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A Delfi il "tesoro" di Spina? Ipotesi di Giuseppe Sgubbi


ALLA RICERCA DEL TESORO DI SPINA NEL SANTUARIO GRECO DI DELFI  (Appunti protostorici sul Delta Padano e sulla Romagna) di Giuseppe Sgubbi
Lo spunto per queste ricerche l’ho avuto al seguito di un viaggio in Grecia, che ho effettuato nel maggio 2OO1.
Quattro autori antichi, nel corso delle loro opere, ricordano la presenza del “tesoro” degli Spineti nel santuario greco di Delfi (in foto tratta da Wikipedia alla voce omonima).
Per “tesoro”si intende una piccola costruzione, quasi sempre a forma di tempietto, che, costruita dentro al recinto sacro, aveva la funzione di custodire i doni offerti ad Apollo a ringraziamento per i consigli ricevuti, perciò non un contenuto ma un contenitore.
Questi autori antichi sono: Strabone (V-I-I7) in occasione della descrizione del Delta Padano, ancora Strabone (IX-3-8) in occasione della descrizione del santuario delfico, Dionigi di Alicarnasso (I-I7) in occasione della descrizione della fondazione di Spina da parte dei Pelasgi, Plinio (III-I6) in occasione della descrizione del Delta Padano, Polemone (Ateneo XVIII 6°6 A) in occasione della descrizione della Grecia.
Nonostante queste inoppugnabili testimonianze, tre persone greche, “addette ai lavori”; la guida, il direttore del museo di Delfi e uno studioso locale, appositamente interpellati riguardo della presenza del tesoro di Spina, non hanno saputo dirmi alcunchè, infatti ho avuto da loro l’identica risposta: mai sentito nominare! Ritornato a casa ho ritenuto opportuno fare le necessarie ricerche, questi sono i risultati.
Lo studio riguardante la possibile individuazione del tesoro degli Spineti a Delfi, comporta anche l’approfondimento di vari temi ad esso collegati: antiche rotte Adriatiche, antiche migrazioni, rapporti fra Greci ed Etruschi,ecc. Si tratta di vicende, che senza alcun dubbio, hanno condizionato la storia e la protostoria, sia dell’area Spinetica che Romagnola.

IL TESORO DEGLI SPINETI NELLE TESTIMONIANZE ANTICHE.
Strabone (V-I-7);

Anche Altino è situata nelle paludi in una posizione somigliante a quella di Ravenna, fra mezzo trovansi Butrio castello di Ravenna e Spina che ora è un borgo ma anticamente fu una città Ellenica famosa. Però a Delfi suol farsi vedere il tesoro degli abitanti di Spina ed altre cose sogliono farsi raccontare intorno ad essi siccome di un popolo stato una volta potente in mare. E dicono che anticamente questa città era situata lungo il mare, ma ora è invece dentro terra e distante dal mare circa novanta stadi”.

Strabone (IX-3.8);
La ricchezza suol essere invidiata perciò è difficile da custodirsi anche quando è sacra. Però il tempio di Delfo è al presente poverissimo, giacchè i suoi voti consacratvi, i più preziosi furono portati via e se ne rimangono ancora sono quelli di minor pregio, Anticamente però questo tempio fu ricchissimo lo attesta anche Omero, ma delle ricchezze da lui menzionate non ne rimane nessuna vestigia, erano quasi tutti voti consacrati da vincitori come primizie del bottino guadagnato nelle loro guerre e vi si leggevano ancora le iscrizioni che attestavano l'’origine di quei doni ed i nomi dei donatori, per esempio dei Sibariti e degli “Spineti sul golfo Adriatico ".

Chissà perché Strabone sente il bisogno di aggiungere dopo la parola “Spineti” anche la voce “ dell’Adriatico”, ha forse voluto dire che sapeva della esistenza di due città con tale nome? In verità in Licia vi era una altra Spina, (Lattes 1894 pag 35) questo potrebbe significare che il nome alla Spina adriatica è stato dato da popolazioni provenienti dall’Egeo e non che ha preso il nome dal ramo del Po chiamato Spinete.

Plinio il Vecchio (III-I6);

Il Po porta a Ravenna per mezzo della fossa Augusta dove ora è chiamato Padusa e un tempo Messanico, vicino è la foce che ha la grandezza di un porto che, è detto Vatreno da un fiume che scende dalle colline imolesi. Questa foce era detta prima Eridanica e da altri Spinetica, dalla città di Spina, fondata da Diomede,la quale primeggiò nei dintorni come induce a credere il “tesoro” esistente a Delfi”.

Dionisio di Alicarnasso (I-I7);

Alcuni di quei Pelasgi che abitavano nella Tessaglia, stirpe greca proveniente dal Peloponneso, costretti ad abbandonare le loro terre, dopo alterne vicende trovarono rifugio nell’interno presso gli abitanti di Dodona, ma si fermarono solo per un tempo ragionevole, e lasciarono quindi la zona seguendo l’indirizzo dell’oracolo di navigare verso l’Italia chiamata a quel tempo Saturnia:costruirono molte navi e salparono verso lo Ionio, ma a causa dei forti venti del Sud e della scarsa conoscenza di quei luoghi, furono portati oltre ed ormeggiarono in prossimità di una delle foci del fiume Po chiamata Spinete.

Fondarono Spina, ebbero molta fortuna certo molto più delle altre città dello Ionio divenendo per lungo tempo i più potenti dominatori del mare tanto da essere in condizioni di portare al santuario di Delfi decime piu belle quanto mai, ricavate dalle loro attività marinare, successivamenti attaccati da barbari che abitavano in zone confinanti, furono costretti ad abbandonare la città. Cosi scompare la stirpe dei Pelasgi che si era stabilita a Spina “

Polemone(Ateneo XVIII 606) ;

A Delfi nel tesoro degli Spinati, vi sono due statue in marmo di fanciulli dicono gli abitanti di Delfi che un visitatore del santuario si sarebbe innamorato di una delle due immagini, ragion per cui si sarebbe fatto chiudere nell’edificio e per questo amplesso avrebbe lasciato una corona”.

IL SITO DI SPINA

Nonostante che la città di Spina sia stata, seppur solo in parte trovata, come pure sono state trovate le oltre 4OOO tombe che facevano parte del suo sepolcreto, nonostante che questa città sia ricordata da molti scrittori antichi; oltre ai già ricordati Strabone, Plinio e Dionisio di Alicarnasso, occorre aggiungere Stefano Bizantino (v Spina), PsScilace (I7) e Trogo-Giustino(XX-I-II), nonostante la sterminata bibliografia che questa città può vantare; basti pensare ai numerosi atti di convegni a lei dedicati Spina (I959), Spina (I96O), Spina (I992), Spina(I993), Spina (I994), Spina(I998), ebbene nonostante tutto questo, di Spina si sa poco: poco sul suo nome, sulla sua origine, sul suo sviluppo, sulla etnia dei suoi abitanti e sulla sua fine.
Giustamente qualcuno ha definito questa città una “sfinge”.
Una delle ragioni per cui le sue vicende sono rimaste tanto enigmatiche è dovuta al fatto che nella stessa area deltizia, ma distanziate da almeno 5 secoli, sono esistite due città con lo stesso nome (Ferri I959 pag 59-63).

Una è la Spina “etrusca”, cioè la città in parte trovata e che dalla ceramica risulta esistente dalla fine del VI all’inizio del III secolo a.C, l’altra è la Spina “pelasgica” ricordata da Dionisio di Alicarnasso, che sarebbe stata fondata dai Pelasgi all’epoca della guerra di Troia, (I2 secoli a.C). Si tratta di due realtà diverse, da qui le incertezze, da qui la confusione. Vediamo con l’ausilio delle testimonianze antiche dove è possibile localizzare la “pelasga”.

Sappiamo da Ellanico (apud Dionisio di Alicarnasso I-28) e dallo stesso Dionisio, che sarebbe stata fondata in un ramo del Po detto Spinete; da Stefano Bizantino si apprende che era collegata al ramo Spino; nel periplo dello Ps Scilace (17) è scritto che per arrivare a detta città occorreva risalire un corso di acqua per almeno tre km, di quale corso si trattava ce lo dice Plinio ( cit,) si trattava di un ramo del Po, detto Spinete, alimentato da un fiume, proveniente dalle colline imolesi, chiamato Vatreno (Santerno), che successivamente darà il nome alla foce.…......

NB. Il testo completo è nell'allegato a questo testo di presentazione

 * Su Spina, vedi anche  il sito  dal quale è stata tratta la foto   del reperto:

http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/Etruschi/Spina.html


 

Riassunto dello studio di Sgubbi (il testo completò è nell'allegato)

Come già detto all’inizio, se un turista italiano nel corso della visita al Santuario di Delfi, chiedesse notizie al riguardo dei tesori di Spina e di Cerveteri, non riceverebbe nessuna risposta, ebbene al seguito dei “risultati” emersi da questa ricerca, sarebbe opportuno che nelle piantine allegate alle guide del santuario, iniziasse a trovar posto, seppur con un punto interrogativo, l’indicazione anche dei nostri tesori, anche perché, in dette piantine, vengono segnalate come “certe”, delle attribuzioni a dei tesori per i quali alla loro effettiva “paternità” esistono non pochi dubbi. Effettivamente, come già fatto presente, molti resti di tesori del santuario delfico sono tuttora anonimi, e conseguentemente ogni tentativo di attribuzione deve essere fatto con le dovute cautele, ma è anche vero che, grazie alle caratteristiche che si riscontrano in alcuni tesori, vi sono buone probabilità che i nostri siano da cercare in quella zona del santuario e fra quelli descritti. Perciò non si allontanerebbe molto dal vero se una guida turistica, incaricata di fare da “cicerone”ad un gruppo di turisti Italiani, trovandosi di fronte ai tesori IX, X e XII dicesse:”Molto probabilmente questi resti appartengono ai vostri tesori in quanto …...“. Ritornando ai possibili collegamenti con popolazioni Greche e medio Orientali; senza alcun dubbio le nostre zone non poterono non essere direttamente interessate dagli sconvolgimenti avvenuti nel corso del XIII e XII secolo a.C, che interessarono tutto il Mediterraneo. In quel periodo avvenne di tutto; invasioni dei così detti “Popoli del mare”( ricordati nelle iscrizioni egiziane di Medinet Habu ; gli avvenimenti biblici, gli avvenimenti Omerici (caduta di Troia e conseguenti “ritorni”); crollo di imperi (Ittita e Miceneo).Tutti questi avvenimenti crearono inevitabilmente delle migrazioni che a loro volta crearono delle altre migrazioni, che interessarono tutte le zone Mediterranee e perciò anche queste zone. A ciò va aggiunto che l’alto Adriatico era un punto importante per il commercio dell’ambra Baltica, perciò anche per questa ragione sono arrivate nelle nostre zone popolazioni provenienti da ogni parte del mondo.

L’alto Adriatico non può vantare fondazioni coloniali, come invece è accaduto in Magna Grecia, ma può vantare indizi di precolonizzazione, più che altrove. Chiunque si rende conto che gli avvenimenti accaduti in questo periodo, sono dominati da incertezze, ma è anche vero che pur con tutte le cautele, occorre indagare su tali avvenimenti, anche perché è in quel periodo che sono nate tutte le civiltà italiane(Etrusca, Veneta, Umbra, Picena, ecc). In quel periodo sono state piantate le “radici” delle nostre “radici”.

Senza alcun dubbio molti di quei racconti sono leggendari e perciò non è facile ricavarne notizie storiche, ma è anche vero che le scoperte archeologiche hanno dimostrato che non sono tutte “favole”, perciò meriterebbero maggior considerazione. Idealmente occorrerebbe che ogni libro di storia fosse corredato da una appendice, con le tradizioni e le leggende, per evitare che queste vadano perdute. Purtroppo nel secolo scorso, forse a causa della esagerata “Etruscomania”, fu fatta “tabula rasa” di questi racconti e conseguentemente molti sono andati irrimediabilmente perduti, con non pochi danni per la conoscenza del nostro passato. Arrivato alla fine devo comunque ammettere che a nessuna delle numerose domande sono riuscito a dare quelle risposte, che invece il tema richiedeva, ma questo era prevedibile, non a caso il titolo è “alla ricerca” del tesoro degli Spineti , e non “alla scoperta”.

Termino facendo due pressanti inviti agli “addetti ai lavori” : si scavi nell’area preistorica Solarolese di via Ordiere, una area, del cui contenuto non si sa niente, benchè la sua esistenza sia nota da quasi venti anni.

L’importanza di detti scavi non è solamente quello di accertare la possibilità che detta area possa corrispondere alla Spina “Pelasgica” ( una ipotesi da non escludere, anche se personalmente non la ritengo possibile), ma in quanto vi sono buone possibilità di trovarsi di fronte ad una altra Frattesina Terme, come recenti reperti; ceramica probabilmente Micenea e globetti di pasta vitrea, trovati in loco, farebbero pensare.

Come è noto, i Micenei avevano l’usanza di tracciare le strade sulle creste delle montagne ( così hanno fatto per il tracciato che attraversa l’appennino lungo la valle del Senio,) ed era pure loro usanza edificare lungo tali tragitti qualche tempio per il culto (i così detti “culti delle vette montane”), ebbene, lungo il percorso appena accennato, vi è una area che, per i reperti trovati, fa pensare di trovarsi di fronte ad uno di questi edifici, occorrerebbe perciò fare in loco le necessarie verifiche.

Giuseppe Sgubbi - Solarolo ottobre 2001

Scritto in Archeologiainvia ad un amico | letto 2361 volte

Inserito da redazione il Ven, 2010-10-08 06:47