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La pianura del Reno com'era, com'è, come potrebbe diventare. Walther Vignoli


Finchè la mano dell’uomo non è intervenuta, la pianura bolognese era un insieme a macchia di leopardo di foreste planiziali ed acquitrini alimentati dai corsi d’acqua appenninici.
L’uomo sfruttava l’acqua per pescare ma anche per i suoi spostamenti, “navigando”.


Ha poi gradualmente trasformato quell’ambiente per adattarlo alle proprie esigenze: prelevare legname da costruzione o da ardere, raccogliere erbe palustri ed altri vegetali, cacciare, pascolare, disboscare per ricavare spiazzi da coltivare, controllare le acque, sia per difendere i campi come per ricavarne dei nuovi col metodo delle casse di colmata, consistenti in ampie aree arginate dove far defluire le acque torbide durante le piene, avendo il duplice effetto di evitare esondazioni ed alzare i terreni per decantazione.


Con la colonizzazione romana, a partire dal II° secolo a.c., gl’interventi sono diventati sistematici e razionali, si sono scavati canali, arginati corsi d’acqua, creata una rete di strade.
E’ nata così una delle più antiche ed illustri scuole di idraulica, capace di mantenere uno straordinario equilibrio delle acque, avendo disponibili pochi metri di dislivello sul mare per regolare il flusso discontinuo di arrivo delle acque ed ottimizzarne il loro utilizzo: per l’irrigazione, per la navigazione, per azionare ruote idrauliche ecc.
A partire dal XII° secolo d.c. gli amministratori di Bologna, con lucida lungimiranza, seppero porre le basi per lo sviluppo della città nei sette secoli successivi.
-        La città non era attraversata da fiumi ma solo da alcuni torrenti.
-      Sbarrando il Reno ed il Savena, a Casalecchio e S. Ruffillo avrebbe potuto disporre di un salto idraulico di 30/40 m. rispetto alla pianura a nord di Bologna, utilizzabile come fonte di energia motrice.
-        Conducendo tutta l’acqua in un unico canale navigabile,dopo averla utilizzata come energia motrice, si sarebbe potuto congiungere la città col fiume Po e col mare  Adriatico, cioè coi mercati del nord e di Venezia.

I bolognesi decisero allora di costruire le chiuse di Casalecchio e S.Ruffillo, ne portarono le acque dentro alla città, coi canali di Reno e Savena, realizzando una rete di canali minori in grado di servire ogni casa. Scavarono il canale Navile facendolo arrivare fino al Cavaticcio mediante una serie di “sostegni” che consentirono di superare il dislivello rispetto alla pianura.
Le barche, trascinate da animali che percorrevano le “restare”, compivano migliaia di viaggi all’anno fra Bologna e Malalbergo e da là al mare facendo di Bologna uno dei più importanti porti europei.
Bologna divenne leader nella produzione di manufatti ( l’organzino di seta bolognese non aveva rivali e l’arsenale di Venezia usava solo “corde bolognesi”).                              
L’avvento dei trasporti ferroviari, poi di quelli su gomma, tolse importanza al Navile che, pur rappresentando una parte straordinaria della nostra storia, oggi sta subendo un penoso degrado.
Allo stesso modo, caduto l’interesse per l’energia idraulica,i canali di Bologna, che la poca acqua non puliva più, vennero coperti per occultarne la sporcizia ma anche per ricavarne superficie utile. L’acqua però ha continuato, per un certo periodo, a fornire energia per azionare le turbine elettriche (dall’inizio del ‘900, per molti decenni, l’ospedale Rizzoli, con le sue sale operatorie,  si alimentava da turbine mosse dall’acqua del canale di Reno alla Grada, nell’antico opificio dove oggi ha sede il Consorzio della Chiusa di Casalecchio e di S.Ruffillo.
La rete dei canali che scorre sotto le strade e le case di Bologna, per la quale si sta risvegliando un encomiabile interesse culturale, svolge ancora importanti funzioni per la raccolta e smaltimento delle acque piovane  e per la distribuzione di reti tecnologiche ( per es. i cavi a fibre ottiche sono stati posati senza aver bisogno di sconvolgere con scavi tutta la città).
Altre ancora potrà svolgerne, per es.il Consorzio della Chiusa  ha proposto di utilizzare l’acqua dei canali per il lavaggio delle strade e dei marciapiedi della città. Ciò, se fatto di notte quando si deposita lo smog, permetterebbe di rimuovere delle polveri che altrimenti verrebbero risollevate il giorno dopo.
I canali della pianura hanno assunto l’importante funzione di trasferire nei fiumi le acque depurate o meteoriche delle fognature, esplicando anche il ruolo di cassa di espansione quando questi ultimi, durante le piene, non potrebbero riceverle.
Gioverà ricordare che la quantità di acqua meteorica convogliata nei fiumi e canali, oggi è molto più abbondante che in passato per effetto dell’impermeabilizzazione del territorio. Ciò crea grandi problemi perché le antiche dimensioni degli alvei non sono più adeguate.
La rapidissima trasformazione della società da agricola ad industriale, avvenuta nella seconda metà del XX° secolo, ha inciso profondamente sulla nostra pianura alterando l’equilibrio di quella rete idraulica che l’uomo ha sapientemente costruito in 2000 anni di tenace attività.
Con i contadini se n’è andato il più efficace presidio del sistema idraulico.
 Assieme ai filari delle viti, sono scomparse spesso anche le ”baulature” dei campi e molte “scoline”.
Il Reno, finito l’interesse per la raccolta dei vimini e per lo sfalcio delle sue sponde si è ricoperto di vegetazione trasformandosi in un importante corridoio ecologico ma l’acqua fatica molto a scorrere durante le piene. I suoi argini, spesso infestati da arbusti ed alberi , offrono rifugio ad animali selvatici che vi scavano pericolose tane pregiudicandone la resistenza.
Ma il fenomeno più inquietante, originato dalla facilità con la quale si può prelevare gratuitamente l’acqua dalle falde è la subsidenza che, variando da pochi centimetri ad alcuni metri, sta sconvolgendo le pendenze  di fiumi, canali e fognature, con ovvie conseguenze sul rischio idraulico della nostra pianura. Una situazione seria per i nuovi abitanti che, lasciate le città in cerca di un ambiente più tranquillo, non sempre si rendono conto del rischio che corrono. Quanti di loro sente più, per esempio, il bisogno di vigilare sugli argini durante le piene, eppure questa attività era la normalità per i vecchi contadini!
Per pianificare la gestione delle acque, dall’inizio degli anni ’90 è divenuta operativa l’Autorità di Bacino del Reno che, soprattutto con casse di espansione, interverrà, nei prossimi anni, per ripristinare condizioni di sicurezza.
Ma occorre innanzitutto fermare la subsidenza limitando rigorosamente il prelievo di acqua dalla falda, ricorrendo a quella di superficie e cambiando le abitudini per risparmiarla.
Si possono creare degli accumuli nei quali raccogliere l’acqua quando è abbondante, per distribuirla, quando scarseggia, mediante acquedotti irrigui ed industriali  da affiancare agli attuali acquedotti che riforniscono di acqua potabile  anche industrie, campi, orti e giardini  (una delle tante diseconomie della nostra società!).
Fatti gli accumuli, per distribuirne il contenuto si potrebbe anche riattivare l’antica rete dei canali, ivi compresa anche quella dei mulini che, con i loro storici manufatti, ci saprebbero regalare non poche suggestioni! E  perché non produrre,con l’occasione, anche corrente elettrica mediante turbine? In via Marconi è stato fatto!
Resta il problema degli accumuli: come e dove realizzarli?
Oltre alla creazione di grandi laghi ( Castrola…) che, con lunghe condotte, portino l’acqua ai punti di utilizzo, si può perseguire anche l’obiettivo di realizzare un sistema di piccoli acquedotti, non potabili, al servizio di comparti  di limitata estensione, cogliendo opportunità che non mancano. Sarebbe un bell’esempio di “sviluppo sostenibile”!
Una di queste opportunità può nascere dalla disposizione della Provincia di Bologna che, opportunamente prescrive, per i nuovi insediamenti urbani, di intercettare le acque meteoriche trattenendole all’interno di appositi bacini dai quali potranno essere immesse nelle fogne soltanto quando le condizioni dei corsi d’acqua lo consentano; ma perché allora, anziché disperdere l’acqua nelle fogne, non dimensionare i bacini in modo da poterli utilizzare anche come accumuli di acqua per l’irrigazione dei giardini e per gli usi meno pregiati degli insediamenti serviti. Si potrebbero collegare eventualmente anche alla rete dei canali per  essere certi che l’acqua non manchi mai.
Un’altra opportunità potrebbe nascere dall’utilizzo degl’invasi delle cave esaurite, che per anni abbiamo visto abbandonate al degrado. Stiamo parlando, per la Provincia di Bologna, di 2/3.000.000 di mc., ogni anno, di scavi pianificati . In due decenni potremmo disporre di una capacità equivalente a quella del bacino di Suviana, col vantaggio di non dovere trasportare l’acqua per decine di Km. con “tuboni” ma di averla pronta sotto casa.

L’ipotesi è certamente velleitaria ma è dotata di una sua concretezza e potrebbe offrire risposte semplici a dei problemi complessi che da troppi anni attendono di essere risolti.
Queste righe , essendo stato proclamato dalle Nazioni Unite il “2003 anno dell’acqua dolce”, vogliono essere un modesto contributo per affrontare con la concretezza che guidò i vecchi bolognesi, un problema noto ma che da molti anni attende di essere risolto.

 
Walther Vignoli 

Scritto in Reno, un fiume tra passato e presenteinvia ad un amico | letto 5258 volte

Inserito da redazione il Mar, 2003-05-06 05:33