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Archeologia a Bologna. Documenti in mostra


QUELL’AMOR D’ANTICO. Le origini dell’archeologia a Bologna nelle raccolte dell’Archiginnasio
Mostra a cura di Paola Foschi e Arabella Riccò, con il coordinamento di Anna Manfron.
Promossa da Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio e allestita  nel corridoio di accesso alla Sala dello Stabat Mater, fino al 14 gennaio
Orari: lunedì-venerdì ore 9-19; sabato ore 9-14. Ingresso libero.
La Biblioteca comunale dell’Archiginnasio, nell’ambito della 8ª edizione di Artelibro e di Archeopolis, in collaborazione con il Museo Civico Archeologico di Bologna, ha organizzato una mostra con autografi, disegni, carteggi, relazioni, volumi manoscritti e a stampa, attraverso i quali gli eruditi, gli antiquari e gli archeologi attivi a Bologna tra Seicento e Ottocento torneranno a far parlare di sé.
L’esposizione presenta una scelta di una settantina di pezzi appartenenti all’Archiginnasio di grande interesse storico-artistico, documentario ed editoriale, cui si aggiungono anche alcuni reperti archeologici concessi in prestito dal contiguo Museo Civico Archeologico.
Il percorso della mostra si articola in tre sezioni:
I - Bologna princeps Etruriae fra Sei e Settecento presenta una preziosa scelta di volumi a stampa e opere manoscritte che danno conto di come lo studio delle civiltà antiche a Bologna si sia sviluppato attraverso la formazione di collezioni antiquarie, allestimenti museali e insegnamento universitario.
II - Antiquari, eruditi, collezionisti passa in rassegna opere dei bolognesi Luigi Ferdinando Marsili, Serafino Calindri, Giacomo Biancani Tazzi e Filippo Schiassi, che testimoniano il riaccendersi dell’interesse verso lo studio dell’antico e al tempo stesso il nuovo approccio scientifico alla materia.
III - La grande stagione archeologica bolognese
analizza la grande stagione di scavi e di indagini dell’archeologia cittadina a partire dalla metà dell’Ottocento attraverso i suoi grandi protagonisti: Pelagio Palagi, Giovanni Gozzadini, Giovanni Capellini, Antonio Zannoni e Edoardo Brizio.

 Info: www.archiginnasio.it/mostre/amordantico.htm
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Segue la cartella stampa con note storiche più estese

Le origini dell’archeologia a Bologna nelle raccolte dell’Archiginnasio

La passione per l’antico e l’archeologia si sviluppa a Bologna, tra Seicento e Ottocento, attraverso collezioni antiquarie, formazione di musei, insegnamento universitario. L’evoluzione che ha portato all’archeologia come disciplina scientifica autonoma costituisce un paradigma di profonde trasformazioni metodologiche e concettuali. Lo studio delle civiltà antiche nell’Università di Bologna faceva inizialmente parte della storia della letteratura classica. I grandi scrittori greci e latini fornivano, nelle loro opere, preziose informazioni  

I grandi scrittori greci e latini fornivano, nelle loro opere, preziose informazioni sulla storia economica, istituzionale, sociale e religiosa; secondo Ovidio Montalbani, il primo che nel Seicento si occupò della storia più antica di Bologna, le testimonianze monumentali e materiali non avevano importanza per la storia delle civiltà passate, tanto che la sua ricostruzione è frutto di pura invenzione; importanti erano invece le testimonianze scritte e solo i grandi personaggi, gli avvenimenti epocali e le istituzioni politiche erano degni di essere studiati. Contemporaneamente peraltro, fioriva anche a Bologna un collezionismo nobiliare e in particolare, nel 1660, Ferdinando Cospi lasciò alla città il suo Museo, come aveva fatto all’inizio del secolo Ulisse Aldrovandi con le sue importantissime raccolte naturalistiche. All’aprirsi del XVIII secolo la nuova sede degli studi superiori, l’Istituto delle Scienze, fondato e sostenuto da Luigi Ferdinando Marsili, esprimeva una nuova sensibilità verso le antiche civiltà intese nel loro complesso, non più solo nelle testimonianze letterarie, ma in ogni espressione scritta, come le epigrafi o le monete, e figurativa. Giacomo Biancani Tazzi e Filippo Schiassi porteranno l’etruscheria da moda antiquaria a disciplina scientifica di studio e tale attitudine si rifletterà in studiosi non accademici come Serafino Calindri. La conoscenza più approfondita delle espressioni artistiche classiche farà poi fiorire quella breve ma intensa corrente artistica che prenderà il nome di neoclassicismo, che dai continui ritrovamenti archeologici e dalla loro pubblicazione e divulgazione trasse spunti e nuova ispirazione. Ormai avvenuta l’Unità italiana, la donazione da parte del pittore neoclassico Pelagio Palagi al Municipio di Bologna (1861) della sua raccolta di libri d’arte e archeologia, insieme alla sua collezione di oggetti egizi, greci, etruschi, italici, romani, aprirà la strada alla creazione del nuovo Museo Civico Archeologico (1871), una volta assommata alle collezioni donate dal Marsili all’Istituto delle Scienze. In questo periodo, nell’ambiente accademico bolognese, ormai inserito in un circuito universitario nazionale, si accoglievano e discutevano le idee portate dagli studiosi stranieri sempre più interessati alla penisola italiana, che era un grande e prezioso campo di scavi. I docenti di Archeologia, come Edoardo Brizio, divennero sempre più specialisti sia delle civiltà antiche nel loro complesso che delle loro espressioni artistiche. Imponenti campagne di scavi programmati, dapprima resi possibili dal mecenatismo di Giovanni Gozzadini poi dall’impegno del Comune di Bologna e dall’opera di Antonio Zannoni, portarono in luce a Villanova, a Marzabotto, alla Certosa, migliaia di tombe di una civiltà ancora sconosciuta e portarono Bologna alla ribalta nel campo degli studi delle civiltà pre-romane. Il punto d’arrivo del nostro percorso è il V Congresso Internazionale di Antropologia e Archeologia Preistoriche del 1871, organizzato da Giovanni Capellini, che sancì l’importanza dei ritrovamenti bolognesi e della sua scuola di studi. Di tutti questi protagonisti degli albori dell’Archeologia fino al suo svilupparsi come disciplina scientifica, la Biblioteca dell’Archiginnasio conserva volumi e opuscoli a stampa, manoscritti, disegni, fotografie, e li mostra come tappe di questo percorso, come suggerimenti di studio e di indagine, come feconda intersezione fra indagini sul campo nelle collezioni e dei reperti, e studio degli archivi personali dove sopravvivono testimonianze rimaste inedite, oltre che nelle raccolte bibliografiche ricche di pubblicazioni rare e preziose.

Sezione I - Bologna princeps Etruriae fra Sei e Settecento

Questo percorso dedicato all’archeologia bolognese, attraverso i documenti conservati dalla Biblioteca dell’Archiginnasio, incomincia nel XVII secolo, prendendo in esame da un lato il  collezionismo privato di appassionati come Ferdinando Cospi e Carlo Cesare Malvasia e dall’altro il costituirsi di una cattedra di Umane Lettere, a testimonianza dell’inizio dello studio delle civiltà antiche. Tuttavia, le materie insegnate all’università nell’ambito delle Umane Lettere erano ancora indifferenziate fra loro, tanto che un filosofo e medico come Ovidio Montalbani poteva occuparsi anche delle usanze del mondo romano, di una moneta di età imperiale e della forma della città di Bologna nell’antichità. I professori gareggiavano nello sfoggio di erudizione, cioè nel mostrare le loro conoscenze del mondo antico, ma anche nel proporre ricostruzioni della vita politica, religiosa, sociale nonché materiale nelle civiltà che più affascinavano, l’etrusca e la romana. Attraverso le vaste conoscenze dei collezionisti come Ferdinando Cospi, vissuto per lungo tempo a Firenze a contatto con l’ambiente cosmopolita che gravitava attorno ai Medici, il piccolo mondo degli eruditi bolognesi veniva a conoscenza delle opere d’arte frutto dei rinvenimenti archeologici. D’altro canto, l’insegnamento nello Studio di Thomas Dempster, che derivava dalla sua ampia conoscenza del mondo della Toscana antica, anche in relazione al suo precedente insegnamento nell’Università di Pisa, metteva in contatto Bologna con la grande circolazione delle idee dell’Italia centrale e con le scoperte fatte a Roma, in Etruria e nell’Italia meridionale. Le ampie e diversificate passioni di Carlo Cesare Malvasia, che spaziavano dall’arte e dalla pittura, alle vite degli artisti, alla raccolta di antiche iscrizioni, mostrano ancora la figura di intellettuale interessato a vari aspetti della vita culturale. La raccolta di oggetti preziosi o di valore artistico avviata da questi intellettuali contribuiva a formare l’idea imperante che solo i monumenti scritti (lapidi appunto, ma anche monete) fossero degni di essere usati per la ricostruzione delle istituzioni, delle credenze religiose, dei riti e delle strutture sociali antiche.

Sezione II - Antiquari, eruditi, collezionistiIl percorso attraverso i primordi dell’archeologia bolognese tocca necessariamente vari aspetti dell’antiquaria del Settecento, ma deve anche registrare la nascita dell’Istituto delle Scienze e ricordare alcuni suoi illustri professori. La figura che campeggia in questo periodo è quella di Luigi Ferdinando Marsili, le cui principali caratteristiche nel campo dello studio dell’antichità furono la viva curiosità, l’acuta osservazione e il generoso e multiforme mecenatismo. Dalle sue collezioni di libri, di oggetti, di manoscritti e dalle cospicue sovvenzioni in denaro ebbe inizio l’Istituto delle Scienze, fondato con il proposito di introdurre nelle scienze naturali il metodo sperimentale e nelle scienze umane un simile metodo di esame dei resti materiali per lo studio delle civiltà antiche. L’erudizione, che aveva caratterizzato lo Studio bolognese fino alla fine del XVII secolo, veniva posta al servizio della scienza e i ritrovamenti archeologici erano visti come nuovi apporti per lo studio non solo teorico ma anche vivo e pratico delle civiltà antiche. L’istituzione della cattedra di Antichità nell’Istituto delle Scienze e il suo affidamento a studiosi come Giacomo Biancani Tazzi e Filippo Schiassi portarono un avanzamento degli studi e una precisazione e sistemazione delle scoperte archeologiche, ormai impostati con criteri moderni. Negli studi di Giacomo Biancani Tazzi sugli specchi etruschi (che egli credeva oggetti rituali) e di Filippo Schiassi sulle iscrizioni si delineano nuove branche della disciplina archeologica, l’Etruscologia e l’Epigrafia. La figura di Serafino Calindri, ingegnere idraulico, ma anche studioso della storia antica e medievale di Bologna e del suo territorio, mostra con evidenza le caratteristiche dell’erudito enciclopedico settecentesco: per il suo Dizionario della montagna e pianura bolognese egli raccolse numerose notizie, attraverso la visione diretta, la corrispondenza e la conoscenza personale di studiosi ed eruditi italiani, su ritrovamenti soprattutto lapidari antichi, oltre che su documenti medievali fino ad allora inediti.

Sezione III - La grande stagione archeologica bolognese

A Bologna, il passaggio dall’antiquaria di tradizione settecentesca all’archeologia moderna vede una data fondamentale nel 18 maggio 1853, quando Giovanni Gozzadini, nella sua  tenuta di Villanova di Castenaso, scoprì alcune tombe a cremazione. Anche se i reperti furono indagati da Gozzadini con metodi tipici dell’antiquaria, il riferimento del sepolcreto di Villanova agli Etruschi costituì un’interpretazione storica fondamentale. A Marzabotto l’orizzonte di questa nuova etruscologia si ampliò con la conoscenza di un impianto urbano perfettamente documentato. Qui Gozzadini, che avviò alcune campagne di scavo nel 1862, incorse nell’errore di interpretare i resti di un vasto complesso urbano come un enorme  sepolcreto, continuando a sostenere questa tesi in sede scientifica, almeno fino al 1881, in coincidenza con il suo ritiro pressoché definitivo dalla scena archeologica bolognese. Gli scavi di Villanova, Marzabotto e della Certosa di Bologna diedero concretezza archeologica alla «Felsina princeps Etruriae» ricordata da Plinio. E quindi, non a caso la città fu scelta nel 1871 come sede del V Congresso di Antropologia e Archeologia Preistoriche. Lo stesso Comune, attraverso l’Ufficio tecnico e in particolare l’opera dell’ingegnere architetto capo Antonio Zannoni, entrerà nella gestione degli scavi e negli sviluppi dell’archeologia bolognese a partire dalla scoperta nel 1869 delle prime tombe etrusche della Certosa, ponendo le basi per la costituzione del Museo Civico. L’atto di fondazione del museo della città è da identificarsi comunque nell’eredità con cui Pelagio Palagi, artista bolognese, nel 1860 destinò alla «diletta patria» la sua ricchissima collezione di oggetti d’arte, antichità, medaglie, disegni, libri. Sul piano scientifico la situazione mutò radicalmente nel 1876 quando alla cattedra di Archeologia dell’Università fu chiamato Edoardo Brizio. Con il Brizio si chiuse definitivamente il ciclo dell’archeologia intesa come antiquaria o scienza delle istituzioni e se ne aprì uno nuovo, quello dell’archeologia intesa come storia dell’arte classica e allo stesso tempo «scienza dei documenti talora umili, ma non per questo meno preziosi». In questi anni, quindi, sia l’opera e l’attività scientifica di personalità come Zannoni, Gozzadini, Brizio, sia il fervore di scavi e scoperte in area urbana, che si susseguivano a ritmo incalzante, permisero di raccogliere una ricchissima documentazione archeologica che fece di Bologna un punto di riferimento a livello europeo per i ritrovamenti e gli studi di archeologia protostorica.



 

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Inserito da redazione il Lun, 2011-10-31 05:16