio Renatico, e Gorgo, che era l’unico in provincia di Ferrara, è localizzabile in un paese a pochi chilometri dalla città estense; per quanto riguarda i due in corsivo-grassetto, Pozzo e Manzatico, non siamo stati in grado di localizzarli con precisione. Pozzo è un termine troppo vago, che può riferirsi a qualsiasi località che avesse nelle vicinanze un fontanile o una buona polla d’acqua; però, analizzando la parola “Manzatico”, questa ci ha riportato alla mente due cose: 1) il nome odierno e “popolaresco” di S. Martino in Sovenzano (frazione del Comune di Minerbio) che viene comunemente chiamato “San Martino dei Manzoli; 2) ovviamente anche la nobile famiglia bolognese dei Manzoli.

  5. L. FERRANTI, I mulini di Galliera e Malalbergo, pag. 128, in P. GALETTI - B. ANDREOLLI (a cura di), Mulini, canali e comunità della pianura bolognese tra Medioevo e Ottocento, Clueb, Bologna, 2009.

  6. A. MARTINI, Manuale di metrologia, ossia misure, pesi e monete in uso attualmente e anticamente presso tutti i popoli, Torino, 1883, pag. 92.

  7. Però, a questo punto, il lettore si potrebbe chiedere: “Come mai abbiamo una produzione così ragguardevole se alla metà del XIV secolo l’Europa intera fu devastata dalla cosiddetta “peste nera”? La Peste Nera, detta anche Morte Nera, arrivò in Italia verso la fine del 1347 e la contagiò attraverso tre direttrici principali: Messina, Genova, Venezia, tre notevoli città marittime. L’anno di maggior virulenza fu il 1348, ma essa restò furiosamente attiva fin verso il 1350, per poi diminuire e successivamente scomparire definitivamente dopo qualche anno. Essendo arrivata via-mare, dagli ultimi mesi del 1347 le navi che attraccavano nei porti europei venivano messe in isolamento per 40 giorni (la famosa quarantena, dal francese “une quarantaine de jours”); però questo provvedimento impediva sì la discesa a terra dell’equipaggio, ma non certo quella dei ratti, che restavano i veri diffusori della malattia. Si calcola che più di un terzo della popolazione mondiale morì a causa della peste ed anche gli abitanti italici vennero duramente colpiti dal morbo; ma le stragi maggiori avvennero nelle città che, durante il medioevo, non erano certo un modello d’igiene e pulizia; qui “regnavano incontrastati” i topi, che erano i reali portatori delle pulci “assassine”. Nelle campagne, invece, il tasso di mortalità fu assai meno elevato, sia per una maggiore ed intrinseca sanità ambientale, sia per una molto minor densità demografica: ci dà conferma di ciò anche il Boccaccio, che nel Decameron ci narra le sue novelle e le fa raccontare da dieci giovani che sono fuggiti dalla città e si sono rifugiati in una villa di campagna, proprio per sfuggire alla peste. Di certo la Peste Nera provocò mutamenti profondi nella società dell’Europa medioevale: le gravissime perdite di vite umane portarono ad una grande ristrutturazione sociale che ebbe all’inizio enormi effetti negativi ma, dopo alcuni lustri, anche notevoli effetti positivi. Il medioevalista e rinascimentalista statunitense David Herlihy (1930-1991) afferma che dopo tale catastrofe non fu più possibile mantenere i modelli culturali del XIII secolo; dice pure che, dal punto di vista economico, il crollo demografico rese possibile, ad una significativa percentuale di popolazione, accedere a posti di lavoro maggiormente remunerativi, sia in artigianato che in agricoltura, quindi sia in città che in campagna. Le Corporazioni consentirono l’accesso a parecchi nuovi membri fino ad allora esclusi, mentre per quanto riguarda le attività rurali i terreni meno redditizi furono abbandonati ed una parte significativa della popolazione agreste ebbe a disposizione terreni coltivabili migliori ed anche più ampi. Fondamentalmente per questi motivi, dopo la peste molte persone poterono godere di un benessere che prima era certamente irraggiungibile ed il livello economico generale poté salire in modo tanto significativo. Anche per l’austriaco Egon Friedell (1878-1938), famoso storico della cultura, esiste uno stretto rapporto fra i miglioramenti economici successivi alla Peste Nera e l’avvio del Rinascimento: egli afferma pure che tale gravissimo accadimento portò ad una profonda crisi, sia delle certezze della Chiesa sia delle precedenti concezioni dell’uomo e dell’universo, dominanti fino ad allora. Poté così prendere avvio una nuova epoca nella storia dell’uomo.

  8. Molto interessante al riguardo è il confronto fra il mulino di Malalbergo e quello di Galliera, che possiamo ritrovare con dovizia di particolari nel saggio, già citato in precedenza, di LUCIA FERRANTI alla pag. 136.

  9. Carta idro-corografica della parte terminale della Navigazione Superiore del Navile a Malalbergo, ad opera del perito Stegani, redatta nel 1692.


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Inserito da redazione il Lun, 2014-06-09 09:55