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Le quattro stagioni del Teatro-Casa del popolo di Argile. Magda Barbieri


NB In occasione della ridenominazione del Teatro della Casa del Popolo di Castello d'Argile e del Revival degli edifici omonimi promosso dalla Fondazione 2000 con la "Notte rossa" in Bologna e vari comuni della provincia, il 12 ottobre 2013, riportiamo in primo piano una ricerca storica sull'argomento fatta nel 2007.
Il teatro di Castello d'Argile, che compie quest'anno 100 anni di vita (1907-2007)
,
ha una storia del tutto diversa da quella degli altri teatri sorti nel corso dei secoli 1700-1800 nei comuni vicini, ad esempio a Pieve di Cento, a Cento, a S. Giovanni in Persiceto e a Bologna.

I teatri del '700/'800 potremmo definirli, sia pur sommariamente, teatri di iniziativa e impostazione borghese, in quanto promossi, costruiti e finanziati dalle locali classi borghesi, costituite dai possidenti e dai professionisti che avevano influenza sulla vita pubblica come amministratori componenti dei Consigli comunali locali, in possesso dei mezzi economici necessari per sostenere le spese e acquistare i palchi, e con quel tanto di cultura che dava la spinta ideale e il desiderio di essere promotori e fruitori di eventi culturali , spettacoli e concerti offerti dagli artisti del loro tempo.
Certo che questo tipo di teatri ha avuto una importante funzione nella diffusione della cultura, e poteva avere anche un saltuario e parziale utilizzo “popolare” in certe occasioni; c'era sempre un “loggione” o una “piccionaia” a cui il “popolo” di modesta condizione economica poteva accedere con biglietti a basso prezzo. Ma di fatto il teatro sette/ottocentesco restava una
struttura elitaria, inaccessibile per la gran massa della popolazione contadina e operaia dei paesi , poverissima, e in gran parte analfabeta.
Ad Argile era impossibile anche pensare di avere un teatro di quel tipo, prima di tutto perché
Argile non ha mai avuto una classe borghese o una élite intellettuale locale, e questo perché non aveva possidenti locali che avessero i mezzi per mandare a scuola i loro figli.

Fino alla fine del 1700 tutto il vasto territorio agricolo di Argile e di Venezzano, tranne 3 o 4 piccoli appezzamenti, e tutte le sue 20 case rimaste nel centro urbano in Castello, sono stati di proprietà di possidenti, nobili e borghesi, laici e enti religiosi, di Bologna, Cento e Pieve. E quindi i “Signori padroni” riversavano la loro disponibilità economica nelle loro ville e palazzi e il loro mecenatismo pubblico nelle opere d'arte per le chiese e nei teatri delle città in cui risiedevano, appunto Bologna, Cento e Pieve.
Solo nel corso del 1800 si cominciò a formare un piccolo gruppo di piccoli possidenti locali; e furono i bottegai, gli osti , i droghieri, i “fattori” o agenti di campagna, che per primi diventarono proprietari della loro casa o bottega e furono in grado di costruirne qualcuna nuova, infilando anche tra la serie di case basse bracciantili, qualche palazzetto a due o tre piani.
E' nel corso del 1800, a partire dal periodo napoleonico, che cominciarono a funzionare
scuole pubbliche, dapprima, e per decenni, frequentate da pochi; e solo dopo l'Unità d'Italia , soprattutto verso la fine del 1800 , con la promulgazione di leggi che resero obbligatoria la frequenza della scuola primaria, si può parlare di una discreta frequentazione scolastica, sia pur limitata in genere a 2 o 3 anni, giusto per imparare a leggere e a scrivere, per passare poi subito al lavoro nei campi o all'apprendistato nella bottega paterna o altrui.

 

ESPERIENZE  CULTURALI E TEATRALI PRECEDENTI 

Si può pertanto affermare che fino al 1860 tutta l'attività pubblica e la “cultura” di Argile ruotava intorno alla chiesa e alla parrocchia, spesso limitata al solo catechismo. Le feste erano quelle del calendario liturgico e della tradizione religiosa locale: il santo patrono S. Pietro a fine giugno, la “festa d'Erzen”, o della Madonna del Rosario, la prima domenica d'ottobre. L'unica iniziativa pubblica laica era rappresentata dai mercati del venerdì che si tenevano nei mesi primaverili (concessione del Senato e del Legato di Bologna del 1758 ) e dalla Fiera e mercato di merci e bestiami che si teneva a metà luglio. Di quest'ultima se ne ha notizia occasionale nei primi anni del 1800, per una proposta del bottegaio Pizzoli, e diventerà iniziativa consolidata annualmente dopo il 1830. Durante queste feste locali, o anche nei periodi di carnevale, o in altre domeniche, poteva arrivare in paese qualche cantastorie o giocoliere girovago; che doveva però star bene attento a non esibirsi nelle ore di Messa o di catechismo e nei pressi della chiesa, pena l'arresto.

Il Consiglio comunale, inesistente localmente fino al 1805, autonomo solo per qualche anno nel periodo napoleonico, nel periodo della Restaurazione pontificia (1815 /1828-1859) aveva conformazione e meccanismi “ elettivi”, o selettivi, tali che lo rendevano, insieme alla “Magistratura” ( omologa di Giunta) e al Priore (omologo del Sindaco) sostanzialmente dipendenti dalla Legazione pontificia di Bologna. Del Consiglio comunale facevano comunque parte i 2 parroci, del capoluogo e della frazione, e, per quel poco che poteva deliberare ( in particolare l'assunzione e la valutazione dei maestri della scuola) raramente si discostava dal loro parere.

Sappiamo che c'era una Banda musicale (citata su manifesto del 1838) , che si esibiva soprattutto in occasione delle succitate feste religiose e , probabilmente, in qualche festa da ballo che si teneva in case private nel periodo di Carnevale. Se ne trova citazione nei “Bollettini settimanali” che il Priore doveva compilare e inviare in Legazione per informare la ”Superiorità” dell'andamento dell'ordine pubblico. E su questa Banda ci sarebbe da scrivere un capitolo a parte per le vicende e i contrasti che la caratterizzarono, in particolare tra il 1860 e il 1878.

Infatti, con l'instaurazione della nuova amministrazione comunale di indirizzo liberale-risorgimentale, eletta dopo l'unificazione dell'Italia, si verificò subito una spaccatura tra i componenti della Banda, in parte per incompatibilità e rivalità personali con i nuovi dirigenti, del Comune e della Banda , ma anche e soprattutto per motivi politici, dividendo quelli contrari al nuovo corso politico da quelli favorevoli. La banda musicale aveva sostanzialmente una funzione pubblica ed era parzialmente sostenuta da un contributo economico del Comune; essendo allora il Comune passato in mani “liberali”, anche la Banda diventava espressione di un indirizzo politico “liberale”, che i bandisti maggiormente legati alla Chiesa, e alla precedente amministrazione, rifiutavano.

Dopo l'insubordinazione di alcuni che si erano rifiutati di provare e indossare la nuova divisa , si arrivò a decidere la “militarizzazione” della Banda, nel 1861, istituzionalizzandola come Banda della Guardia Nazionale, con divisa, pagata dal Comune, dotata di spadino corto da parata (o daga).

Ci fu poi una riappacificazione con riammissione dei ribelli, ma il fuoco covava sotto la cenere e i problemi di convivenza restavano sempre aperti, anche perché tra i suonatori c'erano figli o fratelli di consiglieri comunali, o bottegai e piccoli possidenti del luogo, che solo in parte ,e qualcuno forse solo per opportunismo, accettavano l'indirizzo politico filogovernativo, ed erano sempre in bilico tra la necessaria obbedienza al nuovo Governo nazionale e una Chiesa, ostile, sempre molto potente e influente nella vita di paese.

Pur con queste remore e contrasti, il gruppo degli amministratori locali di quei primi 20 anni di vita del “Comune” di Argile, riuscì a dare un nuovo volto al paese, spianando la nuova piazza e costruendo palazzo Artieri e il Municipio, edificio simbolo della comunità che il paese non aveva mai avuto, essendo stati , fino al 1874, gli uffici pubblici e il Consiglio ospitati in parte su Porta Pieve (dal 1828) e in parte (dal 1846), nell'edificio contiguo, la “Fabbrica comunale” detta poi delle “scuole vecchie”.

Tra alti e bassi , scissioni e riappacificazioni si arrivò al 1878 allo scioglimento della banda militarizzata , con vendita delle “divise”, e alla costituzione di una “Società filarmonica”, presieduta da Massimo Simoni, (figlio del possidente Francesco che era stato a lungo consigliere comunale) , liberale estimatore del Minghetti, moderato e conciliante, che riuscì a rimettere insieme i litigiosi bandisti, capeggiati da Ladislao Pradelli e Guerrino Marescalchi , laici spinti gli uni e fedeli cattolici o filoparrocchiali gli altri.

La citazione di queste vicende, delle precedenti diatribe politiche e della Banda, non è casuale, ma voluta e necessaria, perché le persone che ne furono protagoniste sono le stesse che pure si interessarono e si impegnarono per l'allestimento di un primo teatro e la realizzazione di alcuni spettacoli teatrali in Argile, citati nel 1861 e nel 1873.

C'era dunque anche in Argile già a metà del 1800 interesse e passione per il teatro, legato in parte anche alla passione politica (come del resto è sempre stato , dal teatro Greco a quello Romano in poi, il teatro ha sempre avuto una connotazione e una funzione sociale e politica). Resta infatti la citazione di uno spettacolo tenuto dalla “Compagnia Campogalliani, insieme a diversi dilettanti di Cento”, che vennero in Argile nel 1861 in occasione della Fiera bestiami di luglio e recitarono il dramma “Il povero Giacomo e le ultime ore di un condannato a morte”, con seguito di “Declamazioni Nazionali”.

Resta in archivio comunale anche il “Rendiconto di introiti e spese fatte nelle recite a titolo di beneficenza dalla Compagnia Filodrammatica nel teatro di Argile per  il Carnevale 1873”.

C'erano dunque una “Compagnia filodrammatica” e un teatro in Argile. Dove fosse quel teatro non è precisato, ma si può ragionevolmente supporre che fosse in una sala dell'edificio delle “scuole vecchie”, l'unico di proprietà comunale (oltre agli angusti ambienti sopra l'adiacente Porta Pieve ) dove poteva esserci uno spazio sufficiente a contenere un palcoscenico e oltre 250 persone (?!) che risultano aver assistito agli spettacoli, stando al rendiconto suddetto e al numero dei biglietti venduti.

Nelle fatture allegate e nel prospetto di bilancio succitato, compilato e firmato dal cassiere Antonio Campanini, bottegaio e fornitore di alcuni dei materiali acquistati per installare palcoscenico e preparare le scene, si leggono alcuni particolari curiosi.

Per brevità mi soffermo solo sui titoli delle 5 recite date in gennaio e febbraio:
Tutti Romanzi con farsa, duetti cantati dai pittori
Il Benefattore e l'orfano
Tre commediole
Il Birichino di Parigi
Il Conte di S. Germano

Nelle recite suddette erano compresi , secondo altra citazione, due “drammi Sullivan” e uno spettacolo intitolato “Una notte a Firenze”.

Da questi titoli si può presumere si trattasse di romanzoni strappalacrime o romanzi cosiddetti d'appendice, popolari, sempre accompagnati da farsa nell'intermezzo o alla fine.

L'afflusso di pubblico appare buono. I biglietti venduti andavano da un minimo di 110 a un massimo di 183 per quelli da 15 centesimi, ai quali si aggiungevano sempre circa 80 biglietti da 10 centesimi.

Alla fine delle recite, detratte le spese, in beneficenza ad un famiglia particolarmente bisognosa andarono 31 lire e altre 30 lire al fornaio “Alessandro Zecchi per il pane distribuito ai poveri del Comune”.

Questa sala-teatro deve essere stata utilizzata anche in anni precedenti e successivi, forse fino al 1877-78 , quando fu fatta una radicale ristrutturazione dell'edificio , già sede di uffici e del Consiglio comunale (trasferitisi nel nuovo Municipio) e in parte delle scuole, per adibirlo da allora in poi esclusivamente all'uso scolastico, essendo aumentato notevolmente il numero degli alunni e quindi la necessità di più aule spaziose .

Questo si deduce da una petizione del 16 settembre 1885, sottoscritta da 34 cittadini di Argile, primo firmatario Francesco Simoni (padre del sindaco neoeletto Massimo) seguito da tutti i bottegai e vari artigiani, maestri e dipendenti comunali, che scrissero “Agli Onorevoli Sigg. componenti il Consiglio Comunale di Argile
La conoscenza dei bisogni e l'applicazione dei ripari che le Signorie loro hanno premostrato all'opportunità, fanno sperare i sottoscritti che si vorrà benignamente accogliere questa supplica, tendente a provvedere ad una mancanza vivamente lamentata nel nostro paese.
Una sala ad uso teatro provvisto di relativo palcoscenico, è l'aspirazione di tutti indistintamente gli Argilesi, i quali, punti nel loro orgoglio dal demolimento della vecchia sala, hanno finora atteso invano la dovuta riparazione. Non vi è il bisogno di provare i molteplici vantaggi che si avrebbero da tanto provvedimento. L'essere un fervente desiderio di tutti gli Argilesi basta a dimostrare la necessità”.

Dunque una sala-teatro c'era prima del 1885, e a quella data non c'era più da qualche anno, e tanti argilesi desideravano averne una nuova. Ma non abbiamo trovato risposta a quella lettera, né tra le opere pubbliche, né tra le ristrutturazioni realizzate negli anni successivi abbiamo trovato traccia di interventi per un teatro .

Gli argilesi dovettero dunque aspettare fino al 1907 per arrivare ad avere un teatro locale.
Ma, come si è inizialmente detto , non si trattava di un edificio adibito esclusivamente a teatro, ma  di una “Casa del popolo” contenente anche un teatro, edificio-simbolo della classe operaia, nato per una precisa esigenza politico-sociale di quegli anni.

DALLE "MAISON DU PEUPLE" DI BRUXELLES ALLE "CASE DEL POPOLO" ITALIANE

Va detto subito infatti che la “casa del popolo” di Argile non fu una iniziativa originale o esclusiva locale, ma avvenne nel contesto di un orientamento molto diffuso, non solo a livello nazionale, ma anche e prima di tutto a livello europeo, tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900.

E' scritto e documentato che la prima “Maison du peuplenacque in Belgio, a Bruxelles, il 25 dicembre 1886, in via della Baviera, in un edificio preso in affitto che in precedenza era stato sede di una sinagoga. Fu subito un edificio-simbolo, quasi una seconda casa per il popolo socialista di quella città; era luogo d'incontro, di informazione e di propaganda, di mutua assistenza e anche di festa. Vi si svolgevano assemblee politiche e sindacali, conferenze di istruzione su vari argomenti, concerti, mostre e feste da ballo. Vi era una panetteria, una birreria, una cooperativa di consumo per la vendita ai soci di generi alimentari e di altro uso a prezzi scontati. L'iniziativa ebbe tanto successo che l'edificio si rivelò ben presto insufficiente per contenere le attività e soddisfare le esigenze di ben 130 gruppi socialisti che facevano parte della Federazione del Partito Operaio belga.

Fu quindi concordemente deciso di costruire , proprio al centro del quartiere operaio, un edificio nuovo, enorme, grandioso, che fu inaugurato il 2 aprile 1899, in occasione delle festività di Pasqua.

La “Nouvelle Maison du peuple” di Bruxelles fu costruita su progetto di un famoso architetto del tempo, Victor Horta, di idee e stile piuttosto originali e rivoluzionari rispetto allo stile architettonico “classico” da secoli seguito nei Pesi Bassi. Usò moltissime strutture in ferro, su una superficie di 1700 metri quadri, alta 27 metri e con uno sviluppo frontale di 75 metri. Conteneva una grande sala uso caffè al piano terra, grandi magazzini e negozi cooperativi per vendita di pane e generi alimentari,  botteghe per ogni genere di necessità, e una farmacia. Al piano superiore c'era una sala per le conferenze, le assemblee e le feste, lunga 56 metri e larga 17.

L'inaugurazione fu salutata e immortalata da un numero speciale del quotidiano socialista “Le Peuple” (Il Popolo) e fu un avvenimento di grandissima risonanza, anche perché vi furono invitate le rappresentanze di tutti i partiti socialisti o operai d'Europa e tanti giornalisti europei che ne fecero ampia descrizione sui loro giornali. Per l'Italia ne scrissero “l'Avanti!” e varie pubblicazioni locali di ispirazione socialista.

Tutti ne magnificarono l'imponente presenza di popolo – 100.000 persone fu scritto - e la gioia di tutti in un tripudio di fiori, bandiere, stendardi, cravatte rosse , un coro di 1.000 voci, bande lungo le vie che suonavano la “marsigliese”, fuochi d'artificio e spettacoli, e anche tanti discorsi politici.

L'oratore principale, Emile Vandervelde, nel suo intervento, espresse il suo saluto a Filippo Turati e agli altri suoi compagni socialisti incarcerati e perseguitati in Italia .

Si era allora infatti , in Italia, in pieno periodo repressivo delle manifestazioni e organizzazioni operaie. L'anno precedente, 1898, l'esercito, comandato dal generale Bava Beccaris, aveva sparato a Milano sulla folla di dimostranti affamati che chiedevano pane e lavoro; si contarono decine di morti.

Il re Umberto I e il Governo, diretto prima da Di Rudinì poi da Pelloux, non sapendo come affrontare e rispondere alle richieste popolari, espresse con scioperi e manifestazioni, in periodo di carestia e disoccupazione, usò le maniere forti, emanando, tra il 1898 e 1899, senza sentire il Parlamento, alcune leggi , anzi un “Decretone” restrittivo e illiberale, che limitava la libertà di stampa, vietava scioperi e assembramenti. Ne erano seguite ulteriori proteste, sedute tumultuose alla Camera, sospensione dei lavori parlamentari, arresti.

Tutto questo in Italia, mentre in Belgio, pur governato da una monarchia e da una classe dirigente conservatrice e clericale, ostile nei confronti delle idee socialiste, ci si poteva permettere una tale manifestazione popolare.

Questo esempio di capacità organizzativa della classe operaia belga naturalmente suscitò grande ammirazione negli altri paesi europei, compresa l'Italia, e divenne un modello da imitare. Si propagò il motto “Si faccia in ogni paese una Casa del popolo”.

Ma già da qualche anno si era cominciato a costruirne, anche se si contavano ancora sulla punta delle dita di una mano: in Svizzera, ad esempio , a Bienne, nel 1891, se ne era inaugurata una , in concomitanza con la celebrazione del 1° maggio , che era diventata allora la Festa simbolo dei lavoratori. Ne seguirono poi altre in anni successivi, di fine '800 e inizio '900 , nel Canton Ticino e in altri 3 Cantoni. Sono citate tra le più importanti quelle di Bellinzona e Chiasso nel 1918, e poi ancora a Locarno e a Lugano ( nel 1933, di ispirazione cristiano-sociale).
Ne sorsero in Francia, in Olanda e in Inghilterra.

In Italia la prima fu costruita a Massenzatico, in provincia di Reggio Emilia, nel 1893, per mano di contadini e operai, su un terreno messo a disposizione da Camillo Prampolini, di famiglia benestante e possidente e uno dei fondatori del Partito dei Lavoratori Italiani, nel 1892, diventato Partito Socialista Italiano nel 1895. Prampolini (1859-1930) aveva fondato nel 1886 (lo stesso anno in cui era sorta a Bruxelles la prima “casa del popolo”) il periodico reggiano “La Giustizia”, ed era fautore di un socialismo gradualista, o riformista, per usare un termine attuale, un “evangelizzatore” di idealità solidaristiche , che lo videro sempre a fianco di Filippo Turati al momento della separazione dagli anarchici (e, più avanti , nel 1921, al momento della scissione dei comunisti, e infine, nel 1922, al momento del distacco dai “massimalisti”, per fondare il Partito Socialista Unitario). Alla inaugurazione della casa di Massenzatico intervennero i delegati del 2° Congresso Nazionale del Partito Operaio Italiano e il belga Vandervelde.

Il suo esempio fu subito seguito da Giuseppe Massarenti, che, nel 1896, fondò una “casa del popolo” a Molinella.

Ma fu nel corso dei primi anni del 1900 che queste Case si diffusero, assumendo sempre una decisa connotazione politica che si differenziava dalle precedenti “Società operaie”, già esistenti un po' dovunque, a partire dal 1870 circa in poi.

 DALLE SOCIETÀ OPERAIE DI MUTUO SOCCORSO ALLE LEGHE E ALLE COOPERATIVE

Nella storia delle vicende umane c'è sempre un filo logico e cronologico che le lega. E ogni fatto è conseguenza di un antefatto che l'ha preceduto e determinato. Alla costruzione delle “case del popolo” non si sarebbe arrivati se prima non ci fossero state le “Società Operaie” e poi  le Cooperative e le Leghe che riunivano le varie categorie di lavoratori , e, successivamente, le prime “Camere del Lavoro”, e i Sindacati, che cercavano di organizzarne la forza contrattuale, reclamando diritti e chiedendo ai proprietari datori di lavoro patti sottoscritti e contratti che fissassero più alte paghe orarie e migliori condizioni di lavoro, per uscire da una situazione di massiccio sfruttamento senza regole praticato fino ad allora.

E' subito dopo l'Unità d'Italia che si cerca di trovare nuovi modi di porre rimedio alla povertà diffusa, e all'ignoranza forzata della classe bracciantile, che andava via crescendo , per effetto di un progressivo incremento demografico, e per il procedere dell'industrializzazione. Già nel 1860 a Bologna fu costituita una prima “Associazione operaia” che fece probabilmente da modello per le “Società operaie di Mutuo Soccorso” che furono via via costituite in tanti comuni del bolognese. Ad Argile, ad esempio, ne fu fondata una nel 1874 , “con due scopi rilevantissimi: aiuto scambievole degli operai tra loro e amore per il proprio paese”. Se ne trova altra citazione nel 1878, quando la locale società propose, senza successo , di allestire un piccolo ospedale nel nuovo palazzo degli Artieri.

Queste Società erano in genere costituite da cittadini di varia estrazione sociale, con fini solidaristici e umanitari, di assistenza e beneficenza a favore delle famiglie più bisognose, per assicurare almeno il pane a orfani e vedove, e alle famiglie di braccianti o “giornalieri” nei periodi di disoccupazione e malattia. Di queste Società, sostenute in parte con qualche modesto contributo comunale, da piccole donazioni e contribuzioni degli associati, facevano parte in molti casi anche amministratori pubblici, il parroco, qualche possidente locale, insieme a operai e artigiani più consapevoli dell'esigenza di un sostegno collettivo.

Ad Argile, la locale “ Società operaia di mutuo soccorso” ebbe per presidente per i primi due anni il parroco don Cavalli, poi Gaetano Biancani, possidente, assessore molto vicino alla Chiesa; infine, il conte Pio Ranuzzi di Bologna, che era uno dei maggiori possidenti di terra, e padrone del palazzo con portico in centro; ebbe la benevola accettazione anche del parroco don Giordani, che, nell'anno 1900 benedisse la bandiera della Società.

Ma l'anno prima il parroco di Venezzano, don Branchini aveva vietato che la stessa bandiera fosse esibita in Chiesa al funerale di un socio. Tale ostilità, o diffidenza, anche da parte delle Questure, nasceva probabilmente dal fatto che nelle Società operaie cominciava ad emergere una forte componente socialista, che comunque si stava organizzando anche fuori dalle stesse, nei nuovi partiti, nelle Cooperative, nelle Camere del Lavoro e nelle nuove organizzazioni sindacali. Nel 1909, la Società di Mutuo Soccorso di Argile esisteva ancora, ma era presieduta dal farmacista dottor Giovanni Simoni che professava idee fortemente anticlericali e filosocialiste ed era  consigliere comunale a capo dell'opposizione (alla maggioranza liberal-conservatrice).

Ad Argile , nel 1890 risulta una prima “Società cooperativa braccianti” presieduta nientemeno che da Giovan Battista Filipetti, il maggior possidente del luogo, residente a Bologna , ma molto presente in Argile, sempre eletto assessore e sempre attivo nel promuovere la crescita del paese ( vedi la realizzazione della Tramvia Bologna-Pieve di Cento con stazione ad Argile e fermata pure presso la sua villa, primo ufficio bancario della Cassa di Risparmio di S. Giorgio, di cui era consigliere, insediata in un locale del municipio...). E' scritto che il Filipetti si interessava per procurare lavoro a questi braccianti; non sempre con successo, perché le opere pubbliche, in particolare gli appalti per i lavori sugli argini del Reno, erano contesi e ambiti da tutte le Cooperative dei comuni confinanti.

Risulta anche un tentativo del sindaco di Argelato, nel 1893, di aggregare i braccianti di Argelato alla Cooperativa di Argile, per avere maggior peso economico e contrattuale nell'assegnazione degli appalti. Tentativo respinto dal sindaco di Argile, che si richiamò allo Statuto della cooperativa locale che faceva riferimento ai soli residenti nel Comune ( vedi quanto scritto nel libro sulla storia della Cassa Rurale di Argelato, fondata nel 1906, pag. 19-24).

Risulta poi anche una “Società anonima Cooperativa dei braccianti di Castel d'Argile”, attiva dal 1899, che non sembra essere la stessa presieduta dal Filipetti, e altre Cooperative di categoria o “leghe”, che via via si costituirono negli anni seguenti.

Il 16 novembre 1902 fu fondato il Circolo popolare”, composto da 140 soci , presieduto dal calzolaio Vito Gnudi che promosse e realizzò laCasa del popolo di Argile nel 1907. In quello stesso anno, fu citata in una lettera dell'assessore Celso Poggi alla Questura, la presenza in Argile di una “Lega dei lavoratori della terra” che contava 159 soci.

In altro documento del 1909 furono indicate come presenti nel paese le seguenti associazioni:
- “Società operaia di mutuo Soccorso” , presieduta allora dal dottor Giovanni Simoni
- “Cooperativa di lavoro”, presidente Egisto Sarti

- Delegazione del gruppo di minoranza in Consiglio, rappresentata da Massimo Accorsi
- “Associazione impiegati e salariati comunali” rappresentati dal medico condotto dottor Sisto Negrelli
- “Circolo popolare”, presidente Vito Gnudi
- “Lega braccianti” , presidente Stanislao Bollina
- “Lega femminile”, presidente Augusta Guizzardi
- “Lega muratori”, presidente Ferdinando Cortesi ( nel 1911 sarà guidata da Cesare Maccaferri)
- “Lega coloni, ” presidente Amos Lelli
- “Lega birocciai”, presidente Massimo Galletti
- “Lega fornaciai”,  presidente Ernesto Toni
- “Lega calzolai “,  presidente Timoteo Gnudi

Risulta anche , ma più avanti, nel 1916 e nel 1921, l'esistenza di una “Società anonima cooperativa muratori, di Castel d'Argile, Argelato e Castel Maggiore , evidentemente intercomunale, che non sappiamo quando sia stata costituita, né quanto sia durata.

Certo è che la classe operaia prendeva via via coscienza di sé , del proprio ruolo nella società e del proprio “potere contrattuale”; rivendicava diritti e reclamava migliori salari e tariffe orarie, e migliori condizioni lavoro e non più solo elargizioni di beneficenza o elemosine.
E' del 1897 , dopo un periodo di scioperi e manifestazioni, la direttiva data dal Congresso Nazionale del Partito socialista a Bologna per l'istituzione delle leghe di resistenza”.

Si verificava quindi un salto di qualità, una diversa impostazione politica che portò ad abbandonare in parte, o a superare, le vecchie e paternalistiche “Società Operaie” per una precisa scelta di campo, per una “lotta di classe” che contrapponeva la classe operaia alla classe padronale, borghese e liberale, che godeva di fatto anche dell'alleanza se non dell'appoggio della Chiesa e delle organizzazioni cattoliche, in nome della comune avversione per le idee socialiste. Organizzazioni cattoliche , Circoli e “Fratellanze coloniche” e “Leghe bianche” , Casse rurali, che contemporaneamente e capillarmente si stavano diffondendo in ogni parrocchia, sulla spinta dell'indirizzo nuovo , favorevole all'impegno politico e nella società, dato dal papa Leone XIII con l'enciclica “Rerum novarum” del 1891 e successive esortazioni.

GLI OPERAI DIVENTANO SOCI-AZIONISTI, UTENTI E PADRONI DELLA "CASA DEL POPOLO", CASA COMUNE.

Se i padroni avevano le loro organizzazioni e luoghi di incontro privati e pubblici, Municipi e sedi di Banche , ville e teatri, potere politico ed economico , se la Chiesa aveva le sue chiese e le sue parrocchie, luoghi di culto e di propaganda e di mobilitazione del suo popolo di fedeli , e le sue Banche di appoggio (Casse Rurali e Piccolo Credito Romagnolo, costituito nel 1896), anche la classe operaia socialista voleva avere i suoi luoghi di incontro dove tenere le proprie riunioni , ascoltare i propri rappresentanti nel sindacato e nel partito, discutere delle idee e delle rivendicazioni da avanzare, organizzare le proprie manifestazioni e la propaganda. E all'esigenza di natura ideologica e politica, si aggiungeva anche l'esigenza materiale, economica, di gestire un bottega cooperativa dove i soci potessero acquistare pane e generi alimentari a prezzo più basso di quello, sempre troppo elevato, di mercato; e poi tenere uno spaccio di bevande, osteria o “bettolino” dove ci si potesse fermare a parlare e bere un bicchiere tra amici che avevano le stesse idee, senza il controllo di osti o altri avventori di idee contrarie che riferivano poi alle forze dell'ordine, col rischio di provvedimenti restrittivi.

Ecco dunque le tante motivazioni che furono alla base del grande entusiasmo popolare per la costruzione delle “case del popolo. Si può aggiungere che spesso queste case fungevano anche “scaldatoiopubblico, appositamente regolamentato, per dar modo a chi ne avesse bisogno di passare qualche ora al caldo nelle sale di riunione.

Naturalmente la costruzione e la manutenzione di questi edifici richiedevano denaro e tanto lavoro volontario. Denaro che fu raccolto attraverso sottoscrizioni dei soci che si autotassavano acquistando “azioni” della Cooperativa, Società o Circolo, e ne diventavano quindi comproprietari .

Le forme di autofinanziamento potevano essere diverse da un luogo all'altro, a seconda della disponibilità locale di uomini e mezzi, ma il metodo era abbastanza simile per tutti . Statuti e regolamenti si somigliavano, e forse venivano copiati gli uni dagli altri.

Cito ad esempio uno Statuto che potrebbe essere lo stesso deliberato ad Argile in occasione della costruzione:

Art. 1 . Riuniti i lavoratori in adunanza generale la sera del 7 aprile 1907, deliberavano ad unanimità di costruire una CASA DEL POPOLO, quotandosi una tassa di lire 10, da pagarsi alla fine d'anno, e questa come fondo perduto

Art. 2. Negli anni seguenti la quota può variare a seconda che l'assemblea dei soci la crederà opportuno.

Art. 3. I soci che avranno compiuto l'età di 60 anni pagheranno metà quota a partire dal 1 gennaio 1908.

Art. 4. Se qualche socio si rendesse indegno di appartenere al nostro sodalizio, non potrà avere diritto ad essere rimborsato , salvo delle quote pagate in caso di vendita.

Art. 5. In caso di vendita, tutto verra diviso con regolare percentuale a tutti i soci , o pure ai loro eredi.

Oltre ad altri vari articoli riguardanti le quote di soci onorari, eredi di soci defunti, militari, cittadini di nuova residenza che fossero già soci in altra Casa del popolo, lo Statuto disponeva che:

Art. 11. Ultimati i pagamenti della CASA DEL POPOLO, tutti i nuovi iscritti dovranno pagare una tassa annua che verrà stabilita dall'assemblea dei soci, e verrà calcolata come quota d'affitto.

Art. 13. A tutti i soci fondatori che avranno ultimato i loro pagamenti, nulla più gli resta a pagare, per questo di titolo avendo sempre diritto di godere il locale.

Art. 15. In caso di scioglimento della società resta in facoltà della Commissione intestata, con l'intervento della Commissione Esecutiva, di disporre come meglio credono, quando però lo scioglimento si prolungasse più di 5 anni.

Purtroppo, del progetto e delle modalità di costruzione della “Casa del popolo” di Argile, della composizione del “Circolo popolare” che ne assunse responsabilità e proprietà, e delle sue modalità di finanziamento, sappiamo  poco , perché tutta la documentazione relativa non è stata trovata, forse  distrutta dall'incendio della “Casa” provocato dai fascisti nel 1922. Dobbiamo quindi far riferimento a quel poco di documentazione in proposito che è rimasta nell'archivio comunale , e all'Archivio di Stato di Bologna (dove abbiamo trovato  copia  dello Statuto di istituzione del Circolo Popolare nel 1902) e ragionare anche sulla base delle esperienze altrui di cui è rimasta traccia.
C'è ad esempio un libro di Luigi Arbizzani dedicato proprio alla storia delle “case del popolo” in Emilia Romagna, che racconta di tante altre esperienze , con corredo di foto e documenti. Della “casa” di Argile non c'è nemmeno un cenno; segno che nemmeno Arbizzani, il maggior ricercatore ed esperto di queste vicende della nostra zona,  aveva trovato qualcosa in proposito.

Da questo testo abbiamo appreso della nascita delle “case”, dopo quelle prima citate, a Marradi, sulla collina toscana confinante, nel 1901, a Migliarino e a Bondeno nel ferrarese, nel 1902, a Crevalcore nel 1903, a Mirandola nel modenese e in altre località del Ravennate nel 1904, a Vigarano Mainarda (Fe), Altedo (Bo), Correggio e Brescello (Re) nel 1905, Anzola (Bo) tra il 1905 e il 1906 si cominciò a raccogliere fondi e si finì nel 1910.

Pure la capitale d'Italia, Roma, si fece una casa del popolo nel 1906, inaugurata in occasione del IX Congresso del PSI.

A Bologna esistevano molti Circoli, Cooperative e Associazioni socialiste, con sedi e denominazioni diverse in vari quartieri della città; nei primi anni del 1900 si cominciò a discutere della possibilità di costruire una grande “casa del popolo” “tanto necessaria – si disse- per lo sviluppo morale e intellettuale di esso”, capace di contenere grandi manifestazioni e riunire varie Leghe e la redazione del periodico “La Squilla”. Si costituì un Comitato promotore per cercare luogo e mezzi ; ne facevano parte rappresentanti della stessa locale Società Operaia, la Camera del Lavoro, la “Cooperativa muratori” e altre associazioni. Ma si arrivò poi nel 1905 a costituire un nuovo Comitato nell'ambito della Camera del Lavoro e alla determinazione di acquistare un edificio. Ragion per cui si cominciò a raccogliere fondi, si stabilì una forma di autotassazione generale tra i 14.000 iscritti nelle varie sezioni e nel 1907 si deliberò l'acquisto di un grande stabile posto sulla Circonvallazione (o Viale) presso Porta Lame (direzione Porta S. Felice) , ex Lazzaretto e ancor prima Palazzo della SS. Trinità, di proprietà dell'Amministrazione Ospedali di Bologna. L'acquisto fu fatto dalla Cooperativa Muratori per esigenze legali, poi la proprietà fu assunta da una nuova Società anonima Cooperativa denominata “La casa del proletariato”.

LE QUATTRO STAGIONI DELLA “CASA DEL POPOLO” e del TEATRO di ARGILE

I - La prima stagione: la costruzione e le prime attività, tra passione politica e spettacoli (1907-1922)

Mentre a Bologna e altrove si discuteva sul come fare,  se costruire o affittare o acquistare, a Castello d'Argile i vari gruppi organizzati non vollero essere da meno e si mobilitarono per costruire la propria “Casa del popolo. In Comune non abbiamo trovato traccia di progetto o richiesta documentata di concessione edilizia. Qui resta solo una riga, la prima ed unica per quell'anno, nel Registro delle concessioni edilizie, elencate proprio a partire dal 1907 (quale procedura si usasse prima e allora per le concessioni non lo so). E' scritto quindi che fu concessa licenza per la costruzione di una “casa del popolo; e basta.

Resta invece a Bologna nel fondo archivistico della Prefettura un documento interessante : lo Statuto di costituzione del Circolo Popolare nel 1902, allegato alla richiesta del presidente del Circolo, Vito Gnudi, il 6 aprile 1907, indirizzata alla Prefettura , per ottenere l'autorizzazione alla costruzione della “Casa del popolo”, sul terreno già acquistato, in deroga al Regolamento di polizia mortuaria che prescriveva una distanza di 200 metri dal cimitero, mentre l'edificio nuovo si sarebbe trovato a circa 190 metri di distanza.

Considerando che non si trattava di una abitazione, ma di un “luogo di ricreazione” e che la differenza dal limite prescritto era esigua, la Prefettura accolse la richiesta e autorizzò la costruzione con parere del 18 maggio 1907.

Dalla lettera di Vito Gnudi si apprendono alcuni particolari ignorati finora. Vale la pena di leggerla.

... Scopo di detto Circolo - scrisse il presidente – è la ricreazione onesta ed economica dei soci che la compongono, come emerge dall'unita copia di Statuto. Esso presentemente conta n. 140 soci ed ha la sua residenza , composta da due vani, uno al piano terra e uno al piano superiore in casa di proprietà del Sig. Alboresi Evaristo posto in Argile Castello lungo la via Umberto I al n. 71 A.

Per la ristrettezza di detti vani, il Circolo avrebbe acquistato, di fronte alla sua attuale residenza e alla distanza di metri 25 circa dalla residenza stessa, un piccolo appezzamento di terreno di mq. 750 per erigervi un fabbricato con vani più vasti e con una sala per divertimenti pubblici di cui questo paese difetta. Questa fabbrica verrebbe eretta in proseguimento dell'abitato a ponente del Castello lungo la via Umberto I e colla facciata sopra il muro attualmente esistente, il quale separa l'appezzamento del terreno acquistato dalla strada principale .

Il fabbricato in parola per la sua vastità (di m. 20 per 11) e per il suo ornato, riescirebbe di abbellimento al Castello.

Benchè venga eretto dentro l'abitato .... mancano 8 o 9 metri ai 200 prescritti dall'art. 115 del Regolamento speciale di polizia mortuaria 29 luglio 1892 n. 448 ...

Questo Circolo Popolare, ignorando detta disposizione ha acquistato il terreno incontrando una spesa di lire 2.000 circa ed ha già provvisto materiale per la fabbrica per un valore di oltre 1.000 lire. Ora, di fronte alle spese già fatte, lo stesso Circolo e per esso il suo presidente umilmente invocando la di lei bontà... chiede l'autorizzazione per erigere la fabbrica...

Firma di Vito Gnudi (con grafia diversa da quella della lettera, evidentemente stilata, in "bella scrittura", da qualcun altro).

Interessante è anche lo Statuto allegato alla suddetta lettera, dal quale abbiamo ripreso solo alcuni dei 32 articoli che lo compongono.

Art. 1- Alcuni argilesi, amanti del proprio paese, ed allo scopo di ricreazione onesta ed economica, si costituiscono in società che denominano Circolo Popolare, il quale verrà retto dal presente Statuto

Art. 2 – il Circolo risiede in locale di proprietà Alboresi....

AMMISSIONE SOCI

Art. 3 - ... si fa domanda al Consiglio Direttivo ... bisogna essere residenti in Argile.... pagare la tassa di ammissione di lire 1 e una quota mensile di 0,50 centesimi, più due mesi arretrati. Il socio si obbliga sul suo onore a pagare puntualmente le quote mensili....

DIRITTI E DOVERI DEI SOCI

Art. 6- Precipuo dovere dei soci è quello di aiutarsi scambievolmente....

Art. 7- Dal Circolo sono bandite affatto la politica e la religione. Quanto però concerne l'andamento del paese sarà con amore di giustizia e di solidarietà discusso e trattato (è evidente la prudenza e il non volersi dichiarare politicamente per evitare eventuali divieti dell'autorità prefettizia; al tempo stesso si dichiarava l'intento di occuparsi dei problemi che emergessero localmente, ndr).

Art. 9 – Il socio, specialmente entro la residenza del Circolo dovrà tenere un contegno corretto e rispettoso verso tutti, non darsi a canti e schiamazzi né a soverchie libagioni tanto da rendersi importuno; in caso contrario , verrà ammonito la prima volta ... per la seconda sarà sospeso .... per la terza espulso.

Art. 11 – Il socio che venisse condannato a pene infamanti o per ubriachezza o per ribellione alla forza pubblica verrà per sempre escluso dal Circolo.

  • Atri articoli invitavano a non suscitare discordie, a non riferire fuori dal Circolo quanto veniva detto all'interno per cose che potessero arrecare danno ad altri soci ; un socio alterato dal vino non poteva entrare nel Circolo e , se era dentro , poteva essere allontanato da qualunque altro socio; il vino o altro genere venduto dal Circolo andava pagato subito; non si faceva credito. Seguivano le consuete disposizioni per l'organizzazione e l'attribuzione degli incarichi.

Dopo questi atti , con uno spazio di tempo di qualche mese,  si passa alla comunicazione del programma dei festeggiamenti per l'inaugurazione che avvenne il 22 settembre 1907. Gli operai devono aver lavorato molto intensamente quella estate per finire a quella data. O, probabilmente, la “Casa” del tutto finito non era. La comunicazione fu fatta dal presidente del Comitato per i festeggiamenti, presieduto dal dott. Giovanni Simoni (fratello minore dell'ex sindaco Massimo Simoni), farmacista , consigliere comunale e capo del gruppo di minoranza di ispirazione socialista .

Il programma prevedeva per le ore 10 del mattino un corteo dalla stazione della Tramvia al nuovo edificio, che si trovava poco distante, sulla via principale, presso Porta Pieve; alle 12 “banchetto sociale” ( quota di partecipazione lire 2); alle 15 l'inaugurazione con comizio dal balcone con l'intervento degli onorevoli Enrico Ferri e Genunzio Bentini. Questa citazione del balcone della “Casa del popolo” non era casuale, rappresentava certamente nelle intenzioni una rivincita o riappropriazione di un diritto, in quanto l'uso del balcone del Municipio e della piazza erano stati vietati ai comizi da una delibera comunale del 1905. Era prevista anche una “conferenza a pagamento” nel “recinto del Mercato”, che si trovava fuori Porta Bologna. E anche a questo proposito va ricordato il divieto di uso della piazza; e, quasi certamente, la sala- teatro al primo piano non era ancora ultimata. Il fatto che si dovesse pagare per ascoltare la conferenza, dimostra l'esigenza di cercare di raccogliere un po' di fondi per coprire le spese.

Nel pomeriggio , dopo comizio e conferenza, era previsto un secondo corteo, con partenza dalle “scuole “ (quelle di allora, dette poi “vecchie”, di fronte alla “Casa del popolo”) per arrivare a visitare il mulino di Domenico Mignani, consigliere socialista. Il corteo era accompagnato dalla Banda e dalle bandiere dei vari Circoli e Associazioni invitate. Alla sera, fuochi d'artificio nel prato del Mercato. Era in programma anche una estrazione di premi, messi in palio tra “i cento e più regali” che furono donati per l'occasione e collocati presso le scuole , dove doveva anche tenersi un veglione dalle ore 20 alle 4 del mattino successivo. Nel suo piccolo Argile tentava di imitare il grande modello di Bruxelles....
Ma quest'ultima iniziativa non fu realizzata, non si sa perché, stando alla relazione che il brigadiere dei carabinieri fece poi al sindaco Ercole Bonfiglioli il 28 settembre.

La nuova “Casa del popolo” divenne quindi sede per tutti gli incontri del “Circolo popolare” presieduto da Vito Gnudi , e nei due anni successivi, 1908 e 1909, vi si tennero vari comizi con oratori socialisti. Il Teatro, collocato al primo piano della “Casa”, cominciò a essere utilizzato anche per veglioni e spettacoli teatrali verso la fine del 1908 e più volte nel 1909, anno di cui rimangono diversi bei manifesti indicativi degli spettacoli dati (vedi quelli esposti ora in teatro, recuperati dall'archivio comunale).

Vennero qui varie compagnie teatrali a presentare drammi e farse, teatro dialettale e prosa classica. Tra tutti spiccava la frequente presenza d'una attrice cui si attribuiva grande importanza, Vera Mayer, che recitò ad Argile anche per il suo spettacolo di addio alle scene.

Tra i manifesti e gli avvisi a stampa conservati in archivio, da uno di essi apprendiamo che l'adunanza generale dei soci per “l'approvazione del rendiconto della festa del 22 settembre 1907”, quella dell'inaugurazione, fu convocata il 14 agosto del 1908, quasi un anno dopo; è probabile quindi che ci sia stata qualche difficoltà nel far quadrare i conti o forse si aspettò che l'edificio fosse ultimato. Prova ne sia che la perizia dell'ing. Comunale Pietro Puglioli che , fatti alcuni rilievi, autorizzava il suo utilizzo per spettacoli, è del febbraio 1908.

Degli anni successivi al 1909 non è rimasta traccia di attività teatrale o politica nella “Casa del popolo”, non si sa se perché non vi è stata o perché la documentazione relativa è andata persa o distrutta.

Rimane documentazione invece di tante vicende politiche , nazionali e locali, che caratterizzarono quel periodo, di grandi tensioni sociali, che sfociarono in una 1° Guerra mondiale nel 1915 e poi al fascismo nel 1922; avvenimenti che influirono certamente sulla attività, o sulla mancata attività, della “Casa del popolo” e del suo Teatro.

Come sempre, bisogna fare qualche passo indietro per cogliere il senso della contestualità e della consequenzialità degli avvenimenti.

Avevamo accennato prima alla grande crisi nazionale del 1898, con carestia, manifestazioni popolari , repressione militare a Milano e altrove, e riprendiamo da lì, mettendo in fila e in ordine cronologico alcuni fatti locali e nazionali:

1898- In Argile, come nel resto d'Italia, disoccupazione bracciantile e fame incombevano. La farina era scomparsa dal mercato. Sindaco e Giunta si rivolsero al marchese Pizzardi, proprietario dei mulini di Bentivoglio, per poter acquistare almeno una modesta quantità di farina bianca e gialla per rifornire i fornai di Argile e Venezzano. L'ottennero, ma la quantità era troppo scarsa e il Sindaco Simoni con l'ing. Filipetti si rivolsero al Comando militare di Bologna perchè mandasse con urgenza mezzo quintale di “pagnotte militari ad Argile, tramite il “vaporino”. Il Generale Mirri acconsentì e inviò 66 razioni il 18 maggio e 132 il 19, facendosele pagare, immediatamente, 25 centesimi la razione (restano lettere e telegrammi).

1900 Anno Santo per la Chiesa , che per l'occasione sollecitò e attuò varie iniziative. Il parroco di Argile indisse solenni celebrazioni e fece affrescare la cupola e il “mezzocatino” sovrastante l'altare. In Italia si svolsero le elezioni politiche : la maggioranza era ancora dei liberali , conservatori , e della “Destra”; i partiti di opposizione, detti di “Sinistra aumentarono i loro voti ma erano divisi tra loro con vari orientamenti (“estrema sinistra”, radicali, repubblicani, socialisti...).

Il 29 luglio un anarchico, Gaetano Bresci, uccise il re Umberto I a Monza.

Ad Argile il Consiglio comunale deliberò all'unanimità di intitolare la strada principale che attraversa il paese al re ucciso.

1901- Il 24 aprile circa 200 braccianti di Argile sfidarono le autorità continuando una manifestazione di protesta , nonostante fosse stato espressamente vietato dal prefetto Caravaggio ogni assembramento, riunione o dimostrazione per le pubbliche strade, urbane e rurali. Il segretario comunale, in assenza di sindaco e Giunta, informò il Prefetto di questi 200 scioperanti che “scorazzano per la campagna facendo smettere ogni sorta di lavoro e obbligando i contadini a seguirli... “ e , temendo “gravissimi disordini e l'invasione del Municipio”, chiese l'intervento di rinforzi . Venne quindi inviato un distaccamento del 24° Cavalleria di Vicenza e un gruppo di soldati il 2° Reggimento Fanteria, per “domare la ribellione argilese”. I militari furono alloggiati dal 26 aprile al 2 maggio nella scuole, che furono usate come caserma e chiuse alle lezioni. Nel frattempo si svolgeva una trattativa in Prefettura a Bologna tra i rappresentanti dei braccianti in sciopero in tutta la zona e i proprietari terrieri, in particolare della tenuta dei Torlonia e del Ducato di Galliera. Fu infine trovato un accordo per nuove tariffe, che vennero rese pubbliche e proposte per tutta la provincia di Bologna. Lo scioperò finì e tutti quelli che l'avevano tornarono al lavoro. Ma la situazione restò critica.

1903- Morte del papa Leone XIII. Gli successe Pio X, che tolse definitivamente il divieto di voto per i cattolici. Alle elezioni politiche i loro rappresentanti ottennero i primi 4 deputati. Ma in molti seggi erano comunque presenti e attivi come alleati dei liberali. Il Governo fu affidato a Giovanni Giolitti , che tentò una politica di centro-sinistra, alleandosi ora con alcuni partiti, ora con altri e dando avvio ad una legislazione sociale che cercava di dare qualche risposta ai problemi enormi del Paese. Ma perdurarono per anni trasformismo e instabilità governativa , con diverse alternanze alla Presidenza del Consiglio.

1904-1905- Nel dicembre 1904 ad Argile si dimise il sindaco Massimo Simoni, dopo 20 anni di carica. Gli subentrò Ercole Bonfiglioli , un possidente di molte terre soprattutto a Sala bolognese, non residente in Argile. La Giunta, costituita da 4 bottegai e un artigiano locale, possidenti, e quasi l'intero Consiglio si mostrarono subito su una linea molto intransigente e contraria alle rivendicazione operaie. Ne è un sintomo significativo l'approvazione della proposta di un altro consigliere molto influente, l'ing. Carlo Ballarini, di Bologna, che vietava l'uso della piazza e del balcone del Municipio per pubblici comizi. Si voleva in sostanza togliere alla sempre crescente massa di aderenti al partito socialista uno strumento di espressione e propaganda di forte presa . Ma entrò in Consiglio anche il dottor Giovanni Simoni (fratello del dimissionario ex sindaco) che divenne il leader e l'espressione di una piccola minoranza di consiglieri capace di tenere testa alla maggioranza con dure requisitorie e argomentazioni contrarie.

1907. I carabinieri comminarono una contravvenzione e denunciarono all'autorità giudiziaria il cappellano don Ludovico Avoni e Aurelio Veronesi in quanto “capi del Circolo “Il Risveglio, per aver dato “pubbliche rappresentazioni” in gennaio senza licenza dell'autorità di pubblica sicurezza. La denuncia fu ritenuta fondata e ai due fu comminata una multa e una lieve condanna. Inverno durissimo per la povera gente. Su richiesta locale , il Governo autorizzò in marzo uno stanziamento straordinario di 300 lire per il Comune di Argile per finanziare il programma di “cucine economiche”, consistente nella distribuzione di minestre a prezzo minimo. Ma questo non bastò a placare gli animi e la fame, ci furono manifestazioni di protesta e scontri con contusioni per qualche argilese.

Nel corso dell'estate ci furono nuovi scioperi e agitazioni nelle campagne e pure tra gli addetti alla Tramvia. La tensione era altissima.

Il cappellano don Avoni chiese il porto d'armi, ma la documentazione era incompleta e non l'ebbe subito. In luglio, le elezioni comunali supplettive portarono in Consiglio un gruppo di consiglieri di idee socialiste, tra cui il calzolaio Vito Gnudi, presidente del “Circolo popolare” che stava costruendo la “Casa del popolo”.

Era aumentato il numero degli aventi diritto al voto, con le nuove norme: 563, un numero impensabile fino a 10 anni prima ( dai circa 23 possidenti o bottegai votanti nel periodo pontificio e della prima Unità d'Italia, si era passati ai 386 del 1899). I votanti furono 431.

Tra novembre e dicembre si susseguirono manifestazioni ostili contro il parroco, don Raffaele Giordani, e il cappellano, don Ludovico Avoni, ritenuti alleati dei padroni e contrari alle rivendicazioni sindacali di braccianti e operai. Una sera, esasperato, don Avoni si affacciò alla finestra della canonica e sparò alcuni colpi in aria. Il cappellano fu arrestato il 13 dicembre e processato per direttissima, e condannato al minimo della pena , con la condizionale, per porto d'arma abusivo.
In dicembre la pressione dei disoccupati per avere lavoro sul Reno fu forte. “
Oltre 300 operai... reclamano... “ scrisse l'assessore Rappini alla Prefettura per raccomandare un intervento urgente di approvazione di nuovi appalti pubblici.

1908- L'anno cominciò con l'ennesima distribuzione di elemosine ai poveri. Il 13 febbraio, temendo nove manifestazioni ostili, il sindaco Bonfiglioli chiese l 'invio di un Commissario Prefettizio per la compilazione dell'elenco di quelli che si dovevano ammettere alle cure gratuite ( e a spese del Comune) e per la revisione del Ruolo della Tassa Focatico. Se non proprio un Commissario, venne un Segretario della Prefettura, il dott. Ruggero Murè, che stese una lunga relazione sulla situazione economico-sociale di Argile, e, pur con diverse osservazioni anche critiche su certi comportamenti degli uni e degli altri, alla fine confermò come giustificata la elencazione dell'anno precedente, che ammetteva ben 314 famiglie, comprensive di 1419 persone, alle cure mediche gratuite, su una popolazione di circa 3.500 persone. Elenco che il sindaco Bonfiglioli aveva subìto di malavoglia “in forza di un nuovo regolamento provinciale” e anche “delle veementi pubbliche dimostrazioni popolari istigate da persone che qui avevano interesse a farlo ...” (allusione al farmacista dott. Simoni, ndr). Bonfiglioli avrebbe preferito tornare alla lista del 1906 che aveva ammesso solo 27 famiglie, con 170 persone.

In marzo, “ottavario di manifestazioni ostili contro Arciprete e cappellano, di cui i dimostranti chiedevano l'allontanamento dal paese, perché accusati di far propaganda politica dal pulpito, mentre altri argilesi scrivevano a Prefetto e Arcivescovo perché li facessero restare. Intanto , tra nuovi scioperi nelle campagne, accordi raggiunti tra rappresentati di padroni e operai , e poi di fatto non rispettati, la tensione era tale che il 9 aprile fu mandato in Argile “uno squadrone di 70 sciabole per servizio di ordine pubblico del Reggimento di Artiglieria di Bologna”.

Tra primavera e estate molti trovarono lavoro come scariolanti per nuovi lavori sull'argine del Reno; in maggio 80 donne e 7 uomini partirono per Vercelli per la “campagna del riso”; nelle campagne locali chi era rimasto disoccupato, soprattutto donne e ragazzi, si arrangiava andando a “spigolare”: spighe di grano, canapa o stoppa, o uva, a seconda della stagione. Ma qualcuno “spigolava” troppo e metteva nel sacco anche quello che non doveva; e quindi, su proposta della “Fratellanza colonica”, nuova associazione di coloni di ispirazione cattolica, fu varato un Regolamento di polizia rurale che non consentiva più a nessuno di entrare nei campi senza il consenso dei proprietari e dei coloni.

Il Governo Giolitti varava una legislazione sociale che introduceva le prime protezioni : l'assicurazione obbligatoria per gli infortuni sul lavoro, la regolamentazione per il lavoro di donne e fanciulli, il “libretto di lavoro” sotto il controllo di Sindaco e Prefetto. Legislazione che però fu poco rispettata, ostacolata dalla resistenza e ostilità dei proprietari e anche dagli eccessi delle agitazioni operaie.

1909- Ancora manifestazioni delle leghe operaie bracciantili, cui si aggiunsero quelle degli impiegati comunali e soprattutto quelle degli operai dello zuccherificio SIIZ di Bologna, che provocarono altre manifestazioni di sostegno di altre categorie, ma anche rivelò forti contrasti intorno ai cosiddetti “Krumiri”, operai che si rifiutavano di aderire agli scioperi.

In Argile il sindaco Bonfiglioli si dimise e il consiglio comunale, sempre più diviso e in crisi, elesse sindaco, con soli 5 voti, il bottegaio Marcello Rappini; ma altrettanti voti ebbe il candidato della minoranza, Massimo Accorsi. Cominciò la sequela di dimissioni dei consiglieri esponenti della precedente maggioranza liberal-cattolica, tanto che alla minoranza socialista fu possibile approvare una delibera che aboliva l'ora di insegnamento religioso nelle scuole. Questione questa allora fortemente dibattuta anche a livello nazionale.

1910 – 1911 - Con le dimissioni degli ultimi consiglieri della vecchia maggioranza, e le nuove elezioni supplettive, si arrivò , nel luglio 1910, ad un Consiglio a maggioranza socialista , tutta di argilesi, che vollero dapprima eleggere come sindaco di nuovo il cavalier Massimo Simoni, figura ancora autorevole e di garanzia di moderazione e pacificazione, oltre che di competenza. Ma Simoni non accettò, o, per l'esattezza, si dimise, dopo alcune sedute di Consiglio . Dopo varie difficoltà e contrasti e mancanza di numero legale, nel novembre del 1911 fu eletto sindaco il colono socialista Massimo Accorsi di Venezzano, con una Giunta composta da un altro colono, un fabbro, un bottegaio, un veterinario , un birocciaio e un fornaciaio.

Una conquista rivoluzionaria per gli uni, uno “scandalo” per gli altri! Certamente una svolta storica, anche perchè non avvenne solo qui. Un po' in tutta Italia le elezioni comunali portavano al rovesciamento delle precedenti amministrazioni liberal- cattoliche , o di “destra”, e alla elezione di Sindaci socialisti, tra il 1911 e il 1914. A Bologna nel 1914 fu eletto sindaco Francesco Zanardi.

1911-1914 - Ora che gli esponenti più attivi delle leghe operaie erano impegnati nell'amministrazione del Comune, forse non ebbero più tempo e necessità di occuparsi d'altro; e la stessa “Casa del popolo” diventava politicamente meno importante del Municipio. Pur nella ristrettezza di mezzi a disposizione, e con scarse entrate, e pur travagliate da immancabili contrasti interni, queste prime Giunte socialiste argilesi riuscirono a realizzare o almeno ad avviare, alcuni interventi da tempo agognati: la costruzione di un ambulatorio medico, la concessione gratuita del terreno delle Fosse comunali a chi volesse costruirsi un casa, l'attivazione di una prima cabina elettrica per alimentare un primo tratto di linea, la progettazione di un nuovo edificio scolastico più grande, contando su un possibile mutuo della neonata “Cassa Depositi e Prestiti”, l'avvio di un fondo locale per costruire un asilo infantile, la progettazione di un macello pubblico e un lavatoio pubblico.

Ma le cose si complicarono grandemente a livello nazionale con la Guerra di Libia e relativi contrasti politici tra pro e contro, anche qui.

E ancor di più si complicarono, anzi, si bloccarono tanti progetti, e si aggravarono i contrasti tra interventisti e neutralisti , con lo scoppio della 1^ Guerra mondiale 1914- 1918.

1915-1918 – Con tutti gli uomini validi richiamati sotto le armi o in procinto di andarci, dubitiamo ci fosse molta attività alla “Casa del popolo” o vi si tenessero ancora balli e spettacoli teatrali. Per lo meno non ne risultano documentati. Anzi, l'unico documento di carattere teatrale di quell'anno, è la richiesta di Aurelio Veronesi di poter aprire un cinematografo in una sala di un edificio di sua proprietà , in via Umberto I n. 46. Edificio che dovrebbe corrispondere a quello che poi fu acquistato dal parroco per le opere parrocchiali nel 1919.

Anche l'attività amministrativa era ridotta ai minimi termini.

Al sindaco dimissionario Massimo Accorsi subentrò Gabriele Gandolfi, artigiano, già consigliere e assessore socialista; ma fu chiamato alle armi, e fece funzioni di sindaco il birocciaio Timoteo Gnudi . Vigeva il razionamento dei generi alimentari e fu necessario allestire un locale di isolamento per gli ammalati di malatie infettive. Ai circa 80 argilesi morti in guerra o per ferite e malattie contratte in guerra, si aggiunsero 40 morti per l'epidemia dell'influenza detta “ spagnola” che scoppiò in Argile, come in buona parte d'Italia , nell' ottobre-novembre del 1818.

Il nuovo parroco, don Vincenzo Gandolfi , giunto in parrocchia nel 1913, mostrava già la sua forte personalità e l'intento di continuare sulla linea pastorale-politica del predecessore, abbellì la chiesa con due nuovi altari di marmo nelle cappelle laterali e ne rifece il pavimento, fondò il “Circolo della gioventù Cattolica maschile”, si impegnò per l'attuazione della “Crociata contro la bestemmia e il turpiloquio” indetta dal Papa nel 1917.

1919-1922 - Le ferite profonde lasciate nel paese da una guerra pur vinta, le distruzioni subite nel nord Italia, l'aggravamento della povertà generale , la disperazione o l'esasperazione delle migliaia di reduci ed ex combattenti che non sapevano più come reinserirsi nella società e mantenere la famiglia, gettarono l'Italia in una situazione di caos. Per spiegare quanto avvenne in quei pochi anni di dopoguerra ci vorrebbe una relazione lunga una settimana. e, ovviamente non ce la possiamo permettere.

Basti dire che si riaccesero e moltiplicarono le tensioni sociali, le lotte sindacali con scioperi, boicottaggi del lavoro agricolo nelle campagne, manifestazioni popolari che spesso degeneravano , contrastate dalle forze dell'ordine che pure eccedevano nella repressione.

A livello nazionale si rivoluzionò anche l'assetto politico, mentre cambiavano ogni pochi mesi i capi di governo. Giolitti andava e veniva, ma, ormai 80enne, non riusciva a tenere sotto controllo la situazione.

Nel 1919 nasceva il Partito popolare , di ispirazione cattolica, fondato da Don Luigi Sturzo, che conquistò subito 100 seggi in Parlamento alle prime elezioni politiche.

Nello stesso anno Benito Mussolini, ex socialista ed ex direttore dell'Avanti, fondò i “Fasci di combattimento”, che subito si diffusero nelle città e nelle campagne , col favore e l'appoggio più o meno esplicito dei possidenti di terra grandi e piccoli che erano spaventati dai lunghi scioperi nelle campagne e dall'eventualità di futuri espropri se il governo del paese fosse passato nelle mani di partiti che professavano l'abolizione della proprietà privata.

La pur lontana, ma nota esperienza della Rivoluzione russa scoppiata nel 1917 , con instaurazione del regime marxista, o bolscevico, come si diceva allora, aveva gettato in allarme tutta una classe di persone , anche moderate o liberali, che pur di prevenire questa eventualità , chiusero gli occhi per non vedere le violenze che via via le “squadre fasciste” compivano a danno degli esponenti socialisti e dei sindacalisti o di semplici dimostranti, e delle loro sedi. Ne fecero le spese anche sacerdoti e organizzazioni cattoliche che non erano inizialmente disposte ad accettare le loro idee e i loro metodi violenti (vedi don Minzoni e altri...). Lo stesso parroco di Argile, don Vincenzo Gandolfi, fu oggetto di un sarcastico e offensivo articolo de “L'assalto”, il nuovo periodico dei fascisti, il 14 ottobre 1922.

Il Partito Socialista raggiungeva la massima affermazione elettorale triplicando la sua rappresentanza parlamentare, con 156 seggi su 481. Ma di lì a poco subì la più grave delle scissioni, quella che, nel 1921, a Genova, portò alla costituzione del Partito Comunista Italiano.

Questa divisione dei rappresentanti della classe operaia ne indebolì la forza ideale e contrattuale e le speranze di un successo politico e di un miglioramento delle condizioni di vita attraverso elezioni democratiche e corrette lotte sindacali . In molti casi presero il sopravvento estremisti che fornirono facile pretesto e giustificazione ai picchiatori delle squadre di fascisti. Gli anni dal 1920 al 1922 furono definiti “il biennio rosso”, rosso del sangue di molti, da una parte e dall'altra, ma con il prevalere della parte fascista che , grazie a intimidazioni, pestaggi, incendi di “Case del popolo” e di Cooperative , socialiste o anche cattoliche, e occupazioni di Municipi, costrinse tutte le amministrazioni comunali di sinistra a dimettersi, per far posto a Commissari Prefettizi da essi imposti.

Questo è quanto accadde anche ad Argile. La notte del 30 maggio 1922 una squadra di fascisti provenienti da Pieve e da Cento , col probabile apporto di alcuni del luogo, appiccò il fuoco alla “Casa del popolo” e alla "Cooperativa di consumo" che dal 1920 era collocata in Palazzo Artieri, arrecandovi seri danni e distruggendo quanto si trovava all'interno.

Il 4 agosto, una ancor più folta legione di 300 fascisti pievesi e centesi, provenienti da un'altra spedizione a Parma, vennero ad occupare il Municipio di Argile, pretendendo dal Prefetto di Bologna, Cesare Mori , l'esautoramento del Consiglio comunale e della Giunta socialista, presieduta allora dal nuovo Sindaco Attilio Gadani. Intimazione alla quale il Prefetto doveva ormai sottostare, e quindi nominò un Commissario prefettizio, cui ne seguirono altri fino alle successive elezioni del periodo fascista. Il 22 ottobre, con la “Marcia su Roma” Mussolini conquistava il potere a livello nazionale.

Finiva così la prima stagione dell'Italia risorgimentale e liberale, e finiva così in Argile la prima stagione , quella delle speranze e dell'utopia, del suo “Circolo popolare”, della “Casa del popolo “ e del suo teatro, e ne cominciava un'altra.

II- La seconda stagione. “Casa del Fascio” comunale : Dopolavoro, adunate, feste e cinema (1922- 1945)

Il ventennio fascista in Argile cominciò con l'elezione di un nuovo sindaco, nel febbraio del 1923, nella persona di Primo Cortesi, un argilese molto intraprendente che, da piccolo commerciante di stoppa, era già riuscito a diventare proprietario di case e terreni , e che poi accrescerà le sue fortune anche come primo industriale, costruttore-proprietario della fornace sugli ex argini del Reno nel 1924 (acquistando una precedente piccola struttura  costruita da una cooperativa di fornaciai locali nel 1921).
Il Consiglio comunale da lui presieduto, il 19 marzo 1925, approvò l'acquisto della “Casa del popolo” ... “in seguito all'offerta della locale Cooperativa di consumo- è scritto agli atti- la cui assemblea, riunitasi a termini di legge l'11 gennaio aveva deciso la vendita”. “La Giunta il 30 gennaio aveva preso “in benevolo esame l'offerta” deliberando di accoglierla, “allo scopo di appianare tutte quelle vecchie discrepanze di partito che esistevano in paese”. Consultati i due ingegneri di fiducia (Berselli per il Comune e Samaritani per la Cooperativa), fu valutato che per l'acquisto dello stabile occorrevano lire 108.500 e per il suo restauro, visti i danni arrecati nel 1922, ce ne volevano altre 90.000. Il Consiglio deliberò quindi di contrarre un mutuo di lire 200.000 con la Cassa Nazionale delle Associazioni Sociali.

Anche il consigliere Luigi Filipetti (figlio  del defunto Giovan Battista), che nella delibera è definito rappresentante della “minoranza”(evidentemente, come liberale per tradizione di famiglia voleva mantenere una certa autonomia) , approvò e si rallegrò “visto lo scopo di riappacificare la laboriosa popolazione argilese che così potrà riprendere il suo armonico ritmo di vita a tutto vantaggio dell'economia nazionale”.

Pare abbastanza discutibile l'intento di presentare come atto di pacificazione e di generosità, quello che era in sostanza una specie di sanatoria che dava parvenza di legalità, con denaro pubblico, ad una appropriazione indebita compiuta dai fascisti a danno dei proprietari socialisti. Ma forse si pensava che distribuendo qualche lira agli ex soci della Cooperativa, si sarebbe assicurato il consenso di tanti ex socialisti , poveri e affamati, ancora riluttanti ad accettare il regime.

Si contava sull'appoggio dell'on. Dino Grandi per ottenere il Mutuo, che però non fu concesso dalla Cassa nazionale. Lo si ottenne poi dalla Cassa di Risparmio di Bologna. Con delibera del 19 giugno furono erogate 120.000 lire alla “Cooperativa di Consumo”. Quanti e quali fossero i soci che ottennero una quota non è dato sapere, per mancanza di documentazione. Fu ribadito che “non si trattava di una operazione commerciale” ma di un “atto che aveva importanza politica e morale”. E fu assicurato che i locali al piano terreno sarebbero stati adibiti sempre ad “uso ricreativo e di dopo-lavoro” e per riunioni sindacali “per tutti i lavoratori indistintamente”.

Dopo di che il Comune, in qualità di nuovo proprietario, iniziò i lavori di ristrutturazione, realizzati in parte nel 1926 e nel 1927 . Vi si ricavarono anche 2 appartamenti da dare in affitto. Particolare cura fu dedicata all'allestimento della sala del Teatro, in modo che vi si potessero tenere di nuovo spettacoli teatrali e anche proiezioni cinematografiche che stavano diventando di moda allora. Alla fine del 1925 il teatro fu dato in affitto a Luigi Veronesi di Argile in società con Tobia Pirani di Venezzano. Ma fu un contratto di breve durata, perchè nel 1927, quando era già in carica come Podestà Gabriele Gandolfi, il teatro fu concesso in affitto al Fascio per lire 9.000 all'anno. Affitto evidentemente ritenuto troppo caro, se, nel 1930, fu abbassato a lire 2.000 all'anno, e per tutto l'edificio, piano terra compreso.

Dal 1925, e per 20 anni, la ex “Casa del popolo” fu “Casa del fascio”, e con questa denominazione fu citata spesso nelle cronache del periodico fascista bolognese “L'assalto”, diretto prima da Dino Grandi e poi da Leandro Arpinati, in cui si riferiva soprattutto delle varie adunate locali, manifestazioni sportive, riunioni sindacali e di categorie, o corporazioni, e delle assemblee del partito alle quali intervenne più volte lo stesso Arpinati in qualità di gerarca autorevole e Segretario del Fascio bolognese. In un articolo del giugno 1928 si annunciava una recita della locale Filodrammatica, organizzata dal “Dopolavoro”, intitolata “Oro e Orpello”, e un'altra intitolata “Un omen ed spirit”, seguita da proiezione cinematografica.

L'attività della “Casa del Fascio” è ben descritta nel numero speciale del detto periodico, pubblicato in occasione del “Decennale del Fascismo” il 28 ottobre 1932.

Anche a Castel d'Argile il movimento fascista ha incontrato serie difficoltà per imporsi, ed ha dovuto sostenere vivacissime lotte, fare un'opera continua di epurazione del Capoluogo e dei dintorni.... Gli squadristi locali parteciparono a gran parte delle azioni della provincia, e nel Capoluogo con alcune riuscite azioni incendiarono la casa del popolo e quindi distruggendola; distrussero pure la cooperativa rossa, ed occuparono di forza il comune.... In luogo dell'ex casa del popolo, il Fascismo ha costruito , ampliandola, la Casa del Fascio, destinandola a scopi più nobili, incontrando una spesa complessiva di lire 300.000. Essa comprende gli uffici politici, sindacali, O. N. D. , sale di ritrovo, sala adibita alle audizioni musicali, sala bigliardo, buffet, vasta sala teatrale nella quale si eseguiscono spettacoli cinematografici e teatrali.
Le forze fasciste sono le seguenti .....  Dopolavoro: 200 iscritti

Si è svolto un vasto programma culturale, istituendo una biblioteca circolante per fascisti e dopolavoristi, si è fornita una sala di lettura con giornali e riviste, si sono tenute conferenze di propaganda, scuole serali di arte muraria; funziona una filodrammatica e il cinematografo con film di propaganda. Si sono organizzate gite nei dintorni, trattenimenti musicali, spettacoli teatrali di Balilla e piccole italiane.... per dare impulso all'assistenza il fascio ha distribuito 60 sporte natalizie, ha beneficiato 200 bambini con la Befana Fascista, ha distribuito generi alimentari ... assistito in media 100 bambini all'asilo con refezioni....”

A parte qualche bugia sulla distruzione della Casa del popolo e la ricostruzione della Casa del Fascio, che qui veniva fatta apparire come eretta ex novo, gonfiando la cifra della spesa sostenuta, attribuendo la spesa al Fascio, che invece fu sostenuta dal Comune, è da rilevare una totale identificazione tra Fascio e Comune , e il vanto per le distruzioni commesse nel 1922. Per il resto, le attività praticate somigliavano tanto a quelle inizialmente avviate dal Circolo popolare.

Dagli atti del Podestà Gabriele Gandolfi nel 1934 emerge inoltre che il Comune dovette procedere all'acquisto dell'edificio una seconda volta, perché il primo atto d'acquisto , fatto nel 1925 dal sindaco Cortesi, non era regolare. Nel 1933 la Cooperativa di consumo era stata dichiarata fallita e posta in liquidazione, e con sentenza del 9 gennaio 1934 il tribunale di Bologna aveva nominato tre Commissari liquidatori: il rag. Eolo Fagioli (genero del Podestà), il rag. Enrico Balboni (economo comunale) ed Egisto Sarti (ex consigliere socialista , indicato come responsabile del “Circolo popolare” che aveva costruito l'edificio). Questi 3 “Commissari avevano la veste giuridica necessaria per il contratto di vendita e per il rilascio della quietanza liberatoria necessaria”. Il prezzo convenuto era ancora di lire 120.000 e doveva essere pagato dal Comune nelle mani dei Commissari liquidatori.

Anche l'acquisto del terreno su cui sorgeva la ex Casa del popolo dovette essere regolarizzato con un nuovo atto, poiché risultava fosse ancora di proprietà di Mario Farioli, di sua moglie e dei fratelli Lenzi, ing. Alberto e Giuseppe.. A questi furono pagate lire 250 dal Comune per diventare proprietario del terreno. Ma non era finita, perché 3 anni dopo, nel 1937 il Comune dovette pagare 3.310 lire all'Ufficio del Registro di S. Giovanni in Persiceto , come “sanzione per passaggio di proprietà occulto del terreno su cui sorgeva la casa...”.

Anche questo non ci è chiaro, dal verbale relativo si riferisce solo che qualcuno aveva fatto ricorso all'Intendenza di Finanza, e che la “Cooperativa proprietaria non esisteva più né di nome né di fatto”.

Anche il Fascio locale ebbe diversi momento di crisi e contrasti interni. Tra il 1935 e il 1936, in particolare. Secondo Puggioli, nuovo Commissario del Fascio e Presidente dell'O. N. D. di Argile, comunicò al Podestà che la sezione locale del Dopolavoro non era più in grado di gestire il Teatro, e lasciava libera l'Amministrazione di affittarlo e darlo in gestione ad altrisenza nulla pretendere per le macchine e arredi di proprietà dell' O N D”, che si lasciavano in uso a chi fosse subentrato.

Evidentemente le uscite avevano superato le entrate, nonostante in quell'anno si fosse tentato di utilizzare il Teatro più volte per feste e spettacoli a pagamento. Si era organizzato “Il Ballo dei Giovani Fascisti”, il “Ballo delle piccole Italiane”, il “Ballo sociale” e un'altra veglia da ballo non meglio specificata; numerosi gli spettacoli cinematografici con pellicole a noleggio.

La crisi fu superata solo nel 1938 quando il Teatro fu dato in affitto ad un privato, Antonio Grimaldi di Cento che vi tenne poi sempre spettacoli cinematografici domenicali, pagando 1.200 lire di affitto al Comune e lasciandone l'uso al Fascio quando gli serviva per le sue adunate e manifestazioni politiche.

Nonostante le difficoltà del Dopolavoro di Argile , nel 1939, il Federale di Bologna, Leati, spinse per far aprire un locale di “Dopolavoro rurale” anche a Venezzano. Ma fu esperienza di breve durata.

Intanto in quello stesso anno, veniva messa in liquidazione e si scioglieva la “Società Anonima Cooperativa lavoranti, erede della più antica Cooperativa, nata nel 1899, da braccianti di ispirazione socialista, che nel 1907 contava 198 soci, e che nel 1923 fu praticamente costretta a farsi inglobare nel “Consorzio Cooperative fasciste per poter accedere agli appalti pubblici, soprattutto per i ricorrenti lavori sugli argini del Reno e sulle strade della zona. Dal 1908 al 1930 ne era stato presidente Egisto Sarti. Nel 1939 contava 489 soci, probabilmente quasi tutti i braccianti del paese; la scarsità di lavoro aveva portato i bilanci in perdita e non si poteva continuare .

Poi nel 1940 si entrò in guerra e questa prese il sopravvento, con tutte le sue tragedie. In teatro si continuò a fare adunate e manifestazioni, ma la esaltante avventura del Fascismo, che aveva conquistato l'anima di tanta parte del popolo, stava fallendo miseramente tra morti , distruzioni , razionamento e miseria.

Nell'agosto del 1944 arrivò anche una bomba nei pressi, perché la casa del Fascio  fungeva anche da caserma per militi repubblichini ; non ci furono morti o feriti, ma segnò la fine della seconda stagione di questo edificio. Nell'ultimo anno di guerra, i pur malandati locali dell'OND e i due appartamenti furono abitati anche da sfollati.

 

III- La terza stagione, “mista”: Cral, Cinema, Feste da ballo e di nuovo Teatro (1946-1998)

E' la stagione in cui, molti  argilesi non più giovanissimi, hanno vissuto tanti momenti lieti e di svago dentro questo Teatro. Per molti di noi è stato il luogo del primo film visto e della prima festa da ballo, col “ filarino” (aspirante fidanzato) , o dei primi approcci per la conquista della “morosa (l'ambrousa”, ovvero la fidanzata).

E' vero che anche nel secondo dopoguerra la situazione economica e politica locale e nazionale non furono improntate all'allegria . Le tensioni politiche si riaccesero. Per la terza volta nel corso di metà secolo si fronteggiavano partiti di sinistra, PCI e PSI, uniti nel 1948 nel “Fronte popolare”da una parte, e , dall'altra, il grande nuovo partito cattolico, la Democrazia Cristiana, che ebbe la maggioranza e il Governo, con l'appoggio più o meno diretto di alcuni partiti minori. Si ripresentava il problema della disoccupazione e della povertà diffusa, delle ostilità tra “Leghe rosse” e ”Leghe bianche”. Si riebbero scioperi e manifestazioni a cui il Governo, specie nei primi anni in cui fu molto influente Mario Scelba come ministro dell'Interno, rispondeva con l'invio della “Celere”. Tralasciando ogni valutazione su chi avesse torto o ragione, su meriti e colpe degli uni e degli altri, e ritornando alle nostre “Case del popolo”, va detto che si presentò subito il problema di chi avesse diritto ad assumerne la proprietà ; problema che fornì occasione a ulteriori scontri, manifestazioni e cause in tribunale.

Le organizzazioni sindacali e dei partiti di sinistra ritenevano di avere il diritto di riappropriarsi degli edifici che erano stati loro sottratti illegalmente dai fascisti, e ottennero inizialmente, dal Comitato di Liberazione Nazionale nel 1945, un Decreto, detto “del maltolto” che affidava ad esse le case del popolo e le sedi di cooperative. Il Governo , invece , deliberò, che tutte le proprietà acquisite o costruite dall' ex Fascio passassero al Demanio pubblico. Dal punto di vista legale era difficile districarsi, perché molti dei soci iniziali proprietari erano morti, le cooperative originarie da tempo sciolte. Ma era pur vero che molti di quegli edifici erano stati un simbolo e una proprietà sudata e pagata dalle classi popolari aggregate ai partiti di sinistra.

Non possiamo addentrarci nella complessa e diversificata casistica registrata nei vari comuni del bolognese.

Ad Argile , tutto sommato, il passaggio fu più indolore che altrove. L'edificio , pur con le modalità poco chiare e discutibili applicate a suo tempo, nel 1925 e nel 1934, legalmente era di proprietà del Comune . Il Comune, negli anni dal 1946 al 1968 , era amministrato da una Giunta di sinistra PCI- PSI, che quindi guardava con un occhio di riguardo e cercava di favorire un pieno recupero e riutilizzo della “Casa del popolo”, affidando la gestione di ciò che non poteva gestire direttamente alle organizzazioni di sinistra.

Per farla breve, possiamo dire che l'edificio fu innanzitutto restaurato per riparare ai danni della bomba che era stata lanciata nell'estate del 1944, indirizzata contro la Caserma dei Militi repubblichini che vi alloggiavano. Nella pratica edilizia relativa , del 25 febbraio 1946, è scritto che “l'edificio fu danneggiato dal bombardamento del 27 aprile 1944 “( ma la data è sbagliata, sia come riferimento alla bomba dei partigiani che fu lanciata in agosto del '44, che al bombardamento aereo su Argile, che avvenne il 21 aprile 1945) e “dalla occupazione delle truppe tedesche e brigate nere”. Vi si riferiva di danni di una certà entità al tetto, ai soffitti, serramenti, impianti elettrici e altro. Vi lavorarono Eugenio Veronesi, lattoniere e fontaniere, la Cooperativa muratori di Castel d'Argile e i fratelli Gruppioni fornitori dei legnami. Furono spese 670.000 lire. Fu aggiunta anche nel prato adiacente una piccola pista da ballo ad uso estivo.

L' edificio, restando inizialmente tutto di proprietà comunale , fu sostanzialmente diviso in 2 parti : al piano superiore il Teatro, riaffidato parzialmente in affitto al gestore di cinema Antonio Grimaldi di Cento, per proiezioni domenicali e festive. Fermo restando che il Comune lo continuava ad utilizzare per sue iniziative , conferenze o altre manifestazioni pubbliche, distribuzione della Befana ai bambini o premi agli sportivi, o altre feste e celebrazioni di ricorrenze.

Il piano terra fu dato in affitto , nei vani adibiti a uffici, alla Camera del Lavoro, alle organizzazioni sindacali e dei partiti di sinistra. La sala bar era gestita da un Circolo popolare di nuova costituzione, indicato con la sigla CRAL, ma sempre detto per voce popolare “casa del popolo”.

Alla fine degli anni '50 e negli anni '60 in particolare, il teatro , specie nei periodi di carnevale, venne spesso usato come sala da ballo, per le cosiddette “feste a invito”, organizzate dai giovani del luogo, che prendevano in affitto la sala, la liberavano dalle sedie, la addobbavano di festoni, fiori di carta e luci fantasiose, chiamavano un'orchestrina e invitavano le ragazze, che sfoggiavano per l'occasione i loro nuovi abiti “da sera”, confezionati dalle brave sarte del luogo . Le danze, e i flirt amorosi, sempre accompagnati da buffet e cotillons, si protraevano per ore , sotto l'occhio vigile di madri , zie, nonne e curiosi vari , posizionati in galleria, che passavano ai raggi x i vestiti e i comportamenti delle fanciulle, fidanzate e no. I giovani organizzatori ci lavoravano per un mese prima e se ne parlava per mesi dopo . Erano le mitiche feste dei “Topi” , della “Penombra”, di “ Primavera”, o di altri titoli che non ricordo.

Vennero qui varie orchestrine di “liscio” , con cantanti di fama locale. Ma venne qui anche una certa Sabrina, giovane cantante vestita di nero stile Juliette Gréco, e voce quasi da Edith Piaf, che diventerà poi famosa col nome di Milva.

Questo fino alla metà degli anni '70. In quel periodo, data la scarsa affluenza, il gestore del Cinema rinunciò alla attività in Argile, continuando ad operare solo a Cento. Nel 1977, il Comune decise di vendere il piano terra ad una Società legata al Pci, la “Immobiliare Castello”, che a sua volta affittava il bar ad un Circolo o a privati, e gli uffici alle organizzazioni di partito e sindacati.

Chiuso il Cinema , la sala- teatro rimase per alcuni anni poco utilizzata, essendo anche fuori norma per vari aspetti edilizi .

Nel 1981 il Comune fece i lavori necessari per rimettere a posto il Teatro e quindi poterlo riaprire al pubblico in sicurezza. Per la prima volta il Teatro ebbe una sua intitolazione, e non politica: fu infatti dedicato al tenore Francesco Grassilli, di origine argilese (padre del noto attore teatrale e televisivo Raoul), e fu utilizzato per spettacoli musicali e di prosa, classica e dialettale , concerti per adulti e per le scuole, alcuni promossi e organizzati dallo stesso  Francesco Grassilli. Ricordo alcuni ottimi concerti per pianoforte e violino; venne un paio di volte anche il promettente violinista Giorgio Bovina, figlio del pianista Franco, di famiglia di origine argilese. Nonostante la semplicità e la modestia della struttura, l'acustica del teatro è sempre stata considerata buona. Vi si svolsero di nuovo anche feste da ballo , per veglioni di fine d'anno o feste di carnevale, promosse dai giovani della penultima generazione; sempre , ovviamente, spostando sedie e addobbando la sala a cura degli organizzatori.

Ma, nel 1995, con la entrata in vigore di nuove norme per la sicurezza antincendio e altri pericoli, non era più possibile tenervi spettacoli e feste. Inoltre, avendo necessità di nuovi locali per trasferirvi la biblioteca (togliendola dal Municipio che a sua volta aveva bisogno di ristrutturazione), l'Amministrazione Comunale decise di riacquistare anche il piano terra, impostando un progetto di ristrutturazione generale, con messa a norma di tutto l'edificio. L'acquisto, ipotizzato già dalla precedente Amministrazione, si concretizzò nel 1998. Da allora, chiuso il bar, tutto l'intero edificio è tornato di proprietà comunale . Furono quindi appaltati i lavori, che sono terminati nel 2004.

IV - La quarta stagione. Con Teatro e biblioteca, la centenaria “Casa del popolo” ora è casa della cultura per tutti.

E' la stagione appena cominciata, da un paio d'anni, Dopo un secolo di peripezie, tra gioie e dolori, feste e tragedie, ostilità e divisioni più o meno giustificate e preconcette, questa dovrebbe essere , per la centenaria “Casa del popolo”, la stagione della saggezza e della pacificazione, della restituzione al popolo di Argile, a tutto il popolo , senza distinzione di colore o di parte politica, di un bene pubblico , per svolgere un importantissimo e prezioso servizio pubblico: la diffusione della cultura , attraverso i libri e attraverso spettacoli, mostre, proiezioni, conferenze e quanto si ritenga interessante e utile alla conoscenza; e , perché no, “all'onesta ed economica ricreazione” voluta dai padri fondatori.

Magda Barbieri    * Articolo collegato al sito https://magdabarbieri.wordpress.com/

Castello d'Argile- Teatro comunale -20 aprile 2007.
Testo integrale  della relazione preparata  su richiesta della "Libera Università di Pieve di Cento e Castello d'Argile", in collaborazione col Comune per  l'inizio della celebrazione del Centenario del Teatro comunale

NOTE

Bibliografia e Fonti archivistiche, dalle quali sono state tratte gran parte delle informazioni contenute in questa relazione, sono indicate nel libro di Magda Barbieri  “La terra e la gente di Castello d'Argile e di Venezzano ossia Mascarino”, vol. II. 1997

Inoltre:

- Luigi Arbizzani , Saveria Bologna, Lidia Testoni, Giorgio Triani.  “Storie di case del popolo”.  Ed. Grafis. 1982 ( presente nella  Biblioteca di Castello d'Argile; libro da cui abbiamo riprodotto le foto non relative ad  Argile)

- Archivio di Stato Bologna . Prefettura. Affari speciali dei Comuni- Castel d'Argile a. 1907.

- AAVV (Coop R.A.D.I.C.I.). Cento anni di Cassa Rurale . Ed. Emil Banca Credito Cooperativo. Bologna. 2006

- Siti internet diversi con cenni di storie di Case del popolo in Italia e in Europa

 

 


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Inserito da redazione il Ven, 04/05/2007 - 07:42