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Proposte e speranze da Copenhagen per il futuro della Terra


Dal sito www.qualenergia.it riprendiamo un articolo che illustra
Cinque proposte da portare a Copenhagen per far svolgere all’Italia un ruolo da protagonista al vertice Onu sui cambiamenti climatici e arrivare al varo di un nuovo trattato sul clima. Al contempo, la necessità di intraprendere a livello nazionale una serie di azioni capaci di far raggiungere al nostro paese gli obiettivi vincolanti europei del 2020.
Queste sono le proposte del Kyoto Club e della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile che hanno presentato a Roma in occasione di una Conferenza Stampa alla presenza di politici, rappresentanti dell’industria, dei sindacati, delle autonomie locali e delle associazioni.  Le due organizzazioni ambientaliste hanno spiegato che, secondo le analisi della comunità scientifica mondiale, per contenere l’aumento della temperatura media rispetto all’era preindustriale in 2 °C, ed evitare esiti globali drammatici e non più controllabili, sarebbe necessario limitare le concentrazioni di gas di serra in atmosfera entro le 450 ppm in volume. Serve allora una riduzione delle emissioni dei Paesi più industrializzati dell’ordine dell’80-95% entro il 2050 e dell’ordine del 25-40% entro il 2020.

Ci si trova dunque davanti alla più grande sfida che l’intera umanità deve affrontare all’inizio di questo nuovo secolo: una sfida che non può essere delegata a un accordo a due fra la Cina e gli Stati Uniti, i principali Paesi emettitori di gas serra, ma che deve invece essere definita e gestita dall’intera comunità internazionale, così come propone l’Unione Europea.

Pertanto è fondamentale che il Governo italiano sostenga le proposte dell’Unione Europea per un accordo internazionale a Copenhagen, che preveda:

1. l’assenza di ulteriori rinvii e la definizione di un Trattato legalmente vincolante, con effetti immediati e impegni quantificati di riduzione delle emissioni di gas di serra al 2020;

2. una riduzione delle emissioni di gas di serra del 30% entro il 2020 rispetto alle emissioni del 1990, come impegno dei Paesi più industrializzati;

3. l’associazione a impegni di riduzione, minori ma fissati, anche da parte dei Paesi di nuova industrializzazione, in particolare della Cina;

4. meccanismi di cooperazione internazionale per le misure di adattamento, per il trasferimento tecnologico e il sostegno finanziario ai Paesi in via di sviluppo;

5. efficaci sistemi di controllo e di sanzione per chi non rispetti il nuovo Trattato.

Per mantenere l’aumento della temperatura entro i due gradi – ha osservato il Presidente della Fondazione, Edo Ronchi - non si dovrebbero emettere in atmosfera dal 2000 al 2050 più di 1.000 Gton di CO2, ne abbiamo già emesse 313 e ce ne restano 687. Per rispettare questo ‘budget’, la ripartizione della riduzione delle emissioni al 2020 dovrebbe essere questa: -30% di CO2 per i paesi industrializzati; -25% per la Russia, -2% per la Cina, mentre l’India potrebbe aumentarle del 60%. Si tratta di una grande sfida ed è quindi necessario un nuovo trattato che coinvolga tutta la comunità internazionale”.

Per venire al ruolo dell’Italia, nella conferenza stampa si è detto che, il nostro paese, complici la crisi economica e le politiche per il risparmio energetico e lo sviluppo delle rinnovabili, ha registrato, dal 2005, una costante diminuzione delle emissioni di gas serra e che quindi sia molto vicina a centrare l’obiettivo di Kyoto.

Tuttavia l’Italia non può rimanere in coda né frenare il processo di riduzione dei gas di serra, ma deve invece svolgere un ruolo di traino, insieme all’Unione Europea, per portare al successo la trattativa di Copenhagen. A livello nazionale deve quindi compiere un cambio di passo. Otto sono le azioni necessarie.

la definizione, d’intesa con le Regioni, di un programma di sviluppo delle energie rinnovabili articolato regionalmente, per realizzare l’obiettivo del 17% del consumo finale lordo al 2020, e di un parallelo programma d’azione per il risparmio e l’efficienza energetica;

l’aggiornamento del sistema di incentivi per l’elettricità da fonti energetiche rinnovabili, nonché per gli usi termici e i biocarburanti;

la rimozione degli ostacoli alla più rapida diffusione delle rinnovabili, a partire dall’adeguamento della rete elettrica e dalle semplificazioni delle autorizzazioni;

gli interventi per l’efficienza energetica negli usi finali, a partire dagli edifici pubblici, sostenendo in particolare gli impegni europei del Patto dei Sindaci;

la definizione di nuovi standard di efficienza energetica e miglioramento dei sistemi di finanziamento degli interventi;

il rilancio del programma “Industria 2015” finalizzato allo sviluppo di imprese verdi nei settori dell’energia, nello sviluppo di produzioni e prodotti innovativi a basso impatto, del riciclo e dei nuovi materiali da materia prima rinnovabile;

la definizione di un piano per la mobilità sostenibile che definisca obiettivi di riduzione delle emissioni, prodotte in gran parte dalle modalità di trasporto più inquinanti;

la promozione dei consumi sostenibili e degli acquisti pubblici verdi per favorire soluzioni a basso impatto e prodotti ecologici, così come previsto dalle Lead Market Initiatives a livello europeo.

Il mondo politico e industriale italiano ha capito in ritardo la portata della rivoluzione industriale legata al cambiamento del clima e dovrà ora recuperare il ritardo”, ha detto Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club. Ed ha aggiunto che “esiste ancora una finestra di 5-7 anni per ritrovare un ruolo di punta nelle tecnologie delle rinnovabili e dell'efficienza energetica; occorre recuperare la visione del cambiamento in atto per garantire la forza propulsiva necessaria”.

4 dicembre 2009

* Altri articoli e informazioni sull'argomento sono sul sito sopra indicato


Scritto in Ambiente, ecologia, naturainvia ad un amico | letto 1915 volte

Inserito da redazione il Mar, 2009-12-08 12:28