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Antichi rituali per "caricare" gli alberi di frutti. Ricerca di Gian Paolo Borghi


CON UNA PERTICA SI BATTEVANO TUTTI QUESTI FRUTTI…
ASPETTI E FORMULE DI UN RESIDUALE CULTO DEGLI ALBERI IN TERRITORIO EMILIANO di Gian Paolo Borghi
( testo estratto dal volume L'albero, tra simboli, miti e storie, di AA.VV. A cura di Carlo Tovoli)
http://online.ibc.regione.emilia-romagna.it/I/libri/pdf/VerdeMaesta.pdf
Poliedricità di un rituale
Espongo i risultati di una mia ricerca pluriennale, da considerarsi comunque work in progress, su modalità e formule che documentano l’esistenza, almeno sino agli anni ’30 del secolo scorso, di tracce di culto degli alberi in area emiliana (1). Si tratta di un rituale di battitura delle piante, con formule, rilevato attraverso fonti scritte (in gran parte non specialistiche e frammentarie) e orali nei territori modenese (dove viene identificato con il termine Cargatìa, incipit delle formule augurali), ferrarese e bolognese, ma che è stato ampiamente riscontrato anche in altri areali, sia pure con procedure cerimoniali diverse. Scrisse, ad esempio, il demologo Giovanni Tassoni riferendosi ad un rito un tempo in uso nelle Grandi Valli veronesi la notte di Pasquetta, la prima Pasqua dell’anno:
si rammenta ancora, affievolita dagli anni, l’azione epifanica della percossa ammonitrice ed il distico assonante che l’accompagna, inteso a propiziare mediamente lo spirito del vigneto perché si carichi (carga) di grappoli sugosi per quante faville (falie) salgano al cielo:
Carga, carga bati e bati
ogni falia fassa un grapp (2)
.
Già il romagnolo Michele Placucci aveva rilevato la funzionalità di questo rituale, nella sua terra, messo in pratica alle albe del 25 gennaio (Conversione di San Paolo, popolarmente definito di San Paolo dei segni) e del Giovedì Santo: armati i loro ragazzi di grosso bastone, mandano i contadini e percuotere le piante, poiché maltrattate, producono, dicon essi, molte frutta, e saporite alla loro stagione (3).
Studi folklorici romagnoli redatti in anni successivi (alcuni anche in tempi a noi più vicini) hanno appurato che alla “legatura” del Giovedì Santo faceva seguito la “slegatura” delle piante il Sabato Santo, nella convinzione che quando quegli alberi fioriranno, ogni fiore produrrà un frutto (4).
Nel faentino, una formula propiziatoria connessa alla battitura della vigna (ma anche agli altri raccolti del ciclo agrario) veniva recitata il Sabato Santo, alla slegatura delle campane:
Fala grosa e tenla stretta,
fa ch’a otobre la sia zeppa.
La timpesta stea luntan,
l’abundanza par tot l’an (5).


Non di rado legato al fuoco e alla contestuale recitazione di formule propiziatorie, il culto degli alberi è noto in ampi areali europei. Riporto alcune esemplificazioni relative a pratiche un tempo esistenti in Francia, alcune fin dal XV secolo:
Nella prima metà dell’800 era quasi generale in Francia l’uso di girare per i campi con torce accese; ai piedi degli alberi si recitano o si cantano dei versi tradizionali che esprimono gli auguri del raccolto, talvolta in forma di minaccia.
L’uso di legare gli alberi del frutteto con una treccia o una fune di paglia nell’intento di farli produrre di più, rilevato in Francia già nel ’400, è ancora praticato in occasione di determinate feste, diverse peraltro nei vari paesi. Nella Corrèze la legatura delle piante si fa la vigilia di Natale al pomeriggio, ma solo gli alberi che non hanno portato frutta per distinguerli dagli altri e far loro comprendere che se l’estate seguente non daranno un buon raccolto verranno tagliati. […] per ottenere frutti in abbondanza si usa battere gli alberi in giorni determinati, i contadini bretoni la vigilia di Natale li colpiscono uno dopo l’altro con la forca, strumento cui attribuiscono speciali poteri
(6).
La presenza purificatorio-fecondante del fuoco, sostitutiva dell’operazione di battitura, è stata tra l’altro accertata nel reggiano, la vigilia dell’Epifania, e in Triveneto:
i ragazzi […] alzando stretti in pugno mannelle di canavuc (canapule) legate con stoppa (la fibra di scarto della canapa) e incendiate come una torcia, correvano con queste sotto gli alberi da frutto gridando Fasagna, fasagna! Tut i brôch una cavagna! (Fasagna, fasagna! Che tutti i rami diano una cesta di frutta!); siccome rimembranze di questo rito propiziatorio si trovano solo nell’area agricola delle Tre Venezie, ciò fa logicamente pensare che esse derivano dalle antiche popolazioni venetiche, che attribuivano al fuoco non solo potere purificatore ma anche fecondante (7).
Prima di passare alla delineazione del rito della battitura degli alberi, preciso che in alcune formule si notano evidenti tentativi di una sua cristianizzazione, allo scopo di condurre in un alveo religioso pratiche “pagane” che, nella maggior parte dei casi e in ossequio alla tradizione, sarebbero state ugualmente poste in essere, magari in forma semiclandestina. Segnalo che la medesima costumanza è stata pure riscontrata nella forma della questua itinerante infantile/giovanile.


Il culto degli alberi nel modenese, nel ferrarese e nel bolognese
Già alla fine dell’800 l’antropologo modenese Paolo Riccardi aveva segnalato, tra i Pregiudizi, gli spergiuri, scongiuri ecc. d’ordine agricolo, l’esistenza nel suo territorio di alcune superstizioni agricole connesse agli alberi da frutto e praticate in due significativi giorni del ciclo calendariale, la vigilia di Natale e l’Epifania. La gestualità correlata si esplicava con la battitura delle piante, la spargitura della cenere, l’uso del prodotto della filatura per legare gli alberi (operazione svolta anch’essa da una bambina, simbolo d’innocenza, ma anche di futura fertilità) e la recita di preghiere liturgiche:
Nel giorno dell’Epifania (6 gennaio) detta in dialetto nostro Pasquetta, molti contadini usano di andare a bastonare con ramoscelli gli alberi da frutta, dicendo:
Carga, carga, e tin, tin,
fan trèinta panèr st’an ch-vin;
e cioè: “caricati, caricati (di frutti) e tienli, tienli; fanno trenta ceste nell’anno che sta per venire”.

Altri invece nel dì di Pasquetta usano spargere cenere sugli alberi da frutta per averne assai: e durante l’operazione dicono:
Carga, carga e tin, tin,
carga ed pàm e pomadin:

Caricati, caricati; tienli, tienli, caricati di mele e di piccole mele”.
Sempre per la frutta: alla vigilia del Natale si fa filare da una bambina un po’ di canapa o di lino, e co ’l filo si manda la bambina, a digiuno, a legare gli alberi da frutta: compiendo l’operazione con un Pater o un’Ave, gli alberi daranno di certo molti e buoni frutti (8).

Il rituale sarà oggetto, quasi un settantennio successivo, di una comunicazione presentata al Primo Congresso del Folklore Modenese. Uno studioso locale, appassionato di tradizioni popolari, raccolse da fonti orali una formula augurale di maggiore ampiezza, la cui beneaugurante struttura testuale era pure indirizzata ad altri prodotti della terra. Secondo il raccoglitore, fu in vigore nella pianura modenese fino a pochi decenni or sono il giorno di Santo Stefano Protomartire. Il testo presentato, già in funzione nel territorio di Cavezzo, dimostrava inoltre che erano state pure mutate le situazioni della sua recitazione: non era più direttamente legato alla battitura degli alberi da frutto (cui peraltro si richiamava nel suo incipit), ma si era tradotto in una rima augurale di questua itinerante:
i bambini, andando in giro pei casolari di campagna e per le case del paese, usavano raccogliere qualche leccornia con questa strofetta:
Cargatìa tìa tìa                                                  Caricatorìa torìa torìa
carga bèn sèn                                                   Stìa caricate bene santo Stefano
e di pir e di pòm                                                 e di pere e di pomi
tuta la ròba ch’agh è al mònd                            e di tutta la roba che c’è al mondo
e dal fèn pr al cavalèn                                        e di fieno per il cavallino
e dla gianda pr al ninèn                                      e di ghiande per il maialino
e dal grèn ind al granàr                                       e di grano nel granaio
ch’a ’n gh’in pòsa mai mancàr!                            che non ne possa mai mancare! (9).
Probabilmente non a conoscenza delle ottocentesche ricerche di Paolo Riccardi, il ricercatore avanzava un’ipotesi che era tuttavia vicina alle conclusioni dell’antropologo:
L’augurazione pare un’invocazione alla Natura, perché nel volgere imminente dell’anno prepari abbondanti raccolti, che ricompenseranno al gente che ha generosamente premiato i piccoli annunciatori (10).
Altre formule beneauguranti, recitate il giorno di Santo Stefano, spesso risultanze di raccolte dilettantesche, ma in ogni caso utili a tracciarne una mappatura territoriale, sono state rilevate in alcune località della pianura modenese, spesso in forme totalmente defunzionalizzate. A San Prospero sulla Secchia, così recitavano i bambini questuanti (si era ormai perduta, tra l’altro, anche la conoscenza del rito della Cargatìa, divenuto Carga tia-tia-tia, significativamente e ritmicamente diverso):
Carga tia-tia-tia
di pom ad pumaria
di pir e di pom
tuta la roba
ch’a gh’è al mond
e dal gran in dal granèr
ch’an gh’in posa mai manchèr
e dal fèn par i buvarein
e dla gianda par i ninein
carga -carga Stivanein (11).

Priva di qualsiasi commento e relegata al generico ruolo di filastrocca infantile, ma chiaramente legata al rituale della Cargatìa di questua, si rivela la seguente formula augurale, raccolta nel mirandolese:
Cargatìa tia, tia
carga ben San Stevan
pin ad pir, pin ad pom
e d’tutt la robba ch’a gh’è in st’mond,
con d’la gianda pr’al ninein
con dal fen pr’al cavalèin
e dal gran in dal granar
ch’an gh’in pòssa mai mancar (12).

Un’altra lezione di questi versi augurali, assai simile a quella cavezzese, venne raccolta in un generico territorio modenese di pianura dal folklorista geminiano Roberto Vaccari:
La mattina del giorno di Santo Stefano, piccoli gruppi di ragazzi si presentavano alle case dei contadini cantilenando in coro una breve poesiola di tipo augurale, in cambio della quale ricevevano in regalo qualche noce, qualche tortello dolce, ecc.:
Cargatìa, cargatìa
carga ben, San Stian,
e di pir e di pòm,
tùtta la robba ch’a gh’è a st’mond
e d’la gianda pr’al ninèn
e dal fen pr’al sumarèn
e dal gran in dal granar
ch’an gh’in pòssa mai mancàr (13).

Inchieste più esaustive, che riconducono il rituale alla sua originaria funzione, sono state realizzate nel carpigiano dal locale Centro Etnografico, impegnato per diversi anni in campagne di rilevazione di forme e aspetti delle feste del ciclo calendariale. Non mancano, in ogni caso, in taluni versi (in specifico, nelle formule seconda e terza), riferimenti a probabili pratiche di questua itinerante, praticate sempre il giorno di Santo Stefano. Il riferimento ad una generica vecia (vecchia), nella prima strofetta, potrebbe accennare a collegamenti con la successiva festa dell’Epifania (popolarmente denominata Vècia), che chiude i dodici giorni del ciclo natalizio:
Questa usanza, peraltro non più praticata, ma ancora viva nella memoria dei contadini della nostra campagna, ha tutti gli aspetti di un rito propiziatorio, e quasi sicuramente per analogie con riti di altri paesi europei, la bastonatura delle piante altro non era che un rito antichissimo,
perpetuato ormai inconsapevolmente, per scacciare gli spiriti maligni dalla pianta al fine di avere un buon raccolto.
L'azione della bastonatura era accompagnata da tiritere somiglianti a formule magiche, varie tra loro ma con il medesimo significato:
Carga carga Stivanein
carga di pom e di pumein
grapa e grapein
nos e nusein
carga la vecia di boun turtlein.
Carga carga San Steven
e di pir e di pom
tuta la roba ca gh’è in st’mond
al gran in dal graner
al galeini in dal puler
carga San Steven.
Carga Stivanein
nus e nusein
grapa e grapein
tùta la roba a sti putein.
Carga carga Stivanein
pom e pir e garufanein (14).

In tempi più recenti, un etnografo popolare di Finale Emilia, ha pubblicato un testo augurale di questua itinerante, che ancora una volta richiama alla memoria il rituale della Cargatìa. In gioventù testimone del rito nella campagne finalesi, ricorda che il suo svolgimento si realizzava il mattino del giorno di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali:
Tanti anni fa, il 17 gennaio era usanza per i bambini visitare le case coloniche nelle prime ore del mattino; appostati sulla porta della stanza attendevano l’uscita del bovaro e recitavano la seguente filastrocca:
Cargatìa cargatìa
na navaza pina ad turtìa
pina ad pir
pina ad póm
e tuta la roba ch’agh è in ’st mónd
al fen p’r al cavalìn
la gianda p’r al ninìn
al gran in-t al granar
ch’an gh’in pòsa mai mancar.

Il bovaro, vero “sacerdote” della vita della stalla, elargiva allora qualche soldino oppure un tortello ripieno di castagne cotte (15).

Anche nel confinante territorio ferrarese il culto è stato rilevato, soprattutto nella forma tradizionale e in diretta connessione con l’Epifania. Si tratta, in specifico, della campagna centese, nella quale sono state raccolte testimonianze di due donne di Renazzo che lo praticarono in fanciullezza. La prima donna, memorialista locale, spiegò la pratica della battitura degli alberi in un più esaustivo contesto di esperienze di vita e di rituali, anche con impliciti significati catartici:

Il cinque gennaio era detto al zep dla vecia ed era giorno di gran trambusto, di attesa, di allegria. Già al mattino molte famiglie in collaborazione coi bambini e ragazzi del vicinato, preparavano la vecia, una specie di fantoccio costruito con legna, un po’ di paglia e qualche straccio. La vecia veniva posta in mezzo ad un campo ed ivi lasciata fino all’imbrunire, quando con grande partecipazione di bambini veniva incendiata. Era, quello, un momento magico e solenne: in infiniti punti dell’orizzonte si vedevano chiarori, tutto il cielo sembrava in fiamme e un allegro vociare si diffondeva nell’aria. Erano i bimbi, che festosi correvano intorno al falò, gridando e ripetendo strane filastrocche:
a brusa la vecia
brusa al fcion
brusa la vecia t’Pipajon

[brucia la vecchia/brucia il vecchione/brucia la vecchia di “Pipaione”].

Prima di cena aveva luogo la cerimonia di battitura delle piante da frutto e questa operazione doveva essere eseguita possibilmente da un’anima innocente, per cui gli incaricati erano i bambini, che muniti di un lungo e sottile bastone, andavano di pianta in pianta battendola dolcemente e ritmicamente sul tronco e recitando ad alta voce una specie d’invocazione. Se, ad esempio, la pianta fosse stata un melo si diceva:
A bat a bat i mi milun
che st’etr an i sipan bon
fan dimondi, fali grosi e tinli tuti

[batto batto le mie melone (= grosse mele) /che quest’altr’anno siano buone/fanne molte, falle grosse e tienile (= conservale sulla pianta) tutte].

Se invece si fosse trattato di un pero o di un ciliegio, si diceva pirun o zrisun, e così via di pianta in pianta si battevano tutte. In casa mia tale usanza è stata praticata fin verso il 1935 ed io ne sono stata l’ultima battitrice.
Dopo cena si restava intorno al grosso ceppo acceso ad aspettare al veci e quella sera ne potevano anche venire quattro o cinque compagnie. In f
ciunera [festa, veglia della Vecchia] ci andavano i grandi o per lo meno la maggior parte del gruppo era costituita da persone adulte (16).

Il rituale mi era stato precedentemente riferito durante un incontro con la stessa memorialista, che anticipò quanto sarebbe stato dato alle stampe, con alcune interessanti precisazioni:

Noi penso che siamo stati gli ultimi a batterli; lo abbiamo fatto in famiglia finché non sono divenuta grande. Prima di andare a cena, tutti battevano gli alberi, per risvegliare la natura, risvegliare le piante. Noi usavamo il superlativo per stimolare le piante a fruttificare il meglio possibile: le chiamavamo melone, perone, cigliegione, e così via (17).

La seconda donna protagonista diretta del cerimoniale, apparteneva anch’essa alla realtà contadina della Partecipanza Agraria di Cento. La sua è un’ulteriore formula, che richiama alla memoria la Cargatìa modenese; l’operazione di battitura, nella sua famiglia, si svolgeva il pomeriggio della vigilia dell’Epifania:

[A battere gli alberi da frutto] c’andavo io, perché ero la più piccola. Avevo una pertica, perché dei frutti ne abbiamo sempre avuto a casa nostra, andavano per tutti ’sti frutti e poi [li battevamo e recitavamo].
Carga vìn, carga tìn
che stasîra la Vècia vìn,
dal gran bén ch’at vói
più frûta che fói.

In tutto il pomeriggio sperticavo tutti questi alberi. Mi dicevano: “Va bén a sbattere i frutti, perché se non ci vai, non ti mandiamo a casa la Vecchia! (18).
La più importante documentazione intorno a riti e formule di fecondazione degli alberi da frutto nel centese (comprendente anche testimonianze di ex contadini originari della località ferrarese di Vigarano Mainarda e della campagna bolognese di San Giovanni in Persiceto) perviene da approfondite ricerche “dall’interno” di questo territorio, compiute dalla demologa autodidatta Nerina Vitali. La ricercatrice rilevò due diverse date di effettuazione della battitura degli alberi da frutto, l’ultimo giorno dell’anno e la vigilia dell’Epifania. Di pari valenza si rivelano pure il recupero delle notizie sulle operazioni correlate alle viti (per la prima volta oggetto di pubblicazione in questa area), nonché alla legatura con il filo sia delle viti sia delle piante da frutto. Alcune formule raccolte da Nerina Vitali contengono, inoltre, esplicite “minacce” alla pianta che, se non avesse fruttificato in abbondanza come richiesto, sarebbe stata fortemente bastonata l’anno successivo (19) :

L’ultima notte dell’anno i miei zii e amici, facevano il giro anche nelle vicine famiglie e giravano intorno agli alberi da frutta (i bastoni venivano preparati prima) dicendo:
Cârga vìn
per st’an ch vìn
s’ta n t cargarè
tańti bôt t ciaparè (20).

Poi passavano a bastonare le viti dicendo:
Cârga cârga bat e bat
che ogni fôia fâga uń grap (21)

Queste le formule per la legatura dell’albero da frutto, alla quale seguiva, a volte, la battitura. Il filo, preparato con la stoppelina (lo scarto della canapa), veniva filato dalle ragazzette:
Cârghet se t vu ster ché
se t an l cargarè
tanti bôt et ciaparê (22)

Frutto bel frutto
se st’an ta n iń farê
tanti bôt t ciaparê (23)

A bastunèń i frut
chi [ch’i] fâghen di bî fiûr
chi fâghen dal bèli mèil
che st’etr an a turnarèń (24)

Vècia vin
per st’an ch vin
pòrta un bel panîr
s t a na l purtarê
èter tanti t ciaparê (25)

S ti ń fê mo s t a niń fê
ètri tańti bastunê
stetr an t’ciaparê (26).

Questo excursus si conclude con un testo raccolto nel bolognese, ad Argelato, centro di pianura non distante dal centese, nelle cui campagne la pratica si svolgeva il giorno dell’Epifania e aveva caratteristica quasi impetratoria e non in linea con le formule precedenti. Il testimone, in fanciullezza, fu praticante del rito:
Il giorno della Befana, il mattino presto, noi bambini maschi venivamo mandati in campagna a fare delle domande, quasi delle invocazioni, perché i prodotti delle campagne fossero abbondanti. Dicevamo, ad esempio, avvicinandoci agli alberi di pero:
Préma Pasqua d’l’ân,
quânti pèir um dèt in st’ân?

[Prima Pasqua dell’anno/quante pere mi dai quest’anno?]
E così facevamo anche avvicinandoci ai meli (quânti mèil…), alla vigna (quânta û…[uva]) e ai campi (quânt furmènt…[quanto frumento]) (27)
Un modesto contributo, questo, tuttora in fase di collazione, che fa tuttavia comprendere la vastità e la complessità del patrimonio di cultura orale del mondo agrario di tradizione.

Gian Paolo Borghi

** NB. Per esigenze  grafiche e di impaginazione di questo sito   in alcuni  casi  l'uso del corsivo e del grassetto è diverso rispetto a quello  del testo stampato nel libro da cui  è stato tratto. Anche le foto sono di nostra scelta. La redazione

NOTE

1) Sui primi risultati di questo lavoro di ricerca si rimanda a G.P. Borghi, “Siamo stati gli ultimi a batterli”. Tracce del culto degli alberi nei territori ferrarese e modenese, in D. Biancardi, G.P. Borghi e R- Roda (a cura di), In foresta. L’albero e il bosco fra natura e cultura, Comune di Cento-Il Megalito di Tosi, Ferrara 1995, pp. 37-51. Il presente lavoro ne costituisce un approfondimento, con l’integrazione di materiali inediti. È stata rispettata la grafìa adottata da ciascun ricercatore.

2) Cfr. G. Tassoni, Riflessi del culto degli alberi in Lessinia, in “Terra Cimbra. Vita delle comunità Cimbre”, XIX, 65, 1998, p. 77. La traduzione letterale della formula da parte dello scrivente: “Carica, carica, batti e batti/ogni favilla faccia un grappolo”.

3) G. Placucci, Usi e pregiudizi dei contadini delle Romagne riprodotti sulla edizione originale per cura di Giuseppe Pitrè, Pedone Lauriel, Palermo 1885, p. 102. Si tratta del secondo volume delle “Curiosità popolari tradizionali” (la prima edizione del libro di Placucci è del 1818).

4) Si veda, a tale proposito, tra gli altri, G.C. Bagli, Saggi di studi su i proverbi, gli usi, i pregiudizi e la poesia popolare in Romagna, in “Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie di Romagna”, s. III, 3-4 (1885-1886), rist. anast. Forni, Sala Bolognese 1977, p. 178. La legatura delle piante durante la Settimana Santa era in uso anche in territorio parmense, come è attestato in M. Castelli Zanzucchi, Farmacopea popolare nell’Appennino emiliano. Erbe, tradizioni, curiosità, Zara, Parma 1992, pp. 44-45.

5) G. Tassoni, Le inchieste napoleoniche nel regno italico. Tradizioni popolari nel Dipartimento del Rubicone, in “La Piè”, XXXVII, 1, 1968, p. 8. La traduzione della formula: “Falla grossa e tienila stretta,/fa che a ottobre sia zeppa./La grandine stia lontano/

6) P. Sébillot, Riti precristiani nel folklore europeo, Xenia, Milano 1990, pp. 108-109. Lo Sébillot riporta pure notizie su altri rituali italiani (abruzzesi, siciliani e modenesi). Questi ultimi sono in seguito da me citati attraverso le fonti bibliografiche originali, peraltro assai più ampie di quelle esposte dallo studioso.

7) R. Bertani, Le antiche festività calendari ali del mondo contadino, in “La Piva dal Carner”, 7, 1980, pp. 4-5. Su altri rituali del fuoco i n area emiliana si vedano, tra gli altri: G. Bedoni, Saggio d’indagine sui fuochi rituali nel territorio modenese, in Il mondo agrario tradizionale. Atti del 1° Convegno di studi sul folklore padano. Modena 17-18 marzo 1962, ENAL, Modena 1963, p. 66; M. Boccolari, L’inchiesta napoleonica sulle costumanze del Reno, in Il mondo agrario tradizionale, p. 88; M. Campana, Due costumanze, uno scherzo ed una leggenda, in “Corriere Padano”, 14 febbraio 1931, p. 3. Ricordo altre cerimonie propiziatorie privilegianti l’uso del fuoco come elemento rinnovatore: Far lume a marzo, Chiamare l’erba. Su queste ultime si vedano rispettivamente: M. Corrain-P. Zampini, Documenti etnografici e folkloristici nei Sinodi Diocesani dell’Emilia-Romagna, in “Palestra del Clero”, XXXXVIII, 1964, 15-16-17; R. Valota, Chiamare l’erba. Rituali di propiziazione primaverile nel Comasco e nel Nord Italia, Cattaneo, Como 1991. Cito, infine, il rituale del Battere (o del Chiamare o del Bruciare) marzo, diffuso in area lombarda e triveneta (mantovano, veronese, padovano, trevigiano, arco alpino dalla Carnia al Trentino ecc.) con il quale si stimolava il risveglio della natura con la percussione di qualsiasi oggetto e con l’accensione di fuochi. Esempi sonori veneti e trentini sono depositati nell’Archivio dell’Associazione Culturale “Soraimar” di Asolo (Treviso), consultabile anche on line (alla voce Frastuoni annuali, che riporta pure richiami bibliografici). Un esempio lombardo è inciso nel disco I protagonisti. Le mondine di Villa Garibaldi, a cura di B. Pianta, Regione Lombardia (“Documenti della cultura popolare”.3), Albatros, VPA 8231 RL, 1975 (LP).

8) P. Riccardi, Pregiudizi e superstizioni del popolo modenese. Contribuzione del dott.- alla inchiesta intorno alle superstizioni e ai pregiudizi esistenti in Italia, Società Tipografica, Modena 1890; rist. anast. (con il titolo Pregiudizi e superstizioni del popolo medenese), Multigrafica, Roma 1969, p. 48.

9) B. Manicardi, Una cantilena augurale della bassa modenese, in Folklore Modenese. Atti e Memorie del “1. Congresso del Folklore Modenese” indetto dalla Deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi e dall’E.N.A.L. Provinciale di Modena nei giorni 1-2 novembre 1958, Aedes Muratoriana, Modena 1976 (rist. anast. dell’edizione del 1958), p. 138 (Deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi – “Biblioteca”, Nuova Serie, n. 32).

10) Ibidem.

11) F. Barbieri-S. Salvarani, San Prospero Secchia dalla preistoria ai giorni nostri, Comune di San Prospero sulla Secchia, ivi 1981, p. 168. La traduzione letterale della strofetta: Carica tia-tia-tia/di mele e di ‘meleria’/di pere e di mele/tutta la roba/che c’è al mondo/e del grano nel granaio/che non ne possa mai mancare/e del fieno al bovaro/e della ghianda per i maiali/carica-carica Stefanino [Santo Stefano]”.

12)D. Bellodi, Proverbi, detti, filastrocche, poesie ed altro in dialetto mirandolese, Pivetti, Mirandola 1995, p. 97. La consueta traduzione dello scrivente: “Cargatìa tia, tia/carica bene Santo Stefano/pieni di peri, pieni di mele/e di tutta la oba che c’è in questo mondo,/con la ghianda per il maiale/con del fieno per il cavallino/e del grano nel granaio/che non ne possa mai mancare”.

13) R. Vaccari, Tradizioni natalizie del modenese. Con aggiunta di tradizioni tipiche di altre regioni d’Italia, Modena Libri, Modena 1984, p. 64 (“Quaderni modenesi”. 16). La traduzione italiana ivi pubblicata: “Cargatìa, cargatìa/fate un gran carico, Santo Stefano/sia di pere che di mele,/tutti i beni della terra/e di ghiande per il maialino/e del fieno per il somarello/e del grano nel granaio/non possa mai mancare”.

14) I. Dignatici-L. Nora, La condizione contadina e l’esperienza del sacro, Comune di Carpi, ivi 1981, p. 10. Questa la traduzione operata dallo scrivente: “Carica carica/Stefanino/carica di mele e di meline/grappoli e grappolini/noci e nocine/carica la vecchia di buoni tortellini.//Carica carica Santo Stefano/e di père e di mele/tutta la roba che c’è in questo mondo/il grano nel granaio/le galline nel pollaio/carica Santo Stefano.//Carica Stefanino/noci e nocine/grappoli e grappolini/tutta la roba a questi bambini.//Carica carica Stefanino/mele e pere e garofanini”.

15) M. Mondadori, Mi ricordo il giorno di Sant’Antonio…, in “Piazza Verdi”, XV, 1, 2003, p. 3. La traduzione letterale è dello scrivente: “Cargatìa cargatìa/una ‘navazza’ [contenitore per trasportare l’uva prima della vinificazione] piena di tortelli/piena di mele/e [di] tutta la roba che c’è in questo mondo/il fieno per il cavallino/la ghianda per il maiale/il grano nel granaio/che non ne possa mai mancare”. La strofetta mi è stata in seguito recitata dallo stesso Mario Mondadori (nato a Finale Emilia nel 1923, ivi residente, appartenente al mondo rurale) durante un incontro svoltosi a Finale Emilia il 5 gennaio 2004.

16) Cfr. G.P. Borghi (a cura di), Forme ed aspetti della religiosità popolare nelle feste del ciclo dell’anno (da un memoriale di Anita Alberghini Gallerani), in R. Zagnoni, Vicende storiche della parrocchia di S. Sebastiano di Renazzo della diocesi di Bologna in provincia di Ferrara, Parrocchia di Renazzo, ivi 1985, pp. 263-264

17) Testimonianza di Anita Alberghini Gallerani, nata a Renazzo di Cento nel 1923, ivi residente, commerciante di origini contadine, partecipante agraria (Renazzo, 19 dicembre 1983).

18) Testimonianza di Dolores Fallavena, nata a Renazzo-Malaffitto di Cento nel 1898, ivi residente, ex contadina. Registrazione dello scrivente, effettuata a Renazzo il 15 gennaio 1982. Ecco la traduzione: “Carica vieni, carica tieni/che stasera la Vecchia viene,/dal gran bene che ti voglio/[ti chiedo di produrre] più frutta che foglie”. L’informatrice pronunciò la formula con tono “solenne”.

19) Cfr. N. Vitali, Briciole dello sconfinato banchetto che è la poesia folklorica raccolte nelle campagne centesi, Comune di Cento-Cassa di Risparmio di Cento, Cento 1987, pp. 527-530. La demologa effettua anche alcune interpretazioni avvalendosi, in particolare, degli studi di vari antropologi, tra cui Ernesto de Martino (Il mondo pagico. Prolegomeni a una storia del magismo, Boringhieri, Torino 1973, pp. 137-138).

20) Ivi, 301.A, p. 527. La traduzione (come anche le seguenti) è dell’autrice delle ricerche: “Carica vieni/per quest’annocheviene/senonticaricherai/tantebottetupiglierai”.
21)
Ibidem.““Caricacarica/battiebatti/cheognifogliafacciaungrappolo”.
22)Ibidem, 301.B. “Caricati se vuoi stare qui/se tu non ti caricherai/tante botte tu piglierai” (la battitura seguiva la egatura, indi di procedeva alla recitazione della formula).

23) Ivi, 301.C, p. 528. “Frutto bel frutto/se quest’anno tu non ne farai/tante botte prenderai” (legatura, formula e battitura).

24) Ivi, 301.D, p. 529.. “Noi bastoniamo i frutti/che loro facciano dei bei fiori/che facciano delle belle mele/che quest’altr’anno noi torneremo” (probabile la sola battitura, con la recita della formula).

25) Ibidem, 301.F. “Se tu ne fai ma se tu non ne fai/altrettante bastonate/quest’altr’anno tu piglierai” (tre colpi di battitura, indi legatura e recita simultanea della formula).

26) Ivi, 301.E, p. 530. “Vecchia vieni/per quest’anno che viene/portane un bel paniere/se tu non lo porterai/altrettante [bastonate] tu piglierai” (bastonatura, legatura e contemporanea recita della formula).

27)Testimonianza di Gloriano Sorghini, nato nel 1925 ad Argelato, ivi residente, ex contadino. Registrazione magnetofonica dello scrivente, realizzata ad Argelato il 6 febbraio 2004.

G.P.B.

La foto  del filare di viti su olmi all'inizio dell'articolo è di Enrico Fiorentini

La foto della Vecia di paglia è tratta da Marefosca, in occasione del Rogo delle Befane 2013.

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Inserito da redazione il Dom, 2013-12-29 05:53