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Dopo Copenaghen: tre priorità per la nostra Regione


Riceviamo e pubblichiamo un contributo di Paolo Serra (*)
Il super vertice mondiale di Copenaghen, al di là dei risultati che ha avuto, non giuridicamente impegnativi per gli Stati, ci ha lasciato, comunque,
alcune certezze.
La prima, niente affatto scontata, è che nessun Governo al mondo si permette più di negare che l’aumento di temperatura della Terra non abbia una consistente causa antropica.
D'altronde l’idea che si potesse impunemente restituire all’atmosfera in 200 anni tutta l’anidride carbonica fossilizzata durante più di 60 milioni di anni non appariva molto logica. Il rapporto temporale è di 1 a 300.000, la mente umana fatica assai a concepire quantità di tempo così lunghe. Per cercare di farcene un’idea immaginiamo che, su tutta la Terra contemporaneamente, si concentrasse in un ora la pioggia che mediamente cade in 300.000 ore (circa 35 anni). In quell’ora su ogni centimetro quadrato della pianura emiliana, dove non piove poi molto, cadrebbero 25 metri di acqua, qualcuno riesce ad immaginare gli effetti? se poi aggiungiamo che sull’Appennino ne cadrebbe due o tre volte tanta, e scenderebbe a valle, meglio non pensarci ….La seconda certezza è che l’attuale quadro politico- istituzionale mondiale, ancora fondato sulla cultura ottocentesca di sovranità nazionale, non è assolutamente adatto a governare fenomeni mondiali come quelli climatici che non conoscono né confini né dogane.

La terza è che nel corso di questo secolo l’umanità sarà costretta dai cambiamenti ambientali da lei stessa procurati da una evoluzione accelerata dei propri stili di vita. O ci riuscirà scalando faticosamente l’impervio gradino che separa una cultura basata sulla competitività da una basata sulla cooperatività, o, comunque, dovrà adattarsi a modifiche ambientali non ancora del tutto prevedibili, ma, presumibilmente, assai traumatiche, se non catastrofiche.

Il vertice, ad ogni modo, ha finalmente portato a livello di priorità assoluta mondiale il tema del controllo della CO2 scaricata nell’atmosfera dalla combustione di carbone, petrolio, metano e dei loro derivati.

Sotto questo aspetto la regione Emilia-Romagna, o meglio l’intera pianura padana, è uno dei luoghi al mondo dove è necessario agire con la massima prontezza e decisione. Pubblicata dall’Istituto di Fisica Ambientale di Heidelberg, esiste una tristemente famosa cartina mondiale della presenza in atmosfera di diossidi di azoto, eccellente indicatore della quantità di combustibili fossili usati, che mostra una vistosa chiazza sull’Italia settentrionale (vedi stralcio cartina  riprodotto in fondo all'articolo).
Assieme all’area Ruhr/Tamigi deteniamo il record europeo, aggiungete le aree vaste di New York e Pechino ed avrete il podio mondiale. Da noi, quindi, occorrerebbe una cura molto superiore alla media mondiale. Al contrario siamo in grande ritardo nell’affrontare il problema sia dal punto di vista dei trasporti, sia da quello della produzione di elettricità, sia da quello delle tecniche edilizie e dell’uso non estensivo del suolo.

Il governo centrale sta concentrando i suoi sforzi su treni ad alta velocità, che non influiscono che in minima parte sull’uso quotidiano di decine di milioni di veicoli dotati di motore a scoppio, su conversioni di orride centrali elettriche ad olio combustibile con carbone cosiddetto “pulito”, che abbatteranno qualche inquinante ma incidono molto poco sui gas serra e sulle polveri fini e su improbabili centrali nucleari le cui scorie sono destinate a vagare di sito provvisorio in sito provvisorio per la gioia di migliaia di generazioni future.
Sull’edilizia ed il consumo del territorio fra condoni, eliminazione di incentivi alle pratiche virtuose e ponti di Messina, il Governo Berlusconi-Tremonti va addirittura a rovescio.
Non possiamo, quindi, che contare sulle forze dei governi regionali.
E, qui, occorre fare una premessa: affrontare i problemi ambientali della pianura padana a livello di ogni singola regione è altrettanto sconsiderato quanto affrontare i problemi del pianeta nazione per nazione. Un coordinamento continuo, stretto e vincolante fra le Regioni che si affacciano sul Po è prerequisito necessario per uscire da velleitarismi o politiche di facciata. Purtroppo non pare che si stiano facendo passi avanti se non timidissimi e limitati a questioni strettamente idrauliche. Il coordinamento delle Regioni padane ai fini dell’abbattimento del principale gas ad effetto serra dovrebbe, perciò, essere la priorità assoluta della prossima Giunta Regionale che tutti ci auguriamo sarà presieduta da Vasco Errani. Presupposto di ciò dovrebbe essere non solo una azione decisa in controtendenza alle politiche del governo centrale ma anche una netta sterzata riguardo a quelle finora attuate dalla Regione Emilia-Romagna.

Nel campo dei trasporti la priorità dovrebbe essere dotare, finalmente, la Regione di un Servizio Ferroviario Locale di livello europeo, con treni adatti ai Servizi Metropolitani, diversi da quelli del Servizio Regionale, che affronti in sicurezza, pulizia e con cadenzamenti a 15, 30, 60 minuti a seconda della lontananza dal rispettivo nodo il pendolarismo quotidiano per lavoro e studio che costringe centinaia di migliaia di lavoratori e studenti ad un uso distorto dell’automobile privata, uso antieconomico ed antiecologico. Occorrono un piano investimenti in materiale rotabile certo e continuo ed un costante incremento della spesa corrente. Le risorse si possono comodamente trovare ripristinando l’addizionale regionale del 10% sul bollo di circolazione autoveicoli dedicandola integralmente al trasporto su ferro. Si tratta mediamente di due euro al mese per automezzo che potrebbe portare alle casse della Regione 50/60 milioni di euro l’anno.

Anche il Piano Energetico Regionale (PER) andrebbe rivisto alla luce del contenimento delle emissioni di CO2. L’indicatore degli investimenti dovrebbe essere la quantità di emissioni risparmiate a fronte di ogni euro investito. Dal PER stesso (tab. 7.1) rileviamo che ogni milione di euro investito in edilizia civile taglia 431 tonnellate di anidride, nell’industria 1244, in agricoltura 857 e nei trasporti 1792, non dovrebbero esserci dubbi sui settori dove indirizzare gli sforzi.
Anche sulla scelta per investimenti in fonti rinnovabili si dovrebbe utilizzare lo stesso indicatore, dalla tab. 7.2 apprendiamo che ogni milione investito in idroelettrico taglia 1667 tonnellate di CO2, in eolico 767, in biomasse endogene (scarti di vegetazione) 777, in geotermia 1333, in solare termico 350, in fotovoltaico 100. Mi pare che tutta questa enfasi sul fotovoltaico non sia poi così giustificata.
In effetti su qualsiasi tipo di investimento pubblico sarebbe sana pratica affiancare alla valutazione economico-finanziaria e a quella di impatto ambientale anche il calcolo dell’anidride carbonica emessa, o risparmiata, per milione di euro investito e trarne le opportune conseguenze.
Ma il problema più complicato da affrontare è il consumo del territorio ai fini di urbanizzazione, consumo che è un po’ il simbolo del nostro attuale stile di vita.
Negli ultimi 20 anni abbiamo utilizzato quasi un quarto della superficie della regione per case, capannoni, strade, ipermercati e servizi vari. Siamo terzi in Italia in questa classifica negativa. Continuando di questo passo fra qualche decennio di anni non esisterebbe più terreno agricolo o naturale. Non c’è chi non affermi che la tendenza va assolutamente fermata, o, meglio, invertita, iniziando a rinaturalizzare almeno gli alvei dei corsi d’acqua liberandoli da ogni tipo di costruzione. Ma su come raggiungere l’obiettivo non mi pare ci siano idee molto chiare. Il fatto è che, se non bastasse la spinta della speculazione fondiaria ed immobiliare, ed il fatto che l’edilizia è da sempre il principale motore di sviluppo economico nazionale, da quasi vent’anni dall’uso dei suoli i Comuni ricavano la principale entrata propria.

 risultati si sono visti: villettopoli, zone industriali, centri commerciali ovunque. Non c’è squadra di calcio o basket che non aspiri a costruire uno stadio di proprietà con annessa cittadella detta dello sport ma, in realtà, del consumismo. E’ appena ovvio che qualsiasi blocco di questa pratica perversa deve fare i conti con una nuova proposta per la finanza locale. C’è poco da spremere le meningi, o addizionali locali sui redditi o, meglio, addizionali locali sui consumi. Sennonché sono terreni minati e dolorosi per ogni amministratore. Però, se vogliamo affrontare il problema sul serio, non resta che iniziare a parlarne con i cittadini.

Paolo Serra mad9921@iperbole.bologna.it

(*) Articolo già pubblicato sul quotidiano l'Unità il 6-1-2010


 

Scritto in Economia e Societàinvia ad un amico | letto 1818 volte

Inserito da redazione il Sab, 2010-01-09 08:06