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Il rancio nella Grande Guerra. Paolo Antolini


Ve la ricordate la battuta di Sordi, nel film La Grande Guerra di Monicelli: "Com'è il rancio?" gli chiede il comandante. "Ottimo e abbondante", risponde il soldato Sordi. "Invece è una schifezza" replica il comandante.

Avevano ragione tutti e due. Il giudizio dei soldati sulla quantità del rancio risulta, nelle lettere alle famiglie o nei diari scritti, quasi sempre positivo. La razione giornaliera era studiata per apportare mediamente circa 4000 calorie, salvo che nel corso del 1917 quando scese a poco più di 3000 calorie per mancanza di scorte alimentari; in ogni caso, una dieta sicuramente più ricca di quella cui erano abituati da civili la maggior parte dei militari di estrazione popolare, non esclusi i veneti, cresciuti in un ambiente nel quale la pellagra - malattia da sottoalimentazione - non era stata ancora del tutto debellata alla vigilia del conflitto.

 

I problemi riguardavano semmai la qualità del cibo, che spesso giungeva freddo e scotto nelle trincee. Se non mancavano il vino ed i liquori, che servivano, assieme ai sigari toscani, a mitigare il puzzo dei cadaveri in decomposizione, era soprattutto la limitata disponibilità di acqua a rendere ancor più drammatica per il fante la vita in trincea. Indicativamente, ciascun soldato riceveva ogni giorno 650 grammi di pane, 150 grammi di carne, 100 grammi di pasta o riso, talvolta frutta e verdura, un quarto di vino, caffè; qualche ulteriore integrazione era prevista per le truppe dislocate in zona di operazioni o per le truppe alpine che avevano in dotazione una gavetta più capiente rispetto alla fanteria. Per la cottura del pane, oltre ai forni mobili Weiss, si utilizzarono forni militari in muratura costruiti nelle retrovie, per la carne, dopo il primo anno di guerra, fu decisa un'importazione massiccia dall'America di bovini congelati che servirono a integrare l'insufficiente disponibilità di animali da macello nel territorio nazionale, dato che al fronte vi erano ormai 2 milioni di soldati.

Vennero anche distribuite ai soldati 230 milioni di scatolette di carne, in gran parte prodotte dagli stabilimenti militari di Casaralta e Scanzano. In trincea, il rancio arrivava normalmente dalle cucine poste nelle retrovie, trasportato di notte, a dorso di mulo, durante il giorno le corvée non potevano muoversi perché fatte segno dal tiro dei cecchini che volevano così affamare i soldati in prima linea. Ciascun reparto era anche dotato di casse di cottura con fornello e soprattutto delle marmitte da campo, vere antenate delle nostre pentole a pressione, in numero da 3 a 4 per ogni compagnia e del peso di kg 55, cadauna. In realtà il problema del rancio in trincea era soprattutto di ordine igienico.

L'ambiente in cui si era costretti a pranzare era un miscuglio di cose sparse per ogni dove nel fango alto: cassette sfondate, munizioni, ferri arrugginiti, filo spinato, vecchie marmitte bucate, cadaveri. Carlo Salsa, ufficiale nella Grande Guerra e scrittore del libro "Trincee", ebbe a scrivere : "Da per tutto si pesta nella merda, che sprigiona un puzzo insopportabile" . Era inevitabile che si diffondessero tifo e colera, arginati nel corso della guerra grazie alla vaccinazione di massa; poco si poteva fare purtroppo contro meningiti, dissenterie e altre malattie batteriche che decimarono le truppe in trincea.

Durante la guerra il pane assurse a vero alimento principe, difficilmente veniva mangiata tutta la razione, un pezzo lo si teneva nel tascapane e serviva ,se si rimaneva bloccati nella terra di nessuno, a sfamare il fante sino a notte fonda quando si tentava il rientro nelle trincee di partenza. Alla mancanza della maschera antigas, in caso di attacco, si ovviava mettendosi in bocca un pezzo di pane bagnato tenuto fermo da un fazzolettone a coprire bocca e naso e legato stretto sulla nuca, non si hanno notizie sulla efficacia di tale sistema. Il pane era usato anche come merce di scambio. In alcuni punti del fronte le linee erano talmente ravvicinate da avere i reticolati in comune, le sentinelle erano a pochi passi l'una dall'altra, subentrava allora una specie di tacito accordo, una tregua di fatto che portava a non spararsi a vicenda e addirittura si scambiavano alcune parole, appena sussurrate; non di rado quelle austriache chiedevano cibo in cambio di tabacco, non deve stupire perché l'esercito austriaco già nel 1915 aveva problemi alimentari.

Si vedevano allora volare cartocci con pagnotte, formaggio e carne verso le linee nemiche, di rimando arrivava tabacco per pipa, sigari e sigarette. Questo gesto, dettato dalla pietà ( Emilio Lussu scriveva nel suo diario che quando vedeva arrivare gli austriaci, provava una grande pena perché erano poveri contadini, loro come gli italiani, mandati al macello ) poteva costare caro se visto e denunciato, si trattava di collusione col nemico e quando andava bene si era condannati a 10 anni di carcere.

Per i prigionieri italiani in Austria o Germania le cose invece erano completamente diverse. Secondo la Convenzione Internazionale dell'Aja del 1907, il prigioniero aveva diritto alla stessa razione che si dava al soldato che lo aveva catturato in tempo di pace, cioè 250grammi di pane, 100 grammi di pasta, 80 di carne, frutta , verdura, caffè. La gravissima carenza di farina, costrinse l'Austria a ricorrere a surrogati per rispettare la grammatura del pane , come paglia, ghiande, segatura, ecc.ecc., al posto della pasta si dava una broda con bucce di patata e cavolo, mentre i pacchi viveri che giungevano dall'Italia erano regolarmente saccheggiati.

La Croce Rossa Italiana, che provvedeva all'inoltro dei pacchi viveri agli italiani prigionieri, aveva notato che il pane, per i tempi lunghi dei controlli, ammuffiva prima di essere consegnato, per ovviare a questo spreco si confezionò un tipo di pane senza lievito che messo a seccare si trasformava in una specie di pane biscottato ai cui fu dato il nome di galletta, dalla lunghissima conservazione. Il pane fu l'alimento che non mancò mai al soldato italiano durante la Grande Guerra.

Dalla ricerca storica  di Paolo Antolini (Baricella ).

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Inserito da redazione il Sab, 2005-11-26 15:51