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Il Risorgimento di casa nostra. Il caso di Castello d'Argile


IL RISORGIMENTO DI CASA NOSTRA. Quel che accadde a Castello d'Argile

Gli eventi preparatori, dal 1848 al 1860
Gli abitanti di Castello d'Argile, a quel tempo in gran parte analfabeti e poco informati delle vicende politiche nazionali, inizialmente non compresero le motivazioni della
“causa italiana” che nel 1848 stava animando molte parti d'Italia, sotto la spinta ideale e politica di Mazzini, Garibaldi, Cavour e l'appoggio militare del Regno di Sardegna. Tanto che un gruppo di contadini cacciò in malo modo il padre barnabita di Cento, Ugo Bassi, patriota attivo sostenitore della lotta per l'Unità d'Italia, quando venne in Argile ad animare i pochi disposti ad ascoltarlo. Gli argilesi mostrarono consenso solo quando Pio IX, eletto Papa nel 1846, come sovrano dello Stato Pontificio (di cui la Legazione di Bologna faceva parte), emanò, nel 1847, il nuovo Statuto e si mostrò favorevole alle idee liberali e ad una unificazione dell'Italia che avvenisse però sotto la sua influenza.
Nel marzo
1848 si costituì pertanto anche in Argile una Guardia Civica che, agli ordini del comandante Ladislao Pradelli, originario di S. Giorgio di Piano, farmacista di Argile e consigliere comunale, si unì a quella di Bologna guidata da Livio Zambeccari, diretta verso nord per combattere contro gli austriaci.
Ma quella spedizione si risolse in nulla di fatto perchè poi il Papa cambiò idea e si rifiutò di appoggiare una guerra contro gli austriaci, dichiarando la propria neutralità.
A combattere contro gli austriaci rimasero solo dei volontari, di cui facevano parte i battaglioni dei “
Cacciatori dell'Alto Reno” e del “Basso Reno”, costituiti soprattutto da Centesi e Pievesi e da un solo Argilese: Luigi Testoni. Questi si impegnarono nella difesa di Vicenza, ma quella battaglia e quella prima Guerra per l'Indipendenza combattuta dall'esercito piemontese del re Carlo Alberto di Savoia e con l'aiuto di Garibaldi, si conclusero con una sconfitta.


Fallita anche l'esperienza di breve durata della Repubblica Romana, il territorio bolognese, compreso il comune di Argile, nel maggio 1849, fu occupato dagli austriaci e subito il restaurato Governo Pontificio si mostrò particolarmente repressivo contro qualsiasi espressione di dissenso. Una prima legge del 5 giugno 1849 e successivi Regolamenti e Circolari fissarono norme restrittive e punitive di ogni libertà. Ugo Bassi fu fucilato a Bologna l'8 agosto 1849.

Ma il fuoco covava sotto la cenere; e anche in Argile, nel 1850, se ne ebbero due piccoli ma significativi segnali. Il primo, in febbraio, la mattina del “giovedì grasso” , quando un gruppo di 6 uomini , 3 di Bagno e 3 di Argile, di ritorno da una festa da ballo a Padulle, innalzò nella piazzetta antistante la chiesa del tempo un “albero della libertà”, simbolico vestigio ereditato dalla rivoluzione francese, accompagnando la cerimonia col suono di tre violini e un violoncello. A capo del gruppetto, stando alla indagine successivamente condotta, risultarono due fratelli, Luigi e Gaetano Grazia, birocciaio l'uno e campanaro l'altro, che suonavano nella banda locale. Il Priore di Argile cercò di minimizzare e far apparire il gesto come una bravata di Carnevale, ma la Legazione prese invece molto sul serio la cosa, tanto che uno dei fratelli, Luigi Grazia,fu fucilato a Bologna, nel prato di S. Antonio a metà Quaresima” in quanto reo di aver contravvenuto alla “legge stataria”. Così è scritto in una “Memoria” conservata in archivio parrocchiale.

Successivamente, la notte tra il 25 e il 26 marzo, dopo la festa dell'Annunziata, furono rubati i fucili e i gibernini portacartucce della Guardia Civica locale, istituzione ripristinata nel 1849 con una connotazione decisamente filogovernativa. Questo atto di scherno o di sfida, fu subito oggetto di indagini da parte delle Guardie pontificie che trovarono le armi nascoste in un fienile e in un letamaio presso i contadini Domenico Mignani e Giovanni Simoni.

Seguirono anni tristissimi, contrassegnati da una grave carestia per scarsità di raccolti nel 1853 e 1854 e da un' epidemia di colera nel 1855, che causò la morte di 137 argilesi (su 3.083 residenti). Gli amministratori locali componenti il Consiglio e la Magistratura ( o Giunta) , pur essendo di nomina e stretta obbedienza politica alla Legazione, nel 1857 entrarono in contrasto con il Governo del Cardinale Legato di Bologna, perchè questo ne respingeva o ignorava quasi sempre le richieste e le deliberazioni. Si arrivò dapprima allo “sciopero” del Priore, Angelo Rappini, e poi , dopo mesi di incertezza e confusione istituzionale, tutta la Magistratura di Argile rassegnò le dimissioni per protesta contro la Legazione che aveva annullato una delibera per una questione locale.

Quando nel 1859, alla fine di aprile, scoppiò la 2a Guerra di indipendenza, l'ordinaria amministrazione del Comune, ridotta ai minimi termini, era affidata al “Delegato Amministrativo provvisorio”, Giobatta Bottazzi, e non si era riusciti ancora a insediare un nuovo Consiglio per continue rinunce e dimissioni.

In questa situazione di perdurante sbandamento locale, dopo alcuni giorni di smarrimento di fronte ai nuovi eventi nazionali e bolognesi, ”tutti si dimostrarono contenti degli attuali avvenimenti “ e il venerdì 17 giugno 1859 ”fra l'acclamazione del popolo venne innalzata in Municipio la Bandiera Tricolore che transitò lungo il Castello con accompagno di armonie di questa Banda comunale”.

Dunque anche la gente di Argile, che 10 anni prima aveva cacciato Ugo Bassi, ora acclamava la fine dello Stato Pontificio e il nuovo governo laico insediato a Bologna dal 12 giugno, retto da una Giunta Provvisoria presieduta dal conte Annibale Ranuzzi. Commissario straordinario per le Romagne fu per qualche mese Massimo D'Azeglio, seguito da Leonetto Cipriani.

Ma per mesi la situazione dell'amministrazione comunale argilese restò precaria e a impegnarsi per il disbrigo delle cose indispensabili provvidero solo tre consiglieri particolarmente favorevoli al nuovo corso politico: il farmacista Ladislao Pradelli, l'agente di campagna PietroTrebbi e il possidente bolognese con terreni in Venezzano, Carlo Gibelli liberale attivo anche a Bologna .

Il 28 agosto si svolsero le elezioni in tutte le Province italiane liberate dall'Austria per nominare i nuovi Deputati all'Assemblea Nazionale. Ad Argile gli aventi diritto al voto secondo le norme del tempo erano 133 persone; votarono in 132 e tutti per il conte Giovanni Gozzadini che risultò eletto per la Provincia di Bologna.

Il 9 ottobre 1859 si svolse ad Argile la “Festa per l'innalzamento dello Stemma di Sardegna al Palazzo di quest'Officio Municipale... alle 5 e ½ pomeridiane, con molta affluenza di popolo e grandi acclamazioni. Vi assistettero le autorità comunali e la Banda musicale del paese. La Festa terminò con luminaria generale e Danze in Comune. Il tutto con la più perfetta armonia...”

L'11 ottobre 1859 , nella sede municipale di Argile che allora era alla Porta di sotto, o Porta Pieve, si insediò finalmente il nuovo Consiglio comunale di Castello d'Argile, eletto il 25 settembre dai 63 elettori aventi diritto al voto per la tornata amministrativa.

Nelle prima seduta fu eletto sindaco, con 10 voti su 15 presenti, Carlo Gibelli, possidente bolognese con terre in Venezzano, che aveva mostrato molto impegno per l'amministrazione del nostro paese, su posizioni apertamente liberali. Come “Anziani” furono nominati 3 argilesi : il già citato fattore Pietro Trebbi, Massimiliano Marescalchi, “coramaio” figlio dell'oste Francesco, e il farmacista Ladislao Pradelli. Il quarto Anziano era il centese Benedetto Carpi, di famiglia ebraica, esponente di quella borghesia centese che si era schierata dalla parte dei patrioti unitari.

Tra gli altri consiglieri (in tutto 23) furono eletti: il marchese Luigi Tanari (che rinunciò per altri suoi incarichi in Bologna), Giuseppe Borselli (che pure rinunciò per diventare poi sindaco di Cento), l'avvocato Giuseppe Dal Prato di Bologna, il conte Giancarlo Ranuzzi di Bologna, il dottor Giulio Crescimbeni di Pieve di Cento, Giuseppe Padoa di Cento. Tutti aventi diritto al voto e alla eleggibilità in quanto possidenti di terre in Argile e Venezzano. C'erano anche gli argilesi, artigiani o bottegai possidenti di casa e con reddito tassabile; oltre ai 3 sopra citati come “anziani”: Bonazzi Pietro, Fabbri Federico, Fantoni Francesco, Mazzoni Carlo, Testoni Fortunato, Zecchi Massimiliano.

Le elezioni amministrative del 5 febbraio 1860, in base alle nuove norme della Legge Sarda del 1859, confermarono quasi tutti gli eletti in precedenza, con la sola differenza che gli elettori furono ridotti a 46 (di cui solo 23 argilesi) e i consiglieri eletti a 20.

Il 26 febbraio i consiglieri votarono un appello, proposto dal Gibelli, perchè il Governatore della Provincia di Bologna si impegnasse per l'annessione alla Monarchia costituzionale Sabauda. Firmarono: Marescalchi, Pradelli, Trebbi, Carpi, Isolani, Zecchi, Testoni, Galletti, Mazzoni e Fantoni. Il plebiscito in Emilia fu poi votato l'11 e il 12 marzo 1860. Lo votarono 601 argilesi. Si entrò quindi in quell'anno di transizione che istituzionalmente fu definito Governo delle Romagne


L'avvio delle nuove istituzioni

Il nuovo corso politico, avviato con la cacciata degli austriaci dapprima da Bologna il 12 giugno 1859, poi dalla Lombardia con la 2a Guerra di Indipendenza (1859), le votazioni plebiscitarie che decretarono l'annessione delle varie regioni italiane al Regno di Sardegna (1860), la liberazione del Sud dai Borboni ad opera dei Mille guidati da Garibaldi (1860), ebbe la sua consacrazione ufficiale con la proclamazione del Regno d'Italia, il 17 marzo 1861, sotto la guida del Re Vittorio Emanuele II di Savoia e con prima Capitale Torino.

Il passaggio formale delle consegne dalla vecchia alla nuova amministrazione era già avvenuto poco dopo l'annessione, il 3 aprile 1860, alle ore 10, ancora ne i locali alla Porta Pieve.  Cambiarono solo le denominazioni, perchè Carlo Gibelli, già detto Priore, fu chiamato Sindaco, e gli “anzianiTrebbi, Pradelli , Marescalchi e Carpi furono chiamati Assessori.

Ma in Argile il nuovo corso non fu ben accetto da tutti, anzi conobbe momenti difficili di coesistenza, frizioni e contrasti tra i “cattolici” e i “liberali”, tanto che il sindaco Gibelli, deluso e amareggiato si dimise l'8 agosto 1860; morì prematuramente due mesi dopo per malattia.

Il giorno della proclamazione del nuovo Regno, 17 marzo 1861, in Argile si fece gran festa, con suono di campane, Banda e fuochi d'artificio. Ma il 2 giugno, domenica, dichiarata prima festa nazionale dello Statuto dell'Italia unita, il parroco Don Cavalli, per non contribuire ai festeggiamenti, anticipò al giovedì precedente la celebrazione finale della processione del Corpus Domini, che avrebbe dovuto tenersi invece quella domenica.

Continuarono per anni i contrasti tra i componenti della Banda; nel 1866 si arrivò al temporaneo arresto del parroco e altri per timore di disordini alla vigilia della 3a Guerra di Indipendenza; nel 1869 anche popolani argilesi parteciparono ai moti del macinato; ci furono più di una volta difficoltà a mantenere un sindaco in carica, con periodi di gestione collegiale della Giunta, senza sindaco (tra il 1860 e il 1863 e tra il 1869 e il 1873).

Ma il periodo post-unitario vide anche un forte impulso per ricostruire un nuovo paese, rimasto fermo per 4 secoli e ridotto a poco più di 1.700 abitanti e 20 case nel centro storico alla fine del 1700. La costruzione di Palazzo Artieri (1870), del Municipio e della nuova Piazza (1874), nuove case e botteghe, i primi edifici scolastici ad Argile (1878) e a Venezzano (1882), la Tramvia con stazione locale (1888), la costruzione del ponte di Bagno insieme ai comuni di Sala bolognese e S. Giovanni Persiceto (1887), il collegamento della via Budriola con la via Provinciale, l'attivazione di servizi postali e telegrafici, gettarono le basi di quello che è il paese attuale. Seguirono poi, nel 1907, la costruzione della Casa del popolo con teatro, le prime case popolari sulla fascia delle ex Fosse, una nuova scuola elementare in Argile nel 1929 e via via altri edifici pubblici e privati.

Furono soprattutto i pochi argilesi, bottegai, fattori e artigiani, e qualche possidente esterno, aventi diritto al voto  e alla eleggibilità, ad occuparsi dell'amministrazione locale nei decenni che seguirono l'Unità d'Italia
.
L'elenco dei sindaci indica i nomi di:
Carlo Gibelli
, di Bologna (ottobre1859- ottobre 1860); Gaetano Bassi (1863-1866; poi trasferito a Pieve dove fu sindaco); Massimiliano Marescalchi (gennaio 1867- gennaio 1869, morto improvvisamente a 42 anni); Pietro Trebbi (gennaio 1874- giugno 1878); Sansone Padoa , di Cento (maggio 1879, ottobre 1884); Massimo Simoni (novembre 1884-dicembre 1904); Ercole Bonfiglioli di Sala bolognese (agosto 1905-agosto 1909): Marcello Rappini (novembre 1909-giugno 1910).

Con le dimissioni di Rappini si chiuse il periodo della prevalenza di uomini dello schieramento liberale (a volta moderati, a volte più conservatori ed espressione degli interessi padronali), per entrare nel breve periodo degli amministratori socialisti (1911-1922), eletti grazie alle nuove norme che allargavano la base elettorale e che portarono alla grande diffusione del socialismo in tutta Italia, con molti eletti sia nelle amministrazioni locali che nel Parlamento.

Seguirono quindi: Massimo Accorsi, agricoltore (novembre 1911-gennaio 1915); Gabriele Gandolfi, artigiano (dicembre 1915- ottobre 1920), Attilio Ferrari (ottobre 1920-luglio 1921) ; Attilio Gadani , agricoltore (agosto 1921-giugno 1922).

Le prima Guerra mondiale (1915-1918), l' avvento del Fascismo (22 ottobre 1922 – 25 luglio 1943), la seconda Guerra mondiale (10 giugno 1940- 25 aprile 1945), la creazione della Repubblica di Salò (RSI) nel nord Italia (novembre 1943-25 aprile 1945) frenarono lo sviluppo del paese, esacerbarono e divisero gli animi, sconvolsero e in parte distrussero molte delle conquiste civili e sociali fatte.

Solo nel dopoguerra, con la sconfitta del nazifascismo, la fine della Monarchia sabauda, l'istituzione della Repubblica (2 giugno 1946) e l'entrata in vigore della nuova Costituzione, il 1 gennaio 1948, si poté realizzare anche nel comune di Castello d'Argile  un secondo Risorgimento e un processo di democratizzazione e di progresso economico e culturale avviato con il primo Risorgimento tra tante difficoltà, e poi governato per circa 100 anni in base allo Statuto Albertino (così detto perchè emanato da Carlo Alberto di Savoia nel 1848), partendo da un'Italia divisa in 8 staterelli assolutistici, arretrato e ridotto in miseria.

A 150 anni di distanza da quello storico avvio dell'Italia finalmente unita, dobbiamo essere grati a quanti si impegnarono, anche a rischio della propria vita, per ridare dignità, libertà e indipendenza al popolo italiano e ad una terra non più solo “espressione geografica” ma “Nazione” agli occhi del mondo.


Magda Barbieri

Per maggiori informazioni sul periodo: “La terra e la gente di Castello d'Argile e di Venezzano ossia Mascarino”, vol. II da pag. 139 in poi

ARGILESI CHE COMBATTERONO PER LA LIBERTÀ E L'UNITA' D' ITALIA

Testoni Luigi, volontario garibaldino, nato nel 1819 a Maccaretolo (S. Pietro in Casale), bracciante giornaliero, combatté nel 1848 nel battaglione dei Cacciatori del Basso Reno, rimanendo ferito ad una mano. Abitava ai Ronchi di Venezzano con moglie e i due figli Virgilio e Aristide, e morì nel 1886, povero e malato.

Argilesi, di nascita e/o residenza, arruolati nell'esercito del Regno d'Italia , che combatterono nella 3a Guerra di indipendenza nel 1866 e per la liberazione di Roma nel 1870.

Bollina Aurelio, di Vincenzo, n. a Castel d'Argile

Boninsegna Giuseppe, di Gaetano, n. nel 1840 a Castel d'Argile

Bosi Antonio, di Giuseppe, n. nel 1842 a Pieve di Cento, poi residente a Castel d'Argile

Calanca Cesare, di Luigi, n. nel 1840 a Castel d'Argile , colono, ammalato per causa di guerra

Capelli Giovanni, di Luigi, n. nel 1839 a Castel d'Argile, sarto

Cortesi Vincenzo, di Luigi, n. nel 1841 a Castel d'Argile , bracciante

Frabetti Angelo, di Gaetano, n. nel 1840, trasferito a Sala Bolognese

Franceschelli Luigi, di Pietro, n. nel 1842 a Castel d'Argile, bracciante

Giovannini Giuseppe, di Luigi, n. nel 1842 a Viadagola , residente a Venezzano, colono

Grassilli Luigi di Giuseppe, n. nel 1841 a Castello d'Argile , colono

Guizzardi Enrico, di Mauro, n. nel 1841 a Castel d'Argile, muratore

Mattioli Raffaele, di Francesco, n. nel 1842 a S. Giorgio di Piano

Motta Remigio, di Francesco, n. nel 1840 a Castel d'Argile

Motta Mariano, di Francesco, n. nel 1842 a Castel d'Argile

Parmeggiani Luigi, di Sante, n. nel 1839 a Castel d'Argile, bracciante

Patelli Mauro, di Gaetano, n. nel 1842 a Castel d'Argile, parrocchia di Venezzano

Puggioli Massimo, di Domenico, n. nel 1842 a Castel d'Argile

Rambaldi Albino, di Luca, n. nel 1843 residente a Venezzano

Roncarati Cesare, di Luigi, n. nel 1844 a Castel d'Argile

Rossi Leone, n. nel 1842, residente a Venezzano

Trentini Pietro, di Andrea, n. nel 1842 a S. Giovanni in Persiceto, colono

Zanarini Gaetano, di Giuseppe, n. nel 1842 a Castel d'Argile

Ziosi Agostino, trasferito a S. Pietro in Casale nel 1870

  • Giovannini, Patelli, e Zanarini erano bersaglieri del 34° Battaglione, e furono “tra i primi ad entrare alla breccia di Porta Pia”. Per il loro comportamento eroico ricevettero dal Comune di Argile una “gratificazione “ di lire 40.

  • Tutti i “veterani” delle campagne militari del 1866-67 e del 1870, se ancora viventi e senza condanne penali e in stato di povertà, avevano diritto a ricevere un assegno annuo di lire 100 a partire dal 1907, per effetto di leggi approvate nel 1898 e 1904.

Ma il fondo disponibile era scarso e non tutti riuscirono a riceverlo. Quasi tutti i combattenti argilesi erano in condizione di povertà.

 

 

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Inserito da redazione il Mer, 2011-03-23 06:52